Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e Arya.

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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 24 giugno 2013, 11:59

Ehi ciao Saphira! :)
Grazie, grazie, grazie! ahahahahah dai dopo il bacetto scarsino della volta precedente, ne dovevo fare uno un po' più serio xD
La prossima parte è in corso di scrittura, ma sta venendo di nuovo un capitolo chilometrico T.T
Spero che nessuno si spazientisca a leggere questi piccoli romanzi :D
Ti saluto cara e a presto! ;)
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da smeraldina96 » 25 giugno 2013, 13:06

ciao lalli sono tornata....... non vedevo l' ora di leggere questo capitolo, e devo dire che Arya è davvero ciucca :D !!!!! E sono contenta di sentire parlare Lei.... di sapere qualcosa di più di questa fantomatica donna, e sto cercando di farmi un' idea di chi possa essere, intanto il fatto che odi Islanzadi che le ha fatto un grave torto, e fra parentesi se odia Islanzadi la stimo e comincio ad apprezzare :laugh:, anch' io la odio!!!! mi sta sorgendo una piccola ideuzza.......
non è che magari questa Lei che è un' elfa, che ha perso la memoria, prova rancore verso la famiglia di Arya, eccc......possa essere.....[spoiler]la sorella di Arya, allontanata dalla madre e che ha venduto Arya!!!!![/spoiler]
fammi sapere......però dimmi solo se sono sulla strada giusta!!!
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da ateneipazia » 9 ottobre 2013, 17:13

finalmente sono riuscita a registrarmi! ciao lalli sei un mito ed è fantastica questa fanfiction sto morendo di curiosità,aggiorna presto per favore :) :D
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Brisingr92 » 10 ottobre 2013, 18:02

Eccellente, continua così
Ammetto la mia totale delusione per non essere diventato moderatore dopo aver speso passione e disponibilità per questo sito...
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da smeraldina96 » 21 dicembre 2013, 18:57

Ritornerai mai su questa ff Lalli? :(
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 30 dicembre 2013, 14:57

Smeraldina hai ragione, sono pessima, ma ho dei problemoni con la scuola! Sono in quinta liceo ed il primo quadrimestre è stato così terribile che il computer l'ho visto solo di striscio, spero vivamente di riuscire a postare qualcosa prima dell'esame o non ci vediamo più fino a luglio! T.T
Mi spiace davvero, non avevo previsto di dover fare così tanta fatica quest'anno
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Re: RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza

da smeraldina96 » 30 dicembre 2013, 16:38

Lalli ha scritto:Smeraldina hai ragione, sono pessima, ma ho dei problemoni con la scuola! Sono in quinta liceo ed il primo quadrimestre è stato così terribile che il computer l'ho visto solo di striscio, spero vivamente di riuscire a postare qualcosa prima dell'esame o non ci vediamo più fino a luglio! T.T
Mi spiace davvero, non avevo previsto di dover fare così tanta fatica quest'anno

non non preoccuparti Lalli, anzi scusami, soltanto che avevo paura che avessi abbandonato per sempre il forum perchè non ti eri più fatta sentire, ma invece scopro che sei ancora viva....scusami davvero tanto!!!! studia pure, anzi bravissima, e perdonami, volevo solo sapere s c' eri ancora, mi basta che hai risposto, e non ti do più fastidio lo prometto, le mie più grandi scuse sul serio, buona fortuna!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! :inchino: [smilie=good.gif]
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da EragonEldunari » 26 gennaio 2014, 0:18

Questa è la mia ff preferita!!
Non so se ti ricordi di me Lalli, ero un rompiscatole che commentava sempre questa bellissima storia… e devo dire che rileggendo quello che ho scritto lo scorso giugno mi sono vergognato… mi dispiace averti mancato di rispetto, le mie più umili scuse. Cioè ora sono da iPad e tengo lo zoom solo sul testo, quindi non vedo chi scrive cosa, nei miei commenti, sono andato a vedere chi li avesse scritti, pensando "Chi è sto bambino odioso che e come ca**o si permette di commentare in questo modo" e invece ero io D:
Tengo particolarmente alla tua ff, cara Lalli, non solo per la sua interessantissima trama e il modo impeccabile in cui è scritta dal punto di vista grammaticale, ma anche perchè è qui, nella tua ff, che ho conosciuto la mia amica smeraldina :D ed ho quindi con te un gran debito Lalli!
Grazie per avermi sopportato Lalli, spero proprio che tu non abbandoni questa ff, e ti auguro tutto la fortuna possibile per l'ultimo anno ;)
Vivi come se tu dovessi morire domani, impara come se tu dovessi vivere per sempre.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 18 settembre 2014, 16:15

