Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e Arya.

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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 5 ottobre 2014, 13:37

25. Giornate di pace e pomeriggi di sangue
Il mattino seguente il freddo pungeva quasi dolorosamente sotto i vestiti e qualche fiocco di neve volteggiava nell'aria.
Mentre lo Spettro cancellava le tracce del falò che avevamo acceso analizzai i miei capelli e decisi di accorciarli all'altezza del seno con il pugnale. Poi, siccome mi infastidivano, li legai in una treccia.
«Se hai finito di farti bella potremmo partire, piccola Elfa» mi urlò Durza, già in sella al cavallo.
«Arrivo!» esclamai. Poi colta da un istante di paranoia, scavai una buca nel terreno ghiacciato e vi sotterrai le ciocche amputate.
Dopo qualche ora di viaggio la strada si accostò al fiume Ramr. Ne approfittammo per fare una breve sosta per mangiare e riempire le borracce, quindi ripartimmo.
Ma già nel primo pomeriggio il cavallo cominciò a sbuffare, stanco.
«Non faremmo prima a piedi?» domandai allo Spettro.
«Correndo dici? Indubbiamente sì, in quattro, massimo cinque giorni saremmo a Dras-Leona. Ma ho pensato di tenere il cavallo almeno fino a Taurida».
«E perché?»
«Perché non saresti in grado di coprire una simile distanza nelle tue condizioni».
«Durza non sono incinta» mi sentii il dovere di specificare, un po' ferita nell'orgoglio.
Vidi la sua schiena scuotersi in una risata. «Mi fa piacere! Quindi non sarà un problema farti correre da Taurida a Dras-Leona non è vero?»
«No di certo».
Tuttavia la mia sicurezza era un po' fuori luogo e me ne resi conto quella sera stessa, quando, una volta accampati per la notte, decisi di provare qualche posizione di Rimgar, giusto per sciogliere i muscoli indolenziti dalla cavalcata.
Non mi ero resa conto di quanto il mio corpo si fosse irrigidito in quegli ultimi mesi. Persino il più semplice esercizio -cioè da in piedi toccare a terra con i palmi delle mani- mi risultò più fastidioso del solito, e i muscoli delle mie gambe urlarono pietà quando provai a tirare il piede sopra la testa.
«Stai tentando il suicidio?» mi chiese Durza con un'espressione incuriosita.
«Di riprendere la mia elasticità a dire il vero» borbottai, scapolando a fatica con le braccia.
«Sembra doloroso».
«Sono solo fuori allenamento».
«E di cosa si tratta?»
«Rimgar, noi la chiamiamo la danza del Serpente e della Gru. Consiste in una serie di posizioni e movimenti mirati a mettere in azione e a scaldare ogni singolo muscolo corporeo, così da reagire più prontamente in battaglia ed evitare errori sciocchi come un crampo ad un polpaccio».
«E se volessi provare?» domandò alzandosi in piedi.
Lo guardai con sufficienza. «Non è così facile, se non l'hai mai fatto in vita tua cominciare adesso sarà faticoso».
Sollevò un sopracciglio. «Tu non ci perdi niente Principessa, al massimo ti farai due risate».
La sua affermazione si rivelò veritiera, come anche la mia.
Durza faticava parecchio anche negli esercizi di allungamento muscolare più semplici, e vederlo in difficoltà era veramente divertente. Era quasi gratificante aver trovato un ambito in cui riuscivo molto meglio di lui, anche se fuori forma.
Anche se per quanto riguarda gli esercizi di forza era ovviamente molto capace.
Un paio di ore dopo lo Spettro si gettò a terra, con la fronte velata di sudore. Aveva da tempo rinunciato al mantello -che ora giaceva sotto la sua schiena- e le maniche della sua camicia e della sua casacca erano arrotolate fino ai gomiti. Notai in quel momento che non c'era traccia delle ferite procurategli da Galbatorix.
Lanciò un'imprecazione. «Mi sento molle come un fico troppo maturo» mi informò.
Mi concessi un sorriso per il paragone. «Ti avevo avvisato». E mi sedetti a mia volta, perché, anche se non volevo ammetterlo, anche io mi ero piuttosto stancata.
«Prima di arrivare a Taurida, quindi entro i prossimi due giorni, vorrei che facessimo un bel duello, Elfa. Potrebbe essere interessante».
«Non ho la mia spada» osservai.
Si mise a sedere e fece un cenno in direzione delle bisacce che giacevano accanto al cavallo. «In un involto di cuoio c'è la mia spada, e anche la tua».
«E pensavi di restituirmela prima o poi?»
«Siamo due semplici mercanti, non dei mercenari. Le spade sono comprensibili, perché servirebbero per proteggere la mercanzia o noi stessi da eventuali attacchi, ma destano anche sospetti e preoccupazioni. Fidati di me, meno persone le vedono meglio è, anche perché la mia spada è abbastanza conosciuta in Alagaësia».
Esitai. «A questo punto ho un dubbio: dov'è la nostra merce?»
Durza sollevò un dito ammonitore. «Non aggrottare la fronte davanti a me». E ridacchiò. «Ti rispondo se prometti di non uccidermi».
Accarezzai dolcemente la fodera del pugnale. «Forse».
Lo Spettro tese una mano e, con un sospiro di rassegnazione, gli consegnai l'arma. Ma in realtà ero divertita.
«Stiamo andando a Dras-Leona per cercare una casa, veniamo da Teirm e vogliamo trasferirci per aprire una nuova attività. Siamo mercanti di stoffe».
Mi strinsi nelle spalle. E allora?
«Siamo troppo diversi per poterci spacciare per fratello e sorella» mi guardò allusivo, «quindi dovremo fingerci marito e moglie».
Mi lasciai sfuggire una smorfia. Non mi piaceva l'idea, ma in fondo avevo passato di molto, molto peggio.
«Non è un enorme problema per me Spettro, la cosa non mi tocca».
Mi riconsegnò il pugnale tendendomelo dall'impugnatura. «Pensavo al peggio».
Chiesi a Durza di vedere la mia spada e mi accontentò. Vedere nuovamente la mia lama, sentire il suo peso perfetto tra le mie mani.. Mi sentii di nuovo forte e pronta a fare qualsiasi cosa.
Più tardi mi abbandonai al riposo serenamente, ma non durò a lungo. La visione di Fäolin mi catturò nuovamente con la potenza di un magnete e di nuovo riaprii gli occhi con la sensazione di stare per vomitare, tremando dalla testa ai piedi nonostante il calore del fuoco sulla mia schiena e le coperte intorno al mio corpo.

In tarda mattinata del quarto giorno di viaggio giungemmo finalmente in vista di Taurida. Essendo l'ambiente pianeggiante, fu abbastanza facile individuare la città anche quando era ancora a ore di distanza. Mentre ci avvicinavamo con calma, accanto a noi, sul filo dell'acqua, passarono leggere un paio di chiatte fluviali cariche di merci.
«Mercanti di pelli» mi informò lo Spettro. «Vengono dal nord per vendere i loro prodotti, del resto questo è un momento propizio, anche se la navigazione fluviale è abbastanza pericolosa in questa stagione, a causa del ghiaccio».
Durza si era parecchio divertito negli ultimi giorni ad impartirmi continue lezioni su usi e costumi degli umani. Avevo già molte nozioni in merito, ma feci altre interessanti scoperte, come per esempio il fatto che nelle città caotiche e fitte -come Dras-Leona- fosse abitudine comune gettare gli escrementi per strada dalle finestre, con l'alto rischio di colpire i passanti. L'idea era piuttosto nauseante.
Un'altra attività alla quale io e lo Spettro ci eravamo ampiamente dedicati era la scherma. Ci eravamo sfidati in continui e sfiancanti duelli, nei quali lui usciva sempre vincitore, anche grazie alla mia momentanea debolezza. Non avevo dimenticato nulla di ciò che avevo imparato in decenni di allenamento e la cosa mi incoraggiò. Ebbi anche l'occasione di fare una sfida alla pari con la sinistra perché -come scoprii- sia io che Durza eravamo mancini, tuttavia dovevo ammettere che l'abilità dello Spettro rimaneva superiore alla mia.
A causa delle lunghe pause di cui aveva bisogno il nostro povero cavallino, trovammo anche il tempo di discutere qualche piano per parlamentare con i Sacerdoti o infiltrarci nei loro locali nel caso ci fosse preclusa un'udienza o le nostre richieste venissero rifiutate. Non venni a sapere nulla di più sul misterioso potere che il re nascondeva al mondo, ma tendevo a fidarmi della parola di Durza perché sembrava spiegare molto bene il perché nessuno fosse ancora riuscito a spodestarlo nonostante i molti tentativi.
Quel nostro incedere lento era frustrante. Non avevo più la presunzione di definirmi completamente guarita, tuttavia ero convinta che, correndo, saremmo già stati a buon punto della strada.
Quando varcammo le malconce mura della città era mezzogiorno passato. Le guardie ci intimarono di scendere da cavallo e di proseguire a piedi ma non ci degnarono di una seconda occhiata, probabilmente in quel posto non succedeva mai nulla degno di nota.
«Per prima cosa una locanda!» esclamò lo Spettro allegramente, tirando l'animale per le redini.
Non fui troppo contagiata dalla sua allegria, ero stanca, e nelle ultime notti avevo parecchio faticato a dormire per colpa delle strane visioni che mi assillavano e non parevano intenzionate a diminuire.
Vagammo per qualche minuto, poi di fronte ad un’insegna che recitava “Il Muschio Verde” lo Spettro si fermò.
«Direi che può andare».
«Spero che il nome sia solo poesia» osservai.
Durza mi lasciò le redini e si diresse con decisione verso il bancone. La sala era semivuota, qualcuno era seduto ai tavoli e consumava un pranzo veloce, ma nessuno ci gettò più di una rapida occhiata.
«Salve» disse una donna rugosa con fare spiccio.
Intravidi alle sue spalle un uomo, che doveva essere il marito, affaccendarsi intorno al fuoco e ad un pentolone di stufato.
Lo Spettro parlò qualche istante con la donna, con un sorriso cortese, accennando anche nella mia direzione.
Io mi scostai leggermente dalla soglia per non chiudere l'ingresso e mi guardai intorno, accarezzando il cavallo, che sbuffò. Ero in una città umana in compagnia di uno Spettro e cominciavo a temere i risvolti di quel mio viaggio.
Durza arrivò giusto in tempo a salvarmi dai miei pensieri cupi.
«La signora ha una stanza per noi» disse, avvicinandosi a me.
Ebbi appena il tempo di vedere la signora in questione affacciarsi sulla soglia per chiamare lo stalliere, che Durza si chinò a baciarmi sulle labbra. Fu un attimo, e dovetti anche dissimulare il mio turbamento dato che secondo la farsa che avevamo organizzato eravamo una coppia sposata. Mi limitai a scostare gli occhi dai suoi e guardare un punto indefinito alle sue spalle.
«Mio figlio si prenderà cura del vostro cavallo» borbottò la donna. «Ora vi faccio vedere dove sono le brande per dormire e poi dovete pagarmi perché se domattina fate i furbetti e scappate prima dell'alba io ci perdo dei soldi».
«Certamente» fu la serena risposta dello Spettro.
La “stanza” per noi si rivelò essere una stanza comune, con il pavimento tappezzato di pagliericci. A quell'ora del giorno c'era solo un uomo addormentato in un angolo, ma sicuramente quella sera non saremmo stati soli. La locandiera ci indicò un pagliericcio, grande lo stretto indispensabile per stendersi in due e poi tese la mano, agitandola impaziente. Durza la pagò, la ringraziò e disse che sarebbe tornato a prendere il cavallo un'oretta dopo.
«Com'è che vi chiamate voi due? Devo scriverlo sul registro, sapete com'è.. il nuovo catasto».
«Io sono Bitr e lui è Natt» risposi io prontamente, per dimostrare che avevo la lingua, almeno.
La donna annuì e se ne andò sbuffando e imprecando contro le nuove tasse del re, che la costringevano a versare una quota supplementare per ogni cliente alloggiato alla sua locanda.
Sia io che Durza sapevamo bene a cosa servisse tutto quel denaro: vettovaglie e armamenti per un imminente e probabile nuovo scontro contro i Varden e l'Impero. Ci scambiammo un'occhiata significativa e ci avvicinammo al nostro pagliericcio.
«Non mi svegliare prima della fine di questo ciclo lunare» borbottò, gettandosi su di esso.
Anche io ero piuttosto esausta. «Fammi spazio».
«Lo farei se ce ne fosse» sorrise lui con gli occhi chiusi, intrecciando le mani dietro la nuca.
In effetti il materasso era a largo a malapena per due bambini e in alcuni punti la stoffa era lacera e lasciava intravedere l’imbottitura di paglia.
«Sarebbe stato meglio avere una stanza solo per noi, con una porta da chiudere» borbottai, «quella ha guardato il tuo sacchetto di monete come un corvo guarda un cadavere».
Durza sollevò un angolo della bocca ed un sopracciglio. «Vuoi restare sola con me, Bitr?»
«No» lo freddai, «voglio stare su quel pagliericcio senza di te, ma dato che siamo due, dovremo stringerci».
A quel punto aprì gli occhi e mi guardò con curiosità. «E non ti scandalizza l’idea di dormire con un uomo con il quale non sei sposata da almeno due secoli?»
«Molto divertente e maturo».
«Sei tu che fai passare queste idee».
Lo scostai leggermente di lato con un piede e mi distesi in senso opposto al suo, badando bene di stargli lontana. Lo Spettro rinunciò a scherzare e parve appisolarsi, io sciolsi le membra e mi godetti la morbidezza del pagliericcio, sapendo bene che la nuda terra avrebbe ospitato il mio riposo per altri giorni ancora.
Non era ancora passata un'ora quando Durza parve riscuotersi all'improvviso e si alzò di scatto.
«Vado a cercare un'acquirente per il cavallo, tu aspettami qui, dovrei tornare presto» disse infilandosi gli stivali.
«Ti accompagno» risposi e feci per alzarmi.
«No tu aspetta qui!»
«Come? Vuoi lasciarmi in una locanda?»
Indossò il mantello. «Arya» bisbigliò, «ci metterò pochissimo, davvero. Tu aspetta qui, prenditi qualcosa da mangiare e riposati, da stanotte dovremo cominciare a correre».
Oltrepassò la porta, ma poi si riaffacciò all'improvviso. «Ah e.. bada anche ai nostri bagagli» aggiunse, per poi sparire definitivamente oltre la soglia.
Con uno sbuffo seccato mi lasciai cadere sul letto e chiusi gli occhi.
Tanto valeva dargli ascolto e aspettarlo lì.

[Durza]
Già mentre abbandonava la stanza e scendeva le scale sentiva un forte mal di testa martellargli le tempie. Il buonumore che lo aveva accompagnato dal mattino andava scemando mentre si avvicinava alle stalle per recuperare Mor, il cavallo.
Forse una ragione c'era: ora che si avvicinava il momento di incontrare il suo uomo sentiva salire un po' di tensione.
Aveva mentito quando aveva detto ad Arya di voler arrivare fino a Taurida a cavallo solo per lasciarla riposare. Semplicemente aveva un appuntamento con la sua spia nelle ore tarde del pomeriggio di quella specifica giornata, ed era un appuntamento che non poteva mancare. Senza contare che non avrebbe retto un'altra giornata a Gil'ead, sommerso dalle pressioni.
Tirandolo dolcemente per le redini, condusse Mor via dalla locanda, concedendogli qualche carezza rassicurante quando l'animale parve irritato dai rumori della città.
Non conosceva troppo bene Taurida, c'era stato in poche occasioni. Aveva ben chiara solo la posizione delle caserme, lungo le mura cittadine, del palazzo del governatore al centro della città e un paio di vicoli malfamati dove anche Durza lo Spettro sarebbe passato inosservato, senza dover ricorrere a mutamenti o a stupidi falsi nomi quali Natt.
Quel nome aveva un suono ridicolo, lo aveva scelto l'Elfa per lui quindi gli aveva probabilmente affibbiato quell'appellativo per vendicarsi.
Ma in fondo avevano stretto un'alleanza e, salvo brutti ricordi dei mesi precedenti, non c'era motivo per lei di avercela con lui. O almeno non ce ne sarebbe stato fino a che non avesse messo in atto il piano che aveva studiato e che sarebbe partito dopo la morte di Galbatorix.
Arya era la sua rivale naturale.
In qualche oscura maniera gli era piaciuto torturarla, farla oscillare sul filo della pazzia e della morte e poi trarla in salvo all'ultimo istante. Forse in quel momento non aveva alcun interesse a farle del male, anzi, era divertente provocarla e avrebbe volentieri baciato altre mille volte la sua bocca imbronciata, ma era destino che arrivassero allo scontro e le schermaglie verbali e i duelli con le spade non erano che un piccolo assaggio. E se da un lato temeva quel momento e il suo avvicinamento, dall'altro non vedeva l'ora.
Gli spiriti, ridotti a sussurri nella sua mente, avevano sete del sangue della principessa elfica e non gli avrebbero dato pace fino a che non l'avesse uccisa. A dire il vero non gli avrebbero mai dato pace e basta perché, anche in quel momento, le pulsazioni alla testa si fecero più forti e sentì un forza interiore comandargli di prendere vite, maciullare ossa e assaggiare sangue.
Durza resistette a quella tentazione come si resiste al desiderio di grattarsi un punto del viso che prude, con fatica e con la sensazione che se lo avesse assecondato non sarebbe successo nulla di male. Ogni persona che accidentalmente lo urtava diventava una plausibile vittima e tuttavia ignorò ancora quell'istinto.
Lo Spettro non impiegò più di mezz'oretta a raggiungere il luogo prestabilito. Si trattava di un vicoletto stretto e puzzolente, quasi totalmente deserto. Subì qualche occhiata fin troppo incuriosita da parte di uomini sinistri riuniti in piccoli gruppi, ma il lungo pugnale faceva bella mostra di sé, senza fodero, alla sua cintura, e la sua mano inquieta poggiata sul pomolo insieme alla sua corporatura robusta erano una garanzia sufficiente per tenere lontano interlocutori indesiderati.
Bussò ad una porta male in arnese. Due colpi lenti, tre rapidi e un breve tamburellare con le nocche.
La porta si aprì di una fessura, poi si spalancò del tutto e Durza entrò trascinando con sé Mor.
Anche il povero animale portava il fardello di un nome orribile, ma la colpa era tutta di Hillr, essendo quello il suo cavallo.
«Tu sei l'uomo che devo incontrare?» chiese l'ometto dagli occhi sfuggenti che lo aveva fatto entrare.
«Sì».
«Io sono Praell».
«Non ritengo necessario che tu sappia il mio nome» rispose Durza glaciale, lasciandogli le redini di Mor in mano e dirigendosi verso un tavolo di legno attorniato da grezzi sgabelli treppiede, dove si accomodò. Le spie che ingaggiava non conoscevano mai il mandante e lui le incontrava sempre sotto false spoglie, così le trame di Durza, governatore di Gil'ead, rimanevano segrete.
«Posso almeno sapere per chi stiamo lavorando?» chiese l'uomo a quel punto, raggiungendolo.
Lo Spettro posò sul tavolo un corposo sacchetto di monete. «Se ti basta come risposta ti prego di riferirmi in fretta tutte le informazioni che hai».
Praell raccolse il sacchetto, lo soppesò, e poi annuì. «Ho un amico a Therinsford che circa una settimana fa era in visita da un parente a Carvahall, il paese che mi è stato chiesto di tenere d'occhio. Ha raccontato cose incredibili, a quanto pare ci sono state strane visite in paese: due uomini in nero puzzolenti, che se ne andavano in giro a fare domande su una pietra blu. Il macellaio, un certo Sloan, ha detto di averla vista tra le mani di un ragazzino e quanto pare deve averlo detto anche con quei tali perché la casa dello zio del ragazzo è stata trovata rasa al suolo, con il vecchio intrappolato sotto».
«E il ragazzo?» domandò Durza, senza riuscire a trattenere un fremito di eccitazione.
«Il ragazzo ha portato lo zio moribondo fino al villaggio, ma anche lui era ferito. Ferite strane e profonde mi hanno detto, tra le cosce, come una verginella che ha cavalcato delle rocce». E scoppiò a ridere per la sua battuta.
Ma lo Spettro non lo sentiva più. Ci sono pochi animali che puoi cavalcare senza sella ferendoti le gambe a sangue, e uno di quelli era un drago.
Chiuse gli occhi. L'uovo di zaffiro aveva trovato il suo cavaliere, il primo da cento anni. Era una notizia sensazionale, notizia di cui il re doveva essere ormai al corrente se i suoi messi avevano fatto il loro dovere, volando dritti a Uru'baen.
«Che ne è stato degli uomini in nero?» domandò, interrompendo lo scoppio di ilarità del suo informatore.
«Spariti» fu la risposta laconica. «Nessuno sa dove e nessuno gli è andato dietro. Insomma hanno tirato giù una fattoria! Si vede che qualche trucco magico lo conoscevano».
Bene. Poteva significare solo una cosa: il nuovo cavaliere era ancora libero da qualunque vincolo di fedeltà e se fosse riuscito a trovarlo per primo, avrebbe potuto assicurarsela lui stesso. Poi però si ricordò di Brom. Se il vecchio cavaliere si fosse preso la bega di guidare e addestrare il nuovo venuto le possibilità si riducevano.
Doveva mandare qualche manipolo di Urgali nelle città vicine, per intercettare il loro passaggio. Se era con Brom, il cavaliere si sarebbe diretto immediatamente a sud, tra le braccia dei Varden; era improbabile che cercassero rifugio tra gli elfi dato che i rapporti tra le due forze si erano raffreddati.
«Il nome?»
«Come?» domandò Praell confuso.
«Il nome del ragazzo!» rispose iroso. «Lo hai saputo?»
L'uomo annuì. «Un certo Eragon.»
Eragon! Il primo cavaliere! Non poteva esserci nome migliore per il primo esponente della nuova stirpe.
«Come hai avuto le notizie così in fretta?»
«Corvi» fu la pronta risposta.
«Quindi dei corvi giravano per Alagaësia con delle informazioni simili appese alle loro zampette?» il tono dello Spettro si fece irato e sentì la sete degli spiriti risvegliarsi e i denti farsi appuntiti.
«No, non sono mica scemo!» fu la baldanzosa risposta di Praell. «Le mie spie usano un codice, guarda». E si frugò in tasca, tirandone fuori una piccola pergamena ricoperta di segni indecifrabili.
«Bene» rispose Durza secco, ma la sete non passava.
«Mi hai preso per un pivello?» riprese l'uomo, sprezzante. «Dovresti dire al tuo capo di pagarmi di più invece, guarda che il compenso che mi hai dato oggi lo devo dividere con il tizio che da Therinsford mi ha procurato le indiscrezioni. Non me ne frega un accidente se vuole fare il misterioso, ma io sono un professionista e non è la prima volta che chiede i miei servigi e ha da me tutto ciò che desidera. Potrebbe essermi un po' grato almeno, no? Invece manda te che stai qua a trattarmi come uno stalliere e..»
Ma non terminò mai la sua sfuriata. Lo Spettro gli saltò alla gola, con la rapidità e le movenze di un felino, conficcando i denti appuntiti della carne tenera e squarciandola. Vide l'espressione atterrita e terrorizzata dell'uomo mentre la luce lasciava i suoi occhi e cercava invano di gridare, con le corde vocali distrutte.
Poi fu il turno del pugnale, che si conficcò infinite volte nella sua carne schizzando di sangue il viso, i capelli e il busto di Durza. Tuttavia non si fermò fino a che non sentì le voci eccitate dei suoi spiriti scemare lentamente.
Sotto di lui il corpo di Praell giaceva immobile e scomposto, interamente ricoperto di sangue e di raccapriccianti e profonde ferite.
Senza scomporsi, lo Spettro si alzò e diede uno strattone al pugnale, per scrollarlo del sangue e poi lo ripulì con un incantesimo. Lo stesso fece con la pelle del viso, i capelli, il mantello, la casacca, i pantaloni e anche gli stivali.
Tornò poi al tavolo e recuperò il sacchetto di monete, bruciò la pergamena in codice e se ne andò, chiudendosi la porta alle spalle e tirando con sé Mor, agitato dell'odore del sangue.
Durza soppesò la situazione. Ogni tanto gli capitava di perdere il controllo sulla parte più bestiale che i suoi ospiti risvegliavano e del resto era da parecchio che non uccideva. Se andava tutto bene nessuno avrebbe trovato il corpo fino all'indomani mattina e nessuno avrebbe potuto fornire una sua descrizione perché aveva girato per il vicolo con il volto coperto. Senza contare che in quella zona della città l'omicidio doveva essere l'ordine del giorno.
Si premurò di andare a vendere il cavallo nella parte opposta della città, ad un compratore diretto proprio a Gil'ead. Mor parve quasi contento di passare ad altre mani e lo Spettro non lo biasimò.
A quel punto il sole era calato da un pezzo e il freddo si era intensificato. Durza si incamminò verso Il muschio verde dove Arya lo stava aspettando ormai da ore.
Avrebbe fatto domande, e molte anche, e lui avrebbe mentito, come al solito.
Non voleva che l'elfa sapesse troppo di quello che stava macchinando, per lei stavano andando a Dras-Leona e basta.
Si fermò a comprare due zaini e una volta tornato alla locanda pagò la vecchia affinché li riempisse di provviste. La donna non si risparmiò di rimproverarlo, informandolo che se avesse tardato qualche minuto in più lo avrebbe chiuso fuori dal portone. Durza si impose di ignorarla e quando finalmente lo lasciò andare si incamminò per le scale lentamente, all'improvviso turbato all'idea di rivedere l'elfa, come se guardandolo avesse potuto scoprire in un attimo i suoi segreti e rimproverarlo per ciò che aveva fatto quel pomeriggio.
Trovò la stanza più affollata, con il camino acceso e un lieve brusio di sottofondo, anche se la maggior parte dei presenti dormiva.
Lei era seduta a gambe incrociate sul pagliericcio a loro assegnato e lo guardava con espressione rabbiosa e altezzosa insieme. Lineamenti umani o no, per lui rimaneva bellissima e indomita.
Come si poteva pensare di mentire ad una donna del genere?

[Arya]
Feci come mi aveva detto Durza: mangiai qualcosa di caldo, mi distesi sul pagliericcio a riposare e lo aspettai.
Lo aspettai per un'ora, poi due, poi tre.
Ormai non ero più sola nella stanza, ma feci finta di dormire a lungo, stringendo a me le bisacce affinché nessuno provasse a sottrarmele.
Quando finalmente sentii la voce dello Spettro al piano di sotto mi tirai a sedere di scatto, furiosa. Mi aveva lasciata lì per delle ore, per andare a fare chissà cosa e sicuramente non se la sarebbe cavato propinandomi due scuse da quattro soldi.
Ma l'uomo che aprì la porta del dormitorio pareva quasi spaventato e fissò i miei occhi con riluttanza.
«Dove sei stato?» sibilai non appena mi si parò di fronte. «Mi sono..» mi bloccai appena in tempo. Stavo davvero per dire che mi ero preoccupata?
Durza sedette accanto a me e sorrise titubante. «Ti sei cosa?»
«Annoiata a morte!»
«Mi sembrava di averti detto di riposare».
«L'ho fatto! Ma tu mi avevi detto che saresti tornato in un attimo e invece sei stato fuori per delle ore!»
«Mi dispiace, la contrattazione è stata più lunga del previsto». Abbassò la voce ad un sussurro mano a mano che i clienti della locanda si appisolavano.
Finsi di credergli e gli presi dalle mani gli zaini. «Quando vuoi partire?» mormorai.
«Quando tutti si saranno addormentati prepariamo le nostre cose e ce ne andiamo».
«Va bene» approvai e mi concessi un sospiro per scaricare il nervosismo.
Ma quando ispirai un odore metallico mi riempì le narici, proveniva da dallo Spettro e non era certamente quello del suo pugnale.
Proprio in quel momento Durza si sfilò gli stivali e slacciò il mantello, mettendosi comodo. Gli posai una mano aperta sul petto, bloccandolo.
Lo Spettro sollevò un sopracciglio, perplesso, e fissò la mia mano. «Che stai facendo Ary.. Bitr?»
Gli sbottonai la casacca scura e la macchia di sangue sulla sua camicia bianca mi colpì come un pugno in un occhio. Alzai su di lui lo sguardo più indifferente che potevo esibire e lo spintonai con la mano che era ancora appoggiata sul suo torace.
Ecco, fantastico!
Mentre io languivo in una squallida locanda lui spariva un intero pomeriggio per dedicarsi all'omicidio e osava anche mentirmi.
Durza si riabbottonò rapidamente la casacca e gettò uno sguardo circospetto per la stanza.
Aprii la bocca per ricoprirlo di insulti, ma mi colse di sorpresa stringendomi forte le braccia intorno al corpo e ribaltandomi con lui sul materasso.
La sua bocca raggiunse il mio orecchio. «Non essere sciocca, ti spiegherò tutto, ma non è il caso di fare insospettire qualcuno» bisbigliò.
«Sei un verme e un bugiardo» ringhiai in risposta.
«Non ne possiamo parlare adesso, Principessa». Il suo fiato e le sue labbra mi sfiorarono il collo ed ebbi un involontario fremito, di cui mi vergognai immensamente.
Sentivo la rabbia bruciarmi lo stomaco e la delusione stringermi la gola, ma mi imposi di non dire o fare nulla e mi lasciai andare inerte tra le sue braccia, mentre il suo respiro alla menta continuava a scivolarmi indiscreto sulla pelle e il suo corpo, che puzzava ancora di sangue, premeva contro il mio.
Non dovemmo restare così a lungo perché gli esseri umani intorno a noi caddero presto nelle spire del sonno.
Puntellandomi sullo stomaco di Durza, mi staccai finalmente da lui, nervosa e un po' in imbarazzo.
Trasferimmo il contenuto delle bisacce negli zaini e legammo le coperte per la notte all'esterno di essi. Con il mio pugnale tagliai una striscia del lenzuolo del nostro pagliericcio e feci una fasciatura lenta ai piedi. Gli stivali di pelle erano nuovi e avevo paura che mi riempissero le piante di vesciche. Intanto che lo Spettro finiva di preparasi composi i miei capelli scarmigliati in una coda alta.
Il lungo sacco che Durza mi passò mentre scendevamo piano le scale conteneva la mia spada e la assicurai al mio zaino con dei legacci così da non doverla tenere a cintura, dove era piuttosto ingombrante per la corsa.
Giunti al portone della locanda sollevammo il chiavistello e fummo per strada, dove un vento gelido che annunciava neve frustò prepotente i nostri abiti.
Seguii Durza, che camminava con sicurezza in direzione delle mura, in un punto ben preciso. Solo quando fummo vicini capii: il portone della città veniva chiuso al tramonto e l'unico modo per uscire era scavalcare le mura, che per nostra fortuna non erano troppo alte ed erano costituite da pietre irregolari che permettevano una faticosa ma non impossibile scalata. Dal punto in cui eravamo noi un grosso albero dai rami scheletrici offriva un buon appiglio per cominciare ad arrampicarsi.
Lo Spettro insistette perché salissi prima io e non mi ribellai, del resto era troppo buio perché potesse anche solo pensare di sbirciare sotto la mia gonna quindi sicuramente non era quello il suo movente. Inoltre preferivo che fosse lui a dovermi prendere al volo nel caso fossi caduta -anche perché era l'unico dei due a poter disporre della magia- e non viceversa.
La salita fu ostacolata del freddo, che rese le mie mani intorpidite e le pietre gelate e scivolose. Inoltre fummo obbligati a fare delle soste ogni volta che una guardia passava dal camminamento sopra di noi.
Ebbi la fortuna sfacciata di non scivolare mai, ma quando mi issai oltre il parapetto avevo i muscoli delle spalle piuttosto indolenziti e una breve occhiata alle mie mani mi informò che le mie unghie si erano spezzate tra una pietra e un'altra e ora sanguinavano, ma grazie al freddo non sentivo particolare dolore.
Durza legò una corda lunga ad un merlo e si calò dalla parte opposta, scomparendo nell'oscurità. Quando sentii il verso artificioso di un gufo lo presi per un segnale e lo seguii.
La corda terminava a qualche metro da terra, intravedevo la neve luccicare sotto di me, quindi mi buttai con sicurezza al suolo, mantenendo a fatica l'equilibrio.
Lo Spettro mormorò qualche parola e la corda si sciolse da sé, arrotolandosi tra le sue mani.
Una mano gelata mi sfiorò il mento. «Corriamo piccola Elfa, se hai difficoltà a vedere concentrati su di me e cerca di seguire i miei passi».
«Tu vedi così bene?» mi stupii. Io riuscivo vagamente a percepire i contorni delle cose, ma la notte era veramente troppo buia per poter pensare di correre.
«Io vedo quasi perfettamente» rispose.
Scossi la testa. «Io non vedo quasi nulla, Durza».
Sospirò. «Dammi la mano». E fece scorrere la sua sul mio braccio, fino a stringermi le dita. «E cerca di tenere il mio passo» concluse.
Sbuffai. «Tu cerca di tenere il mio piuttosto» ribattei.
Il tempo di sentire la sua risatina e partimmo correndo, prima lentamente, poi sempre più veloci.
I muscoli delle mie gambe si tendevano al massimo, finalmente; l'aria fredda mi congelava il viso e mi faceva bruciare gli occhi e la gola; i miei capelli fluttuavano alle mie spalle; il mondo era avvolto nel silenzio pulito della neve che cade e la mia mano destra era calda tra quella sinistra dello Spettro.
Così, un passo dopo l'altro, abbandonammo il sentiero e corremmo liberi da ogni pensiero in direzione di Dras-Leona.