22. Aria di partenza
Quando Durza lo Spettro entrò nella mia stanza accompagnato da Alba credetti che si trattasse dell'ennesima illusione data dalla mia mente disturbata. Eppure le dita di lei sulla mia fronte erano reali e anche il tono allarmato nella voce dello Spettro.
E furono proprio le sue mani a curare con delicatezza le ferite rimaste sul mio corpo, accompagnate da parole di magia.
Cercai più volte i suoi occhi, cercavo un lampo di comprensione, di complicità. Qualcosa che mi guidasse i pensieri. Lo ricordavo sanguinante, delirante, disperato, ricordavo il bacio senza perché che ci eravamo scambiati. Eppure lo Spettro pareva abbassare accuratamente gli occhi ovunque, tranne che sul mio viso.
Quando le parole sussurrate da Durza cessarono, Alba mi si avvicinò con un piatto fumante e mi dovette imboccare per farmi sorbire la zuppa di verdure.
Una volta curata e nutrita lo Spettro mi sollevò dal mio letto e uscì dalla stanza. Ebbi un tremito, realizzando che probabilmente il tragitto sarebbe finito nella sala delle torture, ma con mio immenso sollievo, Durza si incamminò in direzione oppposta, salendo le scalette di pietra.
Mi permisi di chiudere gli occhi e di rilassarmi. Forse le promesse che mi aveva fatto mentre delirava non erano così infondate come credevo, forse voleva veramente allearsi con i ribelli, stanco del potere che Galbatorix aveva su di lui.
Riconobbi le scale che avevo salito la notte in cui avevo tentato la fuga -un'eternità prima- e anche la porta di legno di quercia che avrei dovuto aprire per trovare un rampicante che avrebbe favorito la mia fuga. Dietro la porta c'era una camera da letto calda e accogliente, ma ci fermammo solo dietro ad un'ulteriore porta, dove trovammo una vasca di rame piena di acqua fumante.
«Arya mi senti?» domandò Durza.
Provai a rispondere ma riuscii solo a balbettare con voce roca: «S-Sì».
Mi sembrava che tutti i cavalli dell'esercito imperiale mi avessero travolta e gli sforzi di Durza per rimettermi in sesto parevano pressoché nulli. Come puoi sperare che un vaso di vetro torni integro se prima non si hanno raccolto tutte le schegge? E sopratutto come puoi pensare che tornerà esattamente liscio e immacolato come lo era al principio?
«Va tutto bene. Adesso verrà una ragazza e ti aiuterà a fare un bagno, quando starai meglio ti farò una proposta».
«Non ti dirò nulla». Furono le uniche parole che dissi, non un grazie, non una domanda. Mi sentivo al contempo rassicurata e minacciata.
«Va tutto bene» ripeté lui. «Non ti farò del male. Ti ho promesso che ti avrei aiutata e ho intenzione di farlo. Sei salva».
Non mi riuscì facile credergli. Forse perché continuava ad evitare di guardarmi, forse perché era dura credere alle parole che sognavo di sentire pronunciare da mesi. Che tutto andava bene, che non dovevo preoccuparmi, che altri potevano soffrire e preoccuparsi al posto mio.
Mi sentii adagiare a terra e poco dopo la porta fu nuovamente aperta da Alba, che riconobbi dai capelli biondi.
«Guarda come ti ha ridotta» gemette lei. «Mi dispiace tanto, io avrei voluto farti fuggire, volevo salvarti, ma non ci sono riuscita».
E scoppiò a piangere.
«Hai fatto molto per me, ti ringrazio» biascicai.
«Cosa ti ha proposto?» chiese tra le lacrime, aiutandomi a spogliarmi. «Non credergli, non credere a nulla di ciò che ti ha detto e che ti dirà. E' una bugia, le sue sono sempre bugie. Ti venderà al re, che ti spremerà come un limone maturo. Io credo.. credo che la tua ultima possibilità di sfuggirgli sia ucciderti prima di arrivare alla capitale».
La ascoltai con la testa che pulsava e con l'attenzione che vacillava, mentre mi sosteneva e mi adagiava nella vasca. Un profondo gemito di piacere sfuggì dalle mie labbra non appena le mie membra toccarono l'acqua. Cercai di ricordare l'ultimo vero bagno decente che avessi fatto -da cosciente si intende- e la mia mente si perse ad un'eternità prima, quando ancora vivevo tra i Varden e la mia vita non era stata massacrata.
Mi concentrai sull'intensa sensazione dell'acqua calda sulla pelle e non riuscii a percepire nient'altro, nemmeno la voce di Alba. Quindi mi vergognai per il mio materialismo quando lei mi chiese, con voce ferita: «Ma mi stai ascoltando?»
«Perdonami» sussurrai, «ora sono troppo stanca».
La mia risposta debole e secca parve infastidirla. Raccolse i miei vestiti da terra, mi porse un pezzo di sapone e degli oli profumati e poi uscì chiudendosi la porta alle spalle con malagrazia.
A dire il vero il suo atteggiamento non mi toccò più di tanto. Insomma avevo sfiorato la morte innumerevoli volte negli ultimi mesi, avevo tutte le ragioni di sbagliare qualcosa.
Mi lavai con assurda lentezza, ispirando ed espirando ad ogni singola azione, come se stessi compiendo un rito sacro. La mia pelle era secca, ruvida, tempestata di cicatrici frastagliate e di lividi violetti, ma non una ferita sanguinante era rimasta sul mio corpo.
Una volta terminato il bagno afferrai un panno posato sullo scaffale accanto alla vasca e mi ci avvolsi. Uscita dall'acqua finii per sedermi a terra, persino quelle poche azioni mi avevano sfiancata.
Nel silenzio percepii dei passi e un respiro provenire dalla stanza accanto e li identificai come quelli di Durza, quindi decisi a maggior ragione di non uscire, non avevo voglia di resistere alle sue parole melliflue in quel momento, avrei certamente ceduto.
Alba tornò dopo una decina di minuti con un abito e una sottoveste per me.
«La mia fascia e le mie brache?» domandai stancamente.
«Tra gli umani non si usa portare indumenti corti da uomo sotto i vestiti» rispose candidamente, con una risatina di scherno.
«Posso riaverli per favore?» mi impuntai. «Mi servono perché sono pratici».
Ancora una volta mi parve seccata. «Li laverò e domani li riavrai» disse.
Poi immerse un secchio nell'acqua e se ne andò, cominciando così a svuotare la vasca di rame.
Avevo a malapena indossato la corta sottoveste e mi ero nuovamente seduta a terra quando Alba entrò per riempire un secondo secchio. Mi risultava particolarmente fastidioso non avere un qualcosa a sostenermi il petto, che sentivo troppo libero, così come mi disturbava non avere addosso almeno un paio di pantaloni, anche se corti.
La ragazza uscì lasciando la porta aperta.
A quel punto notai lo specchio appeso alla parete alle mie spalle e incrociai il mio riflesso.
E mi pietrificai.
I minuti divennero ore.
Me ne stavo lì ferma , immobile, a guardare e riguardare il cadavere che mi sbirciava dal fondo dello specchio, incredula e sconvolta.
I miei capelli erano appena più lunghi di quanto ricordassi e ricadevano in onde umide fino alla mia vita. Erano l’unica cosa di me che appariva sana.
La pelle del mio viso era pallida, quasi giallastra, per non aver visto così a lungo la luce ed era tirata sulla fronte e sugli zigomi, spingendo in fuori le ossa del mio volto in maniera quasi inquietante. Come una membrana tesa su un teschio.
I miei occhi sembravano più grandi, incastonati nella magrezza del mio viso e non risplendevano più del verde degli smeraldi, come diceva sempre Fäolin. Erano opachi, ingrigiti, spenti. Sotto quello spettacolo desolante, due occhiaie scavate e nere mi davano l’aria di un’Elfa vecchia di millenni.
Tremando, mi arrampicai sulla parete, alzandomi in piedi.
La privazione di cibo mi aveva rubato le poche curve che avevo avuto in precedenza. Le ossa delle costole sporgevano sotto il seno. Quel poco che la fame mi aveva lasciato.
Le mie gambe e le mie braccia non erano ridotti a due traballanti stecchi solo perché i muscoli che avevo sviluppato in anni di allenamenti non avevano avuto il tempo di sparire, ma sapevo che per poterli riattivare al massimo della loro antica potenza avrei impiegato settimane.
Ogni pollice della mia pelle era straziato da raccapriccianti cicatrici rossastre ed infiammate.
Non reagii nemmeno quando una fiamma apparve nell’angolo destro in alto dello specchio.
Capii che erano i capelli di Durza solo quando lo Spettro si avvicinò abbastanza da entrare nella luce e mostrare il suo viso innaturalmente bianco.
Mi voltai lentamente verso di lui, senza nemmeno cercare di cancellare la mia aria smarrita dal volto e senza riuscire a vergognarmi del fatto di essere seminuda. Il mio non era un corpo che avrei dovuto temere di mostrare agli uomini per amore del pudore. Non c’era nulla che un uomo avrebbe mai potuto desiderare in quel cadavere.
«Ho visto che faccia ha la morte» sussurrai indicando lo specchio.
Lo spettro mi guardava finalmente in viso.
«Elfa fai spavento» disse semplicemente. «Mentre ero via hai forse scordato come si mangia?» E la sua espressione rasentava la pietà.
Volevo parlargli della noce vomica e del vomito sospettosamente ricorrente, ma non mi avrebbe creduta, anzi forse era stata addirittura una mia sensazione inautentica. E poi c'erano tante altre cose assurde: l'occhio bianco, i sogni, la minaccia di morte, le occhiatacce di Hillr. No, non era il caso di condividerle con lui, o mi avrebbe giudicata assai poco sana di mente e il suo sguardo era già un colpo basso al mio orgoglio.
«Il mio stomaco non funzionava più a dovere». La mia voce si affievolì. Sentivo gli occhi chiudersi per la stanchezza.
«Sei stanca?» domandò avvicinandosi.
«Infinitamente».
Mi prese in braccio. «Dormi Elfa, mi servi al più presto in forma».
Lo presi alla lettera: mi abbandonai contro il suo petto, evitando accuratamente di guardare quella nello specchio e piombai in un sonno così profondo da fare concorrenza a quelli che dovevano fare normalmente gli umani.
Per i seguenti tre-quattro giorni la mia vita fu uno scandirsi di routine. Ero debolissima e il mio stomaco si era talmente contratto da non poter sopportare molto più di una zuppa di verdure al giorno. Alba aumentò le dosi piano piano, per riabituarlo. Tuttavia non venne mai nella mia cella senza la compagnia dello Spettro, quindi non ebbe più occasione di parlarmi dei suoi sospetti e di mettermi all'erta.
Riottenei i miei indumenti e anche un paio di pantaloni e una camicia, anche se decisamente larghi, dovevano essere della divisa dei soldati.
Durza continuava a ronzarmi intorno e a parlare di partenza. Io non capivo cosa intendesse ma non gli chiesi mai spiegazioni, perché in fondo non le volevo. Volevo continuare a mangiare, riposare e lavarmi per il resto della mia vita. Erano azioni così piacevoli che a volte mi sembravano irreali.
Ma lo spettro incalzava sempre di più e venne la sera in cui, entrando nella mia cella con aria risoluta disse: «Domattina all'alba partiamo, Arya».
Spostai gli occhi dal soffitto al suo viso. «Per dove, spettro? Che cosa stai facendo esattamente?»
Durza incrociò le braccia sul petto. «Ricordi la sera che sono tornato da Uru'baen vero? Beh non stavo affatto scherzando. Il re mi ha umiliato, mi ha trattato alla stregua di un cane pulcioso e disubbidiente e io non posso sopportare di passare anche un solo altro mese al suo servizio. Per questo ho bisogno del tuo aiuto» disse, concludendo il discorso con un tono che virava sull'infastidito, come se gli seccasse vedersi costretto a chiedere aiuto a me.
«Ah dunque vuoi che io mi faccia un giretto per la capitale, uccida il re nel sonno e ti liberi dalla tua servitù giusto? Un giochetto da ragazzi, dammi un paio d'ore e sarà tutto finito».
«Non è il momento per il sarcasmo. Voglio che tu mi aiuti a cambiare il mio vero nome».
Scossi la testa lentamente «Dovresti cambiare profondamente un aspetto di te, non è come sostituire un paio di stivali» obiettai.
«Fingerò di ignorare la tua frecciatina ai miei poveri vecchi stivali principessa» disse ridacchiando, «ma il mio problema resta. C'era una persona, qui a Gil'ead che doveva aiutarmi, ma non ci è riuscita, forse perché è così simile a me che non c'è assolutamente nulla in me che potrebbe riuscire a cambiare. Invece tu ed io siamo come il giorno e la notte: tu saresti la persona perfetta per farmi fare qualcosa che finora non ho mai fatto, o pensare in modo completamente diverso rispetto a ciò a cui sono abituato».
Soppesai le sue parole. «E io che ci guadagno spettro?»
«La libertà».
Sbuffai sarcastica. «E sono pronta a giurare che non vorrai mai ripetere le tue parole nell'antica lingua, quindi io..»
«Se mi aiuti, ti lascerò libera» mi interruppe. Le parole gli erano uscite di bocca con il suono dolce e melodioso della mia lingua madre, una lingua che nessuno mi parlava da così tanto tempo che gli occhi mi si inumidirono per la nostalgia.
La mia Ellesméra. Guardai Durza e l'espressione determinata che aveva stampata in viso. Forse era sincero, anzi doveva esserlo siccome lo aveva giurato.
Forse avrei rivisto la mia città, le mie campanule, cantato fiori alle tombe di Glenwing e Fäolin, detto a mia madre che nonostante tutto le volevo bene, ringraziato Oromis e Glaedr per la loro pazienza e il loro aiuto, abbracciato Rhunön..
Le cose che avrei potuto fare una volta libera, saltarono sullo specchio placido della mia mente come pesci impazziti.
«Allora è un sì?» insistette lo Spettro. «Partirai con me?»
«Ho veramente altra scelta?»
Ridacchiò. «Effettivamente no. Se rifiuti dovrò impedire al re di mettere le mani su di te e l'unico modo per farlo sarà ucciderti».
«Oppure potresti liberarmi e basta» proposi cautamente.
«Elfa, sapendomi in giro mi manderai contro l'intero esercito Varden ed Elfico. Anche io ho bisogno di garanzie».
«Potrei giurarti di non farlo» ribattei.
Alzò un sopracciglio. «Davvero potresti?»
Tacqui per qualche istante, qualche istante di troppo.
«Come pensavo» riprese lui. «Sarebbe troppo difficile per te l'idea di rinunciare a mettermi le mani addosso. E comunque, se permetti, vorrei guadagnare qualcosa da questi mesi sprecati a torturarti con tutte le mie abilità. Accetta, Arya, è così semplice. Accompagnami, aiutami e sarai libera».
«E dove andremo?»
«Te lo spiegherò strada facendo».
Avrei dovuto rifletterci a lungo e ponderare la situazione ma la proposta era così allettante che la mia impulsività ebbe la meglio. «Allora sì, ma ripeti il giuramento».
Lo fece. Sei volte di fila, in modo da togliere qualunque ambiguità dalla sua promessa.
Mi lasciò con un sorrisetto e la notizia che sarebbe tornato a prendermi all'alba.
Più tardi pensai a quanto era successo. Per tutte quelle settimane, Durza mi aveva tolto ogni possibilità di vedere un futuro nella mia vita, anzi aveva ridotto la mia stessa esistenza ad un debole trascinarsi attraverso ore e sofferenze.
Quella sera aveva riaperto di botto le finestre, e il vento aveva spazzato via la polvere. I miei sogni, le mie aspettative e le mie certezze riaffioravano timidamente, permettendomi di tornare ad essere una persona.
Mi aveva comprata offrendo come moneta me stessa. Aveva aggirato le mie resistenze promettendomi il lontano bagliore di un'esistenza degna di essere definita tale.
Aveva il mio più sconfinato odio e la mia eterna gratitudine per quello.
Non avevo più alcun timore di ciò che sarebbe iniziato il giorno dopo. Ero viva, ero prostrata ma ancora integra, e avevo stretto un patto con un demonio. Più di così che poteva capitarmi?

________________________________________________________________________
Ciao sono tornata, vi ringrazio per la pazienza, non uccidetemi vi prego e ci vediamo domenica con il prossimo capitolo :D
Ultima modifica di Lalli il 21 maggio 2015, 11:59, modificato 2 volte in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Demonietta97 » 20 settembre 2014, 21:23

meraviglioso...
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 21 settembre 2014, 11:31

23. Piani folli ed alleanze inaccettabili
Quando sentii dei passi per le scale, qualche ora dopo, credetti che si trattasse di Durza. Ma il fruscio era addirittura più leggero della sua camminata quindi non poteva essere lui, eppure fu proprio lui ad entrare nella mia cella un attimo dopo, chiudendosi la porta alle spalle.
«Dovevo parlarti disperatamente» disse pianissimo, con la voce di Alba.
«Alba?» domandai stupita.
«Ssst! Ti prego!» implorò. E fu un'esperienza assurda vedere un'espressione implorante sul viso dello Spettro.
«Ti sei.. Come hai..?» non riuscii a completare la domanda perché mi stavo già rispondendo da sola. Magia. Alba era una maga, e anche abile se era riuscita a mascherare così bene il suo aspetto.
«Non è come sembra» si affrettò a dire, sedendosi accanto a me sul letto. «Mi sono fatta aiutare, ma conosco qualche rudimento di magia, hai ragione».
«Ecco come sei riuscita a farmi fuggire» osservai piattamente, «i soldati non si erano intrattenuti volontariamente, li hai obbligati».
«Volevo salvarti» pigolò lei. E per la prima volta vidi una lacrima solcare le guance pallide di Durza.
Non riuscivo a guardarla e a crederle con indosso le spoglie dello Spettro, era una contraddizione vivente il fatto che lei avesse il suo corpo, che ciò che rappresentavano per me innocenza e crudeltà convivessero, anche solo per qualche minuto, in una sola entità.
«Lui ha ucciso quelle guardie» aggiunse Alba. «Sono morte per colpa mia e, indirettamente, per colpa tua».
«Cosa sei venuta a fare?» domandai, scacciando il dolore della sua affermazione ed evitando di guardare gli occhi cremisi che appartenevano a Durza.
«Metterti nuovamente in guardia. Pochi giorni fa non hai prestato ascolto alle mie parole, ora ti prego di farlo. Lui ti ingannerà, non ha intenzione di mantenere il giuramento. Una volta che ti avrà lasciata libera farà in modo che tu venga catturata dal re in persona».
«Come sai delle promesse che mi ha fatto?» domandai sospettosa.
«L-lui.. Durza è.. Insomma a volte mi dice distrattamente qualcosa» balbettò.
Cominciai ad intuire qualcosa. «Siete in rapporti stretti dunque» dissi gelida. E mi parve incredibile di essermi un tempo fidata di una donna che era probabilmente l'amante del mio nemico.
«Io lo odio» disse lei con una voce terribile. «lo odio come odio il re. Forse sono una sua concubina, ma come potrei mai evitarlo? Sono solo la sua serva, ciò che lui desidera io devo farlo. Non è colpa mia!» E scoppiò di nuovo a piangere.
Ero abbastanza stanca ed imbarazzata per i suoi continui piagnistei, ma era umana, dovevo avere pazienza. Probabilmente non sapeva neppure lei cosa stava facendo e le pareva inconcepibile che il suo padrone avesse proposto a me un patto per salvarmi, mentre ai suoi occhi lui era solo un essere capace di malvagità.
«Va bene» accennai, sperando si calmasse, «farò attenzione».
Scosse la testa e i capelli rossi di Durza si agitarono nell'aria. «Non c'è speranza per te, o riesci a fuggire durante il viaggio -ma credo che lui ti troverà- oppure non ti resta che la morte».
Sempre più turbata, mi massaggiai le tempie. Non potevo fidarmi né di lei né di Durza.
Lo Spettro poteva avere veramente intenzione di liberarmi per poi farmi catturare da altri, magari era davvero fedele al re, nonostante lo negasse.
Alba era una povera umana sin troppo vittima delle proprie emozioni. Eppure mi aveva celato qualcosa e non mi era ancora chiaro chi poteva averla aiutata a prendere le sembianze di Durza e perché. Forse era più intelligente e furba di quanto lasciasse intendere, magari era stata lei stessa a trasfigurarsi, forse era in realtà una maga potente, anche se si comportava come un ragazzina disperata.
Mi ritrovai sotto al naso una fialetta di un liquido nero.
«Cos'è?» domandai.
«Veleno» fu la tremula risposta. «Se le cose dovessero andare molto male potrebbe servirti».
«Ti ringrazio» dissi, ma non lo pensavo veramente. Avevo appena ripreso in mano la mia vita, non volevo uccidermi, anche se pur di non finire in mano a Galbatorix lo avrei fatto.
«Addio» sussurrò Alba, «e buona fortuna».
Mi abbracciò. Sorvolando sul fatto che già di mio non amavo gli abbracci, essere abbracciata dal corpo di Durza fu piuttosto spiacevole. Picchiettai leggermente la mano sulla sua spalla, in imbarazzo.
Fui in qualche modo sollevata quando se ne andò dalla stanza. Dal modo in cui gli armigeri si affacciarono subito dopo capii che dovevano aver credo che fossi stata io a piangere in quel modo, visto che quello che loro avevano fatto entrare era il loro padrone e sicuramente non poteva essere stato lui. Mi scrutarono dallo spioncino con curiosità, ma alla fine tornarono ai loro posti.
Stappai la boccetta e annusai il suo contenuto. Fricai Andlat. Il gambo di quel fungo era un potentissimo veleno ad azione rapidissima. E paradossalmente l'unico antidoto possibile era la stesso cappello del fungo. Se avessi bevuto un solo sorso di quell'infuso, Durza non sarebbe nemmeno arrivato a capire cosa mi stesse succedendo prima di vedermi morta a terra.
Mi rifiutai di credere alle parole di Alba, avevo paura che mi avesse detto la verità. Tuttavia nascosi il flaconcino di veleno nel mio nuovissimo stivale sinistro, per precauzione.
Non vedevo la luce esterna dalla mia cella, quindi quando sentii il suono dei passi di Durza non sapevo che ora del mattino potesse essere.
Potevo solo immaginare la perplessità dei suoi uomini nel vederlo tornare dopo poche ore.
Avevo deciso di non dirgli nulla di Alba, volevo tenermi aperta la possibilità di sembrare completamente sicura dell'affidabilità della parola dello Spettro, così da poterlo cogliere di sorpresa nel caso succedesse qualcosa.
«Dovremo lasciare la città prima che il sole sorga del tutto» mi informò. «I miei soldati non dovranno sapere nulla della tua partenza».
Con questo pretesto mi legò le mani e mi portò fuori dalla cella, in modo da sembrare una prigioniera in piena regola. Lo seguii nel suo palazzo, su per le scale e oltre il portone di quercia.
L'ultima volta che ero stata lì ero così sfinita da vedere solo nebbia intorno a me. Quella volta vidi invece una camera spaziosa, con un letto a baldacchino posto in un angolo, un paravento e una cassapanca appoggiati alla parete opposta al letto. Un grande camino troneggiava vicino a una libreria ricolma di libri e pergamene, affiancato da una poltrona imbottita. Esattamente di fronte alla porta si apriva una finestra di vero vetro, semi nascosta da pesanti tende nere. Il pavimento era coperto da un morbido tappeto rosso cupo, lo stesso che nascondeva le scale. L'ambiente era piacevolmente caldo e accogliente, nonostante fosse la camera da letto dello spettro, come intuii dal mantello di pelle di serpente appeso ad un gancio accanto alla cassapanca.
Ricordavo il giorno in cui Durza lo aveva indossato, quando Lord Barst mi aveva prelevata dalla mia cella per torturarmi.
Ebbi un sussulto quando, dalla porta che sapevo nascondere la stanza da bagno, uscì una copia esatta di me stessa, che rimasi a fissare ad occhi sgranati.
Quella "me" fece un inchino profondo in direzione di Durza mormorando un: «Mio signore».
Riconobbi subito la voce di Alba ed ebbi un inspiegabile brivido di gelo.
«Elfa, ti presento la te stessa che rimarrà qui a coprire la tua assenza, mentre saremo via» disse Durza.
Mi voltai bruscamente verso di lui e lo rimbrottai rabbiosamente. «Spettro è rischioso. Se la scoprissero la ucciderebbero».
Mi rivolse un sorriso di scherno. «Come sei pateticamente premurosa e altruista stamattina».
«Mi rifiuto di farla morire per me» ribattei.
«Non le succederà nulla, te lo posso garantire» fu l'asciutta risposta. «Ora devi cambiarti d'abito, non si è mai vista una donna girare in pantaloni per Alagaësia. Forza, sbrigati!»