__________________________________________________________________________________
Piccola nota: Durza! Paolini ha spesso specificato in interviste varie che gli spettri non possono che fare del male, è nella loro natura. Tuttavia ho ben presente lo spettro che viene creato in “Brisingr”, Varaug. Da come viene descritto pare quasi che un neo-spettro non possa controllare affatto il suo corpo (e in effetti Varaug parla al plurale, come se fossero i suoi spiriti a farlo per lui), mentre a mio avviso Durza riscontra questa capacità in “Eragon”, è sopratutto un individuo, con la sua boria e la sua sicurezza, non tanto un corpo manovrato da altri. Ho strutturato il mio personaggio di Durza seguendo questa idea: che con il passare del tempo sia sempre più facile controllare gli impulsi dati dagli spiriti, anche se impossibile sottrarsene totalmente (anche perché poi non parleremmo più di cattivoni, no? ;)
Grazie a tutti! Ci vediamo tra una settimana con un capitolo che, vi giuro, sarà più corto! xD
Ultima modifica di Lalli il 21 maggio 2015, 12:24, modificato 2 volte in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Demonietta97 » 5 ottobre 2014, 19:07

Brava come al solito ;) Mi piace un sacco il fatto che sei coerente e che non lasci buchi: per ogni avvenimento c'è una spiegazione! Non preoccuparti della lunghezza del capitolo: il fatto che siano lunghi è solo da lodare.. Ci lasci un po' di materiale da leggere nell'attesa del prossimo, siamo contenti noi! ;) :D
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 10 ottobre 2014, 13:23

Oh grazie mille Demonietta! ^_^
Comunque, a parte gli scherzi questo capitolo era dieci pagine di word, credo che non capiterà mai più :°D
Ci vediamo tra domenica e lunedì per il prossimo episodio! Grazie ancora ;)
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 14 ottobre 2014, 14:28

26. Dras-Leona
Corremmo incessantemente fino a che i primi chiarori dell'alba non illuminarono il mondo della luce sufficiente per vedere con assoluta chiarezza l'ambiente intorno a noi. O almeno, fino a che io non vidi chiaramente l'ambiente intorno a noi.
La notte aveva portato con sé un po' di neve, che in quel momento ricopriva leggera il terreno già ghiacciato.
Quando lo Spettro si fermò dovetti trattenere un sospiro di sollievo: ero insonnolita, i muscoli delle gambe mi dolevano e il braccio allungato nella direzione di Durza era tutto contratto per la lunga e scomoda posizione.
Posizione che, mi resi conto solo in quel momento, avrei potuto abbandonare con serenità già un paio di ore prima siccome la luce era da tempo sufficiente per permettermi di indovinare i contorni delle cose.
Tuttavia, prima di lasciarmi la mano, lo Spettro depositò un canzonatorio bacio sulle mie dita, accennando un inchino.
Ritirai il braccio con rabbia. Se pensava che qualche moina mi avrebbe fatto dimenticare le vicende della sera precedente si sbagliava. Mi aveva voluta come alleata? Allora era suo dovere essere onesto con me, almeno per ciò che concerneva quella nostra missione in sodalizio.
«Sto ancora aspettando le tue spiegazioni» dissi, secca.
Durza parve non sentirmi, si passò una mano tra i capelli, ricoperti di piccole perle di ghiaccio, e se li scrollò con un sorriso divertito sulle labbra pallide.
«Durza!» ringhiai, al limite della proverbiale pazienza elfica.
Lo Spettro sbuffò. «Non ti risponderò, Arya. Sì, lo so che ti ho detto che ti avrei dato delle spiegazioni e ho intenzione di mantenere la parola, credimi, ma non ti dirò tutto quello che mi è successo ieri, per il semplice fatto che non ti riguarda. Diciamo che stavo facendo gli affari miei quando un uomo mi ha provocato, mi ha infastidito e ha trovato la morte che si meritava».
«Stavi facendo gli affari tuoi, o stavi lavorando ad affari loschi?»
Durza scostò gli occhi dai miei. Centro!
«Ti prego non farmi domande a cui non posso e non voglio rispondere» fu il commento aspro. Si sfilò lo zaino dalle spalle e prese a mormorare Brisingr per liberare uno spiazzo dalla neve.
«Gli affari tuoi sono anche i miei ora. Dubito che si trattasse di qualcosa che non aveva a che fare con quello che stiamo progettando adesso».
Vidi che continuava ad ignorarmi e mi avvicinai a lui, afferrandogli una ciocca di capelli vermigli. I suoi occhi, all'improvviso color sangue, mi fissarono pericolosi.
«La nostra alleanza può dirsi conclusa, allora». E feci per andarmene.
Mi afferrò per un gomito. «Ho incontrato un informatore e l'ho ucciso perché ormai sapeva troppe cose. Era necessario» disse, palesemente controvoglia.
«E che informazioni hai avuto?» chiesi scettica.
«Non buone. Il re ha raggiunto Carvahall e sta cercando la pietra».
Mi gelai sul posto. «Credevo che avessi tenuto quell'informazione per te! Perché lo hai detto al re?»
«Come se avessi scelta, Elfa!» sibilò e vidi un lampo di umiliazione nei suoi occhi.
Deglutii. «Devo avvertire assolutamente Brom!»
«No, non puoi. Ragiona, un messaggio di qualunque natura attirerebbe solo l'attenzione. Se il tuo Brom ha trovato l'uovo che gli hai gentilmente spedito, avrà avuto l'accortezza di metterlo al sicuro, magari lasciando Carvahall e portandolo con sé. Probabilmente a questo punto sarà già dai Varden o dalla tua gente».
«Forse saremmo dovuti andare a Carvahall, non a Dras-Leona» osservai, inquieta.
«A Carvahall bazzicano i Ra'zac, principessa. Non ho nulla contro di loro per carità, gente simpatica, ma il loro odore e la loro fedeltà al re non mi fanno impazzire».
Pensai a Brom. Se la sarebbe cavata contro i Ra'zac? Probabilmente sì, ma ancor più probabilmente era già lontano da Carvahall, non era uno sprovveduto. Rabbrividii e per la prima volta da quando avevo lasciato Gil'ead sentii di aver preso la scelta sbagliata.
Lo spettro stese a terra le sue coperte e mi rivolse un sorriso, che parve voler essere rassicurante.
«Vieni a dormire un po' Arya».
«Hai abolito i falò?» domandai, sfilandomi finalmente lo zaino dalle spalle e sganciando la spada e le coperte.
«Ormai è giorno, il freddo non è così terribile, e nel caso il gelo fosse insopportabile puoi avvicinarti a me». Percepii un sorriso di scherno nel tono della sua voce.
«Non ne avrò bisogno, grazie» dissi, e mi infilai sotto le coperte a un paio di iarde da lui, dandogli le spalle.
«Puoi anche prenderti delle libertà se lo desideri».
«Durza non sei stanco di questi giochetti?» ribattei, nascondendo a fatica l'esasperazione.
«Tu assecondami, non sarà troppo difficile, no?» rispose lui ridendo.
Tacqui. Era la prima volta che -anche se in maniera indiretta- faceva riferimento alla notte in cui era strisciato nella mia cella sanguinante e mi aveva baciata. A quel ricordo si aggiunse quello del bacio che mi aveva rubato giusto qualche ora prima davanti alla locanda, quello del suo respiro che mi sfiorava il collo sul pagliericcio e quello della sua mano stretta forte nella mia.
Cosa stava cercando di fare Durza? Se pensava che con un paio di mosse da seduttore consumato mi avrebbe incantato, allora non sapeva proprio niente di me.
Ma era quello il vero problema: da quel punto di vista mi conosceva meglio di chiunque altro al mondo, aveva avuto una prova concreta della mia tenacia e quindi doveva essere consapevole del fatto che qualunque sua mossa non avrebbe cambiato il mio atteggiamento nei suoi confronti.
Forse per lui era veramente solo un gioco.
E forse gli sfuggiva che poteva essere benissimo giocato in due.
Quanto potere avevo su di lui? Poco, ma un po' sì. E forse potevo giocarmelo con intelligenza e tirarlo completamente dalla mia parte.
Scossi la testa tra me e me. Durza era testardo almeno quanto lo ero io e su quello non avrebbe ceduto, quindi era inutile umiliarmi di fronte a lui, assecondandolo.
Che continuasse pure a fare l'arrogante impertinente, la cosa non mi avrebbe toccata.
Forse ero riuscita a riposare per un'ora quando la visione che mi era ormai familiare mi assorbì completamente.
Ma questa volta comparve anche Durza.
Era completamente coperto di sangue e pugnalava con cattiveria un corpo che giaceva a terra, inerte tra le sue ginocchia. Gli occhi dello Spettro erano spiritati e sembrava sudare sangue dalla fronte.
Poi una luce improvvisa illuminò il volto della sua vittima.
Ero io.
«Questo è un avvertimento» cantilenò Fäolin ferocemente e i suoi lineamenti si fusero con quelli di Durza.
Il tocco di una mano gelida sul viso mi catapultò bruscamente alla realtà. La mia condizione era la solita di tutte le notti: ero sudata eppure tremavo di freddo, la testa mi doleva e le mie ciglia erano umide delle lacrime che non mi ero accorta di aver versato.
Sentii un fruscio alle mie spalle e mi voltai spaventata, giusto il tempo per vedere Durza allontanarsi da me e tornare al suo giaciglio.
Per l'ennesima volta fui felice che non accennasse a quella mia debolezza e gli fui riconoscente per avermi svegliata.
Non volevo chiudere gli occhi. Mai più.
E in effetti per il momento non lo feci, nonostante fossi stanca. Mi limitai a rilassare le membra e anche quello mi permise di recuperare un po' di forze.
Un paio d'ore dopo il sole era ormai sorto, ma era nascosto dietro pesanti nuvole grigie e l'aria rimaneva fredda. Lo Spettro si svegliò, si stirò come un gatto e poi scattò agilmente in piedi.
«Buongiorno madamigella! Pronta a correre per qualche altro miglio?»
Non mi guardò, ma sorrise a fior di labbra.
«Pronta» risposi, laconica.
Ricominciammo a correre.
Quella sera mi ritrovai mio malgrado a chiudere gli occhi, stremata. Non dovevo dormire, non dovevo dormire, non dovevo dormi..
Quando mi svegliai dalla visione il mio panico fu ulteriormente amplificato dall'assenza di rumore. Oltre al mio respiro affannato c'era un silenzio inquietante.
E Durza non era disteso accanto a me. Un terrore cieco mi si riversò nel petto e per poco non balzai in piedi a gridare il suo nome. Cercai di dominarmi, mi alzai in piedi, sfoderai la spada e il pugnale e mi avventurai tra gli alberi del boschetto dove eravamo accampati. Non trovai neanche un'impronta nella neve.
Camminai in cerchio nella luce grigia del mattino per una decina di minuti, allontanandomi sempre di più dai nostri zaini, poi sentii un respiro davanti a me e mi diressi con decisione in quella direzione.
Durza era seduto a terra, incurante della neve che gli bagnava i vestiti, aveva gli occhi chiusi e le dita sulle tempie. E sembrava che non mi avesse sentita arrivare.
All'improvviso mi ritrovai a non sapere cosa fare.

[Durza]
Non sapeva cosa fossero esattamente quegli strani attacchi che prendevano l'elfa ogni volta che pareva addormentarsi. Sapeva solo che se i primi giorni era bastato fare un po' di rumore per ridestarla, la sera prima aveva dovuto scuoterla a lungo prima che i suoi occhi bagnati di lacrime si spalancassero.
La cosa lo turbava. Più di quanto desse a vedere.
Però sapeva che, se avesse osato ficcare il naso negli affari di Arya, lei avrebbe reagito come una gatta inferocita, intimandogli di non impicciarsi. E poi gli sembrava una cosa troppo.. intima da condividere, sopratutto con lui.
Tuttavia sentiva la gratitudine di lei ogni volta che la svegliava.
E nonostante tutto quella notte non l'avrebbe fatto. Non aveva alcun interesse a fare soffrire la sua ex-prigioniera, ma doveva terminare un certo lavoretto e se l'unico modo per tenerla fuori dai piedi era lasciarla a contorcersi in un dolore che lui non sapeva spiegare, beh l'avrebbe lasciata lì.
Doveva mettersi in contatto con gli Urgali che vivevano sulla Grande Dorsale, sotto il suo diretto controllo, e mandarli in direzione di Carvahall immediatamente. Aveva a lungo ragionato sulla direzione che dovevano aver preso Brom e il neo-cavaliere, Eragon, ed era giunto alla conclusione che, in ogni caso, sarebbero passati da Yazuac. Ed era lì che aveva intenzione di mandare il suo esercito personale. Voleva fermarli, catturare il ragazzo e il suo drago e aggiungerli alla babele di piccole alleanze che negli anni aveva stretto contro il tiranno.
Capì immediatamente quando Arya cominciò a stare male perché il suo respiro si fece affannoso. Con qualcosa che somigliava vagamente a vergogna a zavorrargli il petto, si alzò e sgusciò via tra gli alberi. Non sapeva quanto tempo avesse, quindi tanto valeva darsi una mossa e tornare a scuoterla dai suoi incubi.
Sedette per potersi concentrare meglio. Il primo manipolo di Urgali era parecchio a nord e avrebbe impiegato qualche minuto ad individuarli dato che non li monitorava da settimane. Controllare quelle menti primitive e violente non era stato troppo difficile, gli ricordavano sin troppo bene una versione alleggerita degli spiriti che abitavano nel suo cuore.
Le tribù erano più di una decina e tendevano a darsi battaglia ogni primavera, ma Durza era riuscito a tenerli buoni e a riunirli sotto vari reparti, ognuno con il loro capo, e da allora non c'erano più stati scontri tra di loro.
Si concesse un sorriso a fior di labbra. Qualcosa di buono aveva fatto anche lui, no?
Quando finalmente trovò il contatto con il capo del manipolo più vicino -in corrispondenza del lago Fläm- cominciò a dettare rapide e secche istruzioni nell'asprissima lingua urgali, che conosceva bene quanto l'elfico. Ordinò loro di concentrarsi tutti nei pressi dei paesi del nord: Yazuac, Daret, Gil'ead e anche Ceuron. E in particolare di formare uno sbarramento su Yazuac.
Poi diede loro la descrizione di Brom, o almeno del Brom che conosceva quindici anni prima, insieme all'informazione che con lui c'era un ragazzo, giovane, con un segno luccicante sul palmo -probabilmente il destro- e che un drago color zaffiro viaggiava con loro.
Ripeté le istruzioni più volte: dovevano catturare il ragazzo ma non nuocere né a lui né al suo drago. Per quanto riguardava il vecchio potevano fare ciò che volevano. Per quanto riguardava gli abitanti di Yazuac, pure.
Stava ripetendo il tutto daccapo per la terza volta quando la pressione di qualcosa di gelido sulla sua gola lo costrinse a ritornare a concentrarsi sul suo corpo.
Inginocchiata nella neve davanti a lui c'era Arya, con il viso pallido e tirato. Reggeva il pugnale nella mano sinistra e lo teneva dolcemente appoggiato contro la sua pelle.
«Cosa stai facendo, Spettro?»
Le sorrise, elaborando rapidamente l'ennesima bugia. «Ho parlato con Hillr. A Gil'ead è tutto a posto, nessuno sospetta che Alba abbia preso il tuo posto e nessuno le ha fatto del male. Contenta?»
Lesse l'indecisione nei suoi occhi, ma poi parve fidarsi di lui perché rinfoderò il pugnale.
«Te stai bene elfa? Mi sembri un po' sconvolta».
Sapeva di stare toccando una piaga dolente, ma era proprio quello il suo scopo. Arya voleva sicuramente evitare di ammettere che qualcosa non andava, quindi avrebbe rapidamente cambiato discorso, fingendo di dimenticare.
«Eri sparito, credevo che un branco di lupi ti avesse sbranato» disse infatti.
Come se fosse possibile, Principessa.
«Purtroppo per te sono ancora intero». Si alzò e le allungò una mano per tirarla in piedi. Lei la ignorò e si alzò subito dopo di lui.
«Benissimo, allora credo che tornerò a riposare. Ma la prossima volta sei pregato di avvisarmi». Lo anticipò in direzione del piccolo spiazzo tra gli alberi dove avevano piazzato il loro accampamento.
Restò a guardarla per qualche minuto dopo che ebbe chiuso gli occhi. Aveva ripreso parecchio da quando erano partiti da Gil'ead, ma aveva scritto in volto che il riposo era un lusso che raramente riusciva a concedersi ed era convinto che, se avesse interrotto il debole flusso di energia che le passava a sua insaputa durante la loro corsa giornaliera, sicuramente non avrebbero viaggiato così agilmente.
Con reticenza tolse gli occhi dai capelli di inchiostro sparsi intorno al viso pallido, indugiò un istante sulle labbra screpolate e leggermente bluastre per il freddo e poi si costrinse a chiudere gli occhi a sua volta.
Poteva rispettare i suoi silenzi e i suoi segreti, del resto anche lui ne aveva parecchi nei suoi confronti, ma non voleva assolutamente che un sogno, una malattia o quel diavolo che era la sciupassero.
Oh no, le era costata mesi di sofferenze e convincerla a diventare sua alleata era stato ancora più difficile. Non avrebbe permesso che una bazzecola se la portasse via. Avrebbe aspettato ancora un po'.
E poi l'avrebbe convinta a dirgli cosa le succedeva.
Più tardi sognò di baciare il suo cadavere.

[Arya]
Continuando a quel ritmo serrato, tagliando per i boschi e le pianure, lontani dalle strade e correndo come pazzi sopratutto di notte, dopo due giorni di viaggio avvistammo l'Helgrind in lontananza.
Il mattino dopo avvertimmo il luccichio del lago Leona e smettemmo di correre, rientrando nelle strade e sistemando il nostro aspetto umano.
Costretti a mantenere un'andatura lenta, arrivammo in città solo a sera inoltrata, quando era ormai buio.
Chiamarla città poteva effettivamente essere un complimento. Era un caotico grumo di case di legno talmente scuro da apparire nero.
«Dras-Leona la fangosa» mormorò Durza, e mi parve di cogliere una nota di sincera soggezione nella sua voce.
Lo Spettro mi aveva svegliata ogni volta che le mie visioni mi avevano aggredita. Ma poi, come al solito, aveva mantenuto il silenzio sulla faccenda. Non ero una persona espansiva e ammettevo di essere abbastanza orgogliosa, tuttavia cominciavo a sentire il desiderio di parlare di quel mio problema con qualcuno.
Peccato che al momento Durza fosse l'unico possibile candidato.
Ci avvicinammo alle mura, alle quali la città doveva il proprio infelice nomignolo. L'Helgrind era una presenza opprimente alla mia sinistra e la vista delle guglie della cattedrale, che riprendevano la sua struttura, mi fecero rovesciare lo stomaco.
Istintivamente, mi aggrappai al braccio dello Spettro e lui posò una mano sulla mia senza dire una parola.
I cancelli erano enormi e neri come il resto della città, ingentilita da una spennellata di neve bianca sui tetti di legno.
«Ehi voi due sbrigatevi!» urlò una guardia. «Stiamo per chiudere!»
Durza mi lanciò un'occhiata ammonitrice e iniziò a correre, ma molto piano. Capii l'antifona: gli umani non corrono come avevamo fatto noi negli ultimi giorni, chiaro. Lo seguii.
Probabilmente se fossimo arrivati di giorno, con il flusso normale di chi entrava in città, ci avrebbero fatto passare senza alcun problema. Invece in quel momento avevamo ben dieci guardie con gli occhi puntati sospettosamente su di noi.
Pensai alle spade che nascondevamo sotto i mantelli e capii immediatamente che non ce la saremmo cavata con un paio di rassicurazioni sulle nostre buone intenzioni.
Durza poggiò le mani sulle ginocchia e finse di ansimare, lo imitai portando la mano sinistra al petto e le porte si chiusero dietro di noi. All'improvviso mi sentii terribilmente in trappola.
«Chi siete?» tuonò quello che doveva essere il capitano delle guardie, un uomo alto con i capelli biondi e sporchi legati in una coda bassa.
Lasciai che il mio compagno di viaggio offrisse le nostre generalità e mi guardai intorno rapidamente. Molte delle guardie sembravano insonnolite, oltre che sospettose. Forse c'era una minima possibilità che ci lasciassero andare, fosse anche solo per tornare finalmente a casa. Probabilmente erano al termine del loro turno.
«Quindi cercate una casa qui a Dras-Leona?» La voce del capitano emerse improvvisa.
«Vorremmo trasferirci qui, sì, ma nel caso non ci piacesse l'ambiente nelle prossime settimane proveremo a Belatona, vorremmo solo stare sul lago Leona o nei pressi». Durza rispondeva con ferma allegria, venata di spensieratezza. Sembrava un giovane ingenuo ed entusiasta, niente a che fare con l'uomo micidiale che conoscevo.
«Ancora pochi minuti e sareste rimasti chiusi fuori!»
«Oh mi spiace» fece lo Spettro senza perdere il sorriso, «ma abbiamo avuto un paio di intoppi da stamattina, purtroppo la mia signora non si è sentita bene».
Il biondo mi guardò. «E neanche adesso mi pare tanto in forma. Sai parlare, ragazza?»
«Sì» mormorai, «mi dispiace molto».
La guardia scoppiò a ridere e i suoi compari lo seguirono, apparentemente a caso.
«Non riesco a credere che ti sia sposato una donna così musona» disse poi rivolto a Durza. «Sembrate diversi come il giorno e la notte!»
Trattenni l'istinto di alzare gli occhi al cielo.
Poi sorrisi radiosamente. «Devo contraddirti, sono semplicemente molto stanca. Sono solo al secondo mese, ma il bambino comincia a pesarmi».
Ebbi modo di vedere un lampo di sconcertata sorpresa negli occhi -in quel momento castani- dello Spettro, prima che si decidesse a reggermi il gioco, avvicinarsi a me e baciarmi sulla fronte.
«Andiamo a cercare una locanda» disse, a voce abbastanza alta da farsi sentire da tutti.
«Il primo figlio?»
«Sì» risposi, posando una mano sul mio addome piatto. Ma con il buio e i vestiti e il mantello sopra nessuno se ne sarebbe accorto.
«Mi ricordo il mio primo figlio» disse il capitano delle guardie. «Quando arrivò il momento ero più agitato di mia moglie». E rise.
Mi si strinse il cuore. Quelli erano i soldati di Galbatorix: uomini normali, che facevano il loro dovere, che avevano una famiglia a cui badare, a casa.
Uomini che avevo e probabilmente avrei ucciso in battaglia.
All'improvviso ebbi voglia di vomitare.
Ci lasciarono andare con i migliori auguri, appena prima che arrivasse il drappello che doveva dare loro il cambio per la notte.
Ricominciai a respirare solo quando fummo ad un paio di strade di distanza. Ce l'eravamo cavata con poco, dopotutto.
«Elfa farmi diventare padre così all'improvviso è stato un gran brutto colpo!» bisbigliò Durza ridacchiando e rifiutandosi di lasciarmi il braccio per il quale mi aveva trascinata via dal portone. «E per di più non ricordo di aver mai consumato il matrimonio» concluse, gettandomi un'occhiata allusiva.
«Probabilmente eri ubriaco, Spettro».
Lo spiazzai. Sollevò entrambe le sopracciglia e rinunciò a fare commenti.
«Se non troviamo presto una locanda mi perderò tra questi cunicoli» disse invece.
Non aveva tutti i torti. A parte qualche lanterna appesa saltuariamente a qualche incrocio, il buio più totale avvolgeva la città. Le case erano tutte in legno, altissime, e pendevano verso il centro della strada, tanto che non era raro trovare un palo inchiodato orizzontalmente a sostenere le due strutture. Solo una piccolissima porzione di cielo era visibile e ormai il debole bagliore del tramonto lo aveva abbandonato da un pezzo.
Alla fine Durza cominciò a chiedere indicazioni ai frettolosi passanti, ma impiegammo ancora parecchio tempo prima di trovare un posto per dormire.
Al contrario della silenziosa Gil'ead, a Dras-Leona pareva non esistere un coprifuoco. Io e Durza entrammo alla Ghiandaia impazzita e ci ritrovammo pressati tra fitti tavoli di legno, boccali di birra e avventori parecchio alticci. Per di più c'era un odore insopportabile.
Raggiungemmo il bancone a fatica e lo Spettro dovette urlare per farsi sentire sopra il baccano.
Ci trovarono una “stanza”. Uno stanzone spoglio, senza camino, tappezzato di paglia. Non una coperta e non un lenzuolo a disposizione, nemmeno un modo per separare un letto da un altro.
Fummo costretti a dormire con le bisacce abbracciate a noi e, quando arrivò il nostro vicino e cominciò ad infastidirmi con complimenti non richiesti, Durza lo guardò con ferocia e poi mi passò un braccio intorno alla vita. Lo accettai, almeno teneva lontano disturbatori, e, ancora meglio, mi riscosse con prontezza non appena la visione tentò di accalappiarmi.
Fummo costretti a rimanere lì, pressati tra corpi puzzolenti, fino a che il sole non fece capolino. Andarsene prima sarebbe stato piuttosto sospetto e poi un po' di riposo in più non ci avrebbe certo danneggiati.
Non appena il pavimento fu abbastanza libero da poter camminare senza pestare le membra degli altri ospiti, ci affrettammo ad andarcene, allungando quanto dovuto al locandiere.
«Dovremo prendere una stanza più vicina alla cattedrale, ma non troppo, in modo da poter avvicinarci ed allontanarci senza problemi. E in più pretendo un alloggio decente! Per la miseria, il denaro ce l'ho, tanto vale usarlo!»
Mi strinsi nelle spalle. Non ero molto esperta per quanto riguardava il denaro degli umani. Gli elfi si limitavano a scambiarsi favori e, fino a che avevo viaggiato in veste di ambasciatrice, non avevo mai dovuto pagare nulla, mi era sempre tutto dovuto.
Tuttavia quando Durza comprò due focacce calde dal forno che incontrammo lungo il cammino, fui felice che il denaro esistesse e divorai la mia in un istante.
Mano a mano che abbandonavamo la cerchia esterna le case si facevano più basse e solide, ne incontrammo poi alcune in pietra e il culmine fu la vista del grandioso palazzo in granito del governatore della città, un tale Marcus Tàbor.
A quel punto eravamo decisamente nella zona più ricca della città e fu lì che cominciammo a cercare un'ennesima locanda da usare come base, tuttavia nei dintorni trovammo solo case grandiose, circondate da inaccessibili cancelli impreziositi da fiori stilizzati. Decisamente la componente ricca della città non se la passava troppo male.
«Dovremmo tornare indietro» osservai. «Qui non ci sono locande. Magari ce ne sono oltre la cattedrale, ma poi saremmo.. lontani».
Lontani dalle porte della città ovviamente.
Durza capì bene cosa intendessi dire: non volevo rimanere chiusa in quella città come un topo in una sudicia trappola e sembrava condividere il mio stesso desiderio, tuttavia la sua proposta fu di altra natura.
«Raggiungiamo la cattedrale e superiamola. Più ci allontaniamo dalla cattedrale più i quartieri sono miseri, quindi dovremmo trovare un posto nella fascia intermedia; e lo so che preferisci il semicerchio della città vicino alle porte. Però nella parte opposta alla porta della città siamo vicini al lago e ci sono gli scarichi delle fognature..»
Aggrottai la fronte, ma lo Spettro mi fece cenno di seguirlo e quindi decisi di tacere. C'erano troppe persone intorno a noi per fermarsi a discutere.
Più ci avvicinavamo al cuore di Dras-Leona più la cattedrale sembrava inghiottire ogni luce intorno a noi, eppure, quando ci ritrovammo nel piazzale al di sotto si essa, dovetti ammettere che era grandiosa.
Non avrei saputo trovare una definizione migliore di quella. Era alta, talmente alta che ero costretta a rovesciare il capo totalmente all'indietro per vedere la struttura per intero.
Il marmo nero era lucido e poco segnato dalle intemperie. La chiesa non doveva avere più di mezzo secolo, nonostante la setta religiosa esistesse da tempo immemorabile. Probabilmente in assenza dei cavalieri si erano rafforzati altri credi religiosi e quello dei sacerdoti dell'Helgrind era antico e ora pieno di aderenti, quindi probabilmente era anche ricco.
Quando riuscii a staccare gli occhi dal gigantesco rosone centrale trovai gli occhi di nuovo rossi di Durza puntati sulla mia gola, con uno sguardo rapace nelle iridi. Sembrava sul punto di sbranarmi.
Indietreggiai automaticamente.
Lo Spettro si riscosse all'improvviso e le sue pupille e le sue iridi tornarono umane.
«Avrai tempo più avanti di osservarla in ogni particolare, ora andiamo» disse, con un tono assente.
Poi si voltò e riprese a camminare.
Un po' turbata, gli andai dietro, portando una mano alla fodera del pugnale che tenevo a cintura sotto il mantello.
Trovammo una locanda più che decorsa, ma non di lusso. Era a dieci minuti dalla cattedrale e a più di mezz'ora a piedi dai cancelli.
E, cosa più importante, avevamo una stanza con una serratura e una chiave, ma purtroppo con un solo letto.
Era una camera al terzo piano e c'erano solo un paio di stanze occupate oltre alla nostra. Meglio così.
Lasciammo i nostri zaini e le nostre armi sulla cassapanca ai piedi del letto ed esplorammo con lo sguardo la stanza: c'era il letto, la cassettiera, un grande catino pieno di acqua e un paio di ganci alle pareti.
«Una stufa! Addirittura una stufa!» esclamò lo Spettro lanciandosi in direzione di una stufetta di terracotta e iniziando a riempirla di piccoli ciocchi di legna ammucchiati lì accanto.
L'accese schioccando le dita.
Mi sedetti sul pavimento di legno accanto a lui, godendomi il tepore delle fiamme sul viso mezzo congelato.
«Le fogne sono..?» mi interruppi. Non volevo veramente dire quello che stavo pensando. «Non saranno una possibile via di fuga vero?»
Durza sorrise innocentemente. «Finiremmo nel lago, che è come lavarsi no?»
A proposito di lavarsi.. avrei veramente avuto bisogno di un bagno.
«Va bene» concessi. «Nel caso ne avessimo bisogno sai dove andare con esattezza?»
«Non proprio, dovremo andare in esplorazione anche per quelle» ammise. «Poi sarebbe ora che prendessimo qualche decisione pratica per quanto concerne la nostra visita di cortesia ai Sacerdoti».
«Hai insonorizzato la stanza?»
Lo fece, stranamente senza fare commenti. «Non volevo andare lì e presentarmi come Durza, nel caso lo scoprissero non credo che sarebbe un problema, ma preferirei trattare in incognito.»
«E come credi di poter spiegare ai sacerdoti il fatto che un apparentemente comune essere umano vada alla ricerca di un misterioso e potentissimo incantesimo?»
«Chiederò di poter visitare la loro biblioteca e basta, sono certo che ne abbiano una! Non è necessario che sappiano cosa sto cercando».
«Vorranno certamente qualcosa in cambio» gli feci notare.
«Tutto ha un prezzo e tutto si può comprare Principessa. Non credo che abbiano bisogno di denaro, ma qualche informazione su una qualsiasi attività del sovrano potrebbe essere una buona merce di scambio» disse, stirandosi pigramente le braccia.
Mi fermai un istante a ragionare. «Quanti schieramenti tra loro indipendenti sono contro Galbatorix? Quante.. potenze stanno attentando alla sua corona?»
Era un dubbio che non mi era mai sorto prima di allora. Per tutta la mia vita lo schieramento composto dai Varden, dai nani e dal mio popolo era stato l'unico con cui ero venuta in diretto contatto.
Lo Spettro fece un sorriso arrogante. «Noi siamo una, Elfa. E non so te, ma la componente maschile di questa potenza comincia ad avere fame. Che ne dici di scendere e farci preparare qualcosa?»
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 20 ottobre 2014, 23:22