Alba mi venne incontro porgendomi una sottoveste e un abito di stoffa marrone rossastra, non troppo grezza, ma non troppo raffinata, insomma quello che indosserebbe una mercantessa benestante ma non ricca.
Andai nel bagno a cambiarmi e anche qui la stanza mi apparve molto più ricca di dettagli di come l'avevo vista qualche giorno prima. Era piccola e angusta, con il pavimento in pietra fredda ma levigata.
La vasca di rame era fissata nel pavimento e sopra di essa erano appesi scaffali di legno che contenevano pezzi di sapone e bottiglie di vetro. Notai con curiosità che in un vaso di terracotta cresceva una piantina di menta, doveva essere quella che masticava Durza. Evitai accuratamente di guardare in direzione dello specchio.
Mi cambiai, ma decisi di tenere la fascia e le brache e tenni anche la fiala di veleno nerastro nello stivale.
L'idea di lasciare Alba a rischiare la vita per me non mi piaceva. Non mi fidavo di lei ma non volevo neppure che l'ennesima persona morisse per colpa mia. Alla fine risolsi il mio conflitto, capendo di rappresentare un pezzo ben più importante nella scacchiera di Alagaësia. Anche se innocente, Alba era più sacrificabile di me.
In seguito Durza modificò i miei lineamenti fino a farmi assumere quelli della ragazza, che a quel punto mi guardò con un'espressione che rasentava la disperazione. La disperazione comprensibile di chi viene lasciato indietro a rischiare per qualcuno che forse non lo merita.
Era la seconda maschera che indossava in quella giornata e vedere la disperazione sui miei lineamenti fece uno strano effetto.
Quando finalmente ci avviammo alle stalle l'alba stava sorgendo. Durza mi lasciò qualche minuto in compagnia dei cavalli, senza dimenticare di incatenarmi un polso ad un anello appesa al muro, destinato probabilmente agli animali. Anche se avevamo stretto una sorta di patto, decisamente non c'era fiducia reciproca tra di noi.
Approfittai di quel momento per allentare la fascia, dato che il seno di Alba era più abbondante del mio e la stoffa mi stringeva in maniera insopportabile.
«Alba ha preso il tuo posto nella cella» mi annunciò lo Spettro, tornando con le bisacce da appendere alla sella del cavallo.
Sellò un animale forte dal mantello marrone scuro. Probabilmente il suo cavallo da guerra grigio, che nitriva lì accanto, era troppo appariscente per andare ovunque dovessimo andare.
«Perché tu capisca bene come stanno le cose, Elfa» disse poi con espressione burbera, «questo» e mi strinse la mano serrata nella morsa dell'anello di ametiste, «è un incantesimo che io solo posso rompere. Se morissi prima di avertelo sciolto avrai una bella gatta da pelare prima di recuperare i tuoi poteri, chiaro? E come se non bastasse» proseguì, prima che potessi rispondere, «questo mi farà stare più tranquillo».
E strinse una robusta e sottile catena al mio polso destro, lunga poco più di una iarda, che poi legò al suo.
«Credevo che la nostra fosse un'alleanza» obbiettai.
«Io lo definirei un compromesso, per ora».
«E chi mi garantisce che tu stia cercando di ingannarmi?»
«Dovrai fidarti di me per qualche tempo» rispose, tirando il cavallo per le briglie e conducendolo fuori dall'edificio, nel bel mezzo della piazza militare.
A quel punto dimenticai il battibecco con lo Spettro e anche ogni altro sospetto, perché vidi il sole affacciarsi sui tetti aguzzi delle case, luccicanti di neve che doveva essere caduta quella notte. Respirai l'aria ricca e fresca del mattino e mi riempii gli occhi dello spettacolo della luce che inondava il mondo. Quando Durza montò a cavallo le lacrime mi lambivano le ciglia e le nascosi avvicinandomi all'animale e issandomi alle spalle dello Spettro.
Hillr uscì dall'ala che conduceva al palazzo pochi istanti dopo, reggendo altre due bisacce a tracolla. Alla vista dell'uomo mi tesi automaticamente, sulla difensiva e sollevai il cappuccio del mantello sui capelli biondi di Alba.
«Ti auguro buon viaggio, mio signore» disse il siniscalco, porgendo al suo padrone una bisaccia dopo l'altra.
Una mi fu consegnata e la misi a tracolla sotto il mantello.
«Mi raccomando Hillr» aggiunse Durza, «lascio tutto in mano tua. Se il re manda messaggeri riferisci che sono impegnato in una missione per procurargli ciò che desidera. Non lasciare che nessuno si avvicini alla prigioniera, escluse le guardie e la cameriera che d'ora in poi si occuperà dei suoi pasti. Tu non fai eccezione alla regola» specificò. «Se quando torno troverò in lei un solo capello fuori posto, tu sarai il primo a morire male». E lo disse con una tale veemenza che cominciai a sospettare che Alba fosse in realtà una persona davvero importante per lui, nonostante fosse solo una sua serva, o almeno secondo quanto mi aveva detto lei.
Ricevute le dovute rassicurazioni dall'uomo, Durza strinse lievemente i talloni sui fianchi del cavallo, partendo a passo lento.
Mi voltai per guardare di sfuggita Hillr e mi avvidi che mi fissava. Quando i nostri occhi si incontrarono lui annuì e mi fece un cenno di saluto, con un'aria complice da congiurato.
Impiegai qualche istante per realizzare che quei gesti non erano per me, bensì per Alba. Che avevano intenzione di combinare quei due?
«Non parlare fino a che non saremo fuori Gil'ead» mi ordinò Durza.
Gli obbedii, in ogni caso in quell'istante non avrei avuto una gran voglia di parlare. Respiravo aria fresca come se dovessi morire annegata da un momento all'altro. Quando il portone della fortezza si aprì ed uscimmo dalle mura il mio cuore prese a battere impazzito e continuò a palpitare per tutto il tragitto fino alle mura più esterne della città.
Quando ero arrivata a Gil'ead era notte fonda, quindi non avevo visto con chiarezza il panorama intorno a me. Il territorio aspro era velato qua e là da qualche insistente chiazza di neve e qualche boschetto rinsecchito. Tutto quello spazio aperto.. mi sembrava non dovesse finire mai.
Mentre io e lo Spettro uscivamo dalle mura, un gruppetto di uomini vestiti di pellicce si avviava verso la città. Non riconobbero Durza, che aveva il mantello calato fino agli occhi e indossava abiti dimessi.
Guardandoli attentamente capii che doveva trattarsi di cacciatori che si recavano in città a vendere le loro pelli di prima mattina. Passammo accanto a loro e potei sentire il puzzo di cadavere e, quando guardai le pellicce che stavano trainando su una slitta, mi avvidi che erano di lupo.
Stavamo scendendo lungo l'altura su cui sorgeva Gil'ead quando il scintillio del lago Isentar, parzialmente incrostato di ghiaccio, mi abbagliò al punto da costringermi a voltarmi dall'altra parte e a perdere nuovamente lo sguardo nello spazio infinito che avevo davanti.
Ma non appena il cavallo si diresse verso sud, tutta la mia eccitazione svanì in un attimo.
«Durza dove mi stai portando?» gridai allarmata. Stavano cavalcando verso Uru'baen.
Si voltò verso di me ridacchiando. «Paura elfa?» E tornò a guardare la strada davanti a sé.
Mi agitai inquieta sulla sella, combattuta tra l'orgoglio e il bisogno disperato di sapere. Finii per stringere con forza il suo mantello e strattonarlo verso di me, senza dire nulla.
«Rilassati Principessa» fu il suo commento, «facciamo qualche lega verso sud e poi viriamo a ovest. Non voglio aiutare il re più di quanto non abbia già fatto, quindi è mia intenzione evitare la capitale, contenta?»
Abbastanza. Tornai a stringermi alla sua cintura per non essere sbalzata via dalla sella e tacqui, girandomi in continuazione per vedere Gil'ead diventare sempre più piccola e il mondo aprirsi come un'enorme teatro davanti a me. Non potevo fare a meno di pensare che casa mia era esattamente nella direzione opposta a quella in cui stavamo cavalcando e una parte di me sperava, illusa, che Durza volesse dirigersi a sud, sempre più a sud, dritto nelle braccia dei Varden, a consegnarsi e a offrire la propria alleanza.
Cavalcammo fino al primo pomeriggio, quando il sole pallido batteva ormai a picco sulle nostre teste.
Quando ci fermammo ottenni da Durza lo scioglimento momentaneo della catena che ci univa, giusto il tempo per esaudire i miei bisogni fisiologici. Non appena mi fui ricomposta mi chiesi se valesse la pena tentare di fuggire, ma mi dissi che non era il caso, ero ancora troppo debole e priva di poteri. Forse mi conveniva tentare di traviare lo Spettro e trascinarlo dalla mia parte, o anche solo aspettare il momento migliore e ucciderlo, o darmela a gambe.
Nonostante tutto tornai nella sua direzione, come un condannato si muove verso il patibolo.
Durza era seduto su una grossa pietra e stava frugando in una bisaccia, fino a che non ne trasse due pezzi di pane e strisce di carne secca. Rifiutai sdegnosamente la carne, presi il mio pane e mi appoggiai con la schiena ad un albero, in piedi.
«Per quanto hai intenzione di tenermi nascosta la meta del nostro viaggio, o uomo del mistero?» domandai non senza sarcasmo.
Non accolse la mia provocazione. «Andiamo a Dras-Leona» fu la risposta coincisa.
Aggrottai le sopracciglia. «A fare cosa spettro? Per cambiare il proprio vero nome non è necessario viaggiare così tanto, potevi benissimo farlo da Gil'ead».
«Non ti ho detto tutto» biascicò, con la bocca piena.
Tacqui, aspettando che finisse di parlare, ma pareva intenzionato ad aspettare che glielo domandassi, quindi accontentai il suo capriccio. «Allora spiegami.»
«Io voglio deporre Galbatorix, Elfa, ma non voglio perdere la mia occasione. Quando mi ribellerò a lui voglio avere nelle mie mani i mezzi per sconfiggerlo».
«Unisciti ai Varden!» lo interruppi precipitosamente. «Chi è contro il tuo nemico è tuo amico».
Fece un ghigno. «Oh ma anche i Varden sono dei nemici per me. Desidero la morte del loro capo più di quanto desideri quella del re».
«Che male ti ha mai fatto Ajihad, oltre ad umiliarti in un duello?»
Notai con piacere che la mia affermazione lo aveva infastidito. «Non era solo, Principessina, altrimenti non sarebbe vissuto abbastanza per raccontartelo. Nessuno può battermi in un duello, e sicuramente non un semplice umano» concluse, colmo di disprezzo.
«E pensi di trovarlo a Dras-Leona? Se sei sulle tracce di Ajihad per ucciderlo, Spettro, non avrai alcun aiuto da me, nemmeno se mi promettessi di restituirmi gli ultimi tre mesi di vita!»
«Sei sempre più noiosamente prevedibile» mi informò. «Comunque non sono queste le mie intenzioni». Mi guardò di sottecchi. «Voglio offrirti qualcosa in più della tua libertà, elfa, ma voglio i tuoi servigi».
«Arrivi tardi. La mia lealtà va al mio popolo, ai Varden e al drago che si cela nell'uovo di zaffiro, e a nessun altro».
Sbuffò. «Atrocemente prevedibile, piccola Elfa!»
Incrociai le braccia. «Si chiama coerenza».
«Si chiama testardaggine! Non chiuderti tutte le vie!» Ribatté rabbiosamente. «Se io potessi offrirti una possibilità di sconfiggere il re cosa faresti?»
«Stenterei a crederti» ammisi.
«Bene, allora dovrò convincerti!» E i suoi occhi fiammeggiarono, spazientiti.
«Prego».
«Spero di trovare aiuto a Dras-Leona. Il re ha un segreto, la fonte del suo sconfinato potere. Ho cercato per anni un modo per neutralizzare quel potere, senza risultato. Nemmeno l'incantesimo che ho fatto su di te ha funzionato». Ed accennò al mio indice sinistro. «Tuttavia, devo ammettere che quel trucco non è esattamente una mia invenzione.. Mi sono ispirato ad un incantesimo coniato dai sacerdoti dell'Helgrind».
Cominciai a capire dove volesse arrivare e mi venne la pelle d'oca. «Non vorrai..?»
«Loro potrebbero conoscere un modo per rendere inoffensivo quel potere. Sono l'unica setta che studia la magia nera e conserva memoria dei propri studi. Avranno un archivio e se lo consultassimo potremmo trovare qualcosa».
«Ma di quale potere stai parlando? E.. i sacerdoti? Non ti aiuterebbero mai, loro non hanno nulla da guadagnarci in tutto questo».
«La sconfitta del re sarebbe abbastanza per loro».
«Loro servono i Ra'zac, che servono il tiranno, quindi in modo indiretto sono suoi servi!»
«Non è ciò che vogliono!» Mi contraddisse di slancio. «Anni fa ebbi un affare con i sacerdoti dell'Helgrind. Dovevo avere un libro da loro, ma quando andai a Dras-Leona per fare lo scambio mi proposero un'alleanza contro il sovrano. I Ra'zac non sanno nulla di ciò che i loro adoratori stanno organizzando. I sacerdoti sono convinti che i loro dei siano troppo misericordiosi e non possano fare a meno di aiutare Galbatorix e che quindi egli sia un ostacolo alla loro gloria».
«E sicuramente penseranno lo stesso di te. Io non entrerò con te nella tua tomba, Spettro. Come hai detto tu praticano arti oscure da secoli, nemmeno il mio popolo sa fino a che punto si è spinta la loro depravazione».
«Magari hanno intenzione di servirsi di me fino a che il sovrano non sarà sconfitto, per poi uccidermi. Ma fino a quel momento io sono un alleato prezioso per loro e non getteranno via l'occasione, mi aiuteranno se possono. Non conoscono il segreto del potere del re e sarà facile ingannarli».
«Non mi hai ancora detto di che potere stai parlando» gli feci notare.
Sorrise con amarezza. «Perché non posso».
Ah. Pensai che se lo avessi aiutato a cambiare il suo vero nome sarebbe stato libero dai vincoli che lo legavano a Galbatorix, sempre che tutto ciò che mi aveva detto non fosse un'accozzaglia di menzogne.
«Voglio che tu mi aiuti a trovare ciò che mi occorre, a cambiare il mio vero nome e poi a sconfiggere il re. Non voglio nessuna interferenza da parte di elfi, nani, Varden, gatti mannari e così via. In questa alleanza ci siamo solo io, te e un'altra persona che ti presenterò una volta tornati a Gil'ead, una mia vecchia amica».
Lo guardai sprezzante. «Se credi che io..»
«Tu devi accettare, Arya. Fa parte del tuo compito e anche dei tuoi desideri. Se c'è una possibilità, anche solo remota, che Galbatorix venga sconfitto senza ulteriori scontri e perdite è tuo dovere analizzarla attentamente, almeno».
Mi morsi le labbra. In parte aveva ragione, ma non mi fidavo totalmente di lui e del suo repentino cambiamento da carceriere a salvatore. E non desideravo affatto incontrare i Sacerdoti.
Ma la mia vita aveva smesso di appartenermi il giorno stesso in cui avevo giurato di salvare Alagaësia.
«Giurami che non stai mentendo. Giuramelo» pretesi.
«Lo giuro sulla mia testa» disse nell'antica lingua.
«E ora dimmi perché lo fai».
«Non voglio Galbatorix sopra di me piccola Elfa, io voglio essere un uomo libero».
«Ma vuoi anche la morte di Ajihad».
«Ti ho detto che i Varden non sono inclusi nel nostro accordo».
«E nemmeno il futuro di Alagaësia lo è» gli feci notare.
«Non credi» cominciò con una punta di sarcasmo, «che una volta sconfitto Galbatorix, semmai io dovessi diventare un problema vi sarà decisamente facile mettermi a tacere?»
Annuii. «Sì, sta bene».
«E ora tocca a te, Arya».
«Cosa?»
«Mi devi un giuramento».
«Io non devo..»
«Giurami che non mi tradirai» mi interruppe, guardandomi con aria di sfida.
Tentennai. Non tradirlo significava non consegnarlo ai miei alleati una volta finito tutto, ma nemmeno cercare vendetta per ciò che mi aveva fatto. Per me era un grosso sacrificio e le immagini di Glenwing e Fäolin morti mi balzarono ammonitrici alla mente. Tuttavia non potevo vivere per il passato e i morti, purtroppo, non hanno alcun potere sul futuro.
«Hai la mia parola d'onore» dissi, lentamente.
«Bene» disse Durza, alzandosi in piedi e porgendomi il braccio sinistro, per suggellare l'accordo secondo il costume degli uomini.
Glielo strinsi. «Bene» ripetei.
«Ora vediamo di metterci all'opera immediatamente» disse, prendendo in mano una ciocca dei miei capelli e ricordandomi all'improvviso che avevo ancora l'aspetto di Alba.
Poi le sue dita scivolarono sul mio polso e sentii la catenella tintinnare.
«Ma davvero, Durza?» lo provocai. «Finalmente stringiamo qualcosa di simile ad un'alleanza e tu mi vuoi incatenare?»
Assunse un'espressione sospettosa. «Quando hai ragione hai ragione» disse. E mi lasciò con palese reticenza.
Poi raccolse la sua bisaccia da terra, slegò il cavallo e ci montò sopra.
«Vuoi le redini, mia signora?» mi domandò con un ghigno.
«Preferisco guardarti la schiena, grazie». E mi issai dietro di lui.
«Ho sempre saputo di piacerti» fu la sua risposta irriverente.
Riprendemmo a cavalcare.
Qualunque cosa fosse successa da quel momento in poi sarebbe stata un'avventura incredibile, ne ero certa, come ero certa che nessuna ballata avrebbe mai dovuto raccontarla.