27. Spie e spionaggio
Dovetti darmi parecchio da fare per convincere l'oste che non mangiavo carne non perché non la volessi ma perché lo speziale mi aveva detto di moderarla a causa del “bambino” che ipoteticamente portavo in grembo.
Era una sciocchezza, ovviamente, e stava in piedi a stento, ma l'uomo finì per stringersi nelle spalle e borbottare un: «Ognuno ha il mestiere suo, sicuramente lo speziale sa quello che fa».
Gli sorrisi candidamente, annuendo con convinzione.
Ma perché gli uomini consideravano la carne una tale prelibatezza? Mangiarla significava fare festa per loro, non capivano quanto fosse terribilmente disgustoso?
E non avevo ancora visto il peggio, perché Durza sembrava condividere quella passione con gli esseri umani e quando la sua porzione arrivò vi si gettò sopra con voracità.
Mentre sorbivo la mia zuppa di verdure, osservai lo Spettro con un moto di disgusto. Stava mangiando con le mani un pezzo di carne untuosa, aveva le dita lorde e il grasso gli gocciolava dal mento. L’odore di cadavere cucinato mi pizzicava il naso fino a darmi la nausea.
«Che schifo!» sibilai. «Ti auguro di morire di gotta».
Durza mi guardò con divertita perplessità. «Mi guarirei, principessa» rispose ridendo. Allungò un pezzo di carne nella mia direzione. «Dovresti assaggiarla, invece».
Indietreggiai, raspando con la sedia sul pavimento e attirando un paio di sguardi di avventori spaventati dal rumore.
«In teoria dovremmo evitare di attirare l'attenzione, Bitr» bisbigliò Durza pianissimo.
Annuii e tornai al mio piatto in silenzio.
Il proprietario della locanda volle essere pagato in anticipo e lo Spettro gli consegnò il denaro sufficiente a tenere la stanza per una settimana.
Rimasi un po' turbata quando Durza mi spiegò che il nome del locale -L'Avvoltoio- altro non era che un soprannome popolare per i sacerdoti della religione dell'Helgrind, dovuto alla loro abitudine di vestire sempre di nero.
Più tardi, quando era ormai ora di pranzo, noi avevamo già mangiato da un pezzo e, i pugnali nascosti sotto i mantelli, ci avviammo in direzione opposta alla cattedrale, verso il lago Leona.
Avevamo deciso di cominciare cercando l'uscita di emergenza costituita dalle fognature. Non che l'idea mi entusiasmasse, ma andare direttamente alla cattedrale mi entusiasmava ancora meno, fui anzi felice di averla alle mie spalle.
«Dovremmo trovare una botola per calarci» osservai.
«Già! E la troveremo nei quartieri più malfamati della città» fu l'allegra risposta.
«Credevo che non conoscessi Dras-Leona».
«La conosco molto bene, invece. Diciamo che non ho mai dovuto prendere l'uscita di servizio per andarmene di qui. Ma del resto non ho mai avuto nulla da discutere con i Sacerdoti, mentre questa volta il rischio è molto più alto».
«Eppure sai da dove possiamo entrare nelle fogne».
Sbuffò, si portò una mano al petto ed estrasse una pergamena ripiegata da sotto il mantello.
«Da' un'occhiata» disse porgendomela.
Era una mappa di Dras-Leona, ma decisamente non una mappa convenzionale. In inchiostro rosso erano vergate sottili linee che attraversavano disordinatamente quasi tutta la parte centrale della città, creando una griglia, mentre un'altra più spessa la tagliava in due. Le fognature.
«Come l'hai avuta?» domandai restituendola e nascondendo immediatamente le mani sotto i vestiti. Si gelava.
«Sono pieno di risorse» rispose sorridendo e nascondendola nuovamente.
«Fammi capire: hai la mappa, hai la magia per aprire qualsiasi botola quindi non ti serve una chiave.. che cosa andiamo a fare?»
Schioccò la lingua contro il palato. «Purtroppo sei intelligente. Andiamo ad incontrare una persona che ci spiegherà qualcosa sui Sacerdoti».
«E non potevi dirmelo subito?» La mia voce aveva un'inflessione gelida.
Non mi piaceva che mi si prendesse in giro e Durza lo faceva continuamente.
«Volevo evitare le domande che da qui fino alla meta mi farai» rispose con tono falsamente addolorato.
«Qualcosa del tipo: chi è la persona che andiamo a incontrare? Perché ti aiuta? È l'unica spia che hai qui dentro..?»
«Sì, direi che può bastare».
Passammo per un'ampia piazza, quasi totalmente deserta, occupata al centro da quella che sembrava una grande gogna, ma senza l'albero per le impiccagioni.
«Qui ogni secondo e quarto giorno della settimana si svolge il mercato degli schiavi. Quello che vedi è il palco dove espongono la mercanzia» disse lo Spettro in tono piatto.
Feci un respiro appena più pesante. Sapevo di quell'usanza barbara. Come sapevo anche che buona parte degli uomini venduti erano o surdani colti fuori dai confini; o abitanti del deserto di Hadarac, dove intere tribù venivano catturate con facilità vista la loro disorganizzazione sociale; o anche criminali, ladruncoli e tagliaborse che i nobili tiravano fuori dalle loro prigioni per ricavarne qualcosa.
Talvolta avveniva anche che un mercante caduto in disgrazia venisse sequestrato e venduto insieme alla sua famiglia per saldare debiti rimasti a lungo fermi presso i propri creditori.
Inutile specificare che ero disgustata da quell'istituzione. L'idea che un essere vivente potesse appartenere totalmente ad un altro, essere sottomesso al suo volere senza poter fare nulla, era agghiacciante e spaventosa.
Senza contare che quella sensazione la sentivo un po' mia ogni volta che pensavo ai mesi di prigionia nelle grinfie di Durza. Potevo essere benissimo paragonata ad una schiava liberata dal proprio padrone e la cosa era atrocemente umiliante.
Gettai un'occhiata all'uomo al mio fianco, che del mio aguzzino aveva mantenuto solo gli irritanti modi di fare e l'indole violenta. Non aveva alzato un dito su di me da quando avevamo stretto quel patto e probabilmente non l'avrebbe fatto mai più, ma in quel momento mi sentii invadere dall'irritazione per i pensieri che avevo appena formulato sulla mia schiavitù quindi tornai a guardare davanti a me con stizza, rinunciando anche alle domande che avevo in serbo per lui.
Lo Spettro probabilmente percepì il cambiamento nel mio stato d'animo perché sentii i suoi occhi pungermi la parte del viso rivolta nella sua direzione, ma scelse saggiamente di fare finta di nulla.
Dras-Leona era una delle più grandi città dell'Impero e una grande città ha sempre grandi ricchezze e grandi miserie racchiuse nelle sue mura. Dopo aver visto le enormi ricchezze dei quartieri alti quella mattina, riscontrai nuovamente il peggio di cui avevo avuto un assaggio la sera precedente.
Più la zona era povera più le case erano alte, marce e traballanti. I crolli dovevano essere all'ordine del giorno e mi ritrovai a chiedermi cosa sarebbe successo se un abitante distratto avesse lasciato cadere una lanterna accesa sul pavimento di legno, nei mesi più caldi e secchi dell'estate.
Una buona metà della città povera sarebbe andata a fuoco prima ancora di riuscire a rendersene conto. Probabilmente le mura interne avrebbero tagliato fuori le fiamme e il resto della città si sarebbe salvata.
Questo pensavo mentre, con il cappuccio calato sul viso e degli odori terribili nelle narici, superavo mendicanti aggressivi e non, bambini cenciosi dallo sguardo astuto -probabilmente piccoli ladruncoli- , uomini ubriachi già a quell'ora del giorno e persone dall'espressione pensierosa e losca. In mezzo a questi elementi spiccava ovviamente il lavoratore onesto e la donna che portava un secchio d'acqua tirandosi dietro il figlioletto di non più di tre primavere.
Durza si fermò davanti ad una porta così malandata che pareva a malapena adatta a chiudere una stalla. Eravamo ormai in prossimità delle mura, esattamente dalla parte opposta del portone da dove eravamo entrati.
Lo Spettro mormorò una parola di potere e aprì la porta, poi mi fece cenno di entrare e insonorizzò la stanza. L'interno era malmesso come l'esterno, c'era uno sgabello, delle assi di legno, delle corde e degli attrezzi sparsi per terra.
Il pavimento era di terra nuda e un odore ancora più terribile di quello che gravava all'esterno riempiva l'aria. Era il tipico odore di.. fogna!
«Intanto che aspettiamo che il mio amico rincasi ti dico un paio di cose sulle fognature» cominciò Durza, tornando a parlare dopo un'eternità di mutismo. «Oltre a puzzare terribilmente, sappi che sono state costruite parecchio tempo fa, quando la città era al massimo dello splendore. I canali sono alti poco più di due iarde e altrettanto larghi nella zona centrale di Dras-Leona e lungo l'asse che porta dai cancelli fino al lago, per il resto sono molto più piccoli, malmessi e sopratutto, in legno. Quindi se devi scomparire in una fogna, fallo nella zona ricca o non ci entreresti neanche. Pochi edifici hanno una latrina, il resto della popolazione usa dei catini, che poi ribalta per strada. Quando piove le strade si lavano e gli scoli portano tutto nel lago, ma in quel momento rischieresti di annegare perché i canali sono gonfi, quindi è meglio evitare. Gli ingressi sono a terra ma ben custoditi, spesso in casa di altre persone. È un provvedimento abbastanza recente, serve ad impedire che la gente si ammassi lì sotto, sopratutto criminali. Ma ci sono persone che con un paio di monete ti faranno passare per l'ingresso che custodiscono».
«Come il tuo “amico”?» chiesi accennando agli attrezzi sparsi a terra.
Durza si accomodò sullo sgabello. «Già. Questo è l'ultimo ingresso disponibile prima che le tubature sfocino nel lago Leona. Ed è qui che io preferirei buttarmi nel caso le cose si mettessero male. Da qui in poi tutti i canali convogliano in uno unico, più largo e dal breve tragitto.»
«C'è un'uscita che porta dentro alla cattedrale?»
Lo spettro fece un ampio sorriso. «Sì».
«Quindi se non arriveremo alla biblioteca con le buone..»
«Lo faremo con le fogne».
Mi scappò una risatina. «Va bene».
«Era una risata quella?» domandò scrutandomi con malizia.
«Più un singhiozzo direi».
«Dovrei fare battute intelligenti più spesso» affermò, tirando nuovamente fuori la mappa delle fognature. «Vieni qui piuttosto, ti faccio vedere quali sono gli ingressi sicuri».
Erano solo quattro. Sparsi un po' ovunque lungo il canale che tagliava la città in due, ed erano tutti nella zona che andava dalla Cattedrale al lago Leona. A detta di Durza, gli abitanti e proprietari delle rispettive case, taverne e armerie, mi avrebbero aiutata senza problemi se avessi messo loro in mano la giusta somma.
Fummo costretti ad aspettare il nostro ospite per qualche ora. Lo Spettro impiegò quel tempo parlandomi di fatti e curiosità riguardo a Dras-Leona, che effettivamente conosceva molto bene. Mi stava parlando della cava di marmo nero dove buona parte degli abitanti di Dras-Leona trovava impiego quando si interruppe all'improvviso e inclinò lateralmente la testa nella sua maniera buffa di ascoltare meglio i suoni.
«Passi decisi nella nostra direzione. Credo che il nostro uomo stia arrivando».
Si accomodò ancora meglio sul basso sgabello e mi fece cenno di stare vicino a lui.
L'uomo che entrò era sulla quarantina, era secco come un manico di scopa e aveva una barba grigia così folta e annodata che sembrava un nido di uccelli.
«Ehi!» esclamò subito. «Che volete qui voi due?» E alzò le mani in segno di resa.
Gli mancavano tre dita della mano destra. Non sapevo quale fosse il lavoro attuale del nostro amico, ma sicuramente doveva aver tagliato parecchie borse in passato. E dovevano averlo beccato qualche volta di troppo.
«Ditolesto?» domandò lo Spettro accennando alla sua mano. «Non hai scelto un così bel soprannome, amico».
L'uomo parve rilassarsi all'improvviso e chiuse la porta dietro di sé. «Che volete da me?» ripeté grattandosi la testa.
«Lavoro per un uomo che ha già chiesto i tuoi servigi in passato. Si fa chiamare Il Ratto».
Ditolesto, o come diavolo si chiamava, si illuminò. «Ah sì, ma certo! L'ultima volta mi aveva mandato una bella bionda però!» E rise sguaiatamente.
Mi irrigidii e, non so per quale motivo, ma pensai subito ad Alba.
«Oggi dovrai accontentarti di me» fu l'incolore replica.
«Va bene, va bene, se mi paghi non c'è problema, no? Cosa vuole Il Ratto stavolta? Altre informazioni da Aberon?»
Faticai parecchio a contenere una mia reazione di fronte a quelle parole. Sapevo che lo spionaggio era un'attività proficua in quel brutto e pericoloso periodo, ma sentirmelo dire in faccia..
«No» lo interruppe Durza e mi parve quasi agitato. «Voglio sapere qualcosa sugli Avvoltoi».
L'uomo si rabbuiò e incrociò le braccia sul petto. «Non so se posso aiutarti. Quasi tutti qui seguono la loro religione, ma nessuno sa davvero qualcosa su quello che fanno. Se vai alle cerimonie li senti cantare e basta ma non ci capisci nulla del loro rito che fanno all'altare. So che per diventare parte della loro religione devi fare un battesimo col sangue, tipo che te lo fanno bere, roba così..»
«Chi ha accesso agli edifici dietro la cattedrale?»
Ditolesto rise di nuovo. «Dietro dici? Forse non sai che quasi tutta la loro roba è sotto la chiesa».
Durza fischiò ammirato. «E come lo sai?»
«Lo senti dire dappertutto che a volte vengono degli strani rumori dal di sotto. Quando vedi gli avvoltoi te ne accorgi, sono così bianchi che per forza devono stare sottoterra o così pallidi non sono, no? E poi.. non so se c'entra qualcosa, ma una volta ho fatto entrare un gruppo di tizi dal di là». E annuì in direzione di una botola, quella che sicuramente portava alle fognature. «Per me erano dei ribelli perché parlavano di ammazzare qualcuno. Io gli ho dato la mappa, no? Così non si perdono, ma loro non sono mica tornati sai? E volevano andare sotto alla chiesa. Per me si sono fatti ammazzare» concluse in tono quasi confidenziale.
Durza annuì lentamente, composto. «Sai come posso entrare negli edifici sotto la cattedrale senza farmi ammazzare?»
«Mhhh credo che devi diventare uno di loro, no? Così dopo puoi andare dove ti pare. Mi sa che è l'unica cosa che puoi fare».
«Come divento uno di loro?»
«Comincia ad andare alle cerimonie, amico, no? Poi parli con uno dei monaci e chiedi se puoi entrare nel giro».
«Quando ci sono le cerimonie?»
«Tutti i giorni alla mattina presto e alla sera. Tutti possono entrare quindi stai tranquillo».
«Va bene». Durza si alzò in piedi. «Tornerò la prossima settimana, tu raccogli informazioni e se avrai qualche novità saprò come ricompensarti adeguatamente».
Gli posò qualche moneta sul palmo e si avviò alla porta. Lo seguii rapidamente.
«Omaggi al Ratto, amico. Avrò certamente qualche cosa per te la prossima settimana». Con queste parole Ditolesto ci lasciò andare.
«Ratto?» domandai quando fummo a qualche iarda di distanza.
Durza si strinse nelle spalle. «Mi chiamavano così una volta, non mi dispiace come nomignolo. Lo trovo.. azzeccato».
«Così hai delle spie ad Aberon» dissi cambiando bruscamente discorso.
«Tutti hanno spie ad Aberon. I Varden, l'Impero e anche io, sì».
«Se tutte le tue spie sono ridotte così ho paura ad affidarmi alle loro informazioni».
«Sono ridotte così perché non ho una mia catena personale di spie. Vedi l'Impero ha la sua Mano Nera, ad esempio, ma io non posso permettermi che un intero gruppo di persone possa parlare e dire chi è il mandante. Io lavoro nell'ombra, Bitr, ho sempre fatto così e così farò, non sai quanto sia stato strano avere con me qualcuno che non fossi io, oggi».
Ripensai all'intera conversazione avuta con l'uomo. «Ditolesto ha detto che l'altra volta gli hai mandato una bionda..» mi interruppi, sperando che che Durza terminasse il discorso al posto mio, ma non lo fece. «Era Alba vero?» chiesi alla fine.
Lo Spettro sospirò. «Non era previsto che sentissi quella parte di discorso. Comunque sì, era lei. Ha lavorato anche come spia per me».
«Devo averla sottovalutata parecchio» mi lasciai sfuggire.
Durza si bloccò all'improvviso e gli ero così vicina che urtai contro la sua schiena. Mi guardò da sopra la spalla sinistra e riprese a camminare. «Non credevo che la conoscessi così bene» disse innocentemente, con voce morbida.
La voce suadente da interrogatorio.
Mi costrinsi a non farmi toccare dall'ansia per quello che sarebbe potuto saltare fuori su Alba, lo avrebbe percepito.
«Mi portava i pasti, la vedevo ogni giorno» risposi con calma assoluta. «Però mi sembrava una ragazzina, non mi sarei mai aspettata che facesse la spia per te».
«Ha.. doti nascoste» replicò guardandomi un'ultima volta.
Come l'essere una maga?
«Sa usare molto bene la magia» aggiunse infatti.
Non risposi e per un po' proseguimmo in silenzio.
Fino a quando Durza non si voltò di scatto, mi afferrò per il mantello e mi spinse in uno strettissimo vicolo tra due case.
«Durza che..?»
«Come mai non mi sembri per niente sorpresa dal fatto che Alba sappia usare la magia, piccola Elfa?» ringhiò minacciosamente.
«Lasciami» comandai seccamente, «o mi metto a urlare».
Scoppiò a ridere. «Potrei stuprarti in questo vicolo e nessuno dei grigi passanti che vedi farebbe nulla per fermarmi, anzi, verrebbero probabilmente a reclamare il loro turno. Non siamo tra i bravi Varden o i perfetti elfi, qui siamo nei bassifondi di una città umana, tutto è concesso, fin qui non arriva giustizia».
Non mi dibattei. «Cosa diavolo vuoi?»
«Che tu mi risponda».
Non dovetti fingermi indignata. «Pensi che me ne freghi qualcosa della tua cameriera? Per la miseria Durza, la tua reazione è ridicola».
«Non mentirmi Principessa, non sei abbastanza capace da nascondere la paura».
Strinsi le labbra e guardai un punto indefinito oltre la sua spalla. «Puoi non credermi se vuoi, ma sappiamo entrambi che non sono io quella delle bugie».
Le mie parole parvero non toccarlo affatto. Tuttavia, dopo qualche lungo istante, lasciò andare il mio mantello.
«Sei una mia alleata adesso e non posso farti del male» disse semplicemente.
«Dunque vorresti?» lo provocai aspramente. «Perché se mantenere la parola è un compito troppo difficile per te, me ne farò una ragione e vedrò di trovarmi il più lontano possibile da te quando ti salirà la voglia di uccidermi».
La miglior difesa è l'attacco e il ricordo del suo sguardo predatore davanti alla cattedrale, quella stessa mattina, mi aveva suggerito quelle parole.
«Non ti ucciderò Arya, né ti farò del male. Non è questo che voglio. Hai ragione tu, mi sono comportato da idiota, perdonami».
Ebbi un moto di sincero stupore e scossi la testa, confusa.
Non mi aveva mai chiesto scusa e mai e poi mai avrei pensato di sentire uscire una simile frase da quelle labbra sottili.
Con un mezzo sorriso lo Spettro uscì dal vicolo e si avviò nuovamente verso la nostra locanda.
Mentre camminavamo in silenzio mi sovvenne un pensiero ancora più inquietante: forse ciò che avevo detto lo aveva colpito perché era minacciosamente vero.
Tornati alla locanda consumammo una cena veloce, poi salimmo in camera.
Ma l'aria in quella stanza era troppo pesante e in più non mi sentivo per niente stanca. Ditolesto mi aveva dato parecchie informazioni su cui ragionare e prima avessimo portato a termine quella missione meglio sarebbe stato per entrambi, quello era certo.
Mi sedetti sul letto e infilai gli stivali.
«Vai da qualche parte, Principessa?» domandò lo Spettro, alzando pigramente gli occhi da pugnale che stava affilando.
«A fare una passeggiata» risposi, vaga.
Durza si allarmò. «Arya sei una donna ed è buio lì fuori, non puoi passeggiare sola per la città come se niente fosse».
Alzai il cappuccio del mantello. «Se solo avessi ancora i pantaloni e la camicia potrei benissimo passare per un uomo, ma mi hai costretto a lasciarli a Gil'ead».
«Già, ho fatto un grande errore» sospirò. «Ma ci tenevo molto a vederti con qualcosa di più scollato di un farsetto di pelle».
Mi voltai e uscii dalla stanza sbattendo la porta, poi corsi rapidamente giù dalle scale.
La voce di Durza mi raggiunse quando ero ormai sulla soglia dell'Avvoltoio.
«Bitr, aspettami!»
Esitai, sopratutto perché ormai gli uomini e donne seduti ai tavoli seguivano con interesse la scena. Probabilmente credevano si trattasse di un litigio tra innamorati.
Lo Spettro scese le scale con l'espressione preoccupata da manuale e corse verso di me.
«Vengo anch'io» sussurrò portando il viso a un palmo dal mio, «almeno saremo in due quando cercheranno di aggredirci in un angolo buio» borbottò.
«D'accordo» dissi semplicemente. E sgusciai fuori nella notte.
Non nevicava, ma come al solito era freddissimo.
«Non ti credevo così irresponsabile» mi rimproverò Durza. «Se qualcuno ci attaccasse saremmo costretti a fare quello che dobbiamo per difenderci e la nostra copertura salterebbe se qualcuno ci vedesse farlo».
Mi incamminai in direzione dei pinnacoli della cattedrale, quasi invisibili nel cielo notturno. «Hai per caso paura, Natt?»
«Non ho paura» ringhiò, «ma non voglio buttare tutto all'aria. È da anni che organizzo piani su piani per tirare quel pazzo giù dal suo trono e non voglio fare passi falsi per colpa dei capricci di una..» si interruppe.
«Di una?»
«Stavo per dire donna, ma una donna sarebbe indubbiamente rimasta nella sua calda stanza a riposarsi, quindi le tue azioni ti escludono dalla categoria. Devi essere un demonio».
«Mi sa che non puoi permetterti di chiamarmi demonio» ribattei.
«Purtroppo hai ragione».
«Non volevo fare una semplice passeggiata» lo informai qualche istante dopo.
«Lo avevo immaginato. Che hai in mente?»
Mi strinsi più vicina a lui in modo da poter sussurrare ancora più piano. «I rumori sotto la cattedrale.. voglio sentire con le mie orecchie».
«Sai qualcosa che io non so sui loro riti?»
Scossi la testa. «So solo che adorano l'Helgrind e i suoi abitanti e che la loro religione è crudele e sanguinosa».
«Non più di quanto ne sappia io, allora. Bene, andiamo pure, ma dovremo cercare un buon nascondiglio da dove ascoltare non visti».
Non eravamo i soli a girare per le strade a quell'ora, tuttavia c'era un relativo silenzio. Solo i richiami delle prostitute risuonavano chiari e netti tra le viuzze, ma nessuno si avvicinò a disturbarci.
Quando raggiungemmo lo spiazzo davanti alla cattedrale vedemmo un fiume di gente fuoriuscire dai tre portoni spalancati.
«La funzione della sera..» mormorai.
«Direi che è appena terminata» concluse Durza per me.
«Quindi temo che non passerebbe inosservato il fatto che andiamo in direzione opposta al flusso» dissi mogia.
«Nascondiamoci in un vicolo e aspettiamo che tutti se ne vadano» rispose lo Spettro prontamente.
«Basterà restare qui immobili, è buio».
Durza si appoggiò con le spalle al cancello della ricca casa dietro di noi «Vediamo di passare inosservati, almeno. Avvicinati».
Lo affiancai e assunsi la sua stessa posizione.
Le dita dello Spettro mi sfiorarono la spalla e poi si arrampicarono sul mio viso.
Mi fulminò un pensiero. «Cosa intendevi con “passare inosservati”?»
Ghignò. «Puoi sempre ritirarti» bisbigliò chinandosi su di me.
Mi sfiorò appena le labbra con le sue. Non reagii in alcun modo, non me ne sentivo in grado. Da un lato avrei voluto schiaffeggiarlo con tutte le mie forze, dall'altro.. ero un po' confusa. Non era minimamente necessario fingere un incontro amoroso per non farci notare, di questo ero sicura, ma del resto stare lì a bighellonare con le mani in mano poteva sembrare sospetto..
Tornò a baciarmi, con più convinzione.
Sollevai una mano, forse per fermarlo, ma me la strinse e la abbassò nuovamente. E io non mi ribellai.
Percepii le sue braccia sfiorarmi i fianchi mentre si appoggiava al cancello alle mie spalle, poi gli occhi mi si socchiusero e, presa dal momentaneo trasporto, posai le mani sul suo torace.
Sentii i suoi muscoli tendersi sotto le mie dita e le sue labbra schiudersi per approfondire il bacio. Lo lasciai fare, fino a che non dimenticai la mia reticenza e mi lasciai trascinare da una sensazione calda e piacevole che scivolò dalla gola al petto come una bevanda magica.
Poi l'improvvisa assenza di suoni mi riscosse e mi dibattei piano per liberarmi.
Gli occhi di Durza si spalancarono, selvaggi e divertiti insieme. Si staccò da me con un mugugno.
Schioccò la lingua contro il palato. «Non male, cominciavo a prenderci gusto».
Anche io. «Sono andati via, Spettro».
«Già, te lo avevo detto che saremmo passati inosservati, dovremmo tenerlo presente come metodo futuro».
«Andiamo» lo liquidai, spostandomi silenziosamente verso la cattedrale e scrollandomi violentemente di dosso le impressioni appena ricevute. Lo Spettro mi seguì.
L'edificio era nero, immerso nel nero del cielo e nell'oscurità della terra. Insomma la sua arzigogolata struttura era a malapena distinguibile, tuttavia i portoni di legno che si aprivano sulle tre navate erano chiaramente chiusi.
«Potrebbe ancora uscire qualcuno» bisbigliò Durza, «togliamoci dall'ingresso».
Scivolammo sul fianco sinistro della costruzione, dove trovammo rifugio appiattendoci tra i contrafforti.
«Senti niente?» mi chiese.
«Non finché parli».
Tacque e rallentò il respiro. Feci lo stesso e chiusi gli occhi per concentrarmi al meglio sui suoni.
Dall'interno venivano alcuni rumori che tuttavia non erano particolarmente allarmanti: uno strisciare di panche, il tintinnio di alcuni piccoli oggetti in metallo. Probabilmente stavano mettendo a posto l'occorrente usato per il rito.
Poi sentii le voci.
«Avremo la veglia fino a mezzanotte oggi» disse una voce cavernosa, indubbiamente maschile.
«Un altro novizio?» rispose una più acuta, ma sempre maschile, di un giovane.
«Esattamente. Deve ancora seguire la Purificazione e poi fare la prima Donazione nell'Arca».
«E la prima Rinuncia? La farà all'alba?»
«No, credo che si farà tra un paio di giorni. È un peccato che voglia fare il praticante, era abbastanza forte da entrare nel corpo delle guardie».
«Avete provato a convincerlo?»
«Senza successo purtroppo. Vuole assolutamente essere vicino agli dei».
«Se la Rinuncia è tra un paio di giorni c'è ancora tempo».
«Suppongo di sì! Ora andiamo a prepararci. Tra due ore dovremo essere pronti nella cappella per cominciare le preghiere».
«Abbiamo già officiato il rito e io stamattina ho fatto un'ulteriore Donazione per espiare.. Sono molto stanco».
«È un onore servire gli dei» fu il secco rimprovero.
«Che sciocco, hai ragione tu!»
«Ora dovrai espiare nuovamente per il tuo comportamento inappropriato!»
E continuando il discorso su quel filo, scomparvero lentamente in lontananza. Probabilmente avevano attraversato la sagrestia ed erano entrati negli edifici riservati a loro.
Durza si spostò e sedette a terra, stendendo le gambe di fronte a sé.
«Interessante» osservò.
«Mi fanno venire i brividi» dissi invece.
Avevo sentito solo un breve scambio di battute, eppure parole come Rinuncia e Donazione riecheggiavano inquietanti nella mia testa.
«Se vuoi posso riportarti alla locanda. Io dopo torno qui però, a questo punto sono curioso».
«Non insultarmi, per favore» sibilai. «Ti ricordo che è stata una mia idea».
«Hai ragione, sei stata davvero brava, Elfa, ma in ogni caso dovremo aspettare la mezzanotte e mancano più di tre ore. Direi che puoi accomodarti».
Posai la schiena al muro alle mie spalle e scivolai lentamente a terra, pronta a cogliere un qualunque suono proveniente dall'interno.
I minuti scivolarono lentamente via. Tremavo per il gelo e per di più ero costretta a rimanere immobile, quindi mi strinsi nel mantello e mi abbracciai le ginocchia per preservare più tepore possibile. Tuttavia sentivo il freddo della pietra sotto le gambe e ad un certo punto staccai la schiena dal muro per evitare la dispersione di calore.
Dopo un'oretta passata in quella condizione sentii un po' di caldo attraversarmi le membra. Alzai gli occhi sullo Spettro, che era un'ombra nera di fronte a me.
«Grazie» dissi.
Fece un gesto noncurante con la mano, ne intravidi il movimento. «Non mi servi morta assiderata, Principessa».
A mezzanotte suonarono le campane. Un suono cupo, duro e profondo che mi fece sobbalzare sul posto.
Dopo tre rintocchi tacquero e Durza mi posò una mano sul ginocchio per richiamare la mia attenzione.
«Non si sentono i suoni dalla cappella, dovrò fare un incantesimo per ampliare i rumori alle nostre orecchie» mi informò. «Pronta?»
Annuii.
La prima cosa che sentii furono i mormorii supplici: preghiere sussurrate a fior di labbra. Ma c'era qualcosa che non andava..
«Parlano l'antica lingua?» mormorai.
«Ci sono anche parole di lingua urgali e della lingua degli uomini».
«E nanico» aggiunsi.
Durza parve irritato. «Non capisco un'accidente.»
Anche io ero confusa, ma qualcosa percepii lo stesso, tranne le parole in lingua urgali che erano davvero fuori dalla portata delle mie conoscenze.
Stavano implorando e invocando la pietà di un dio. Un dio? Credevo che i Sacerdoti pregassero i Ra'zac, e loro erano decisamente due, quattro con le loro cavalcature, i Lethrblaka.
Poi, dopo le preghiere, passarono a dei lugubri canti, che narravano le vicende di un tale di nome Tosk, che a quanto pareva era il fondatore e teorico della loro religione. Infine conclusero il tutto accennando a diversi meritevoli rappresentanti della loro setta attraverso i secoli.
Erano tutti vaghi accenni, evidentemente davano per scontato che i presenti conoscessero bene ciò di cui parlavano, ma da parte mia le loro parole mi rimanevano oscure.
Poi i canti tacquero e il rumore di passi fece da padrone alla scena. Erano almeno sette persone che camminavano allo stesso lento ritmo in una direzione ben precisa. Poi buona parte del corteo si fermò e solo una persona proseguì, salendo quelle che parevano scale.
«Questa sera» cominciò una voce veemente, «accogliamo tra noi un nuovo fratello. Oggi sei davanti a noi e al nostro Grande e Terribile signore in veste di novizio. Puoi scegliere un nuovo nome per cominciare tra noi la tua nuova vita o mantenere il tuo vecchio, qui non beneficerai del tuo stato sociale, delle tue origini o delle tue ricchezze e nemmeno sarai discriminato per queste».
Una voce tremante si alzò nel silenzio. «Io scelgo Fuilteacha come nuovo nome, spero di essere degno dell'adepto che lo portò in passato».
«Che il Signore supremo ti accolga nella sua famiglia» risposero gli altri in coro.
Il sibilo inequivocabile di una lama piantata nella carne mi fece sobbalzare nuovamente. Dai movimenti indaffarati intuii che qualcuno si stava premurando di raccogliere il sangue sgorgato dalla ferita, probabilmente in un calice, che poi venne portato in direzione del novizio.
«Bevi» disse il sacerdote, «e sarai mondato da ogni colpa, bevi e i tuoi desideri terreni ti saranno strappati in previsione di un più alto compito».
Si sentì un lungo gorgoglio e poi ci fu una lunga attesa.
«Credo che vogliano essere sicuri che non lo vomiti» bisbigliai inorridita.
«Ora» riprese la voce veemente, «è ora di fare la tua prima Donazione, che riconfermerai sotto la dimora terrena del Signore. Questo sarà il tuo primo passo verso la sua immensità».
Si sentii il suono metallico di un pugnale sguainato e poi un improvviso pestare frenetico di piedi.
Durza imprecò oscenamente, poi mi afferrò il gomito e mi trascinò via, giù dallo spiazzo e lungo una delle tante strade che si ramificavano dalla Cattedrale.
«Spettro cosa c'è?» gridai sopra allo scalpiccio del corsa.
«Ho fatto una sciocchezza» rispose. «Ci stanno inseguendo. Corri e basta!»
Lo presi in parola, senza resistere alla tentazione di guardarmi alle spalle qualche volta.
Durza rallentò bruscamente quando passammo di fronte ad un'osteria -ormai nella fascia media della città- raggiungendo un ritmo che almeno apparisse umano.
Sciolsi la presa del gomito dalla stretta ferrea dello Spettro e gli afferrai la spalla. «La nostra locanda è dalla parte opposta!»
«C'è qualcuno dietro di noi?»
«Non mi pare» risposi, spostandomi lontano dalla lanterna che illuminava l'incrocio dove ci eravamo fermati e tirandolo via con me. «Cos'hai combinato?» aggiunsi.
«Te lo spiego quando torniamo all'Avvoltoio. Se ci torniamo ovviamente».
«Muoviamoci allora».
Cercai con gli occhi le alte guglie della cattedrale per orientarmi e poi mi incamminai per le strade, prevedendo di fare un giro molto ampio intorno ad essa.
Impiegammo quasi un'ora, sussultando ad ogni rumore e cercando di evitare qualunque persona a piedi o a cavallo che incrociasse il nostro cammino.
Quando arrivammo all'Avvoltoio trovammo la porta chiusa. Lo Spettro si morsicò le labbra e poi bisbigliò una parola per aprirla. Con lo stesso metodo la chiuse alle nostre spalle e mi fece cenno di salire in silenzio le scale.
Solo quando chiudemmo la porta della nostra stanza a chiave e posammo un pannello di legno sulla finestra per sigillarla, cominciai a sentirmi vagamente in salvo, ma la sensazione di inquietudine impiegò parecchio a sparire.
«Non insonorizzo la stanza perché qualcuno potrebbe già rintracciare l'incantesimo che ho fatto sulla porta. Dovremo semplicemente parlare pianissimo» ansimò gettandosi in orizzontale sul letto.
Presi le pietre focaie posate accanto alla stufetta ed accesi una candela, posandola sulla cassettiera accanto al letto. Tutti gesti che servirono a calmarmi e a tirare le somme della situazione.
«Hai fatto qualche incantesimo invasivo e c'erano tra loro dei maghi ti hanno individuato?»
«Non era invasivo» mi assicurò, «ho solo allungato un tentacolo mentale per cercare di percepire il quadro generale della situazione. Mi hanno individuato con una prontezza che non avrei mai creduto possibile. I passi che hai sentito dopo erano di guardie armate, venivano a cercarci».
«Probabilmente saremmo riusciti a cavarcela».
«Non ne avevo la certezza e in ogni caso avremmo attirato parecchia attenzione indesiderata. La fuga era la soluzione migliore, fidati».
«Ci siamo persi il resto del rito, peccato» borbottai sedendomi sul ciglio del materasso.
«Da quello che ho sentito posso provare a dedurre che si trattava probabilmente di privarsi di un arto o di dissanguarsi un braccio o giù di lì».
«Ed è quello che dovremmo fare anche noi per entrare nella loro maledettissima setta?» mi informai allarmata. «Io non vorrei perdere mani, dita o qualunque altra parte del mio corpo. Non è successo in tutti questi anni di battaglie e scaramucce..»
«Ti capisco, non piacerebbe nemmeno a me. Spero che troveremo facilmente un'altra soluzione».
«Dobbiamo almeno osare. Andiamo al loro rito domattina?»
Sospirò. «Sì. Hai ragione tu». Si sfilò gli stivali con un calcio e si tirò a sedere vicino a me.
«Ho un altro dubbio: si sono riferiti ad un dio, ma io credevo che venerassero i Ra'zac, cioè due dei..»
«Credono che sia i Ra'zac sia i loro genitori siano la rappresentazione su questa terra di un'unica divinità e allo stesso tempo sono la divinità stessa. È complicato da spiegare, loro dicono semplicemente che per crederci basta avere fede e allora tutti i sentieri della religione saranno chiari».
«E quale sarebbe questa divinità?»
«La morte».
Ovviamente.
Annuii ma non replicai. «Immagino che il rito non sia molto dopo l'alba».
Si sfilò anche il mantello e lo gettò sugli stivali. «Tanto ci sveglieremo molto prima di tutti gli abitanti. Quando sentiremo il movimento generale verso la cattedrale ci aggregheremo». Fece una pausa. «Adesso vediamo di dormire qualche ora. Io sto sul lato della porta» aggiunse subito.
Gettai un'occhiata critica agli stivali e al mantello abbandonati a terra ai miei piedi e mi alzai per lasciargli la sua metà di materasso. Spensi la candela tra le dita e mi distesi per dormire.
Quando nel cuore della notte mi riscossi dalla mia visione e trovai gli occhi felini dello Spettro puntati su di me, ebbi l'improvvisa certezza che mi avrebbe costretta a confessargli tutto.
Tuttavia Durza non disse nulla. Mi strinse piano il mento e mi depositò un bacio impercettibile sulle labbra, poi mi lasciò e chiuse gli occhi.
Il battito del mio cuore aumentò ulteriormente, ma dopo qualche minuto si placò.
Forse per quella notte il terrore era finito.
Ultima modifica di Lalli il 28 maggio 2015, 9:18, modificato 2 volte in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 29 ottobre 2014, 9:33