_________________________________________________________________________________
Demonietta grazie :innamorato:

Per chi preferisse leggere la storia su EFP la trovate qui :cool:
http://www.efpfanfic.net/viewstory.php?sid=1559072&i=1
Ultima modifica di Lalli il 21 maggio 2015, 12:06, modificato 2 volte in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Demonietta97 » 21 settembre 2014, 12:31

Ieri sera non ho avuto il tempo per scrivere un commento decente (anche perché ho una mano rotta e ci metto un po'), ma ora mi darò da fare... ;)

Questa storia è semplicemente magnifica! L'idea è originale, ben sviluppata, e avendo letto la ff in una giornata (eh si: mi ha tenuta incollata allo schermo! Ho avuto giusto il tempo di sbrigare le faccende di casa e scuderia), ho notato facilmente il cambiamento che si è concretizzato nel tuo modo di scrivere da quando l'hai cominciata.. La narrazione è dinamica, fluida, e se nei primi primi chap c'era qualche incertezza o dei passaggi non apparivano perfettamente chiari, nel giro di 3 post hai risolto alla grande. Per quanto ho letto, sembri migliorare ad ogni pubblicazione...

E rinnovo i miei complimenti per l'originalità: voglio dire... Arya e Durza!!!? Ti adoro! :O :O :O

Continua così!!

P.s: Per il discorso della "lingua abbietta" confesso che l'ho interpretata anche io come te: per com'era scritto (e anche io ho letto Eragon in lingua originale) Chris ci ha tratte in inganno.. XD

P.p.s: La tua ff è verosimilissima, tranne per gli amanti dell'equitazione... Purtroppo come tantiiiissimi, hai fatto uso di termini impropri (briglia ad esempio) o hai descritto situazioni improbabili. Ma non preoccuparti, sono cose che generalmente non si sanno, per esempio la briglia ha 4 redini, dovendo agire su azione combinata di un morso e un filetto (due tipi diversi di imboccatura: perché non tutte le imboccature sono morsi come invece si usa chiamarle): infatti è usata nel Dressage, disciplina in cui si richiede una precisione meccanica nel movimento del cavallo, quindi la richiesta del cavaliere è più accurata e precisa. Sarebbe più verosimile imbrigliare il cavallo con una testiera, che ha due sole redini, quindi mooolta più praticità. ;) Poi cavalcare in due al galoppo... ;) Film fantasy, insomma... Se ti serve aiuto per la stesura di viaggi o azioni che coinvolgano i cavalli posso propormi di aiutarti! Spero che le mie osservazioni non siano state troppo saccenti o sfacciate.. :innamorato: Te lo scrivo a fin di bene :P
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 27 settembre 2014, 13:43

Wuoooo graaazie per i complimenti! :3
Comunque non preoccuparti di fare commenti brevi, se hai una mano rotta vai tranquilla, davvero ;)

Allooora ti ringrazio molto per le correzioni, sono utilissime, davvero! Ti confesso che non ho mai cavalcato in tutta la mia vita e il mio contatto più ravvicinato con un cavallo è stato attraverso uno steccato xD
E hai ragione, tutto quello che so viene da film e/o libri fantasy!
Posso farti una domanda invece? Sei sicura che le cose che valgono oggi fossero uguali anche nel medioevo? Così per curiosità ^_^
A presto, baci :)
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Demonietta97 » 28 settembre 2014, 12:48