28. Grazie per il tuo sacrificio
Scendemmo a fare colazione intorno alla sesta ora del mattino. Inutile specificare che ci eravamo svegliati almeno due ore prima, ma ovviamente eravamo rimasti reclusi nella nostra stanza fino a che un po' di movimento non ci aveva rassicurati sulla presenza di altri umani svegli al piano di sotto.
Tornammo a comprare le focacce dal forno dove eravamo passati la mattina precedente e ne prendemmo due a testa, che consumammo mentre ci avviavamo lentamente in direzione della cattedrale, sbuffando nuvolette di calore dalla bocca.
Il sole doveva ancora fare capolino ma un lieve bagliore cominciava a riversarsi sulla città.
Della cattedrale spiccava il pinnacolo più alto -quello della torre campanaria- doveva trovarsi a più di cinquecento piedi da terra per soverchiare di così tanto tutti gli edifici della città. Persino il palazzo del governatore sembrava un cucciolo indifeso vicino ad essa.
Né io né Durza avevamo particolare fretta, quindi potei osservare al meglio i dettagli, mano a mano che ci avvicinavamo, ma l'intera struttura era talmente arzigogolata e complessa che l'impresa mi riusciva impossibile.
Ogni pietra, pilastro, colonna o guglia era tappezzato totalmente di statue ed incisioni, Come se un qualsiasi spazio vuoto potesse spaventare i passanti. Non riuscivo a concentrarmi su una statua che immediatamente ero distratta dalle altre dieci che la circondavano. Quel non riuscire a cogliere il tutto lasciava una sensazione di acuta inquietudine e di piccolezza: ero certa che, anche se fossi rimasta lì seduta per l'eternità, non sarei mai riuscita a memorizzare tutte le decorazioni esterne dell'edificio.
Quando gli uomini erano diventati capaci di produrre tanto orrore e bellezza allo stesso tempo?
«Chiudi la bocca, bellezza» mi canzonò Durza, picchiettando le dita sotto il mio mento.
Gli concessi una smorfia a metà strada tra una richiesta di scuse e il divertito, ma poi tornai alla mia osservazione.
Avevamo ormai raggiunto lo spiazzo davanti alla cattedrale e la solitaria torre campanaria si perdeva nel cielo grigio scuro del mattino. Le guglie che si allungavano verso l'alto erano più basse, ma tutte di altezze diverse, tanto che formavano una foresta attorcigliata.
Non eravamo gli unici che si muovevano verso la struttura: altre persone salivano con solennità le ampie scale che portavano al portale principale, l'unico dei tre ad avere un'anta aperta.
L'acuta strombatura sopra di esso lo incassava nel muro della cattedrale, ma permetteva anche di rappresentare un'ulteriore ciclo di immagini nello spazio reso disponibile. Quindi sopra il portale trovava spazio una lunetta che rappresentava un individuo semi-umano, con ali da pipistrello e due teste con becco da avvoltoio che divoravano dei corpi decisamente umani.
Dalla lunetta fino a terra si allungavano processioni di uomini e donne che facevano da cornice al portale, ognuno scolpito con caratteristiche salienti. Non riconobbi bene i dettagli perché, come al solito, erano troppi da cogliere tutti in una volta, ma intuii che si trattasse di una sorta di rappresentazione di vizi, come mi indicava l'uomo grasso con una coscia di animale in mano -il Goloso-, la donna riccamente vestita -la Scialacquatrice-, un altro uomo con un boccale e il naso grosso -l'Ubriaco- e un'altra donna, formosa, rappresentata nell'atto di togliersi le vesti -la Dissoluta.
Poi fummo esattamente sotto al portale e solo in quell'istante mi resi conto che non era in legno, come avevo creduto la notte precedente, ma in ferro. Una scritta in argento solcava la metà sinistra, ancora chiusa, e rimaneva incompiuta a metà. Probabilmente proseguiva nell'altra anta, al momento spalancata verso l'interno della cattedrale.
Colsi dunque solo qualche frammento: “O tu che varchi.. rammenta la.. e dimentica l'attaccamento..”
Solo quando avevo ormai passato l'uscio realizzai che la scritta non era nella lingua degli uomini, ma nella mia lingua madre.
Lo Spettro si sedette sulla prima panca che trovò alla sua destra, in ultima fila e scivolò lontano dal corridoio centrale. Feci lo stesso, ma non era particolarmente necessario nasconderci: a quell'ora del mattino l'interno spoglio era buio, nonostante le pareti fossero in gran parte composte da vetrate, e c'erano solo due grandi bracieri, per di più posti in corrispondenza dell'altare. Esso era una semplice pietra, come erano in pietra le fredde panche dove eravamo seduti. Se non fosse stato per le grandiose, altissime vetrate e le statue incastrate nelle nicchie delle navate laterali, l'ambiente sarebbe stato poco dissimile da quello di una grotta: grigio e cupo. Persino l'altissima volta a crociera non bastavano a renderlo più sofisticato.
Lentamente, la chiesa si popolò, fino a diventare stracolma di gente, ma la navata era talmente larga e lunga e le panche talmente tante che nessuno rimase in piedi. Notai che le persone più riccamente vestite si addensavano in corrispondenza dell'altare, mentre i più poveri sedevano più vicini all'ingresso.
Ad un certo punto le campane iniziarono a suonare. Sei lugubri rintocchi.
I fedeli caddero tutti in ginocchio sul pavimento levigato e io e Durza ci affrettammo ad imitarli senza farci troppe domane.
Da una porta accanto all'abside triangolare comparvero gli Avvoltoi nelle loro lunghe vesti nere, seguiti da una fila di uomini vestiti di quello che pareva un rozzo sacco di iuta stretto in vita da una catena di ferro. Non li seppi collocare all'interno della scena, quindi tolsi l'attenzione da loro e la riportai sui sacerdoti, che si stavano disponendo ordinatamente intorno al rozzo altare di pietra.
Uno di loro si pose però davanti ad esso e allungando al cielo le braccia -o almeno, il braccio, dato che la manica sinistra penzolò vuota fino all'altezza del gomito- parlò con voce tonante, che riecheggiò alla perfezione tra le pareti:
«Il Signore supremo ci dona questo giorno, come ulteriore occasione di rendere omaggio alla sua forza. Siate i benvenuti, tutti voi».
«Fuori i pensieri, dentro i misteri» rispose il coro cantilenante dei fedeli, alzandosi da terra e accomodandosi a sedere.
Mossi le labbra per dare almeno la parvenza di saper seguire il loro rito.
Ripensai alle incisioni in argento sul portale e alle parole appena pronunciate: probabilmente era una sorta di dichiarazione. Essi assicuravano che la loro vita, le loro paure e sofferenze sarebbero rimaste fuori da quelle mura, così da potersi dedicare appieno all'adorazione del loro Dio.
«Prima di cominciare con le preghiere voglio presentare a questa congregazione il nuovo membro che si è ormai unito alla nostra fratellanza. Fuilteacha ha già eseguito i primi passi e tra un paio di giorni diventerà ufficialmente carne di Dio».
«Che il Signore Supremo ti accolga nella sua famiglia» replicò il coro, mentre un giovane robusto, pallidissimo e con occhi e capelli scuri si faceva avanti fino a raggiungere il sacerdote senza braccio. Indossava una veste dorata e il colore fulgido contrastava terribilmente con il nero lucido di quella in pelle dell'Avvoltoio.
Così quello era il tizio che si era bevuto una coppa di sangue non troppe ore prima. Chissà cos'altro era stato costretto a fare per entrare in quella setta agghiacciante..
Non avevo ancora finito il pensiero che l'uomo arrotolò le larghe maniche della veste fino alle spalle, scoprendo bende macchiate di sangue legate strette all'altezza dei polsi.
Ecco cos'era stato il suono metallico di pugnale sguainato che avevo sentito la notte precedente, prima che Durza mi trascinasse via.. La Donazione consisteva probabilmente nel fare cadere qualche goccia del proprio sangue dai polsi.
Questo lo posso fare, pensai. Non era nulla in confronto all'idea di perdere un arto.
Il novizio sciolse le bende con le mani che tremavano penosamente e, quando finalmente ci riuscì, le distese con incredibile deferenza sull'altare. Qualche goccia di sangue stillò dalle ferite e cadde sulla pietra insieme alla stoffa.
«Siete tutti testimoni davanti a Dio» riprese il sacerdote senza braccio, «della Donazione che questo suo adoratore ha compiuto per lui».
«Lo testimonieremo davanti agli abissi» dissero i fedeli.
Continuai a muovere le labbra nella mia recita e vidi lo Spettro fare lo stesso, ma vidi anche la sua fronte corrugata. Con un lento movimento, quasi impercettibile nella penombra, frugò nelle piccole bisacce che portava a cintura e si portò qualcosa alla bocca.
Per poco non gli diedi uno scappellotto. Gli sembrava il momento giusto per mangiare?
A parte il fatto che lo spettacolo che avevo di fronte dava la nausea.. e poi probabilmente non era considerato educato mangiare alla presenza di “carne di Dio” o come cavolo si auto-definivano i Sacerdoti, e per di più in mezzo ad un rito che si presupponeva fosse sacro.
Continuai ad inveire mentalmente nella sua direzione, fino a che l'odore di menta non mi pizzicò le narici ed ebbi la tentazione di scoppiare a ridere. Durza masticava le sue foglie di menta con la stessa assiduità e passione con cui Brom fumava la sua pipa.
Il sole doveva essere sorto, ormai, perché un debole raggio colpì il grande rosone della contro-facciata e un fascio di luce piovve dolcemente sulla navata centrale, tra le due fitte file di panche.
«Ora possiamo proseguire con la nostra cerimonia. In onore del nostro nuovo fratello, Fuilteacha, dedicheremo i canti all'uomo che in passato portò il suo stesso nome».
Poi cominciarono a cantare tutti insieme, in quella strana babele di lingue che avevo già sentito la sera prima. Non ne ero certa, ma i concetti espressi mi parevano esattamente gli stessi.
In tutto quel passaggio i fedeli seduti alle panche se ne stettero immobili, a capo chino, senza dare cenno né di capire né di ignorare totalmente quella cantilena. Forse non sapevano il vero significato, ma ormai ne erano avvezzi e quindi la reputavano normale.
L'intera orazione non durò a lungo, al massimo dieci minuti, e fu seguita da una nuova orazione del sacerdote senza braccio.
«Fedeli del solo, Potente e Terribile Signore, recitiamo insieme le Verità che egli dettò alla sua carne, l'Irraggiungibile Tosk, nella notte dei tempi». Fece una lunga pausa e allungò nuovamente il braccio e il moncherino al cielo. «Per primo, Dio stabilì la sua assoluta e unica presenza nell'universo».
«Così sia» risposero i fedeli.
«Come seconda Verità Egli stabilì che l'uomo avrebbe popolato la terra, impegnandosi per servirlo e ricompensarlo del dono della vita».
«Così sia».
«Come terza Verità Egli stabilì che alcuni uomini sarebbero stati eletti a suoi più stretti servitori».
«Così sia».
«Come quarta Verità Egli stabilì che questi suoi servitori fossero suoi sacerdoti e saziassero la sua fame sulla terra con l'offerta della propria carne».
«Così sia».
«Come quinta Verità Egli stabilì che i suoi sacerdoti diffondessero il suo credo nel mondo».
«Così sia».
«Come sesta Verità Egli stabilì che l'uomo avrebbe vissuto un ciclo di anni non superiore ai cento».
«Così sia».
«Come settima Verità, Egli stabilì che chiunque forzasse il limite di anni stabilito gli fosse nemico».
«Così sia».
Quindi Durza, io, tutti gli Elfi, i Nani, i Draghi, persino il re in persona, che era cavaliere, eravamo considerati nemici della loro religione. Mi parve strano che Galbatorix permettesse il diffondersi di un simile credo.
«Come ottava Verità Egli stabilì che i nemici della sua chiesa erano da combattere».
«Così sia».
«Come nona Verità Egli stabilì una ricompensa per chiunque gli offra la carne del suo nemico».
Rabbrividii.
«Così sia».
«Come decima Verità Egli stabilì la condanna dell'Abisso a chiunque neghi la sua grandezza».
«Così sia».
«Come undicesima Verità Egli stabilì lo Sterminato Riposo per chiunque l'avesse onorato in vita».
«Così sia».
«Come dodicesima Verità Egli proibì il contatto anche solo più lontano con l'Illusionista, l'enigmatico, il protettore dell'equilibrio, il multiforme che trova la vita nella morte e che non teme alcun male; colui che cammina attraverso le porte. Il dio che solitario che, alla deriva sul mare del tempo, vaga da sponda a sponda, custode delle leggi delle stelle».
«Così sia».
La risposta venne spontanea dalla folla, ma io ero rimasta bloccata sull'ultima Verità, perché era l'unica delle dodici che non avevo capito per nulla. E mentre i sacerdoti tornavano a cantilenare in gloria al loro dio nella cacofonia di lingue mischiate -e sopratutto pronunce nell'antica lingua così sbagliate che sentivo il bisogno quasi fisico di correggerle- io mi concentrai su quelle ultime parole, che parevano davvero prive di senso, nel tentativo di sciogliere l'enigma, invano.
Tornai alla realtà quando il sacerdote passò nuovamente alla lingua degli uomini. Tuttavia lo ritrovai con le spalle rivolte alla platea, girato in direzione dell'altare e dei suoi fratelli.
«Per affermare e confermare la nostra devozione al Triumvirato recitate con me i Nove Giuramenti». E da quel preciso istante tutti gli uomini in nero si unirono al suo discorso. «In nome di Gorm, Ilda e Angvara il Crudele, giuriamo di rendere omaggio almeno tre volte al mese, nell'ora che precede il crepuscolo e di offrire parte di noi stessi per soddisfare la fame perenne del nostro Grande e Terribile Signore. Giuriamo di osservare i comandamenti del libro di Tosk, giuriamo di portare sempre il Bregnir sul nostro corpo e di astenerci dal dodicesimo dei dodici e dal tocco di una corda annodata, affinché non corrompa il nostro ordine e la nostra purezza di fronte a Dio. Giuriamo di combattere i Suoi nemici e di difendere la Sua gloria, giuriamo di non abbandonare mai il cammino che Egli ci ha indicato».
Ci fu un lungo momento di silenzio e tutti i fedeli chinarono rispettosamente il capo.
Poi, sempre con voce cantilenante ma in lingua corrente, i sacerdoti, compresi gli uomini con la catena in vita che erano in piedi dietro di loro, iniziarono a narrare la vita di Fuilteacha e anche parte dei fedeli si unì al coro, anche se era chiaro come il sole che non tutti conoscessero bene le parole.
Il canto era ovviamente un riassunto molto succinto, ma nonostante questo agghiacciante: a quanto pareva Fuilteacha era vissuto trecento anni prima -quando mio padre regnava ancora sugli Elfi dunque- ed era considerato uno dei più grandi predicatori della loro religione. L'uomo aveva lentamente donato ogni più piccola parte del suo corpo, fino ad immolare se stesso alle pendici del monte Helgrind, alla giovane età di trentatré primavere.
Al termine del canto il sacerdote senza braccia tornò all'altare, sfregò con forza la sua unica mano sul bordo di esso e la mostrò, lievemente ferita, alla folla.
«Dio apprezza ogni più piccolo sacrificio che sarete in grado di offrirgli. Seguite le sue Verità e le cose che desiderate e bramate vi saranno concesse come ricompensa per la vostra obbedienza.. Il rito è concluso. Mentre uscite accettate il Segno, e che il Signore vi protegga sotto le sue ali».
«Eterna gloria a lui» fu la replica generale.
Tutto qui?
Mi aspettavo bagni i sangue, sacrifici umani e dita mozzate sull'altare.
I tre portoni furono spalancati dagli uomini vestiti di sacco con la catena e due sacerdoti per portone si posero sugli usci, con una ciotola preziosamente incastonata di gemme tra le mani.
Altroché tutto lì, il bello a quanto pareva doveva ancora venire.
Cercai il consenso di Durza -che annuì- e mi avviai dal portone alla mia sinistra, premurandomi di fare passare altre persone prima di me.
La gente veniva semplicemente toccata sulla guancia e rispondeva con un: «Grazie per il tuo sacrificio».
Quando fummo più vicini sentii l'odore metallico del sangue e fu ovvio cosa contenessero quelle stupende ciotole. Tuttavia nascosi il mio turbamento quando le unghie dell'Avvoltoio mi solcarono delicatamente la pelle dall'occhio alla mascella, sporcandomi orrendamente il viso.
«Grazie per il tuo sacrificio» dissi con la voce più dolce che riuscii ad impormi.
Poi passai avanti. E vidi una donna, ferma sulle scalinate della cattedrale ad almeno quattro iarde da me, che mi fissava intensamente, con gli occhi grandissimi, scuri, inquieti. Sembravano occhi di un lupo braccato.
«Hai uno strano accento» disse sottovoce.
Così piano che probabilmente se fossi stata umana non avrei nemmeno dovuto sentirlo.
Motivo per cui mi fu facile fingere di non averlo fatto. Mi voltai verso Durza, che usciva in quel momento dalla chiesa, e gli sorrisi. Lo Spettro -la guancia macabramente segnata di sangue- parve capire immediatamente che qualcosa non andava. Mi afferrò una mano e iniziò a parlare del nome da dare al nostro presunto bambino.
«Potremmo chiamarlo Haeg, che dici? Se mi somiglia Haeg è indubbiamente il nome giusto».
Scendemmo rapidamente le scale, passando accanto alla donna con gli occhi da lupo, che ancora mi fissava, immobile in mezzo alla folla che si dileguava.
«Peccato che sarà sicuramente una femmina» risposi a voce alta, inscenando una risata.
«In quel caso la chiameremo Rahi!»
Arrivammo in fondo alle scale e proseguimmo in direzione opposta alla nostra locanda, di nuovo.
«Scusa ma della mia opinione non ti importa?»
Durza rise più forte di quanto avessi fatto io e si chinò a darmi un bacio sulla tempia. «Dobbiamo continuare?» bisbigliò.
Gettai un'occhiata alle mie spalle. La donna dagli occhi di lupo era sparita.
«No» lo rassicurai.
«Bene». Continuò a camminare, accarezzando piano le vene del mio polso, che tremavano al battito accelerato del mio cuore.
«C'era una donna che mi guardava fisso. Ha detto che ho uno strano accento, ma lo ha detto pianissimo.. e poi ha continuato a fissarmi, anche quando sei arrivato tu» spiegai a voce bassissima.
Lo Spettro grugnì in segno di assenso. «Dannazione, spero non sia nessuno di importante. Non l'ho vista, com'era? Bassa e con i capelli scuri e ricci?»
«No statura media, capelli lisci e dritti, ed enormi occhi scuri».
Sospirò sollevato. «Meno male. Senti probabilmente non era nessuno, solo una tizia sorpresa dal tuo accento esotico».
«La mia pronuncia è impeccabile» ribattei.
«Sì, ma una lieve inflessione rimane, Principessa. Per niente spiacevole, ma c'è».
Oh beh, quello non me lo aveva ancora rimproverato nessuno. «Quindi?»
Sollevò le spalle ed ispirò allegramente l'aria del mattino. La funzione era durata circa mezzora e il sole stava ancora finendo di sorgere.
«Quindi niente» mi rispose Durza, «direi che puoi stare tranquilla».
«Torniamo alla locanda?» chiesi titubante.
La giornata era ancora lunga, ma né io né lo Spettro ci eravamo sentiti in grado di avvicinare un sacerdote dopo essere entrati meglio nell'ottica del loro credo religioso, quindi probabilmente avremmo passato quel giorno con le mani in mano, fino a che non si fosse fatta sera, e poi ci saremmo nuovamente recati al rito serale.
Un intero giorno con le mani in mano, dopo tutte quelle giornate di piena attività, sarebbe stata un incubo.
Ma Durza mi sorprese con la sua risposta: «Va' pure se vuoi, io devo uscire per qualche ora da Dras-Leona». E mentre mi rispondeva continuava a camminare noncurante in direzione della porta esterna, sempre con le dita tese a sfiorare la pelle del mio braccio.
Mi irrigidii. «L'ultima volta che mi hai lasciata sola qualche ora a Taurida..»
«Stai tranquilla, non devo fare nulla del genere».
«E cosa dovresti fare invece?»
Voltò il viso nella mia direzione e mi sorrise con aria di sfida. «Voglio fare un bagno nel lago e togliermi un po' di sporcizia di dosso. Se non ti fidi di me, amore mio, puoi sempre venire a farmi compagnia, ti assicuro che la cosa non mi dispiacerebbe».
Incassai la frecciatina con dignità. «Credo che io resterò a farmi un bagno alla locanda. Non faranno obiezioni se chiederò loro dell'acqua calda per la tinozza che abbiamo in camera».
Il sorriso di Durza si allargò e il suo tono si fece sempre più sarcastico .«Insisto, non vorrai scomodare quella povera gente, che lavora da mattina a sera spaccandosi le ossa..»
«È il loro lavoro dopotutto, li stai anche pagando».
Sogghignando, lo Spettro rinunciò a convincermi e si fermò, lasciandomi finalmente il polso.
«Tieni». Mi porse una piccola borsa di denaro. «Non hai l'aria di una sperperatrice, quindi mi sembra inutile chiederti di non spenderli tutti. Sta' attenta ai borseggiatori e non mostrare troppo il tuo denaro in giro».
Battei le palpebre. «Mi stai prendendo in giro?» Mi reputava davvero così sciocca?
Si strinse nelle spalle. «Non ti conosco così bene, Arya, o almeno non so come ti comporteresti in una vita normale. Posso azzardare l'ipotesi che non ti piacciano le gonne, ma non provare a comprarti un paio di pantaloni o giuro che ti annego nelle fogne».
Non era chiaramente una minaccia. Durza si stava divertendo un mondo e basta.
«Credo che comprerò del sapone» risposi serafica, prendendo la borsa di denaro dalle sue mani e facendola sparire sotto il mantello.
«Nel caso ti imbattessi in uno speziale o in un erborista comprami anche delle foglie di menta. Fresche, mi raccomando!»
Feci una sorta di sbuffo divertito. «Non sono davvero tua moglie, sai?»
«Lo so» disse con voce melliflua, sfilandosi qualcosa dal collo: la chiave della nostra stanza, legata ad uno spago.
Me la passò sulla testa e sfilò la treccia da sotto il cordino, poi accompagnò la chiave sotto il mantello, fino alla scollatura del mio vestito e ve la fece sparire. La sua mano a contatto con la mia pelle nuda era gelida e decisamente indiscreta, mentre la chiave, che aveva ormai raggiunto l'altezza del cuore, era ancora pregna del suo calore.
Qualcosa che somigliava vergognosamente ad un tremito -e decisamente non di disgusto- mi squassò le membra.