Se vuoi possiamo continuare questa conversazione in mp: ho paura di andare a finire OT.. XD Quando comincio a parlare di cavalli non finisco più! ;)
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 1 ottobre 2014, 17:53

24. Sotterfugi, insulti e orrende visioni
[Hillr]
Hillr avrebbe voluto avvicinarsi alla prigioniera, avvelenarle il cibo, il bere, l'aria che respirava. L'importante era farla sparire da quella terra. Poteva addirittura inscenare un suicidio per lei.
Quando aveva saputo dal suo padrone che sarebbe partito di lì a poche ore aveva immediatamente deciso che sarebbe andato a cercare l'unica persona nel palazzo che lo avrebbe sostenuto nel suo tentativo di ammazzare l'elfa in sua assenza, ma fu troppo impegnato nei preparativi per riuscirvi.
Era stata Lei a confermare i suoi dubbi riguardo alla prigioniera e alla sua natura, Lei a istigarlo ad ucciderla, Lei a proporsi come sua alleata in quell'impresa.
L'occasione buona era venuta quando Durza lo spettro aveva lasciato Gil'ead, diretto alla capitale, circa due settimane prima, ma ad entrambi era mancato il coraggio necessario. Non che avessero pietà dell'elfa, affatto, ma temevano entrambi l'ira dello spettro e i molti e fantasiosi modi in cui avrebbe potuto ucciderli.
Così si erano limitati a fare dei piccoli sabotaggi. Noce vomica nel cibo della prigioniera, qualche allucinazione creata ad arte da Lei. Speravano con tutto il cuore che sarebbe morta senza che loro dovessero sporcarsi direttamente le mani, così non sarebbe stata colpa di nessuno.
Tuttavia il padrone aveva avuto fretta di tornare purtroppo. Se avesse tardato anche un solo giorno in più probabilmente l'elfa sarebbe schiattata.
E ora.. il comportamento di Lei si era fatto indecifrabile.
Questo pensava mentre, dopo aver salutato il suo signore e visto le porte della fortezza chiudersi alle sue spalle, si dirigeva verso le sue stanze, sentendo la chiave della cella dell'elfa bruciargli a cintura e tuttavia cercando di dominarsi.
Quando finalmente spinse la porta della sua camera trovò una donna seduta sul suo letto, che lo guardava sorridendo radiosa.
«Hai fatto molto presto» disse con voce morbida, spostando i capelli biondi su una spalla in modo sensuale.
Hillr era sbigottito. «Tu?»
«Sono io» confermò lei, facendogli cenno di entrare.
L'uomo si chiuse la porta alle spalle e avanzò fino a porsi di fronte a lei. «Che ci fai qui?»
«La donna che è partita poco fa con il tuo padrone era l'elfa» lo informò seccata. «Durza mi ha lasciata qui a coprire la loro assenza. Ho anche dovuto prendere le sue disgustose sembianze».
«Infatti hai ancora le orecchie appuntite, Alba» le fece notare.
«Già» disse lei toccandole, «le avevo scordate.» E le fece sparire borbottando qualche incantesimo.
Hillr si ritrasse impercettibilmente. Non gli piacevano gli incantesimi e le magie di quella donna, era una maga umana, non una sozzura elfica, ma era comunque un'abilità che lo innervosiva.
«Mi stavo chiedendo come mai non mi avessi riconosciuto stamattina, ma ora è chiaro. Non eri tu, era l'elfa». Fece una lunga pausa. «Il padrone non ha voluto dirmi dov'era diretto» disse poi.
«Nemmeno io lo so con certezza, amico mio, ma credo che entro un mese o poco più tornerà con la sua prigioniera».
«Perché l'ha portata con sé?»
La ragazza abbassò il capo. «Io credo che lei sia riuscita a sedurlo. Probabilmente il nostro signore starà viaggiando verso nord, dove vivono gli elfi, per stringere un patto con loro».
«No..» mormorò Hillr, e non fu capace di aggiungere nient'altro.
«Non disperare, possiamo ancora salvare lui e noi stessi!»
«Forse dovremmo inseguirli» propose l'uomo, colto da un'ansia che gli divorava lo stomaco. Quell'elfa avrebbe preso il controllo del suo signore e poi della città, e infine del mondo intero.
«Ci ucciderebbe senza pensarci due volte» lo contraddisse Alba. «No, dovremmo stare qui, aspettare che tornino e poi cogliere il momento giusto per liberarci di lei. Mi sono guadagnata parte della sua fiducia, lo sai, e anche se dubita di me ha nei miei confronti un debito di riconoscenza ed è una cosa che quelli della sua razza non possono assolutamente ignorare».
L'uomo annuì. «Sembra un buon piano».
«Ha un suo prezzo però» bisbigliò la donna, «dopo esserci liberati di quella feccia dovremo scappare, perché Durza non ce lo perdonerà mai».
«Io non voglio andare da nessuna parte!» ribatté Hillr. La sua vita gli piaceva, e ormai era troppo vecchio per viaggiare e trovare un'altra sistemazione. Tuttavia la faccenda dell'elfa era davvero seria..
«Purtroppo è l'unica soluzione, ma posso capire la tua paura» lo provocò.
«Ci sto!» scattò infatti, punto sul vivo.
«Bene» disse lei, «allora dovremo solo portare avanti questa farsa fino al loro ritorno». E già mentre parlava i capelli color dell'oro si macchiavano di inchiostro, il corpo si allungava e si appiattiva, i grandi occhi azzurri diventavano due taglienti fessure verde brillante e le orecchie si deformavano in una punta.
«Bene» disse lui, osservando con un velo di disgusto l'intero procedimento.

[Arya]
Fosse stato per me o per lo Spettro avremmo potuto continuare a cavalcare per tutta la notte, con tre ore scarse di riposo, ma il cavallo era stremato quando ci fermammo quella sera e io stessa capii che probabilmente avrei dormito anche quattro ore quella notte.
Stare all'aria aperta mi aveva stancata, oltre a farmi venire una fame da lupi, e inoltre non mi sentivo ancora completamente in forma, stavo riprendendo le mie energie lentamente.
Io e lo Spettro analizzammo il contenuto delle nostre bisacce, la mia piena di coperte, la sua di cibo, e ci dividemmo equamente le due cose. Non senza qualche commento malizioso e sfottente, Durza si prese tutte le scorte di carne, lasciandomi tutte le mele secche e buona parte del formaggio in cambio.
Mi imposi di non divorare tutto il cibo che avevo sotto al naso e mangiai un panino con le noci.
Già da pochi minuti dopo il tramonto del sole, l'aria aveva cominciato a rinfrescarsi e nel giro di mezz'ora divenne decisamente gelida.
Raccogliemmo della legna e lo Spettro le diede fuoco con un semplice “Brisingr” sussurrato. Una fitta di nostalgia mi scavò il petto. Avevo una voglia tremenda di pronunciare una parola di potere e vedere gli elementi della natura agire dietro il mio volere.
Mi domandai se non fosse un mio diritto chiedere a Durza la restituzione dei miei poteri, in seguito alla nostra alleanza, ma quando lo feci lo Spettro mi rispose con una risatina e un secco diniego.
«Sei già stata in missione tra gli uomini, non è vero?» mi chiese poi.
Annuii. «Da settant'anni anni faccio visita regolare ai Varden».
Tacque qualche istante. «Ma loro sanno già chi sei, non è vero?»
«Solo alcuni sanno che sono la figlia della regina, gli altri mi credono solo la custode della..»
«Non in quel senso» mi interruppe. «Sanno che sei un'elfa?»
«Certamente sì» risposi, avvolgendomi in una coperta.
Schioccò la lingua contro il palato. «Quindi non hai mai dovuto fingerti un'umana tra gli umani!»
«Sono perfettamente in grado» lo informai orgogliosamente, chiudendo la bisaccia e appoggiandola accanto a me.
Durza studiò i miei movimenti con attenzione. «Sei troppo veloce, Principessa» mi informò tra i denti. «Gli umani saranno anche stupidi ma certe cose le notano. Ecco anche adesso!»
«Anche adesso cosa?» Cominciavo ad averne abbastanza.
«Hai spostato la testa. Troppo veloce di nuovo».
«Devo solo fare attenzione, Durza, imparerò in fretta».
«Lo spero per entrambi, ma non basta rallentare i movimenti. Devi pensare di poter fare le cose alla metà esatta delle tue capacità. Non puoi udire una conversazione bisbigliata a distanza di cento piedi, e non puoi leggere un'insegna grande come la mia mano che si trova in fondo alla strada. Sono particolari che tu percepirai lo stesso, ovviamente, ma devi nascondere a quelli che ti circondano le tue capacità. E lo stesso vale per la tua intelligenza, piccola Elfa. Ora non credere che voglia farti un complimento, ma rispetto ad un'umana media di diciamo venti primavere..»
«Io non ho venti primavere Spettro, ne ho cento» ribattei piccata.
«.. Sicuramente hai molte più conoscenze» proseguì lui imperterrito, «anche di avvenimenti che hai visto e che per un umano devono essere accaduti ai tempi del suo bisnonno, quindi devi regolarti, anche per quanto riguarda opinioni o pensieri espressi ad alta voce. E poi devi toglierti quell'aria saggia e sofferente dagli occhi perché che tu riesca a renderla anche con gli occhi di Alba è un chiaro segno della tua sin troppo eccessiva serietà» concluse fissandomi corrucciato.
«Hai finito?»
«Potrei insultarti per ore e non stancarmi mai, Principessa».
«Mi fa piacere che tu abbia una così alta considerazione di me» dissi, ignorando la sua ultima battuta, «ma non sono stupida, saprò adeguarmi ai ritmi umani».
«E allora ti consiglio di cominciare ad abituartici sin da domattina, potrebbe risultarti più difficile di quanto sembri».
«D'accordo» concessi.
«E ora dovremmo pensare a te». Si alzò, girò intorno al fuoco e sedette accanto a me.
Con un incantesimo mi spogliò delle membra di Alba e fu bello tornare a vedere i miei capelli scuri e le mie mani callose.
«I capelli vanno bene, viso, orecchie e occhi per niente» borbottò Durza, scostandomi i capelli su una spalla. «In realtà potrei lasciarti l'aspetto di Alba».
«Preferirei di no».
«Perché mai? È molto bella». E mi guardò con aria di sfida.
«Il suo fisico mi risulta scomodo nei movimenti» lo informai.
«Ah capisco, non sei avvezza ad avere curve» disse sarcastico, accennando al mio petto. E in effetti la fascia era improvvisamente lenta.
«Non sono avvezza ad avere un corpo così molle» lo contraddissi con dignità.
«Sai Arya, ci sono uomini che apprezzerebbero comunque, anche se non..»
«NON è quello il problema» sibilai fulminandolo.
Rise, socchiudendo gli occhi vermigli. «Voi elfi siete uno spasso!»
Lo guardai impassibile mentre rideva del mio atteggiamento, ma la mia mente sostava su immagini confuse. La bocca sottile dello Spettro contro la mia, le sue labbra dischiuse, la sua lingua che mi accarezzava il palato. Io ricordavo tutto quello che era successo quella notte, anche se sembrava avvolto in una spessa nebbia, ma lui? Poteva ridere del mio corpo troppo asciutto, ma non gli era affatto dispiaciuto baciarmi. Avrei potuto provocarlo con un'affermazione simile, ma decisi di tenerla per me e stirai le labbra in un sorriso che doveva apparire quasi sadico.
Tanto che Durza recuperò un po' di serietà. «Va bene». E si pettinò i capelli tra le dita, riordinandoli. «Farò come vuoi tu».
Senza togliersi quel ghigno insopportabile dalla faccia si mise all'opera con l'antica lingua, plasmando i miei lineamenti.
Quindi tolse un pugnale lungo quanto il mio avambraccio dallo stivale e me lo porse per specchiarmi. Il mio viso, i miei occhi e le mie orecchie erano rotondi e le mie iridi di un verde più cupo e meno appariscente di quello a cui ero abituata, ma ero sempre io, tanto che mi sentivo abbastanza a mio agio con quelle sembianze.
«Il pugnale puoi tenerlo se mi prometti di non piantarmelo nel cuore stanotte» mi informò Durza e sorrise.
Una fila di denti piani fece mostra di sé quando ritirò le labbra. Guardandolo mi resi conto che i suoi occhi erano marrone scuro, i capelli sempre rossi, ma meno accesi e la pelle di un colore umano.
Quello era l'uomo che avevo visto davanti a me quando mi ero risvegliata, la notte dopo l'agguato.
«Allora lo vuoi tenere sì o no?»
Posai lo sguardo sul pugnale che stringevo tra le mani a quel punto tremanti. Lo riconobbi come quello che aveva premuto sulla mia gola quando avevamo incrociato la pattuglia di elfi di Osilon e che aveva usato per le torture poi.
Era una bella lama a filo doppio, arrotata da poco, con un'impugnatura semplice rivestita in cuoio. Uniche decorazioni, una figura tondeggiante in argento -simile ad una luna- in rilievo sul pomolo e una scritta che correva lungo la guardia.
Avvicinandola al fuoco constatai di non conoscere quelle rune.
«Quella è una lingua ormai dimenticata, Arya. La lama è di fattura nanica ma probabilmente è nata come dono o oggetto di scambio per un mercante delle tribù nomadi nere del deserto di Hadarac. Era una lama gemella». Ed estrasse un pugnale identico dall'altro stivale. «Le rune su quello che hai in mano stanno per “luna”, quelle su questo stanno per “sole”. Dunque? Vuoi il sole o la la luna?» chiese con un mezzo sorriso, contemplando assorto le due lame.
Mi strinsi nelle spalle. Mi stavo chiedendo come fosse venuto in possesso di quelle lame e allo stesso tempo ricordavo di aver sbirciato dentro ai suoi ricordi, una volta. Lui era un giovane che correva per un deserto, accompagnato da un uomo anziano. Forse era originario del deserto di Hadarac, forse aveva rubato quelle lame mentre era ancora umano, perché mi pareva impossibile che il ragazzo con gli abiti trasandati che avevo visto avesse il denaro sufficiente per comprarsi una lama nanica.
«Allora decido io» intervenne Durza, «tieni la luna: è bella, fredda e distante come te». E rinfoderò il pugnale con il sole in rilievo sul pomolo, per poi darmi il fodero di quello in mio possesso.
Feci una smorfia. «Spettro non so se la cosa ti diverta, ma potresti smettere di provocarmi?»
«La cosa mi diverte troppo per poter smettere, Elfa, mi spiace».
Decisi di ignorarlo e mi stesi su un fianco, con l'intento di riposarmi, ma non potei rilassarmi finché lo Spettro rimaneva, sveglio e vigile, al mio fianco.
Poi lo udii mentre legava e scaricava il cavallo, stendeva le coperte e si coricava. Prima di addormentarsi creò un cerchio protettivo intorno a noi. Socchiudendo gli occhi notai che era invisibile e che quindi doveva essere prettamente difensivo, non come quello nerastro che aveva eretto dopo la mia cattura.
«Dormi bene, Arya» disse.
Non risposi e nemmeno sprofondai nel riposo. La mia mente era affollata di pensieri scomodi. È quando il corpo raggiunge l'immobilità che la testa comincia ad agire anche per esso.
Motivo per cui giacqui ad occhi spalancati per lungo tempo, ascoltando il mio respiro e quello di Durza dall'altro lato del fuoco.
Quando alla fine riuscii a rilassarmi a sufficienza per cadere nello stato di semi-incoscienza tipico della mia specie, una visione mi risucchiò con una tale potenza che mi fu impossibile sfuggirle o anche solo svegliarmi.
Inizialmente mi parvero una serie di ricordi legati a Fäolin: ricordai la sensazione che avevo provato quando mi aveva baciata, quando mi aveva fatto dono della campanula da lui creata, quando avevo capito di provare qualcosa di più della semplice amicizia per lui, quando lo avevo visto morire sotto i miei occhi.
Poi mi apparve un'immagine di Fäolin che mi guardava deluso e addolorato, intimandomi di badare a me stessa e di non allontanarmi troppo dal sentiero.
Poi mi porgeva lo stesso pugnale che stavo stringendo a me nel sonno, Luna.
«Uccidilo» sibilò.
E sapevo benissimo di chi stesse parlando.
Se anche avessi voluto farlo a quel punto non mi sarebbe più stato possibile, perché quando riuscii a tornare totalmente cosciente lo Spettro era all'erta, allarmato, e mi guardava con i suoi soliti occhi di fuoco.
Distolsi lo sguardo, mi toccai le guance bagnate di lacrime e regolarizzai il respiro. Per il resto della notte ebbi paura a lasciarmi andare troppo nei sogni, pena la prigionia nella visione di Fäolin.
Durza non si mosse, non chiese nulla e fece anche finta di dormire fino a che non si addormentò del tutto. Gliene fui grata.

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Demonietta allora ti scriverò ^_^ :inchino:
Ultima modifica di Lalli il 21 maggio 2015, 12:12, modificato 4 volte in totale.
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