«Non perdere nemmeno questa» bisbigliò, mantenendo il tono mellifluo e prolungando più del dovuto la carezza sul mio collo.
L'odore di menta mi soffiò in faccia. «V-va bene».
«Ah e non mi mordere, per favore». Fece un'ultima risatina, prima di spegnerla sulle mie labbra.
Fu lui a mordermi invece, ma piano, in maniera piacevole. Lo baciai per prima e lui mi rispose per qualche lungo, intenso istante.
Durza si scostò con un'espressione quasi beata, condita da una buona dose di malizia.
Un po' punta nell'orgoglio per il fatto di avergli ceduto tanto facilmente, mi affrettai ad andarmene, dopo avergli rivolto un frettoloso saluto.
Quando mi leccai le labbra seccate dal freddo vi ritrovai il sapore di menta.
Vagai a caso per qualche minuto, poi mi decisi a fermare una donna e chiederle se sapesse indicarmi la bottega di un erborista.
«Ti ci porto, devo passare giusto da lì!»
Sorrisi. «Grazie».
Ripassai mentalmente le regole di un buon essere umano: mezzi ciechi, mezzi sordi e lenti nei movimenti.
«Abiti a Dras-Leona?» mi chiese, squadrandomi e cominciando a camminare.
A mia volta squadrai i suoi stracci e colsi un'ombra di invidia nel suo volto. Del resto io ero vestita come una donna semi-agiata e avevo un mantello pesante e stivali nuovi.
D'istinto, mi feci più guardinga, quella donna poteva essere benissimo una ladra, la povertà poteva fare questo alle persone. E anche la disperazione.
«Sono di Teirm. Io e mio marito vorremmo trasferirci qui, credo che resteremo un po' di tempo per ambientarci in città e poi torneremo a Teirm a prendere le nostre cose».
«Si sente che sei straniera, hai uno strano accento».
E due.
Alzò una mano all'altezza del mio mento. «Sei credente».
Mi toccai la guancia, sentendo sotto le dita il sangue secco. Me ne ero totalmente scordata.
«A dire il vero» risposi cautamente, «quella di oggi era la mia prima funzione. Mio suocero era credente e prima di morire ha chiesto a mio marito di convertirsi a sua volta».
«Oh! All'inizio è un po' strano sai? La mia famiglia ha cominciato a partecipare ai riti quando io avevo dodici primavere. Ero spaventata da quello che dicevano e facevano i sacerdoti all'altare». Rise con leggerezza. «Dopo ho capito che non era nulla di male ovviamente».
«E sei diventata credente partecipando semplicemente alle funzioni?»
Mi guardò come se fossi spuntata davanti al suo naso come un fungo velenoso. «No, devi chiedere ai monaci».
«I monaci?»
«Sì. Sono vestiti con un sacco chiuso da una catena, dovresti averli visti al rito!»
«Li ho visti infatti» confermai.
«Loro sono una guida per tutti quelli che si avvicinano alla religione. Tu e tuo marito dovreste chiedere a loro se volete che Dio vi riconosca».
«Ti ringrazio» dissi un po' imbarazzata, consapevole di camminare su un terreno spinoso. «Sei sposata?» cambiai discorso.
«Sì e ho tre figli» rispose contenta. «Ma di bambini ne ho visti parecchi, sono levatrice!»
«Davvero?»
«Sì, è per questo che vado dall'erborista, devo comprare dei semi di papavero per una donna che soffre di dolori da dopo-parto». Mi guardò «Tu hai figli?»
Ahi, di nuovo spine. «Aspetto il mio primo» mentii con disinvoltura. «Sono solo al secondo mese però».
«Dovresti trattarti meglio, il pallore e le occhiaie non sono mai un buon segno» osservò con un tono di scuse.
Mi sforzai di ridere. «Hai ragione, avrò più cura di me d'ora in poi».
«Senti già le nausee o dei dolori?»
«No, sono stata fortunata. Nessun fastidio e nessun dolore, se non fosse stato per il sangue interrotto e il seno più gonfio non me ne sarei mai accorta».
Ringraziai mentalmente il mio buonsenso giovanile -che mi aveva spinta a studiare parecchio- e la mia abitudine di portare con me libri e pergamene durante i lunghi viaggi. Avevo letto un'infinità di trattati su tantissimi ambiti e le gravidanze erano uno di quelli. Per di più in quindici anni avevo aiutato a far nascere quattro bambini tra i Varden: il processo di gravidanza e del parto era lo stesso sia tra gli uomini che tra gli elfi -tranne per il fatto che gli elfi soffrivano molto meno- e la mia magia arrivava dove l'abilità delle levatrici umane non poteva.
La donna parve soddisfatta dalle mie risposte e mi chiese che lavoro facessi. Dissi che mio marito era un mercante e che io mi occupavo della casa.
Inventai un dettaglio della mia vita dietro l'altro, chiedendomi se per caso il fantomatico erborista abitasse ai confini del mondo. Quando ebbi finito di descriverle il mio ipotetico cane -animali chiassosi che tra l'altro non erano tra i miei preferiti- arrivammo finalmente in vista di una piccolissima bottega, estesa in gran parte sul marciapiede, ricolma di contenitori, piante e tutto ciò che ci si aspetta di trovare da un erborista.
L'erborista in questione era un vecchio canuto dall'aria gentile, intento a macinare qualcosa con un pestello su un tavolinetto di legno. Quando ci vide ci accolse con un sorriso.
«Svella! Come stai?»
«D'incanto, Gamall . È nato anche l'ultimo piccolo che stavo seguendo, ma la madre è stremata e non riesce nemmeno a riposare. Hai dei semi di papavero?»
L'ometto scomparve tra scaffali e sacchi e riemerse con un pugno di semini neri, che arrotolò in uno straccio e porse alla donna.
«Cosa posso fare per te, ragazza?» mi chiese poi.
«Ho bisogno di diverse cose» dissi gettando un'occhiata al piccolo locale. «Un pezzo di sapone prima di tutto, poi un poco di cera d'api e di olio di noci».
Il vecchio tornò con un bel pezzo di sapone grande quanto il mio palmo, una scatola di legno piena di cera d'api e una grande boccia che doveva contenere l'olio di noci.
«Dimmi tu esattamente quanto ne vuoi» disse tirando fuori una bottiglietta di vetro e versandoci lentamente l'olio.
Lo fermai quando il livello era salito a circa due dita.
«E di cera d'api?»
«La quantità che starebbe nell'incavo del mio palmo» lo istruii mostrandogli la mano.
L'uomo eseguì e tirò fuori un'altra scatoletta per metterci la cera.
Accarezzai la borsa di denaro che tenevo sotto il mantello ed estrassi qualche corona, poi mi ricordai all'ultimo istante della menta per Durza.
L'uomo mi guardò un po' confuso. «Foglie di menta fresche? Cosa devi farci? Per le tisane si usano le foglie secche di solito».
«Impacchi per mio marito» risposi asciutta, chiarendo che non intendevo approfondire la questione.
Lo pagai, un po' a disagio nel maneggiare del denaro e presi le mie cose. A quel punto avrei voluto allontanarmi immediatamente, ma la donna riprese a parlarmi.
«Se tornerai alla funzione stasera ci vedremo» esclamò allegramente.
Era l'ultima cosa che volevo, ma con tutta la folla che riempiva la cattedrale era alquanto improbabile che succedesse.
Mi sorprese il vecchio erborista, che replicò con voce carica di disprezzo: «Non entrare anche tu tra quei sanguinari, la loro religione è una farsa».
La donna reagì indignata. «Gamall cosa dici? Dio ti punirà nell'abisso per queste parole».
«Certo, che faccia pure. Io sono una brava persona e certamente non mi merito una punizione».
«Sei una brava persona» confermò la donna, «ma il Signore Supremo non ha pietà dei miscredenti. Perché non ti unisci semplicemente alla comunità? E smetti di dire queste cose ad alta voce, non diventerai molto popolare..»
«Questa religione è seguita da un popolo di disperati. Non ho alcuna intenzione di inchinarmi davanti ad un'idea, le idee non ti danno da mangiare e non ti tengono lontana la morte».
«Ma Dio è reale» insistette la donna.
«Però il nostro sovrano sembra più potente di lui, dato che qui fa il bello e il cattivo tempo».
La donna si afferrò il volto disperata e scosse con convinzione la testa. «Ora ti comporti anche da ribelle? Sei troppo vecchio per esporti così, qualcuno potrebbe farti del male».
L'erborista si strinse nelle spalle. «Che facciano pure, ormai abbiamo toccato il fondo».
La donna mi guardò tristemente. «Faresti meglio ad andare. Queste parole nuoceranno al tuo bambino».
Annuii dubbiosa, salutai entrambi e li ringraziai.
Mentre mi allontanavo sentivo ancora il vecchio inveire contro i falsi dei che possedevano la città. A quanto pareva l'aderenza alla religione non era così unanime come credevo.
Bene, mi sembrava che il mio primo vero approccio con degli umani fosse andato liscio, e per di più avevo scoperto un'altra cosetta sulla religione dell'Helgrind: il metodo giusto per farvi parte.
Quando finalmente tornai alla locanda era trascorsa più di un'ora da quando avevo salutato lo Spettro.
Chiesi alla ragazza che stava spazzando il pavimento se poteva scaldarmi dell'acqua per fare il bagno e le misi in mano qualche moneta per ringraziarla del disturbo.
Poi salii al terzo piano, recuperai la chiave da sotto il vestito ed entrai in camera. Mentre aspettavo che la ragazza mi chiamasse, presi l'olio di noci e lo versai dolcemente nella scatolina con la cera d'api, poi impastai il tutto con le dita. Forse era un po' rozzo come procedimento, ma avevo ottenuto una mia piccola riserva di Nalgask da spalmare sulle labbra: non ne potevo più di sentirle spaccate dal gelo.
Riposi il tutto sulla cassettiera accanto al letto e controllai che le spade mia e di Durza fossero ancora nascoste sotto il materasso. Tutto a posto.
Sganciai la cintura con le bisacce e il pugnale, mi tolsi il mantello.. insomma mi misi comoda.
Poi sentii passi pesanti su per le scale e, dopo qualche minuto di esitazione mi affacciai per controllare chi fosse. Mi imbattei nella servetta che trascinava un pentolone di acqua su per le rampe.
«Dovevi chiamarmi, sarei venuta ad aiutarti!» esclamai automaticamente, scendendo rapidamente le scale per andarle incontro. Troppo rapidamente.
Ma per fortuna la ragazza non mi stava guardando. «Mi hai pagata» ansimò, «e poi mi hanno detto che aspetti un bambino, quindi ho pensato che non dovevi fare fatica».
Accidenti, aspettare un bambino sembrava un'attività pericolosissima tra gli uomini.
La convinsi a farsi aiutare. Il pentolone di rame non era pesante quanto pensavo, ma probabilmente per una donna lo era, quindi finsi di faticare almeno quanto lei. Quando ebbe versato tutta l'acqua la ringraziai e non appena uscì chiusi la porta a chiave.
La tinozza era poco più alta di una iarda da terra, di forma ovale, ma comunque piccola. Dovetti lavarmi tenendo le gambe piegate quasi al petto: uno dei bagni più scomodi della mia vita.
Tuttavia mi fece davvero bene togliermi tutta quella sporcizia e quel luridume dalla pelle e dai capelli, tanto che dopo mi prese una sensazione simile alla sonnolenza e rimasi immersa nell'acqua a lungo, con gli occhi socchiusi e i pensieri che viaggiavano.
L'acqua era ormai diventata fredda quando sentii i passi di Durza sul pianerottolo. Fece per spingere la porta ma la trovò chiusa.
«Bitr? Posso entrare?»
Mi riscossi. «Te provaci e io mi assicurerò che tu non possa lasciare eredi su questa terra».
Sentii la sua risata fragorosa scoppiare come un tuono, poi lo scricchiolio della porta quando vi si appoggiò con la schiena.
«Sai mi è appena venuto un dubbio» disse poi a voce bassa.
«Cosa?»
«Se io avessi uno specchio o una qualsiasi superficie riflettente e poi provassi a..» fece una pausa, «non so, a divinarti?»
Mi affrettai ad allungare una mano in direzione di una coperta. «Non oserai».
Rise di nuovo. «Rispondimi: che cosa vedrei?»
«Sarà l'ultima cosa che vedrai se osi farlo». Uscii dall'acqua e mi ci avvolsi.
«Allora muoviti a ricomporti, purtroppo sono poco paziente e molto curioso».
Mi asciugai, avvolsi i capelli gocciolanti nella coperta e indossai un abito pulito di riserva che avevo con me da Gil'ead. Il tutto tremando violentemente: non mi ero resa conto di avere preso tanto freddo immersa nell'acqua non più calda.
Aprii la porta. Durza aveva i capelli puliti e spettinati, ma asciutti.
I vantaggi innegabili di poter usare la magia: scaldare una porzione d'acqua, asciugarsi i capelli con un gesto.. potevo andare avanti per giorni.
Lo Spettro mi gettò un'occhiata. «Sembri un'abitante del deserto di Hadarac conciata così.»
Toccai la coperta che avevo avvolto intorno alla testa. «Ti ringrazio» dissi, senza sapere bene se la sua fosse un'offesa o meno.
Andai a nascondermi sotto le coperte imbottite del letto per scaldarmi un poco.
Durza chiuse nuovamente la stanza a chiave e riempì di legna la stufetta. Io ovviamente non lo avevo fatto, mi ero crogiolata nel calore del bagno fino a perdere la percezione della realtà.
«Allora Principessa? Hai scialacquato tutto il mio denaro?»
«La tua menta è sulla cassettiera» borbottai.
«Sei un tesoro». Arraffò una fogliolina e la masticò.
«Sì, lo so. E lo era anche la donna che mi ha portato fino dall'erborista..»
Sedette sul letto. «Hai avuto problemi?»
«No, fammi finire.. Mi ha spiegato che quegli uomini con la catena in vita che erano stamattina alla funzione sono quelli che si occupano dei conversi. Insomma dovremmo chiedere a loro per farci inserire tra i credenti prima, e tra i sacerdoti poi».
«Mi ero chiesto chi fossero.. sembrano sacerdoti pure loro ma non ne sono certo, stavano dietro gli Avvoltoi e non sembravano più attivi della plebe nel rito».
«Non so nemmeno io chi siano, la donna li ha chiamati monaci e a quanto pare dovremo parlare con loro».
«E allora lo faremo».
«Stasera?»
Gemette. «No, ti prego, troppe cose tutte assieme. Aspettiamo almeno domani».
«Va bene» acconsentii, sgusciando fuori dal letto e avvicinandomi alla stufa per asciugarmi i capelli.
Una ventata bollente mi avvolse con violenza, strappandomi un grido sorpreso e asciugando in un lampo ogni pollice del mio corpo. Era indubbiamente una magia.
Mi girai in direzione di Durza -che stava nuovamente ridendo senza ritegno- e resistetti alla tentazione di saltargli addosso e prenderlo a pugni.
«Bastava avvisarmi!» ringhiai irata. «La minaccia alla tua virilità è ancora valida, Spettro!»
Alzò i palmi in segno di resa. «Non arrabbiarti, volevo solo riscaldarti» concluse in tono sensuale.
Mi morsicai le labbra. «Vado a prendere un secchio per svuotare la tinozza» dissi poi. O ti uccido, aggiunsi tra me e me.
«Vuoi una mano?»
«No».
Mi seguì lo stesso. Prendemmo un secchio a testa dalla cucina e svuotammo l'acqua in strada.
Poi, di comune accordo, andammo a mangiare in un'osteria non troppo lontana. Il cibo era stranamente delizioso e mangiai almeno tre tortine dolci alle mele. La birra non era da meno e per una volta ci concedemmo di bere qualcosa di diverso da una brocca d'acqua.
Tornammo all'Avvoltoio un po' su di giri, ma comunque lucidi, e salimmo in camera, dove avremmo semplicemente aspettato che si facesse sera per tornare alla funzione.
Tutto ad un tratto mi venne voglia di conversare.
«Te hai capito cosa significava la dodicesima Verità di stamattina?»
«La cosa?» biascicò stendendo un braccio sopra agli occhi.
Era supino sul materasso, mentre io stavo riordinando il mio zaino e le mie bisacce, seduta accanto alla cassettiera.
«Sei così ubriaco Spettro?»
«No, ma non me la ricordo. Forse è quella che non ho capito neanche io».
«Parlava di un illusionista, multiforme, un dio solitario che viaggia da sponda a sponda, che apre le porte.. qualcosa del genere».
«Hai buona memoria».
«E tu una buona parlantina.. Era quella allora?» insistetti.
«Sì». Si puntellò sui gomiti e mi guardò. «Non potrebbe riferirsi ai draghi vero?»
Ci pensai su. «Dio solitario? Non credo..»
«Loro tendono ad unificare diversi concetti in uno unico, come hanno fatto con i Ra'zac, ai quali si riferiscono come un unico dio, quindi potrebbero benissimo parlare dell'ordine dei cavalieri in generale».
Esitai. «Non mi sembra coerente. Dopo presterò più attenzione, ma non ci scommetterei».
Dopo quel breve scambio Durza parve rabbuiarsi. Tacque a lungo e divenne pensieroso. Quando si alzò sembrava addirittura in imbarazzo, a disagio.
Afferrò una bisaccia dalla cassettiera e la aprì, probabilmente alla ricerca di altra menta. Peccato che avesse sbagliato bisaccia.
«Durza quella è la mia!» esclamai.
Ma quando mi tirai in piedi era troppo tardi.
Lo Spettro teneva in mano una piccolissima fialetta contenente un liquido nero. Feci per strappargliela di mano, ma si voltò e la stappò in un istante.
L'odore amaro giunse anche alle mie narici.
«Veleno» sentenziò con voce gelida.
Mi sentii precipitare. Abbassai la testa e aspettai che tornasse a parlare.
Ero stata una sciocca. Avevo sfilato la boccetta di Fricai Andlat dallo stivale quando eravamo arrivati a Taurida e l'avevo messa nella piccola sacca che tenevo in vita insieme alla borraccia e i fazzoletti di lino. Non avrei mai pensato che Durza avrebbe finito per trovarla.
Non ero pronta ad inventarmi delle spiegazioni, anche perché non ce n'erano di possibili. A meno che non volessi negare di sapere della presenza del veleno tra le mie cose, ma la mia reazione era stata più che rivelatrice.
Lo Spettro poggiò con delicatezza la fiala sulla cassettiera, mi afferrò le spalle con violenza e mi trascinò a sedere sul letto di fronte a lui.
Mi stava facendo male, ma preferii stare zitta.
Quando tornò a parlare lo fece nell'antica lingua. «Era per me?»
«No» risposi sinceramente.
Si rilassò visibilmente e le sue dita si allentarono. «Per te?»
Colsi l'occasione per sviare il discorso da come, dove e quando mi fossi procurata il Fricai Andlat, e conseguentemente di non riportare la discussione sull'argomento “Alba”, che a quanto pareva era abbastanza scottante.
Lasciai che le lacrime mi annebbiassero gli occhi e risposi con un flebile: «Sì».
L'espressione dura di Durza si addolcì ulteriormente e la stretta sulle mie spalle diventò una carezza. «Per quale motivo?»
«Se Galbatorix mi trovasse e mi catturasse.. Non voglio finire viva nelle sue mani».
Ed era effettivamente parte della verità. Non potevo certamente dirgli che conservavo quel veleno nel caso lui avesse deciso di tradirmi, e ancor meno confessare che era stata la sua cameriera a mettermelo tra le mani.
Sospirò profondamente. «Mi hai fatto prendere un accidente, Arya» disse tornando alla lingua degli uomini.
Lo guardai confusa. «Perché? Ho giurato che non ti avrei tradito, ricordi?»
«Sul tuo onore.. ma magari eri disposta a sacrificare il tuo onore per levarmi di mezzo.. In realtà io..»
Lasciò il discorso a metà e sentii nell'aria il peso grave delle parole non dette. Parole che non avrei mai potuto indovinare ma che avrei voluto sentire.
I suoi capelli erano ancora scompigliati dal bagno mattutino ed ebbi il fortissimo istinto di allungare una mano per pettinarli tra le dita.
Mi trattenni, ovviamente, e per qualche minuto restammo in silenzio totale.
Un altro paio di sensazioni mi giunsero tutte insieme: le sue mani cadute ormai sulle mie gambe, ma non inerti, bensì tese ed inquiete; i suoi occhi che mi scivolavano addosso; le sue labbra strette in una linea sottilissima.. E quella fu la prima volta che ebbi l'atroce dubbio che Durza lo Spettro mi desiderasse.
Che non fosse solo una questione di irritanti battutine e scherzetti fuori luogo.
Forse mi voleva davvero. Voleva baciarmi, voleva toccarmi, voleva..
Per il Wyrda di Alagaesia, no!
«Bene!» esclamai alzandomi in piedi, agitata come in poche altre occasioni della mia vita. «Se la cosa non ti turba eccessivamente mi tengo il veleno» dissi accennando alla fiala.
«Mi fido del tuo giudizio» rispose con calma, gli occhi vacui.
Lo Spettro rimase in silenzio per più di due ore. Un mutismo quasi preoccupante considerata la sua abilità nel parlare in continuazione di ogni cosa che gli venisse in mente.
Doveva esserci qualcosa che non andava, ma non mi azzardai a fare domande, non avrebbe apprezzato.
Riprese a parlare quando la seconda ora del pomeriggio era ormai al termine e per lungo tempo discutemmo dell'eventualità di introdurci in segreto nei locali della cattedrale, saltando a pie' pari tutto ciò che riguardasse la conversione.
Era rischioso, molto rischioso. E probabilmente non avremmo nemmeno avuto la magia dalla nostra parte: Durza sosteneva che l'incantesimo di ametiste che bloccava la mia magia fosse un'invenzione dei Sacerdoti, quindi era probabile che fossero capaci di respingere un attacco magico senza troppi sforzi.
In più ci fu un'altra cosa che disse lo Spettro che mi inquietò ulteriormente.
«Lo so che conviene essere prudenti, ma dovremmo sbrigarci. Il Re sta lavorando a.. una ricerca. Una ricerca che gli darebbe in mano un potere enorme. E non è così lontano dalla soluzione, purtroppo».
«Un potere enorme? Un ulteriore potere oltre a quello di cui mi hai già parlato?»
«Sì» rispose e colsi nuovamente un'espressione che rasentava l'umiliazione, tipica del suo viso ogni volta che si finiva per parlare del sovrano.
Feci scricchiolare la schiena in una torsione. «Quanto?»
«Quanto tempo abbiamo dici?» Annuii. «Ancora qualche mese penso. Spero. In realtà non ho alcuna certezza. Potrebbe scoprirlo oggi, come domani, come tra un decennio..» Esitò. «Effettivamente non vale la pena preoccuparci di questo, non posso stabilire una scadenza».
Così accantonammo la fretta a favore della prudenza.
E quella sera tornammo alla cattedrale e seguimmo il rito.
E la dodicesima delle dodici Verità rimase un mistero per me e anche per Durza.
La visione di Fäolin tornò anche quella notte, come in tutte le notti precedenti. Mi risvegliai scossa dalle mani dello Spettro, biascicando parole nell'antica lingua riguardo a una porta e a una speranza. Non avevo idea di cosa volessi dire, né dell'origine di quei concetti.
Durza mi guardava sconvolto e allarmato, come si guarda una pazza o una morente. Ma poi mi porse una borraccia d'acqua e mi accarezzò la schiena fino a che non mi calmai.
La sua espressione, tesa e guardinga, e i suoi occhi fiammeggianti passavano un chiaro segnale: Questa era l'ultima volta. Alla prossima mi dovrai una spiegazione.
In tutta sincerità, non vedevo l'ora.

________________________________________________________________________________________
Salve a tutti! ^_^
Mi prendo un piccolo angolo autore per informarvi che per la descrizione del rito ho in gran parte ripreso le descrizioni all'inizio di "Brisingr" e ho cercato di tappare i buchi con un po' di fantasia, ovviamente!
L'allusione al Dio solitario si trova anch'essa in "Brisingr", quando Arya va a recuperare Eragon e scrive quelle frasi sulla terra. Le parole sono rimaste un mistero, che cercherò di sciogliere più avanti.
La donna con gli occhi di lupo.. è davvero necessario dirvi chi è? xD Paolini ha accennato e lasciato cadere molti ponti durante l'intero Ciclo -non so se intenzionalmente o per errore- e ho intenzione di recuperarne il più possibile e portarli a termine.
Grazie a tutti! :*
Ultima modifica di Lalli il 28 maggio 2015, 9:37, modificato 2 volte in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 4 novembre 2014, 11:31

29. Scoperte e confessioni
Io e Durza eravamo seduti sul fondo alla Cattedrale, dove già ci eravamo nascosti le due volte precedenti, e ascoltavamo il rito con impassibile attenzione. Avevamo già imparato le poche risposte necessarie per poter partecipare alla funzione senza problemi, erano piuttosto facili.
Quella mattina buona parte dei nostri sguardi erano stati riservati ai monaci, gli uomini vestiti di tela che stavano in piedi dietro ai Sacerdoti, lungo le pareti dell'abside. Sapevamo di dover parlare con uno di loro, ma non sapevamo esattamente quando e come, così decidemmo di aspettare la fine della funzione e di fermare uno di quelli che stavano alle porte, dopo che avessimo ricevuto il Segno di sangue sul volto.
E così facemmo. Lo Spettro mi strinse le dita e mi condusse con sé verso il portone di sinistra, dove ricevette il Segno per primo.
Mentre ancora pronunciavo il mio “Grazie per il tuo sacrificio” il mio compagno di viaggio iniziò a parlare con il monaco in piedi lì accanto.
«Prima di entrare nella comunità dovrete essere indottrinati a dovere da uno del mio ordine» stava dicendo l'uomo, con la testa completamente rasata che riluceva dei primi raggi del mattino.
«Lei è mia moglie» mi introdusse Durza.
Accennai una riverenza. «Onorata.»
Lo Spettro mi lanciò uno sguardo obliquo, ma il monaco parve compiaciuto e mi rispose con un cenno della mano.
«Anche tu vuoi convertirti?»
«Sì» risposi con ferma pacatezza.
«Ebbene, amici miei, dovrete seguire un percorso. Verrete convocati per un mese, due volte a settimana, e imparerete tutto ciò che dovete sulla nostra religione e sul nostro immenso Dio». Si baciò il pugno chiuso.
Vidi le spalle di Durza gonfiarsi leggermente in un atteggiamento teso. «Non possiamo cominciare subito? È necessario un intero mese?»
«Sei così impaziente di servire il Signore?»
«Non vorremmo fermarci al semplice ruolo di credenti, vogliamo diventare suoi funzionari ed entrare nell'ordine dei Sacerdoti» fu la pronta risposta.
Il monaco ci fece cenno di spostarci dal portone e ci condusse fuori dalla strombatura, lateralmente alla facciata, e si appoggiò ai bassorilievi.
«Avete figli?» ci chiese poi.
«No» fece Durza.
«Non ancora» specificai.
Ebbi la netta sensazione che lo Spettro fosse sul punto di inchiodarmi alla parete nera e sbattere la mia testa contro di essa fino a massacrarmela.
Sorrisi lievemente. Non potevamo permetterci di dire cose diverse su quel punto. Alla locanda dove alloggiavamo sapevano che aspettavo un figlio, e lo stesso sapevano una parte delle guardie cittadine, una sconosciuta e un erborista. Non erano molti calcolata la vastità di Dras-Leona, ma una gravidanza è una caratteristica che si tende a ricordare fin troppo bene, non valeva la pena correre il rischio di essere pubblicamente contraddetti da una di quelle persone che così credevano. Sperai che Durza lo capisse e continuasse a reggermi il gioco.
Lo fece restando in silenzio quando il monaco mi chiese se fossi incinta e io assentii.
«Allora la cosa si fa più complicata» disse poi. «Non impossibile, ma complicata. Insomma una coppia che aspetta un figlio può unirsi alla famiglia della Carne di Dio ma dovrete offrire un dono in cambio: il frutto dei vostri atti terreni sarà consacrato al Signore e sarà cresciuto nel monastero come figlio non vostro ma di Dio stesso».
«Dovrei rinunciare a crescere mio figlio?»
L'uomo annuì. «O liberartene prima che nasca». Fissò ostinatamente il mio addome. «Non mi sembra che la tua gravidanza sia molto avanzata.»
«Solo due mesi» confermai.
«Un bravo speziale o erborista sarà in grado di darti una pozione che ti faccia abortire. Se volete entrare nei Sacerdoti questa è la soluzione migliore, anche perché altrimenti sarete costretti ad aspettare che la signora partorisca prima di poter essere ufficialmente ammessi».
Non avevamo altri sette mesi a disposizione. Mi sarei liberata del “bambino”.
«D'accordo, grazie» disse lo Spettro.
«Oppure» saltò su improvvisamente il religioso, «c'è un'altra soluzione».
«Quale?» abboccai immediatamente.
«Conoscerete ovviamente le differenze tra l'ordine monacale e quello sacerdotale..» cominciò, ma si interruppe, probabilmente alla vista dei nostri sguardi perplessi.
«Siete sicuri di volere entrare nell'Ordine?» insinuò davanti alla nostra ignoranza.
«Sentiamo di doverlo fare» dissi, cercando di impregnare la mia voce di tutta la superstiziosa credenza che avevo notato nel tono della donna che mi aveva accompagnata dall'erborista.
Funzionò, il monaco ricominciò a parlare spedito: «Allora sappiate che c'è una sostanziale differenza tra Monaci e Sacerdoti. Mentre i Sacerdoti sono letteralmente la Carne di Dio, noi ne siamo solo i servi. Doniamo a volte il nostro sangue durante le cerimonie, ma ci sono riti e misteri ai quali non possiamo partecipare, ali della Cattedrale a cui non dobbiamo accedere. Diciamo che siamo più limitati, ma in un certo senso la nostra esistenza è più tranquilla dato che non dobbiamo privarci di parti del nostro corpo per nutrire la fame del Signore. E come se non bastasse è molto più facile entrare nell'ordine: un'educazione di base, un notte intera in preghiera, i capelli rasati, un goccetto di sangue sull'altare e sareste già dentro». Si fermò all'improvviso e ci guardò con imbarazzo. «In teoria dovreste però rinunciare ufficialmente al vostro matrimonio -cosa che dovreste fare anche per entrare nei Sacerdoti- e non.. insomma non giacere più insieme. È un problema?»
Durza aprì la bocca e lo anticipai esclamando: «Niente affatto!»
«Per me è un problema a dire il vero» ribatté e mi lanciò un ghigno.
Il monaco si strinse nelle spalle. «Questa è una scelta vostra. Io posso solo darvi altre informazioni sull'ordine monacale. Si tratta di lavorare all'interno dell'ambiente della Cattedrale e dei suoi edifici, ma fare cose semplici, come cucinare e pulire e riscuotere denaro dagli appezzamenti di terreno che la chiesa possiede. Siamo coloro che assistono i Sacerdoti nel loro alto compito».
«E potrò tenere mio figlio?» chiesi a quel punto. Non potevo fingermi così altamente disinteressata alla mia prole. Quella era una prerogativa di mia madre.
«Fino a che non sarà diventato adulto potrà stare all'interno della struttura. Ma come laico dovrà lavorare, non può pesare inerte sulle spalle della chiesa. Tuttavia una volta diventato adulto verrà cacciato, a meno che non entri a sua volta nell'ordine».
Annuii. «Mi pare ragionevole.»
«Intanto potremmo cominciare con le lezioni sulla religione, amico, che dici?» propose lo Spettro.
«Sì, avrete tempo di decidere dopo che sarete diventati dei fedeli in piena regola. Allora dovrete venire qui alla cattedrale ogni terzo e quinto giorno della settimana. Gli altri giorni c'è il mercato sapete.. non verrebbe nessuno!» Perse il filo. «Ehm sì, allora ogni terzo e quinto giorno un'ora prima del rito della sera. Entrate nella cattedrale», indicò alle sue spalle, «e mettetevi in preghiera. Qualcuno verrà a prendervi, non siete gli unici conversi, molti stanno lentamente abbracciando Dio in questa miseria».
«Ci sei stato molto utile» lo ringraziò Durza.
«Vi rivedrò presto alle funzioni e alle lezioni suppongo».
Gli sorrisi. «Non mancheremo.»
Ci allontanammo dall'ombra opprimente della cattedrale.
«Ne sappiamo troppa poca» bisbigliò lo Spettro.
«Di cosa?»
«Di tutto. Se sapessi che diventare monaci fosse sufficiente direi di buttarci su quella soluzione -anche se ovviamente mi piange il cuore all'idea di non poter più dividere il letto con te- ma non sono sicuro che questo ci permetta l'accesso ai loro archivi».
«Potremmo sempre intrufolarci» suggerii ignorando la provocazione.
«Una volta entrati nell'ordine monacale dici?»
Mi strinsi nelle spalle. «Rubiamo delle tuniche nere, sicuramente saranno i monaci a lavarle quindi non dovrebbe essere un problema».
«Io non ho la minima idea di come sia organizzato quel posto. Non conosco gli edifici sotto e nemmeno quelli sopra. Non ho idea di dove sia l'archivio e a dire il vero non sono nemmeno certo che ne abbiano uno!» la frase si concluse in un tono esasperato.
«Mi stai suggerendo di rinunciare?»
«Ti sto informando che è l'impresa più sventata, male organizzata e pericolosa che io abbia mai fatto» disse con il volto allungato in un'espressione seria.
«Probabilmente vale anche per me» osservai, nel vano tentativo di consolarlo. «Ma forse ne vale la pena, no? Se esiste davvero una labile possibilità di neutralizzare il potere di Galbatorix potremmo fare in pochi mesi ciò che nessuno è riuscito a fare nell'ultimo secolo».
Ridacchiò. «L'Elfa e lo Spettro, saremo il terrore di ogni cantastorie».
Mio malgrado risi a mia volta, forse la prima vera risata da quando Fäolin mi aveva strappato l'ultima, prima di morire. Il pensiero mi costrinse a spegnerla bruscamente.
Durza mi guardò, la fronte aggrottata, ma poi passò ad un altro argomento.
«Tra qualche giorno abbiamo un appuntamento con Ditolesto. Ho buone ragioni di credere che sarà in grado di dirci qualcosa in più sulla Cattedrale e i suoi ambienti».
«Lo spero davvero, o saremo costretti ad entrare alla cieca».
Percepii una certa frenesia intorno a me e mi guardai intorno con attenzione. Io e lo Spettro ci stavamo dirigendo verso un'osteria -stava diventando sospetto il fatto che passassimo tutto il giorno alla locanda- e stavamo procedendo in direzione delle porte, controcorrente.
«Dove vanno tutti? Non dirmi che c'è un'altra funzione».
Scosse la testa. «Oggi è il secondo giorno della settimana» disse semplicemente.
Ricordai immediatamente: il mercato degli schiavi.
«Prima che tu me lo chieda: no, non ti porterò a vederlo» aggiunse immediatamente lo Spettro.
«Non stavo per chiedertelo» mentii. «E in ogni caso.. perché?»
«Perché qualcosa mi dice che faresti una sciocchezza, tipo buttarti sul palco del mercato e tagliare la gola a tutti i mercanti, poi condurre una spedizione di schiavi ad assediare il palazzo del governatore e prendere il controllo della città e..»
«Stai lievemente esagerando» lo fermai.
«Uhm, conoscendoti l'esagerazione non è mai troppa».
Adorabile.
Ci accomodammo ai tavoli di un'osteria, ovviamente diversa da quella del giorno precedente, e ci facemmo portare del vino caldo.
Continuando a ragionare sull'ipotesi di entrare nell'ordine monacale, la mia mente si soffermò su una soluzione che pareva così ovvia da dover essere per forza irrealizzabile.
«Durza?» mi guardò «Puoi cambiare ulteriormente i nostri tratti? Renderci totalmente diversi da come siamo adesso si intende?»
«Senza problemi direi».
«Bene. Allora se noi fingessimo di essere due tizi qualsiasi in viaggio e andassimo alla cattedrale a chiedere di vedere i loro documenti, cosa ci risponderebbero?»
«Farebbero tante domande».
«Domande a cui non siamo tenuti a rispondere» dissi semplicemente. «Se ci rifiuteranno l'accesso ai loro fantomatici archivi, ce ne andremo con aria indignata».
«Potrebbero semplicemente chiederci di che libro abbiamo bisogno e andare loro stessi a cercare qualcosa nei loro antri. E in quel caso dovremmo -anzi dovrei- rivelare loro il segreto di Galbatorix, e non posso farlo. A quel punto li avremo insospettiti per nulla, tanto vale seguire la via dei Monaci o dei Sacerdoti».
Gli rivolsi uno sguardo grave. «Dovremmo anche cominciare a lavorare sul tuo vero nome. Fino a che Galbatorix ha questo potere su di te non posso nemmeno fidarmi totalmente delle tue promesse e delle tue azioni».
«Perché se fossi libero dal suo controllo ti fideresti?» chiese con asprezza e un pizzico di sfida.
«Sì» risposi, stupendo sia lo Spettro che me stessa.
Le sopracciglia di Durza migrarono fino all'attaccatura dei suoi capelli, o almeno così mi parve.
«So che hai ucciso i miei amici e mi hai torturata per dei mesi» mi affrettai a giustificarmi, «ma mi hai anche fatto delle promesse. E anche se mi hanno insegnato a non fidarmi mai delle promesse di uno Spettro, voglio crederti. Che dovere ubbidire a Galbatorix non ti piaccia è chiaro come il sole, quindi perché dovresti mentirmi? Se vuoi veramente liberarti del dominio del re io potrei davvero esserti utile, quindi mi pare che l'intero ragionamento fili dal punto di vista logico».
Vidi un'ombra oscurare le iridi dello Spettro ma non riuscii ad interpretarla perché dopo un attimo era già sparita.
«So cosa stai cercando di fare, Arya» disse poi duramente.
Non tentai nemmeno di nascondere la mia confusione. «Cosa starei cercando di fare, scusa?»
«Stai cercando di incantarmi» rispose, in un tono di minaccia controllata. «Sappi che in buona parte ci stai riuscendo, ma sappi anche che quando verrà il momento di scegliere io sceglierò sempre me stesso».
«Barzul!» imprecai tra i denti «Sei tu che per primo mi hai chiesto di fidarmi di te e ora te ne stai lamentando?»
«Abbassa la voce ed evita di sbottare parole che non conosco».
«È nanico» lo informai.
Fece un gesto disinteressato. «Non lo parlo».
Ero esasperata. «Dato che non mi credi sarà difficile aiutarti a cambiare te stesso, dovrei conoscerti molto meglio per poter fare qualcosa».
«Vuoi che ti racconti la mia vita piccola Elfa?»
Accolsi la domanda con un cenno vago del capo, ricordando automaticamente la volta in cui si era distratto cercando di penetrare la mia mente. Ricordavo che la sua era strana, multiforme, costellata da zone di buio.
Ricordavo un dolore atroce, la solitudine e la perdita di un uomo che amava come un padre.
Non ero mai stata una che incoraggiava gli altri ad esporre le proprie sofferenze. Non volevo che lo chiedessero a me, quindi mi veniva spontaneo evitare. C'erano cose che si potevano tenere per sé, se si era in grado di sopportarle senza cercare consolazione.
Tuttavia con Durza ero curiosa. Forse perché era uno Spettro e non ne avevo mai conosciuto uno, ovviamente. Anzi, nessuno ne aveva mai conosciuto uno.
Era una curiosità più accademica che personale, però mi bruciava le viscere alla stessa maniera. Ma non volevo che lui lo notasse.
I miei occhi vagarono pigramente sui suoi capelli e di nuovo ebbi l'impulso di passarci le dita. Non ne avevo mai visti di così rossi, se non nel Surda.
Lo Spettro tossicchiò. «Quindi non stai cercando di incantarmi?» chiese in tono più amichevole, deviando immediatamente dal discorso sul suo vero nome.
Lo capivo. Non è facile affidarsi a qualcuno per risolvere un problema di una tale delicatezza, considerando anche il fatto che, per poterlo aiutare, avrei dovuto conoscere almeno parte del suo vero nome e gli avvenimenti legati ad esso. Durza non aveva la minima voglia di farmi delle confidenze e la cosa era comprensibile.
«No, credevo che fossi tu a cercare di incantare me» ribattei senza insistere.
«Confermo».
«Spettro..» lo ammonii.
Fece una smorfia divertita e schioccò due dita tra loro. «Non ci riuscirò mai, temo».
«No».
«A parte gli scherzi: Davvero ti fideresti di me? Non mi odi?» chiese con sincera curiosità.
Tentennai. Fidarmi di lui e non odiarlo erano due faccende completamente diverse, e a dire il vero non ero certa di riuscire a rispondere con sicurezza a nessuna delle due domande.
Forse mi fidavo, ma non in maniera totale e forse non lo odiavo, ma gli serbavo comunque del rancore.
«E tu? Mi odi?»
«Non si risponde ad una domanda con una domanda».
«Non lo sapevo» mentii. Quelle erano le regole della buona educazione, e le conoscevo benissimo.
«Mi dispiace di avere ucciso i tuoi amici e averti torturata» disse all'improvviso, facendomi sussultare. «Anzi no, non mi dispiace, perché se mi dispiacesse veramente sceglierei di non farlo mai più. E se invece avessi la possibilità di ritornare indietro lo rifarei ancora, senza pensarci due volte. Quello che voglio dirti è che ho dovuto. Che non mi sono divertito, e che so quanto odio si prova nei confronti di chi ti ha portato via gli affetti».
«Non eri minimamente tenuto a giustificarti» osservai perplessa.
«Lo so». Sorrise. «Era una maniera dignitosa per dirti che non ti odio».
Ricambiai il suo sorriso stirando le labbra. «Forse» dissi poi, laconica.
Forse non ti odio, forse capisco cosa ti ha spinto a farmi questo, perché per arrivare ai miei obiettivi anche io avrei fatto qualsiasi cosa fosse necessaria. Anche uccidere, anche torturare, anche se ne avrei odiato ogni istante.
«Ricevuto!» esclamò, poi abbassò nuovamente il tono. «Se non hai nulla in contrario io direi di cominciare ad andare a quelle maledette lezioni di religione già da domani sera».
«Il nostro mentore ha detto che ci vorrà un mese per poterci convertire appieno», osservai, «è un tempo molto lungo».
Annuì vigorosamente. «Lo so, ma credo che sarà più prudente e più fruttuoso procedere con calma. Hai fretta madamigella?» domandò poi sarcastico.
«No, ma sono preoccupata» ammisi a disagio.
«Per cosa?»
«Tutto e tutti. Mi credono morta, Durza. Nessuno di quelli che conosco sa di quello che sto, che stiamo facendo».
«Ed è così problematico?»
Aprii la bocca per rispondere che sì, lo era, che avevo lasciato dietro di me una vita, una serie di progetti, un compito importante. La resistenza aveva bisogno di me, non era una questione di egocentrismo, era così e basta.
Gli Elfi avrebbero impiegato un tempo infinito per nominare un mio sostituto, se lo avrebbero nominato, e i contatti tra i Varden e il mio popolo sarebbero rimasti asciutti per tutto quel tempo. Forse avevo fallito nel mio ruolo di Custode, ma ero ancora l'ambasciatrice.
Aprii la bocca per dire tutto questo e per chiedere di mandare un messaggio alla mia gente, solo un avviso, per dire loro che ero viva e in salute. Ma poi realizzai che avrei automaticamente dovuto rinunciare all'alleanza con lo Spettro. Perché il mio popolo sarebbe venuto a cercarmi. Non ero propriamente amata tra la mia gente, ma rispettata sì, e per di più ero la figlia della regina: non mi avrebbero lasciata a fare gli affari miei sapendomi in combutta in un piano segreto per deporre Galbatorix. Un piano che non comprendeva l'aiuto di nessuno dei miei storici alleati.
No, se volevo usufruire della proposta di Durza dovevo farlo in silenzio e nell'ombra, anche fingendomi morta se necessario.
Se avessimo fallito nessuno ne avrebbe mai saputo nulla, se fossimo riusciti nell'impresa allora avrei potuto raccontare tutto, per quanto incredibile potesse sembrare.
Aprii la bocca.. e poi la richiusi. «Direi di no» risposi, dopo una pausa troppo lunga, lo sapevo.
Durza allungò una mano sul tavolo che ci separava e sfiorò le mie dita, serrate intorno alla tazza di vino ormai raffreddato.
«Se andrà tutto bene diventerai un'eroina» disse in tono incoraggiante.
«Non mi importa».
«Lo immaginavo, ma sarà gratificante lo stesso, vedrai». Ritirò la mano e tornò alla sua bevanda.
Restammo ancora qualche ora all'osteria, poi nel pomeriggio uscimmo da Dras-Leona per andare a dare un'occhiata alla cava di marmo nero poco distante. Era una visita di puro piacere, non accompagnata da secondi fini, e me la godetti come da bambina mi godevo le passeggiate nella foresta, nei rari spazi di tempo libero che avevo.
La cava era grande e ci lavoravano in moltissimi contemporaneamente, tanto da sembrare un enorme formicaio.
Durza girò qua e là tra i lavoratori, facendo domande e chiacchierando banalmente nei loro tempi di pausa. In generale mi limitai a seguirlo e ad ascoltare ciò che i cavatori avessero da dire.
Dilagava malcontento, ovviamente. Per le tasse aumentate, per i comportamenti del governatore Tàbor, per la vertiginosa differenza tra ricchi e poveri.
C'era molta rabbia in quella folla, una forza spaventosa. Se avessero voluto avrebbero potuto prendere i loro picconi, presentarsi sotto le bellissime ville dei nobili e ucciderli uno ad uno, guardie reali comprese.
Ma non mancavano i deterrenti.
Molti raccontarono di compagni puniti per una qualche loro comportamento giudicato scorretto o sovversivo: si andava dalle dita, alle mani, alle lingue, alle braccia tagliate. E c'erano bel altre fantasiose esecuzioni: la vendita come schiavi, rogo, impiccagione, morte su graticola, smembramento.
Niente che contemplasse una pulita e dignitosa decapitazione.
Oltre a quei discorsi che non mancavano mai di impressionarmi fu interessante vedere gli uomini al lavoro, con attrezzi rudimentali e fatica puramente fisica. Dove gli Elfi sarebbero arrivati in un attimo con la magia, loro arrivavano con la tecnica e le invenzioni, erano incredibili.
Rientrammo a Dras-Leona all'imbrunire, anticipando la carovana dei cavatori, che avrebbe fatto lo stesso entro mezz'ora. Le guardie dei cancelli erano le stesse che ci avevano fatti entrare la prima sera, Il capitano ci riconobbe e ci chiese come ci trovassimo.
Durza rispose con la sua solita allegria, inventando una menzogna dopo l'altra, ma non appena voltammo l'angolo imprecò. Avevamo attirato troppa attenzione la sera del nostro arrivo e un manipolo di guardie aveva memorizzato i nostri volti, una cosa che sarebbe stato meglio evitare.
Dopo cena andammo alla funzione della sera e per la prima volta essa fu presenziata da quello che si definiva il Sommo Sacerdote, un tale senza capelli, con il volto pallido quasi ai livelli della pelle di Durza e solcato da rughe di fatica, e sopratutto: privo di arti. Era un semplice tronco, che doveva fare affidamento sui suoi inferiori per ogni azione. Persino per stare seduto era legato con delle cinghie al sedile della portantina.
Egli cominciò ad officiare la funzione chiedendo perdono per la sua lunga assenza nella comunità, adducendo come scusa una lunga convalescenza a seguito della perdita del braccio destro, offerto in sacrificio a Dio.
Aveva un modo di parlare un po' sputacchiante, ma profondamente esaltato. Non c'era dubbio che avesse la più totale e sconfinata fiducia in ciò che predicava e che si sentisse di un gradino sopra a tutti i presenti, come se lui fosse parte di qualcosa che noialtri nemmeno potevamo immaginare.
Notai anche l'enfasi particolare che diede alla dodicesima Verità, che ormai sapevo a memoria.
Quella notte la scarabocchiai sul muro della nostra stanza, con un pezzo di carbone preso dalla stufetta. «Domani cancellala, Principessa», mi disse Durza, «se qualcuno si intrufolasse qui si farebbe delle domande».
«Anche io me ne faccio parecchie su queste poche parole».
«Potrai sempre farle a chi potrà risponderti, domani sera». Ammiccò.
Gli diedi ragione, ma restai a contemplare le parole ancora un poco, prima di cancellarle con l'acqua gelida che gli inservienti della locanda avevano attinto per noi al pozzo del vicino incrocio.
Mi stesi vicino allo Spettro sentendo il mio corpo mandare segnali di inquietudine: avevo il battito del cuore accelerato e le mani che tremavano leggermente.
Non volevo addormentarmi di nuovo, ero in ansia per le visioni che vi avrei trovato e anche per il discorso che avrei dovuto fare con il mio compagno di viaggio subito dopo.
Come se mi avesse letto nel pensiero -probabilmente aveva solo percepito i miei sentimenti- Durza si girò su un fianco, nella mia direzione, e intrecciò le dita alle mie, fermandone il tremore.
«Voglio solo aiutarti, Arya» disse con la voce così carezzevole che pareva stesse spalmando miele nell’aria. «Vuoi dirmi cosa succede ogni notte da un paio di settimane a questa parte?»
«Mi sembrava che per oggi avessimo già esagerato con le confidenze» protestai flebilmente.
«Certo, ma sono io quello che ti risveglia ogni notte, piccola Elfa. Lo faccio da parecchi giorni, in silenzio. So che gli Elfi non hanno il sonno pesante, so che mantenete un contatto con la realtà, eppure tu sembri sprofondare in una sorta di coma. Avrei il sospetto che tu lo faccia apposta, ma ho visto il terrore autentico sul tuo viso e ti ho sentita piangere, quindi si direbbe che c'è qualcosa su questa terra che ti fa più paura di me. Forza..»
Solo allora ebbi il coraggio di alzare gli occhi. Durza era più vicino di quanto ricordassi e sentivo il leggero profumo di menta del suo respiro. Calmo e regolare. In qualche modo calmò anche me.
«Non so cosa mi succeda» sputai fuori, sentendo il mio orgoglio subire una forte ammaccatura.
«Non lo sai?»
«No».
«Prova a parlarmene lo stesso».
Serrai le labbra e fissai le nostre mani intrecciate. «Credo che sia una visione, ma più potente, tanto che non riesco a staccarmene nemmeno con la mia forza di volontà. Vedo.. una persona a cui ho voluto bene e che è morta. Lui mi parla, mi dice sempre le stesse cose, ma sempre più aspramente. A volte ci sono anche altre immagini e ogni volta è sempre più difficile riscuotermi».
Se non ci fossi tu probabilmente non mi staccherei affatto. Pensai, ma non lo dissi.
«Cosa ti dice?»
Lo guardai. «Mi ordina di ucciderti». Feci una lunga pausa «A volte vedo te uccidere me, ti vedo torturarmi di nuovo..» Mi fermai quando la mia voce prese a tremare eccessivamente.
Non era necessario dirgli tutto, no, mi sarei sentita ridicola nel farlo. Non era necessario che sapesse che Fäolin era morto per colpa sua.
«Ti direi che sono normalissimi incubi e ti manderei a casa con una pacca sulle spalle, ma non credo che sia così».
«Non lo credo neanche io» lo informai.
«A questo punto resta da capire chi e perché. Hai nemici potenti?»
Tentai una risata, ma ne uscì solo un rantolo strozzato. «Intendi oltre a Galbatorix?»
Ammutolì. «Non so se può esistere un nemico più potente di lui in Alagaësia».
«Ne dubito fortemente».
Ovviamente avevo pensato che potesse essere qualcuno che mi odiava profondamente a farmi quello, ma non riuscivo a capire chi potesse conoscermi a tal punto da farmi rivangare ricordi che erano appartenuti soltanto a me e a Fäolin.
Deglutii rumorosamente. «Il re sa di me?»
«Ovviamente sì Principessa» fu la risposta quasi pietosa.
«Può.. non so.. leggere la mia mente senza il mio permesso?»
«Senz'altro, ma non può farlo senza che tu te ne accorga».
«Non mi sento forzare la mente».
«No, è come se qualcuno ti mandasse semplicemente un messaggio».
«Chiunque sia sa troppe cose di me».
«Che invidia!» borbottò in tono scherzoso, ma non mi lasciai contagiare dal suo sarcasmo.
Avevo paura, una paura nera.
Mi ero aspettata che Durza sapesse risolvere la cosa, ma fino a quel momento c'erano state solo tante domande e poche risposte.
«Lasciamo stare, non è importante. Passerà..» Sciolsi le mani dalle sue, ma tornò a sfiorarmi la pelle sensibile dei polsi un istante dopo.
«Sai benissimo che non è così».
«E tu sai benissimo che non posso farci nulla».
«Io sì però, stanotte cercherò di rilevare l'origine della visione. Se è un incantesimo scoverò la fonte senza dubbio. Se non è un incantesimo posso anche ritirarmi e andare a cacciare orsi con gli Urgali».
Risi piano, per la seconda volta nella giornata.
Quella era l'unica possibile cosa da fare: scoprire chi mi stesse torturando.
«Ti ringrazio» aggiunsi poi.
Si sporse su di me e mi baciò sonoramente sulle labbra. «Dormi che sono curioso».
E spense la candela.
Ma non riuscivo ad assopirmi, non quando da un lato desideravo ardentemente dormire e dall'altro avrei voluto mantenere la mia veglia in eterno. Mancavano tre ore all'alba e ancora giacevo ad occhi spalancati.
«Arya..»
«Addormentami».
Lo fece.
Fäolin, sanguinante e disperato, mi implorava di vendicarlo, di non dimenticare chi fosse lui e di non perdere me stessa. Poi vidi degli occhi. Occhi di tutte le forme e dimensioni, gli occhi di mia madre e di altri elfi di Ellesméra, gli occhi di Orik, Brom e dei nani e degli umani a Tronjheim, poi tutte le visioni sfumarono in un unico grande occhio lattiginoso.
Mi riscossi bruscamente, scattando a sedere e inspirando violentemente aria fredda, che mi graffiò la gola.
Poi schiusi le palpebre, lentamente. Era buio, totalmente buio, ma sentivo lo Spettro respirare vicino a me.
«Allora?» ansimai.
«Niente» rispose funereo.
Il sangue mi defluì dalla testa e mi parve di stare pericolosamente fluttuando nel vuoto. Ricaddi pesantemente sul materasso.
«Cosa significa niente
«Esattamente quello. Non ho trovato una fonte, una traccia, un minimo segno di magia. È come se venisse da te».
«Oh per il Wyrda di Alagaësia!»
«O forse qualcuno è riuscito a nasconderla».
«Nascondere l'origine dell'incantesimo? Ci vuole un potere enorme».
Non sapevo a chi pensare. Dopo Galbatorix, gli Elfi erano l'unica potenza che mi pareva in grado di fare una cosa simile. Ma non era il mio popolo il colpevole, di quello ero sicura: non mi avrebbero mai fatto una cosa del genere.
«Non ho idee» ammise Durza scoraggiato, «ero convinto che sarei riuscito a risolvere la cosa in un lampo e invece è più complicato di quanto credessi».
Mi tremarono le labbra, quindi le morsicai con violenza. Non era decisamente il caso di mettersi a piangere, anche se una forza sconosciuta agiva su di me, terrorizzandomi.
Del resto fino a quel momento non mi aveva uccisa, potevo sperare che continuasse così.
Certo, ma mi avrebbe esaurita.
«Mi dispiace, Principessa» biascicò lo Spettro, sfiorandomi una spalla.
«Non fa nulla».
«Proverò di nuovo, farò anche uno scudo protettivo intorno a te».
«Grazie».
«E nel caso continuerò a svegliarti».
«Grazie».

Per quella notte non dormii più, ovviamente.
Al mattino andammo alla funzione e all'uscita incontrammo nuovamente il monaco che ci aveva dato le indicazioni per convertirci.
«Vi aspetto nel pomeriggio, sarò io a istruirvi».
«A più tardi allora!» rispose Durza con entusiasmo.
Per il resto della mattina bighellonammo per la città fino a che il freddo non ci costrinse a rifugiarci in un'osteria, dove ci fermammo anche a mangiare per pranzo.
Nel pomeriggio proposi allo Spettro di tornare dall'erborista dove avevo già comprato l'occorrente per il Nalgask e le sue foglie di menta.
«Voglio della salvia per la cura dei denti».
Rise. «Sei una maniaca della pulizia. L'ultima volta ti sei comprata un pezzo di sapone, oggi la salvia..»
«Tu puoi usare la magia per ripulirti».
«Posso usarla anche su di te».
«Oppure possiamo andare a comprare della salvia».
Si strinse nelle spalle. «Ci sto! Tanto non avremmo granché da fare qui».
Gettò un'occhiata alla stanza -non troppo pulita- dove avevamo trascorso buona parte della mattina, a mangiare e a parlare pigramente di tutto tranne che di quello che era successo la notte precedente. Non ce n'era affatto bisogno ormai.
Ricordavo abbastanza bene la strada per la bottega, che era nella parte di Dras-Leona rivolta verso il Surda, fuori dalla zona ricca e al limite di quella della miseria.
Tuttavia, quando vi arrivammo, trovammo la piccola bottega distrutta, le piante sparse ovunque in mezzo alla strada, e tutto ciò che poteva anche solo vagamente sembrare di valore era sparito.
Mi tesi immediatamente. Che cos'era successo?
Avanzando con cautela, mi sporsi all'interno del piccolo ambiente e vi trovai lo stesso disastro che dilagava fuori. Quando mi volsi nuovamente verso la strada, trovai Durza con il naso all'insù, i tendini del collo contratti e lo sguardo puntato esattamente sopra la mia testa, all'altezza dell'architrave.
Seguii la linea dei suoi occhi e vidi una mano rossa impressa sopra la porta. La raggiunsi con un piccolo salto e ne grattai via un poco con le unghie, poi mi portai le dita al volto, per annusarle.
Era sangue.
«Cosa state facendo?» urlò qualcuno alle nostre spalle.
Era un bambinetto così magro che quasi si confondeva con l'aria. Forse aveva anche una dozzina di primavere, ma non ne dimostrava più di otto.
«Ehi ragazzino», lo apostrofò Durza, «sai dirci che cosa è successo qui?»
«C'è la mano rossa sulla porta» rispose lui con ovvietà, avvicinandosi sospettoso a noi.
«E cosa significa?» domandai, piuttosto impaziente.
«Che il vecchio Gamall è un Irriverente e ha compiuto crimini contro Dio». Fece una smorfia pensierosa. «O forse posso già dire che era un Irriverente. Ma no, mi sembra che la consacrazione dei nuovi adepti e la consegna del terzo sacrificio mensile è domani».
«Va bene, spiegaci esattamente tutto quello che hai detto e tornerai a casa con due corone, hai capito bene?» calcò lo Spettro.
Il bambino si illuminò tutto e cominciò a parlare come un fiume in piena: «Tutti dicevano che Gamall era bravino nel suo lavoro, ma che era vecchio e che stava diventando pettegolo come una comare e che non aveva più bene in controllo della sua lingua. Lo sapevano tutti, eh! Bastava passare di qua per caso per sentirlo bestemmiare contro Dio, accusandolo di essere la rovina della città. Una volta ha interrotto la funzione del mattino e si è messo ad urlare in chiesa, poi ha anche tirato una scatola di foglie secche contro un Sacerdote. Qualche volta», abbassò il tono ai livelli di un cospiratore, «diceva male anche del re. Comunque qualcuno deve finalmente aver trovato la forza di andarlo a dire ai Sacerdoti, che lo hanno riconosciuto come un Irriverente, uno che ostacola la chiesa e robe così, quindi Gamall sarà giustiziato. Lo consegneranno a Dio perché con la sua carne paghi i suoi errori e trovi il perdono. Per questo c'è la mano rossa: ti fanno un buco nel mezzo della mano» e si indicò il palmo «e poi te la fanno appoggiare alla porta, così la gente sa che eri un Irriverente e che deve buttare le tue cose. Se avete comprato della roba dal vecchio dovete metterla via perché è maledetta e vi procurerà dolore. Gamall potrebbe anche tornare sotto forma di spirito e cercare le sue cose, quindi è meglio che non le abbiate più».
«Quando.. Quando lo consegneranno a Dio?» trovai la forza di chiedere.
«Mi sembra domani sera dopo la funzione. I Sacerdoti vanno in processione fino alla dimora di Dio», fece un cenno verso la sagoma scura dell'Helgrind, «tre volte al mese per consacrare i nuovi arrivati tra di loro e per offrire una parte di sé. Di solito portano anche dei doni per Dio. Di solito sono degli schiavi, ma molto spesso se c'è un Irriverente si portano dietro lui. Durante la notte Dio li addormenta e si nutre di loro, così diventano parte della sua carne e li usa per riprendersi dalla fatica di aver creato il mondo».
Durza aveva un'espressione comicamente perplessa mentre allungava al ragazzino le sue due corone e gli intimava di tornarsene a casa.
Lui ci rivolse uno sguardo obliquo e schizzò via.
«Non sapevo che la religione dell'Helgrind avesse tanto potere sui cittadini» dissi incredula.
«Io ne avevo sentito parlare», ammise, «ma credevo che si trattasse di una chiacchiera infondata. Invece a quanto pare hanno davvero la forza di stroncare chi si schiera apertamente contro di loro e gli mette i bastoni tra le ruote».
«Il vecchio, Gamall.. era gentile. E ha detto qualcosa contro la chiesa e contro Galbatorix anche l'altro giorno».
«Non puoi fare nulla per lui», disse seccamente, «i sacrifici che arrivano all'Helgrind sono per i Ra'zac, che come sai non disdegnano la carne umana, anzi ne vanno veramente ghiotti».
«Lo so, ma mi sembra assurdo che la gente riesca a credere a tutte queste sciocchezze, montate sulle spalle di due semplici creature come i Ra'zac. Insomma qualunque esponente della mia razza potrebbe essere un dio, allora!»
«Non vi fate abbastanza propaganda, Principessa. Alla gente piacciono i Sacerdoti perché, anche se fanno cose schifose, non si danno delle arie, non pretendono di calpestarli, anzi a volte li aiutano: curano i loro bambini, mi sembrano disposti ad accogliere chiunque stia morendo di fame tra i monaci. Magari fanno poco, ma sono gli unici a fare qualcosa per loro. Per questo li adorano».
«E sono disposti anche ad accettare la condanna di un amico?» indicai la bottega distrutta.
«Amico? Quale amico? Chi complotta contro il dio che ti da da mangiare non è un tuo amico».
Alzai le mani in segno di resa. «Non li capisco, gli esseri umani».
«Siamo creature interessanti».
«Tu non..»
«Io lo ero e ricordo perfettamente la sensazione. E in buona parte lo sono ancora, solo più longevo, potente e probabilmente inquietante di prima. Ora prendi le tue foglie di salvia ed andiamocene, quella mano di sangue mi inquieta».
Sgranai gli occhi. «Mi devo comportare da sciacallo?»
«Immagino fosse una domanda retorica».
Sospirai e tornai nella bottega, dove frugai in lungo e in largo fino a che non trovai la salvia. Poi seguii Durza lontano dalla mano di Gamall, stampata a chiari caratteri su quella che era stata la sua attività.
«Consideriamolo un ammonimento», mi disse poi, «dobbiamo essere più cauti con la chiesa».
«Non vedo l'ora che arrivi il pomeriggio» ringhiai.
E il pomeriggio arrivò, fin troppo lentamente. Quando entrammo in chiesa trovammo una decina di persone inginocchiate davanti alle panche che davano sull'altare, tutte con entrambi i pugni chiusi portati al petto, in totale silenzio.
Li imitammo e immediatamente sentii un po' di emozione e di adrenalina montarmi dentro. Avrei scoperto qualcosa di più di quella religione e poi anche dei sacerdoti, avrei visitato le loro stanze più nascoste e portato alla luce i loro segreti più oscuri.
Se fossi riuscita a tornare a casa avrei potuto scrivere il primo trattato della storia di Alagaësia sulla religione dell'Helgrind.
Ci fecero attendere, ma alla fine si presentò il vecchio monaco rasato che avevamo già incontrato, come ci aveva informati quella mattina.
«Benvenuti», disse con voce pacata, «tutti voi avete mostrato l'intenzione di apprendere le gesta di Dio e del suo popolo e io sono qui per accompagnare i vostri primi passi in questo mondo a voi finora sconosciuto. Se volete seguirmi all'esterno vi racconterò tutto, dall'origine fino ad oggi».
Inizialmente mi chiesi perché dovessimo uscire all'esterno, poi individuai le decorazioni in bassorilievo nell'ordine inferiore del muro esterno -che già le altre vole avevo notato- e capii: intendeva compiere un ciclo di istruzione per immagini. Forse, delle persone che accompagnavano me e Durza, la metà non sapeva nemmeno leggere e scrivere.
Come promesso, non ci trattenne per più di un'ora, anche perché poi sarebbe cominciata la funzione alla quale non potevamo proprio mancare.
E proprio durante il rito mi misi a ricapitolare l'assurda favoletta che ci aveva raccontato il monaco -che per inciso si chiamava Gagnsamr.
Stando a ciò che ci aveva detto, secondo la chiesa dell'Helgrind il mondo era stato creato da un Dio ingenerato, che si era sacrificato per portare la vita. Di conseguenza l'uomo gli era debitore di ogni suo respiro ed era suo compito risarcirlo per tutte le sofferenze patite per crearlo, un po' come una madre che mangia il figlio in fasce per riprendersi dalla fatica della gravidanza e del parto. Sempre secondo la storiella il monte Helgrind sarebbe una sorta di scala, che permette agli uomini di avvicinarsi al loro Signore che, udite, udite, dimora direttamente nel sole, anzi è il sole stesso. Ecco perché i sacrifici sono sempre compiuti al tramonto, per dare la forza al Dio di rinascere il giorno dopo, più forte di prima.
E quel Dio a quanto pareva udiva tutte le preghiere che gli erano rivolte, riprendeva le forze con i sacrifici dei Sacerdoti e puniva tutti coloro che si rifiutavano di inginocchiarsi davanti alla sua potenza. A costoro era riservata un'eternità di veglia in quelli che il monaco aveva chiamato “Gli Abissi”, un luogo che a quanto pareva si trovava sotto la superficie della terra, dove tutti i non-credenti erano condannati a essere divorati dagli emissari del Dio e poi rigenerarsi e ricominciare daccapo il giorno dopo. Coloro che invece avevano aderito alla religione potevano morire in pace.
Quella era la spiegazione della decima Verità, dove si parlava dell'Abisso
Fantastico.
Continuavo a chiedermi come potesse la gente credere a un simile ammasso di sciocchezze, io avevo faticato a mantenere un'espressione credulona per tutta la durata di quell'ora.
E per di più non avevo avuto le risposte che desideravo.
«Non ho capito il significato della dodicesima Verità», avevo detto al monaco, al termine del breve viaggio sul fianco della cattedrale.
Il monaco mi aveva rivolto un'occhiata rassegnata. «Perché non puoi. Nessuno lo sa, gli unici che hanno qualche informazione in più sono i Sacerdoti, ma la condividono solo con Dio, noialtri non ne siamo messi a parte».
«Non sai nulla del Dio solitario?»
«Solo che è un nemico dell'unico e vero Dio».
Avrei volentieri continuato il dibattito, ma Durza mi aveva gentilmente indirizzata verso il portale principale, intimandomi sottovoce di lasciare perdere.
Così ci eravamo sorbiti il rito in silenzio ed eravamo tornati alla locanda con la nostra brava traccia di sangue sul viso.
Lo Spettro provò a erigere una barriera protettiva per bloccare l'azione di un qualsiasi incantesimo.
Ovviamente non contò nulla.
Le visioni erano un morbo che mi consumava dall'interno e che per il momento non aveva soluzioni possibili, l'unica cosa in cui potevo sperare erano le mani e la prontezza di Durza, che non mancò di riscuotermi né quella notte né quelle a seguire.
Almeno per quella notte, però, riuscii a riaddormentarmi.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 10 novembre 2014, 10:31

30. Disgelo
La notte seguente non fui l'unica a venire disturbata nel sonno. Durza scattò in piedi così velocemente che mi sfuggì un piccolo grido. Avevo già avuto il mio incubo giornaliero ma ero riuscita a scivolare in una sorta di semi-veglia.
«Durza cosa fai?»
«Tranquilla, va tutto bene».
Mi sporsi sulla sua metà del letto e accesi la candela posata sul cassettone con le pietre focaie.
«Torna a dormire, Principessa» sussurrò lo Spettro, frugando sotto la casacca e la camicia.
Estrasse un ciondolo, che brillò argentato nella penombra, e tirò a sé il secchio d'acqua.
Sedetti sul materasso e lo guardai concentrata e confusa. Riconobbi la forma del ciondolo: un sole a sei raggi.
«Ti prego non dire nulla per i prossimi due minuti, devo.. parlare con una persona». Detto questo si sfilò il ciondolo e applicò una variante dell'incantesimo di divinazione al secchio d'acqua.
«Durza?» fece una voce gentile.
«Sono qui, Alba».
Sobbalzai.
«Ho un messaggio per te. I Ra'zac sono appena passati da Gil'ead e hanno chiesto di te. Ho detto loro che eri impegnato con la prigioniera e che non potevi assolutamente essere disturbato, così loro mi hanno lasciato detto un paio di cose e hanno proseguito di tutta fretta in direzione di Uru'baen, dove a quanto pare il re li sta aspettando».
«Arya è con me» disse semplicemente lo Spettro.
Quasi percepii il clima raggelarsi e farsi immediatamente più cauto.
«Porgile i miei saluti» disse Alba coincisa.
Durza accennò un sorriso nella mia direzione e io feci un cenno di saluto con la mano. «Ricambia» fece poi. «Ora dimmi tutto quello che hai da dirmi». Concluse l'ordine fissando intensamente il secchio.
«I Ra'zac sono stati a Carvahall, ma non hanno trovato ciò che cercavano, era già fuggito».
«Ho già avuto queste informazioni da un tale di Taurida».
«Ah.. Non ne sapevo nulla».
All'improvviso mi sentii decisamente di troppo.
«Cosa riferiranno al re?» chiese lo Spettro.
«Che sono tornati a mani vuote. A quanto pare alcuni abitanti hanno intravisto un tale che girava con una grossa pietra di zaffiro, ma poi è scomparso. Io penso che si trattasse di Brom».
«Direi che è molto probabile. Bene, grazie, per oggi mi basta. Cercami se avrai altre novità».
«Certamente, mio signore» si congedò la ragazza.
Lasciai passare qualche minuto di silenzio. Il povero mozzicone di candela che giaceva sulla cassettiera si spense definitivamente.
«È lei l'alleata di cui parlavi quando abbiamo lasciato Gil'ead?» azzardai.
«Sì» rispose, tornando sotto le coperte pesanti. «Galbatorix le ha fatto un torto. Sarà con noi per eliminarlo».
«Mi hai detto che è una maga giusto? È molto potente?»
Esitò. «Per essere umana abbastanza, ci sarà preziosa».
«Credevo fosse una tua serva, non una tua alleata».
«Perché effettivamente è prima di tutto una mia serva. Accettala, non dovrebbe costarti troppo no?»
«No, non c'è problema».
Avrei voluto fargli altre domande, ma cominciavo a sentirmi petulante.
Cedetti almeno ad una curiosità. «Hai uno strano ciondolo».
«Impedisce a chiunque di divinarmi senza il mio permesso, può rivelarsi parecchio utile in molte occasioni».
«E hai una passione per il sole» aggiunsi, pensando al suo pugnale con il rilievo dell'astro.
Rise piano. «Era il simbolo della mia tribù, quando ero ancora un ragazzo. Ora basta indagare, speravo che Alba avesse notizie di cose che non sapevo, invece niente! Peccato».
Già allora avrei dovuto capire che qualcosa non andava. Avevo notato il tono più controllato di Alba dopo che Durza la aveva informata della mia presenza, ma più tardi lo attribuii alla mia immaginazione e ad una eccessiva paranoia.
Era rassicurante fidarsi dello Spettro, mi permetteva di alleggerire un poco le mie spalle dal loro carico di responsabilità, quindi cedetti nuovamente a quella lusinga e lasciai perdere.
La giornata passò in ozio. Dopo il rito della sera mi affrettai a tornare alla locanda, non avrei sopportato così bene come volevo credere la processione che avrebbe portato Gamall l'erborista incontro alla sua morte: si vedeva già una certa quantità di gente radunarsi sotto la cattedrale. Sarebbe stata una grande processione dato che era anche il giorno di consacrazione dei novizi Sacerdoti.

Una settimana esatta dopo il nostro arrivo a Dras-Leona pagammo nuovamente il proprietario della locanda per un'altra settimana, ripromettendoci di cambiarla alla fine di essa. Prima che qualcuno imparasse troppe cose su di noi.
Il giorno seguente andammo alla ricerca di Ditolesto e aspettammo per ore nella sua baracca puzzolente. Quella volta Durza mi offrì lo sgabello che aveva occupato alla nostra precedente visita e si appoggiò al muro accanto a me.
«Cosa speri di sapere?»
«Tante cose in realtà» rispose fiducioso. «Forse i Sacerdoti sono incorruttibili, ma i Monaci mi sembrano molto più alla mano. Ditolesto è uno che non si fa scrupoli, avrà scoperto qualcosa per noi, anche se ormai abbiamo praticamente già scelto come agire».
Già, seguire il nostro mesetto di istruzione e poi infilarci tra le file dei monaci.
Quando i passi trascinati del nostro informatore si fecero più vicini Durza mi abbassò il cappuccio fino agli occhi e poi fece lo stesso con il suo.
«Chi siete?» domandò Ditolesto non appena ebbe aperto la porta.
«I due tizi del Ratto, ricordi?»
«Ah sì, certo! Non ho ancora capito come mi aprite la porta senza rompermela, ma non importa, no?»
Se la chiuse alle spalle e posò il sacco che aveva in mano in un angolo della stanza, dove raccattò anche un pezzo di stoffa giallastro ripiegato su se stesso.
«Questo è quello che mi avete chiesto».
Lo Spettro fu rapido ad allungare una mano davanti a me e ad afferrarlo per primo. Lo svolse e vi gettò un'occhiata, mentre un ghigno soddisfatto gli stirava le labbra sottili.
Era inquietante e anche Ditolesto parve notarlo, perché dondolò sui piedi, a disagio.
«Vi va bene, no?»
Durza lasciò cadere la stoffa sul mio grembo, affinché potessi vederla anche io, e chiese, perentorio: «Non hai saputo nient'altro?»
«Qualche cosa che non vi servirà a molto: so che i Sacerdoti hanno un gruppo di guerrieri protettori, quasi guardie del corpo, che si occupano di pattugliare le robe della chiesa. Li chiamano le Ombre».
Quelli che si sono mossi per venire a cercare me e Durza, la notte in cui abbiamo cercato di origliare il loro rito. Con questo pensiero mi estraniai un istante dalla conversazione e mi concentrai sulla stoffa che giaceva sulle mie cosce. Era una mappa. Stilizzata e con simboli al posto di qualsiasi scritta, ma era una mappa, un principio, una breccia nell'impenetrabile muro di segreti che era la Cattedrale.
Vi era rappresentata non solo la chiesa in sé, ma anche gli ambienti monacali e anche i dormitori dei Sacerdoti, come mi indicava il pagliericcio stilizzato affiancato dall'effige di un avvoltoio, il loro simbolo.
La mappa era ovviamente incompleta. C'erano stanze accennate ma lasciate in bianco, altri spazi completamente vuoti. Forse con quella avremmo potuto orientarci sui piani superiori della struttura, ma non avevamo troppe certezze per quanto riguardava i piani sotterranei.
«E hanno anche alcuni maghi, pochi, ma abbastanza efficienti a quanto dicono i miei contatti. Non è la prima volta che una brava spia si intrufola nella cattedrale per fare il suo lavoro e viene beccata e fatta secca a quel loro altare dal monte nero. Poi niente, i Sacerdoti passano davvero tutte le giornate rintanati nelle loro celle o in degli studi che però chiudono a chiave non appena abbandonano. Mica scemi, no? Nessuno mi ha detto bene cosa facciano tutto il giorno, ma a volte qualcuno arriva al pasto del mattino senza un pezzo». Si guardò la mano «E pensare che non ci vuole una gran fatica per farsi cavare dei pezzi e loro lo fanno apposta. Potrei essere un buon Sacerdote, no? Ogni ladruncolo un po' troppo imprudente lo sarebbe».
«Hai altro da dirci?»
Fece un sospiro pesante, poi si soffiò il naso tra le dita e scrollò il muco a terra. Disgustoso.
«Non so che volete fare ma fate attenzione voi due. Nessuno esce da quel posto se non è invitato, credetemi. Non siete mica i primi che ci hanno provato, sapete? Non ne ho più visto nessuno. Tu amico», e indicò Durza, «hai con te la mappa che avevo dato alla bionda?»
Lo Spettro estrasse dal mantello il tracciato delle fogne. «Questa?»
«Proprio lei! Scarabocchiata di mio pugno. Allora voi due mi state simpatici, non voglio che ci lasciate le penne. Se volete entrare là dentro fatelo pure, ma se ve la vedete male cercate le fogne! Il vostro Ratto dovrebbe saperlo bene che chi si muove nelle fogne la scampa sempre, no? Il canale più grosso è l'unico dove potete entrare perché gli altri sono piccoli e fatti alla boia. Sapete nessuno che sia entrato nel canale grosso è mai tornato, ma andavano tutti in direzione della cattedrale, invece voi ve ne allontanate, quindi chissà. Da qui in poi», pestò un piede a terra, «tutti i canaletti finiscono in quello grande e poi si buttano nel lago, farà schifo ma ci si salva, no? Cercate le fogne, subito, poi fate quel diavolo che dovete fare e se dovete scappare con dei tizi in nero alle calcagna usatele!» Fece una pausa. «Nel caso scopriste altre informazioni sui Sacerdoti io sono disposto a pagarvi sapete. Non siete gli unici che le cercano, proprio no! Se trovate qualcosa in più venite qui e io vi pago, ho giusto un bel giovane arrivato ieri che mi ha chiesto..»
Non riuscì a finire la frase. Durza lo afferrò per il mantello e lo inchiodò alla parete, puntandogli la lama del pugnale alla gola.
«Queste informazioni», sibilò con voce glaciale, «te le abbiamo pagate. E non devi darle a nessun altro. Hai un'altra copia di quella mappa?» Accennò a quella che stringevo tra le dita, in tensione.
«S-sì» balbettò il miserabile, «là sotto i sacchi».
Lo Spettro mi fece un cenno e mi alzai per recuperare la copia, poi nascosi il tutto nelle bisacce.
«A nessuno!» Ringhiò. «Chiaro?»
«Certo, sì.. Servo vostro, signore, io..»
Lo lasciò andare e gli porse delle monete. «Se manterrai il silenzio sarai ulteriormente ricompensato, se ti sfuggirà una sola sillaba io ti troverò e ti ucciderò staccandoti un pezzo di carne alla volta e buttandolo ai ratti che tanto mi piacciono».
Ditolesto, serio in volto, accettò il denaro e fece un inchino. «Non dirò nulla dei vostri affari».
«Grazie» mi sentii il dovere di aggiungere, vista la fin troppa aggressività dello Spettro.
Durza mi guardò un po' dubbioso, ma poi fece un cenno di saluto all'uomo, rinfoderò il pugnale, e mi seguì alla luce morente del sole.
«Sei troppo gentile».
«Abitudine» mi giustificai.
«No, sei gentile con tutti tranne che con me, è questo a turbarmi». Ridacchiò.
Arrivammo in ritardo alla funzione della sera, ma nessuno parve notarlo.
Per tutta la sua durata fui distratta dal pensiero di cosa ci fosse oltre all'abside, ora che ne avevo una vaga idea: i dormitori dei Monaci, il refettorio, l'ospedale, le cucine, le latrine, la lavanderia..

I giorni mi scivolarono rapidamente tra le dita. La settimana seguente cambiammo locanda, una più lontana dalla cattedrale e di conseguenza più povera, dato che Durza mi aveva confessato di avere già speso parecchio denaro. Il Covo segreto era ancora più vicino alla baracca di Ditolesto, in vista di una disperata fuga attraverso le fogne, e aveva un nome decisamente meno inquietante della locanda precedente, anche se rimaneva losco.
La nostra educazione alla chiesa dell'Helgrind proseguiva e presto scoprimmo che il triumvirato a cui i Sacerdoti si rivolgevano -Gorm, Ilda e Angvara il Crudele- altro non erano che i nomi dei tre picchi del monte Helgrind, sacri perché più vicini al sole, e dunque a Dio stesso. Il quarto picco, Teufel, più basso, era ancora discusso se fosse da considerare sacro o meno e a quanto pareva era un argomento molto discusso tra i Sacerdoti.
“Giuriamo di portare sempre il Bregnir sul nostro corpo e di astenerci dal dodicesimo dei dodici e dal tocco di una corda annodata.” Recitava poi la loro formula di rito.
Il dodicesimo dei dodici era la dodicesima verità, quella riguardante il dio solitario e intimava di tenere le distanze dal soggetto stesso. Soggetto che ai fedeli non era dato conoscere, però.
La corda annodata era un modo simbolico per indicare una maledizione nella lingua popolare e faceva riferimento alle capacità degli elfi, considerati quasi dei demoni dall'intero ordine.
Il Bregnir, invece, altro non era che una fascetta di cuoio uncinata, che i Sacerdoti dovevano sempre indossare e che graffiava loro la pelle, un eterno monito al loro ruolo nei confronti di Dio. Si partiva stringendola intorno alle estremità -polsi o caviglie- e poi si spostava mano a mano che i Sacerdoti effettuavano una Rinuncia, cioè l'amputazione di una parte.
«Il nostro Sacerdote Supremo», aveva annunciato Gagnsamr gonfio di orgoglio, «lo porta ora sul ventre perché ha già sacrificato quasi tutto se stesso».
Già. Il Sacerdote Supremo aveva presenziato tutti i riti a cui avevamo partecipato, intervenendo di tanto in tanto sopra all'officiante, che gli lasciava la parola con un rispettosissimo inchino. Indossava sempre una strana corona in pelle, alta quasi quanto lui stesso -o almeno quanto rimaneva di lui- e che lo rendeva ancora più grottesco di quanto già non fosse. Osservandolo attentamente avevo intuito la causa del suo parlare sputacchiante: gli mancavano buona parte dei denti e anche la punta della lingua.
Cosa otteneva in cambio di quei suoi sacrifici? Quale folle forza lo spingeva a persistere nelle sue convinzioni anche quando il suo Dio restava muto alle sue richieste?
Era sempre stato un mistero per me, come gli uomini o i nani riuscissero a crearsi una così convinta immagine di un essere superiore quando non avevano alcuna prova, se non qualche avvenimento naturale perfettamente regolare che nella loro ignoranza classificavano come atto del divino. Il vero problema era che non si poteva discutere con colore che si definivano “credenti” perché rifiutavano qualsiasi spiegazione che potesse apparire razionale, affermando che Dio non poteva ridursi ad un ragionamento e che io non potevo capire perché mancavo della fede necessaria a farlo.
Se avere fede significava essere ciechi ero felice di esserne totalmente priva.
Partecipando alle funzioni e alle lezioni venimmo presto a conoscenza dei vari miti sugli Irraggiungibili, coloro che il loro Dio aveva preferito e che erano stati meritevoli testimoni della sua esistenza. Tra questi il più misterioso rimaneva il vate Tosk, che avrebbe scritto in codice tutta la dottrina sacerdotale sotto diretto dettato di Dio, ma di cui si parlava talmente poco da rimanere una leggenda.
Avrei tanto voluto procurarmi quel libro ma lo Spettro mi spiegò che, essendo la pergamena così costosa, l'acquisto di un libro era da considerarsi un lusso bello e buono e che quel volume in particolare era uno dei segreti meglio custoditi dai sacerdoti. Peccato che gli umani non producessero carta, avrebbero risolto molti problemi e probabilmente anche calato il livello di ignoranza.
«Nessuno vuole comandare un popolo acculturato, si fa troppe domande e ha troppe pretese» mi disse Durza, con il tono di chi in parte condivide l'idea.
«Un popolo acculturato sa cosa è bene e cosa è male e può collaborare con il governo. Un popolo che sa è tutto allo stesso livello e non lascia spazio all'ingiustizia» avevo ribattuto, prendendo la perfetta società elfica come base delle mie argomentazioni.
«Gli umani sono più impulsivi e sentimentali degli Elfi, Principessa», fu la risposta. «Non hanno il tempo di ponderare le loro scelte, vogliono vivere al massimo le loro brevi vite e questo li porta irrimediabilmente a fare delle sciocchezze. Non dubito che una società perfettamente equa diminuirebbe le ingiustizie, dubito della semplice possibilità di instaurare una società perfettamente equa tra gli esseri umani. Non ne sono capaci, la violenza è parte della loro natura e la vendetta, l'odio e l'amore guidano i loro movimenti, non la razionalità».
Quel discorso mi colpì, perché in parte giustificava il modo di fare di tutti gli uomini con cui avevo avuto a che fare e anche le azioni stesse di Durza: l'odio verso Galbatorix, una sorta di sentimento di vendetta nei confronti di Ajihad, l'amore.. Mi dissi che probabilmente l'amore era riservato solo a se stesso e forse a qualche figura che giaceva morta e sepolta nel suo passato.

Una mattina fummo testimoni di una scenetta che mi lasciò con l'amaro in bocca per il resto della giornata. Passavamo dalla piazza, dove si teneva il mercato di schiavi due giorni alla settimana e il mercato normale il resto delle mattinate. Lo Spettro voleva semplicemente farmi vedere in cosa consistesse un mercato dato che non mi ero mai attardata ad osservarne uno e al massimo ne avevo letto qualche informazione nei libri sulle tradizioni degli uomini che avevo studiato per diventare ambasciatrice.
Ne ero rimasta abbastanza stupita: in mezzo a quella città caotica, squallida e pericolosa il mercato era come un cuore pulsante di vita, voci ed allegria. Tutti contrattavano sui prezzi, qualche ladruncolo si intascava, non visto, la merce e molti altri trascinavano i loro carri nel poco spazio disponibile, per diventare anch'essi parte di quella massa di venditori.
Stavamo passeggiando innocuamente, dividendoci una frittella, quando un tale balzò agilmente su un barile di birra -non troppo lontano da noi- e distese con aria solenne una corta pergamena.
«Cittadini!» gridò. «La terra di Alagaësia, questa città e la vostra stessa sicurezza sono minacciate da un nemico che si fa di anno in anno sempre più forte e pericoloso. Il vostro sovrano, il re Galbatorix, ha tentato con tutte le sue forze di tenere il suo popolo lontano dal sangue e dalle battaglie, ma purtroppo i suoi sforzi non sono stati sufficienti..»
«Lo ha scritto lui quel discorso», sussurrò Durza al mio orecchio, «è il suo stile di indorare le cose. Guarda la gente, tutti attoniti, sconvolti. Il re sa come infiammare i cuori».
Annuii, rendendomi conto solo in quel momento che il vociare confuso della piazza si era pressoché estinto e che tutti gli uomini e le donne presenti pendevano letteralmente dalle labbra dell’araldo imperiale
«I Varden», continuò l’uomo con fare drammatico, «si sono definitivamente schierati con i Nani e gli Elfi. Sono servi delle creature più malefiche e pericolose di queste terre, sono i portatori della distruzione e gli annientatori della pace e dell’equilibrio. Inoltre complottano con i nostri eterni nemici: i surdani. Il loro unico scopo è rovesciare Galbatorix e porre il loro tiranno sul trono».
Presi coscienza delle mie unghie conficcate nei palmi e delle braccia rigide lungo i fianchi solo quando lo Spettro mi sfiorò lievemente la guancia, in un gesto di intima sicurezza. Non che il mio comportamento potesse essere considerato sospetto in mezzo alla folla: tutti esibivano espressioni sorprese, disgustate, indignate e persino spaventate. Quanto sapevano essere sciocchi gli umani. Con le loro brevi vite tendevano a credere immediatamente a qualunque fandonia avesse infangato la storia, troppo giovani e inesperti per aver partecipato agli eventi, avevano un tempo troppo breve per imparare a vivere nel mondo.
Erano cresciuti in una vita in cui Galbatorix era considerato un uomo onesto che cercava disperatamente di proteggere tutti da nemici che rischiavano di sommergere l’intera Alagaësia. Non era colpa loro. Ma l’insinuazione sul mio popolo e sui miei alleati mi faceva infuriare.
Feci un profondo respiro e posai una mano sul braccio di Durza al mio fianco. Lui se la scrollò di dosso e mi tirò davanti a sé, cingendomi la vita con le braccia e posando il mento sulla mia testa. In qualche contorta maniera mi sentii meglio.
L’araldo continuava imperterrito. «Ora voi avete l’occasione di difendere la vostra patria dalla minaccia che incombe. I Varden si spacciano per liberatori ma non sono altro che briganti assassini, lasciateli entrare in queste terre e porteranno la morte ovunque. Il vostro sovrano esorta uomini in forze a prendere il proprio coraggio e l’amore per i propri cari ed arruolarsi nel suo esercito. Tutti potranno essere utili in questa guerra. Le sole forze del nostro re non basteranno. Difendete le vostre case e le vostre famiglie!» L’uomo balzò giù dal barile e si infilò la pergamena a cintura con un gesto fluido e noncurante. «Da domani mattina il palazzo del governatore sarà aperto per accogliere le vostre adesioni. Partirete alla fine di questa settimana per un breve addestramento ad Uru'baen».
Tacque un istante e posò una mano sul ventre prominente. Era piuttosto avanti con l'età e doveva aver preferito un tavolo imbandito ad una spada.
Quando tornò a parlare disse le magiche parole che tutti stavano aspettando: «Verrete regolarmente retribuiti, ovviamente, e sarà tenuto conto del vostro valore quando le terre strappate ai nostri nemici dovranno essere equamente ripartite. Vi auguro una buona giornata!»
Si avviò con noncuranza in direzione della Cattedrale -anzi probabilmente in direzione del palazzo del governatore- seguito da un paio di uomini che gli rivolgevano delle domande sulla condizione nell'esercito e su quanto ammontasse il salario.
La gente tornò lentamente alle proprie attività con un brusio di indignazione e di malcontento.
Captai qualche discorso qua e là e mi ritrovai ulteriormente scoraggiata: nessuno dubitava di quanto avesse appena detto l'araldo, nessuno credeva alla possibilità che fosse il re quello da additare come pazzo e non i Varden e i loro alleati.
«Andiamo via?» chiesi a Durza. E la mia voce sfumò in una supplica.
Ci avviammo automaticamente verso il Covo.
Lo Spettro mi guardò fisso, in silenzio, per parecchi minuti.
«Sto bene», affermai con sicurezza.
«Ma stai piangendo» mi informò.
«Non sto piangendo» ribattei con voce ferma, ma i miei occhi erano bagnati di lacrime e il mondo stava scomparendo dietro il loro velo.
«Andrà tutto bene».
«No!» protestai. «Se il nostro progetto non funzionerà non andrà tutto bene! Finché il popolo non capisce, finché non decide di rifiutare Galbatorix come re, i Varden, gli Elfi e i Nani potranno combattere fino all’estinzione, ma non conterà nulla. E nel frattempo altre migliaia di persone moriranno inutilmente su campi di battaglia. Tutto questo mi disgusta. La morte mi disgusta..»
Mi sistemai una ciocca di capelli dietro l’orecchio e recuperai un contegno.
L’espressione di Durza era vuota e rassegnata. Forse per il fatto di essere semi-posseduto da degli spiriti o perché così per natura, non sembrava provare gli stessi rimorsi delle persone normali.
«Scusami» mormorai.
Fece un sorriso mesto. «Tu sei troppo sensibile per fare la guerriera, Arya».
«Mi chiamo Bitr» gli ricordai, gettandomi un’occhiata circospetta intorno, ma la massaia che stendeva il bucato dalla finestra canticchiando allegramente non poteva averci sentito. «E se l’ho fatto finora potrò continuare» conclusi.
«Ma non vorresti farlo» disse riprendendo a camminare.
«E chi vorrebbe?» lo affiancai.
«Riusciremo» mi tranquillizzò. «E nel caso non fosse così.. Il re si fa passare per un eroe delle antiche leggende, che ha sconfitto la morte per poter mantenere la vita di queste terre, ma non appena lascerà le città al loro destino tutti capiranno».
«E lui non interverrebbe nella guerra?» lo interruppi.
«Se volesse veramente fermarvi non avreste scampo, ma non lascerà il suo palazzo per impedirvi una simile quisquilia. Se riuscirà nel suo progetto potrà riprendere il potere dopo, con tutta la calma del mondo. .
Le sue parole mi ricordarono che ancora non avevamo fatto nulla per il suo vero nome e che aveva ancora parecchi segreti che non poteva rivelarmi, oltre ad essere ancora in parte succube del re.
Fui sul punto di dire qualcosa, ma Durza lasciò la mia mano e la spostò sulla mia schiena, avvicinandomi a sé per strapparmi un bacio, in mezzo al vicolo soffocante.
Così rinunciai, per l'ennesima volta.
Lo Spettro vegliò su di me ogni notte. Ad un certo punto cominciò a posare una mano sul mio torace -subito sotto il seno- prima di addormentarsi, così da percepire sotto le dita le variazioni del battito del mio cuore non appena le visioni mi ghermivano e agire più rapidamente.
Non sempre riusciva a svegliarmi con uno scossone, doveva toccarmi a lungo e quando finalmente aprivo gli occhi da me non riceveva altro che uno sguardo vacuo e il respiro affannoso.
Durza era caldo, solido, reale, familiare. E di solito riusciva a tranquillizzarmi con pochi gesti.
Riprendemmo anche ad allenarci con le spade e a proseguire un poco con la Rimgar -per mio sommo divertimento- uscendo tutte le mattine da Dras-Leona per non attirare attenzioni. Notai che avevo ormai ripreso buona parte del mio vigore fisico e i duelli con Durza duravano di più.
Spesso, dopo gli allenamenti, ci fermavamo a fare un bagno al lago e lo Spettro ebbe la decenza di non sbirciarmi e di lasciarmi nascondere dietro a pietre o canne, anche se ovviamente all'inizio tentò di persuadermi a fare altrimenti.
Con il decadimento dell'inverno il rapporto tra me e Durza si modellò, si deformò, cambiò, fino a diventare qualcosa di diverso da una semplice alleanza di convenienza.
Non ci avrei mai e poi mai definiti amici, ma complici.. complici forse sì.
Tuttavia c'era un'ombra, una tensione tra di noi che si stringeva e che si intensificava di giorno in giorno. Nemmeno quella sapevo definirla, esulava dal mio sapere critico. Sapevo solo che i baci che ci scambiavamo, sia che fossero per la recita, sia che fossero -come arrivai ad ammettere a me stessa- per desiderio, avevano il potere di imbrogliare ulteriormente la matassa.
Non mi fermai mai abbastanza su questi pensieri da farli diventare un problema. Sia io che Durza avevamo cose ben più importanti a cui pensare oltre ai capricci dei nostri sentimenti.
Così relegai in un angolo le incertezze, dicendomi che, nonostante tutto, un giorno quella tensione avrebbe trovato uno sfogo.

A due settimane dalla nostra prima lezione con il monaco, successe qualcosa di inaspettato, che ci colse di sorpresa e preparati insieme.
«Avete ancora intenzione di entrare nell'ordine monacale?» ci chiese Gagnsamr, trattenendoci prima dell'inizio del rito e subito dopo la sua lezione.
Ormai avevamo percorso e studiato più della metà dei bassorilievi sul perimetro della cattedrale, ma mancavano ancora una quindicina di giorni per terminare il tutto.
«Sì» rispose Durza, ignorando il fatto che nessuno dei due avesse mai confermato al monaco di volere entrare nel suo ordine.
«Bene, allora ho una proposta per voi. Dopo la funzione raggiungetemi all'esterno e vi spiegherò tutto.»
Durante il rito discutemmo della cosa, a bassa voce, fino a che due donne anziane sedute accanto a noi non ci intimarono di tacere o di lasciare la chiesa.
Lo Spettro rivolse loro un ghigno irriverente, ma poi tacque e io feci lo stesso.
La proposta del monaco si rivelò decisamente interessante, quasi provvidenziale in effetti.
«Uno dei nostri ha abbandonato la catena per unirsi all'esercito del re» ci disse con l'aria di uno che è stato schiaffeggiato dalla moglie. «Per di più il vecchio Kran è caduto nel sonno eterno un mese fa e ora ci troviamo a corto di manodopera.. So che può sembrare un poco squallido come avvicinamento a Dio, ma che ne direste di cominciare già da domani o dal giorno dopo ad ambientarvi nei luoghi della chiesa in vista del vostro ordinamento? Nel frattempo continuerete la vostra istruzione ma sarete anche iniziati ai vostri futuri compiti, che ne dite?»
Ci scambiammo una rapida occhiata, ma la risposta era così ovvia che parlammo contemporaneamente: «Accettiamo!»
Poi ci guardammo nuovamente, perplessi e divertiti per la sincronia.
A quel punto Gagnsamr parlò di nuovo: «Prima dovrò sciogliere il vostro matrimonio, capite? Ufficialmente dovete essere impegnati solo con il Signore». Abbassò il tono. «Vi è proibito giacere insieme e se qualcuno vi scoprisse a farlo sareste immediatamente allontanati dall'ordine. Tuttavia non è raro che una delle nostre monache rimanga in cinta di tanto in tanto e nessuna di loro è mai stata mandata via. Di solito si limitano a nascondere la gravidanza e a spacciare il figlio per un trovatello pescato alla porta. Nessuno è troppo severo con il nostro ordine, riuscirete a mascherare al meglio l'esistenza del vostro bambino».
«Ti ringrazio immensamente» feci con enfasi, cingendomi la vita con le braccia per nascondere la totale piattezza del mio addome.
Se non ci fossimo dati una mossa avrei dovuto fare qualcosa anche per quello.
«Domattina, dopo la funzione del mattino, vi chiamerò all'altare e scioglierò il vostro impegno. Mi ripetete i vostri nomi per favore?»
Ripetemmo i nostri nomi, ringraziammo per l'ennesima volta e ci dirigemmo verso il Covo.
«Dunque questo è il nostro ultimo giorno da marito e moglie, Principessa. Devo ammettere di essere un po' turbato. Vedi di farmi ricordare la nostra ultima notte insieme dato che a quanto pare alla prima ero ubriaco» scherzò Durza più tardi, sedendosi sul materasso e sfilandosi gli stivali.
Sorrisi a fior di labbra e lo raggiunsi, dopo essermi lavata dal viso la sporcizia di quella giornata.
«Cosa facciamo allora?»
«Facile e indolore: andiamo, ci separiamo e domani ci trasferiamo tra i monaci. Pagherò la locanda per altre due settimane, per sicurezza, e bloccherò la porta con un incantesimo per evitare ospiti indesiderati. Non credo che potremo entrare tra i monaci con qualunque possedimento personale, o almeno non di certo con i pugnali o le spade. Quando ci saremo sufficientemente ambientati torneremo qui a prendere le nostre armi e le nasconderemo da qualche parte begli ambienti della cattedrale, a portata di mano».
«Spero di non doverle usare» mormorai stringendomi addosso il mantello.
A differenza dell'Avvoltoio la nostra stanza era molto più angusta, con un letto, un secchio d'acqua e qualche chiodo appeso al muro. Poche coperte e decisamente nessuna stufetta, quindi la temperatura era non molto dissimile da quella esterna.
«Spero che i loro guerrieri e maghi non siano troppo abili e sopratutto spero che non ci dovremo mai addentrare in una zona circondata da ametiste, o anche i miei poteri saranno nulli».
Fissai istintivamente l'anello al mio indice.
«Pensi di togliermelo mai?»
«Elfa..»
«Durza potrei esserti utile con i miei poteri» protestai pacatamente. «E sinceramente credo anche di averne il diritto».
«Non ho mai specificato in quali circostanze ti avrei liberata». Mi rivolse uno sguardo che pareva quasi implorante, anche se il tono della sua voce sfiorava l'imperiosità.
«Puoi fidarti di me, sai?»
«Mi fido di te, Arya. Ti prego assecondami ancora un po'».
Sospirai. «D'accordo, d'accordo. Sappi che la cosa mi infastidisce».
Rise. «C'è anche qualcosa di me che non ti infastidisce?»
«In effetti no». Scivolai sotto le coperte e chiusi gli occhi.
La nostra ultima notte di matrimonio si concluse come tutte le precedenti: i miei incubi e la veglia dello Spettro sul mio risveglio, con l'aggiunta di un breve bacio a fior di labbra.

[Durza]
Arya si era appena riassopita dopo la visione di quella notte e aveva ancora la mano sudata stretta nella sua.
Gli piaceva quella mano, era morbida e ruvida insieme, rassicurante e pericolosa. Un po' come la sua proprietaria.
Spesso si chiedeva se sarebbe mai stato in grado di restituirle i poteri. Ormai l'Elfa si fidava di lui a sufficienza da non tradirlo, nemmeno con la sua magia a disposizione, ma aveva la strana e angosciante sensazione che l'anello di ametiste che ora sfiorava con le dita fungesse da una sorta di deterrente: lei non sarebbe andata via fino a che lui non la avesse liberata del tutto. Se invece se ne fosse liberata forse..
Stava diventando uno stupido sentimentale per caso?
Di sicuro non al punto da smettere di mentirle. Ecco, per quello non le restituiva i poteri, perché se avesse scoperto la verità sarebbe stato più difficile controllare la sua reazione.
Due settimane prima Alba lo aveva divinato e avevano dovuto interrompere la conversazione a causa di Arya. Il giorno seguente, con la scusa di andare alla latrina, aveva ripreso il contatto con lei, che gli aveva confermato le informazioni che aveva già avuto a Taurida: che il cavaliere esisteva davvero, che era un ragazzo dagli occhi e capelli castani e che si chiamava Eragon. I Ra'zac avevano avuto le informazioni sulla pietra dal macellaio del paese e avevano addirittura incrociato il ragazzo, ma purtroppo erano stati ostacolati da Brom. Allora si erano recati a casa del giovane, ma vi avevano trovato solo il vecchio zio e le orme di un enorme animale -che doveva per forza essere un drago- così avevano ucciso il vecchio ed erano corsi a riferire al re, assicurandosi così l'eterno odio del ragazzino, che a quel punto doveva aver lasciato Carvahall per mettersi sulle loro tracce, forse accompagnato da Brom.
Che Eragon avesse lasciato il villaggio era una certezza assoluta per Durza. La prima volta che era uscito da Dras-Leona, oltre a farsi un bel bagno, aveva anche contattato nuovamente le bande di Urgali che bazzicavano a nord. Gli avevano riferito che, qualche ora dopo aver lasciato Yazuac –e dopo avere ucciso tutti gli abitanti, che erano ormai testimoni del loro passaggio- avevano visto un lampo blu balenare in città, così erano tornati indietro e avevano visto una fila parallela di orme di cavallo abbandonare la città verso sud. Purtroppo non erano riusciti a seguire le orme perché si erano perse nella boscaglia.
Ma se i Ra'zac si erano fatti riconoscere da Brom e il ragazzo aveva perso lo zio per causa loro.. Brom, quella vecchia volpe, non ci avrebbe messo molto a scoprire dove fosse il loro covo.
E guarda a caso lui si trovava proprio a Dras-Leona.
Era stato contento quando il monaco aveva detto loro che sarebbe stato necessario un mese: un mese gli serviva, per aspettare il giovane cavaliere e catturarlo. Certo, voleva anche trovare un incantesimo per mettere a tacere una volta per tutte gli Eldunarí di Galbatorix, ma se fosse riuscito a fare entrambe le cose tanto meglio.
L'anticipazione di due settimane era imprevista, ovviamente, ma non troppo dannosa. Non conosceva troppo a fondo i Sacerdoti, aveva chiesto il loro aiuto solo due volte: una per l'incantesimo delle ametiste e una per un incantesimo che privasse il corpo della sensazione del dolore, quest'ultima voluta dal re nero in persona non troppi mesi prima.
Era certo di riuscire a trovare ciò che gli serviva e svignarsela, il tutto senza farsi notare, in modo da poter temporeggiare fino all'arrivo del cavaliere. Per allora doveva solo sperare che i Ra'zac non tornassero e non si mettessero in mezzo. In quel momento erano a nord con i loro disgustosi genitori, intenti a controllare ogni paese, valle o pietra, alla ricerca del ragazzo.
Tuttavia prima o poi si sarebbero rassegnati al fatto di averlo perso e sarebbero rientrati al loro covo, ad aspettarlo. Tutti i pezzi grossi della scacchiera si sarebbero scannati per averlo dalla loro parte, era ovvio, come era ovvio che, avendo probabilmente seguito un addestramento con Brom, egli si sarebbe schierato con i Varden il prima possibile.
Lo avrebbe intercettato e lo avrebbe convinto a collaborare con lui con le buone o con le cattive.
Per quello non aveva messo Arya a parte delle sue informazioni, perché non avrebbe capito, anzi avrebbe probabilmente insistito per lasciare andare Eragon dai Varden. Era scesa a molti compromessi per allearsi con lui, ma aveva dei paletti morali che lui aveva perso da tempo e che, in quella situazione, sarebbero stati solo uno svantaggio.
Le avrebbe detto tutto una volta che il cavaliere fosse passato dalla sua parte.
Forse avrebbe capito e lo avrebbe perdonato, forse no. Non erano così diversi in fondo, potevano avere un modo completamente diverso di vedere le cose, ma c'era qualcosa che condividevano.
Arya era una che camminava da sola, come lui, lo aveva capito sin dal loro primo incontro.
E aveva scoperto molte cose di lei in quelle poche settimane.
Già.. se il suo primo grande pensiero era la vendetta e il potere, il secondo era l’Elfa.
Non si era nemmeno reso conto di come fosse successo, ma quella che era stata solo una prigioniera era diventata un’alleata, una confidente, quasi.. un’amica?
No, certamente non un’amica.
La consapevolezza dell’esistenza di Arya lo avvolgeva come un fluido tiepido e talvolta riusciva addirittura a scacciare il gelo che da sempre era su di lui, dentro di lui.
Certo aveva un caratteraccio -era fredda, altera e superba- eppure lo aveva baciato più e più volte, aveva condiviso passeggiate, scoperte, cibo, duelli, pensieri, pericoli, persino il letto, con lui. Non era solo un’algida principessa elfica, era anche gentile, premurosa, forte, testarda, piacevole, misteriosa, altruista, sagace, intelligente, sveglia, intrigante..
«Spettro mi stai stritolando la mano» lo informò lei in un mugugno, facendolo sobbalzare per la sorpresa.
«Scusami» si affrettò a dire, interrompendo il contatto tra di loro.
«Non dirmi che fai brutti sogni anche tu..» azzardò.
Eccome se ne faceva, ma non erano decisamente problematici quanto i suoi. Dopo giorni di tentativi aveva anche smesso di creare una barriera intorno a lei, non contava un accidente.
«No», mentì, «dormi pure, mi spiace di averti disturbata».
Percepì lui stesso la vuotezza delle parole appena pronunciate.
E forse lo percepì anche lei perché allungò una mano nella sua direzione e gli sfiorò una spalla nel buio. Quando fece per ritrarre la mano la fermò e la sentì tiepida tra le sue.
Un calore aggressivo si fece strada nelle sue membra e non aveva nulla a che fare con gli spiriti, che per una buona volta giacevano in silenzio sul fondo della sua coscienza. Aveva una voglia atroce di baciare la pelle nuda e bollente dell'Elfa, accarezzarne ogni pollice e abbandonarsi tra le sue braccia. Non era la prima volta che aveva quel pensiero, ormai la desiderava da non sapeva nemmeno lui quanto tempo, ogni giorno con forza maggiore. Tuttavia non era il caso di..
Si sentì cadere a pezzi quando Arya si avvicinò ulteriormente a lui e gli baciò le labbra. Un attimo solo, giusto il tempo di passargli il sapore di un intruglio che si spalmava per mantenerle morbide.
E che funzionava alla perfezione.
L'avrebbe presa, spinta sotto di sé e spogliata seduta stante, se solo non si fosse alzata di scatto dal materasso. Era sempre così, un po' si lasciava andare e un po' si ritraeva, in un atteggiamento quasi irritante e terribilmente imprevedibile.
«Sono abbastanza riposata per tutta la giornata» sentenziò calzando gli stivali.
Durza lo Spettro, governatore di Gil'ead e terrore di Alagaësia, sospirò pesantemente e si alzò anche lui, certo che, in ogni caso, non avrebbe più dormito fino all'alba. E il tutto per una donna, incantevole e fuori dagli schemi per carità, ma pur sempre una donna.

[Arya]
Dopo il breve scambio di battute con Durza sentii nuovamente quella sensazione di cose non dette che pesavano nell'aria che respiravo. Erano abbastanza frequenti negli ultimi tempi, ma come al solito non avevo né il tempo né la voglia di analizzare il problema.
Io e lo Spettro cominciammo a riordinare le nostre cose e a prepararle nel caso avessimo dovuto lasciare la città inseguiti da un'orda di Sacerdoti monchi impazziti.
Durza mi convinse anche a mettere un paio di guanti con le dita tagliate. Solo dopo qualche minuto realizzai che il loro scopo era nascondere l'anello di ametiste e per un attimo mi sentii quasi ferita.
Dopo aver pagato per altre due settimane la locanda e aver fatto una colazione veloce -nessuno dei due era particolarmente affamato- ci accomodammo sulle panche della cattedrale, più vicini all'altare del solito così da non dovere andare contro troppa corrente umana al termine della funzione.
Ero disattenta e prestai poca attenzione al tutto, gli occhi fissi su Gagnsamr, nascosto dietro ad un sacerdote. E la mano di Durza sul mio ginocchio non favoriva esattamente la concentrazione.
Quando il sacerdote che officiava il rito indirizzò i fedeli in direzione dei portoni per ricevere il Segno, noi rimanemmo seduti ai nostri posti, in attesta di un cenno del monaco, che arrivò non appena i Sacerdoti liberarono l'abside.
«Bitr e Natt», cominciò subito in tono solenne e sbrigativo, come se avesse timore che cambiassimo idea improvvisamente, «vi ho chiamati davanti a questo altare perché giuriate di fronte a Dio e me, suo funzionario e testimone, di rinunciare alla vostra unione, così da poter entrare pienamente nella famiglia del Signore. Ora giurate».
«Lo giuro» bisbigliai, a disagio sotto gli sguardi degli ultimi fedeli che lasciavano la cattedrale, quasi tutti nobili e ricchi che sedevano ai primi posti.
«Lo giuro» ripeté lo Spettro.
«Devo chiedervi di farvi un taglietto e di lasciare cadere una goccia del vostro sangue sull'altare, in modo da rendere il vostro giuramento indissolubile. Basterà sfregare un dito nell'asperità qui di lato», ci istruì, indicando una irregolarità laterale della lastra di pietra, quella che usavano tutti i Sacerdoti che celebravano la funzione al termine di essa.
Durza si fece avanti per primo e vi sfregò dolcemente il palmo. Fu sufficiente a procurargli un lungo graffio sulla pelle, che premette sull'altare per tingerlo di sangue. Io mi ferii un polpastrello, dato che indossavo i guanti e lo strinsi fino a stillarne una goccia di sangue.
Il monaco annuì soddisfatto e ci fece cenno di seguirlo fino all'ingresso per ricevere il Segno.
«Bene!» Esclamò una volta giunti all'esterno, «Se volete posso accogliervi anche oggi stesso, nel pomeriggio! Potete tenere i vostri abiti ma dovrete indossare questa veste sopra», tirò la stoffa della sua, «e poi se avete qualche oggetto personale portatelo pure, inutile dirvi che non sono accettate armi di alcun genere e la signora non potrà portare monili preziosi».
Non li avevo mai portati quindi non era un problema.
«Avrete un pagliericcio in un dormitorio e potrete mettere lì tutte le vostre cose. Le regole sono semplici: dovete ubbidire ai vostri superiori, è vietato fare del male a chiunque, rubare sia cibo che oggetti della chiesa, avere del denaro vostro con voi.. Direi che per ora è sufficiente. Potrete coricarvi dopo ogni funzione serale e svegliarvi in anticipo per preparare i pasti ai Sacerdoti, ma su questo vi istruirò più tardi. Ah e ovviamente ci sono dormitori per maschi e femmine» concluse quasi con noncuranza.
Ma a quelle parole il mio cuore sobbalzò. Guardai Durza con un terrore e uno smarrimento che doveva essere più che evidente, perché lo Spettro mi passò davanti e parlò al monaco:
«Possiamo cominciare da domattina?»
Gagnsamr corrugò la fronte. «Quello che state prendendo è un impegno, non potete ritirarvi e tornare ogni volta che lo desiderate. Non siete carne di Dio come i Sacerdoti, ma siete comunque una piccola fetta della sua chiesa e Dio non accetterà traditori e spergiuri nelle sue fila».
Vidi la figura dello Spettro tendersi in modo quasi spasmodico. «Non siamo spergiuri. Vorremmo semplicemente un altro giorno per sistemare le nostre cose e mandare qualcuno a portare il resto alle nostre famiglie a Teirm, è possibile?» Il suo tono si fece sempre più gelido.
Il monaco si schiarì in volto e annuì. «Certamente! Però domattina, dopo la funzione, vi trasferirete direttamente qui, d'accordo?»
«Sì, per domattina dovremmo essere pronti».
«Bella giornata a voi!» si congedò.
«Se qualcuno non mi sveglia credo che morirò» sentenziai sottovoce non appena si fu allontanato.
Era stato il mio primo pensiero quando il monaco aveva accennato ai dormitori divisi: dormire lontano da Durza significava dormire in balia dei miei incubi, oltre al rischio di attirare l'attenzione presso le mie compagne di stanza.
«Troveremo un modo» rispose Durza, prendendomi per mano e avviandosi verso un'osteria. «Non credo che sia saggio cercare di usare la magia, l'ultima volta che ho provato ad espandere la mente mi hanno intercettato subito. Hai una sola visione a notte di solito e comincia subito dopo che ti sei addormentata, quindi basterebbe che io fossi con te ogni volta che succede».
«Hai imparato bene le tempistiche» osservai amaramente.
«Ti aiuterò, Principessa» disse semplicemente e le sue parole erano tutto quello che avevo bisogno di sentire, veritiere o false che fossero. E lui lo sapeva perfettamente.
________________________________________________________________________________________________
Questo capitolo è insieme statico e ricco di informazioni e l'ho interrotto solo perché sarebbe diventato esageratamente lungo e illeggibile! Quindi il vero e proprio ingresso nella chiesa lo lascio alla prossima settimana, spero mi perdonerete ^_^
Piccola nota: il quarto picco dell'Helgrind non ha nome nel Ciclo dell'Eredità (o almeno così mi pare, in caso contrario siete pregati di farmelo notare perché qualche errorino con i libri mi scappa spesso e volentieri) quindi l'ho chiamato "Teufel", sia perché la parola ha un suono che mi sembrava adeguato, sia perché significa "Diavolo" in tedesco ed è appropriato per la setta impazzita che sono i Sacerdoti.
Buona settimana a tutti e alla prossima!
Baci,
Lalli
Ultima modifica di Lalli il 30 maggio 2015, 13:05, modificato 2 volte in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 17 novembre 2014, 20:21

31. Sono pazzi
Quella era l'ultima notte che avrei potuto passare a dormire in pace, certa che qualcuno mi avrebbe riscossa in tempo, eppure faticai terribilmente ad assopirmi e riuscii sì e no a sommare un'ora totale di sonno da quando ebbi la visione al sorgere del sole.
Lo Spettro dormì poco più di me e passammo il resto della notte in chiacchiere che sarebbero state decisamente frivole in qualunque circostanza. Per la maggior parte del tempo, Durza schermì Galbatorix, elencandomi i suoi difetti e i suoi fallimenti, i suoi lunghi discorsi e le poche azioni concrete che vi corrispondevano. Mi sembrava così strano sentire ridicolizzare quello che dalla mia nascita era stato il mio primo e assoluto nemico.
«Galbatorix uccise mio padre, sai?» mi scappò detto, nel clima disteso di conversazione che si era creato.
«Davvero? Quando?»
«Cento anni fa, quando prese il potere».
«Nella battaglia di Ilirea?» domandò quasi stupito.
«Già. Non si sa nemmeno come sia morto esattamente. Si gettò nel cuore dell'esercito nemico per affrontare Galbatorix faccia a faccia, un'azione folle che gli costò la vita, quasi sicuramente per mano del re o forse per uno dei Rinnegati. A quanto pare i suoi generali gettarono la testa di Evandar davanti all'esercito elfico, fermandone in buona parte l'avanzata. Quel giorno fummo ovviamente sconfitti» conclusi con tono amareggiato.
«Evandar era tuo padre?» si accertò Durza.
«Sì. Dopo la sua morte il consiglio elesse mia madre come suo successore e da allora regna sugli elfi. Eri anche tu in battaglia?» domandai dopo aver ragionato sulla possibile età dello Spettro. Sapevo che aveva aiutato Galbatorix a fare schiudere il drago nero per lui, tramite l'uso della magia nera e quindi doveva già essere uno stregone esperto all'epoca.
Durza non mi rispose e tacque talmente a lungo che credetti che la conversazione fosse finita.
Poi tornò a parlare, cambiando argomento. «Dunque tu diventerai regina dopo tua madre, Principessa..»
«Non è corretto chiamarmi principessa, Spettro», puntualizzai, «Il mio popolo mi chiama Arya Dröttningu, ma non esiste un preciso corrispondente nella tua lingua, sarebbe letteralmente “figlia della regina”. Ed essere figlia della regina non ha lo stesso significato che ha tra gli uomini: non mi assicura l'accesso al trono, chiunque potrebbe diventare sovrano al posto mio, se il consiglio lo riterrà opportuno. Ma dato che la mia famiglia regna da parecchi secoli è probabile che scelgano me come successore».
«E tu, Arya dal nomignolo così altamente elfico da non potere nemmeno essere tradotto, vuoi diventare regina?»
Risi. «Perché ho la sensazione che tu sappia già la risposta?»
«Forse perché è così?» aggiunse con sarcasmo. «Sarebbe ovvio a chiunque: sei troppo abile con la spada per diventare una sedentaria regnante e in ogni caso sei uno spirito libero. Non ti piacerebbe vivere ingabbiata in una corte».
«Nemmeno a te».
«Invece magari mi piacerebbe, che ne sai?»
Fui incerta sulla risposta perché mi pareva un po' indiscreta, ma alla fine parlai: «Perché in certi aspetti sei simile a me. E inoltre sei sempre inquieto, sembri in eterna fuga da te stesso e sei troppo disinteressato ai problemi degli altri, non saresti mai un buon sovrano. Forse un buon amministratore di provincia, sì», aggiunsi precipitosamente, «ma con l'intera terra di Alagaësia non solo non ce la faresti, sarebbe un compito che odieresti con tutta l'anima».
«Diamine, Elfa! Non mi parlavano con così poco rispetto da decenni».
«Magari perché sei circondato da persone che hanno troppa paura di te per potersi azzardare ad essere sincere».
Esitò. «Forse. Ma hai ragione tu. Anzi non sono nemmeno un buon amministratore di provincia: la maggior parte del lavoro lo fa Hillr».
Mi irrigidii. Disprezzavo profondamente quell'uomo e il disprezzo era ovviamente reciproco.
Durza percepì il mio disappunto e si sentì il dovere di difendere il suo sottoposto. Così mi raccontò la straziante storia di Hillr il Siniscalco e di come avesse perso la madre, accusata di stregoneria in un processo popolare e arsa viva.
«Da allora rifugge chiunque mostri di avere dei poteri. Ne ha un timore così assoluto che credo preferirebbe uccidersi pur di non venirne in contatto. I miei li tollera, forse solo perché gli ho salvato la vita».
«Dunque ha orrore del mio popolo».
«Come molti tra gli uomini. Voi siete così terribilmente superiori ad un comune mortale e così misteriosi.. Sono fiorite migliaia di leggende su di voi e la gente ha paura di ciò che non comprende».
Lo sapevo già. Nonostante i membri dei Varden mi rispettassero, mi temevano anche parecchio e la cosa non era calata negli ultimi settant'anni.
«Anche tu hai paura?»
Sbuffò. «Potrei cavarmela anche contro una mezza dozzina di elfi, purché non siano addestrati come te. E comunque non siete così incomprensibili per me. Il re sa molte cose su di voi, le ricorda dal suo primo addestramento, e quindi le so anche io».
«Cose importanti?» domandai tesa.
«Più che altro cose riguardanti la vostra etichetta e il vostro modo di vivere. Niente di pericoloso, lui stesso ha ammesso che ci sono segreti nelle vostre foreste che non è arrivato a capire».
Mi rilassai un poco.
«Credo che sia l'alba» borbottò lo Spettro.
Andò a spostare l'asse di legno dalla finestra ed un tenue chiarore illuminò la stanza.
«Siamo pronti, Principessa?» chiese stirandosi.
«Non lo saremo mai».
«Questa dovrebbe essere la fase in cui mi incoraggi, Elfa».
«Come non detto: siamo preparatissimi!»
«Meno male!» esclamò. Poi scoppiò a ridere, sciogliendo in parte quel po' di tensione che si stava accumulando per la giornata che ci aspettava.
Recuperammo le bisacce che avevamo utilizzato per la prima parte del viaggio dal loro nascondiglio in fondo agli zaini e le riempimmo delle banalità: vestiti di ricambio, una coperta, il Nalgask per me e la menta per Durza. Poi nascondemmo le lame sotto il materasso e per un lungo attimo mi dispiacque lasciare lì la mia spada, quasi fosse un amico che abbandonavo nelle difficoltà.
Era stata forgiata per me quando ero ancora una ragazzina ed ero partita per la mia prima missione diplomatica. Quante primavere avevo allora? Trenta? Trentadue?
Ricordavo il volto impassibile di mia madre, il sorriso incoraggiante di Däthedr mentre mi porgeva il suo dono: una lama realizzata su misura per me, anche con l'aiuto di Fäolin, che conosceva alla perfezione il mio stile di combattimento.
L'avevo banalmente chiamata Ren, promessa o giuramento nella lingua degli uomini, talmente forte era la mia convinzione nell'assumere il ruolo di ambasciatrice e sostenere il mio popolo. Per me era stata davvero una scelta importante, che mi era costata parecchio: ero andata contro a tutte le aspettative e in molti avevano dubitato di me data la mia giovanissima età, tuttavia mi ero allenata e avevo studiato duramente per avere quella carica e alla fine l'avevo guadagnata.
«Arya?» la voce dello Spettro mi risucchiò nella realtà.
Ero ancora inginocchiata sul pavimento, le mani strette intorno al fodero di Ren.
«Dimmi» nascosi la spada e mi alzai.
«Il Fricai Andlat dovresti lasciarlo qui».
«L'ho già nascosto insieme alle spade» lo rassicurai.
«Avresti fatto meglio a lasciarlo direttamente dall'erborista, ma ormai..»
Stirai le labbra in un sorriso amaro -non vista- pensando a chi veramente mi aveva fornito quella boccetta e a quali fossero le sue vere intenzioni. Avevo smesso di considerare Alba un'inerme e piagnona umana da quando Durza aveva ricevuto quella comunicazione da lei, in piena notte. Non lasci che una semplice serva interagisca con soggetti importanti e pericolosi quanto i Ra'zac, specie se hanno informazioni rilevanti -che tu le conosca già o meno. A giudicare da quello che ormai sapevo di lei doveva trovarsi anche al di sopra di Hillr, forse non nell'amministrazione di Gil'ead, ma perlomeno nelle forze che dipendevano dallo Spettro sì.
E a paragonarla con la visione che avevo avuto io di lei, la donna a cui stavo pensando sembrava un'altra persona. Più misteriosa, ingannatrice e pericolosa.
Non fui di molta compagnia quella mattina: ero concentrata sulla nostra missione e stavo ripassando mentalmente il mio comportamento da debole donna umana, che avrei dovuto mantenere ben solido per tutto il tempo, senza osare mai gettare la maschera.
Quando arrivammo in prossimità della chiesa, però, qualcuno decise di distrarmi.
Lo Spettro mi trattenne nel vicolo che dava sulla piazza della cattedrale, si bloccò al lato della strada e mi si fece più vicino, abbandonando la bisaccia ai suoi piedi. Non feci domande e accettai la carezza gelida delle sue dita, che mi sfiorarono delicatamente il viso.
Ma il bacio che seguì non ebbe niente di delicato. Era frenetico, esigente, avido come non mai. Non mi baciava in quella maniera dalla sera in cui era tornato dalla città del dolore e le sensazioni che provai mi parvero ancora più intense di quelle a cui mi ero abituata negli ultimi tempi, mi sballottarono qua e là senza pietà, disorientandomi e sprofondandomi in un dolce oblio.
Durza baciò le mie labbra, le succhiò, le morse con un entusiasmo che rasentava la disperazione, mentre le sue dita si incastravano tra i miei capelli, scompigliandomi la treccia, e i suoi occhi si spalancavano voraci su di me, facendomi improvvisamente sentire trasparente.
La bisaccia mi cadde dalle mani e mi aggrappai alle sue braccia -unico punto fermo che trovai in quel delirio- e allo stesso tempo abbandonai la mia postura rigida, permettendogli di tirarmi a sé con una violenza che quasi mi tolse il respiro.
Sentii il calore del suo corpo colpirmi come uno schiaffo attraverso i vestiti e fui improvvisamente cosciente delle sue mani strette quasi con cattiveria sulla mia schiena, del mio seno premuto contro il suo petto e del fortissimo sapore di menta che mi pizzicava la gola. Mi parve di sentire il mio spirito vibrare e mi colse un’ansia incontrollabile, come un incendio estivo su un tetto di paglia. Somigliava vagamente al trasporto feroce che si provava in battaglia, dove la ragione sfumava nell'istinto, e alla sensazione che si sentiva a stare su un picco alto, quando si era padroni del mondo.
Ero certa che avrei potuto continuare a baciare Durza fino alla fine dei tempi e non averne mai abbastanza, e allo stesso tempo volevo.. di più. Più baci, più carezze, più calore.
Ma non era il luogo e neanche il momento. Il rito stava per cominciare e quella mattina non potevamo proprio mancare, tuttavia fu quasi faticoso abbandonare le labbra dello Spettro, sciogliere le mani dal suo mantello, e tornare bruscamente alla realtà non appena le campane suonarono.
Quando entrammo in chiesa Durza aveva ancora il respiro pesante e io mi sentivo riscossa, devastata e profondamente turbata.
I confini netti che avevo sempre mantenuto nei suoi confronti si erano rotti. Altre volte mi ero volentieri abbandonata alle sue labbra, quel giorno mi ero abbandonata e basta, in maniera totale.
Eppure non mi sentivo abbattuta, non mi sembrava di aver calpestato la mia dignità o la mia integrità. Mi era sembrato naturale e il fatto che lo Spettro ne fosse rimasto trascinato quanto me contribuì a calmare la mia agitazione e a scacciare l'episodio dalla mia mente.
Per il resto della funzione tormentai la tracolla della bisaccia e mi concentrai per tornare totalmente nel mio ruolo. Ero Bitr e non vedevo l'ora di servire Dio, ero lenta, ignorante, spaventata, non sapevo cosa fosse la magia, tanto meno una spada e non provavo più alcun sentimento per quello che era stato mio marito.
Guardai Durza e lui posò su di me occhi ardenti di fiamme e umidi di smarrimento.
Ci stringemmo una mano, in un gesto di incoraggiamento reciproco. Quello che stavamo per fare non era impossibile, ma così tanto più grande di noi che entrambi ce ne sentivamo schiacciati. Era in ballo il futuro di Alagaësia e il destino di migliaia di persone.
Il rito terminò troppo in fretta e, ricevuto il Segno, Gagnsamr ci venne a recuperare dall'esterno della cattedrale e ci fece cenno di seguirlo con i nostri bagagli.
«Vi mostro immediatamente i dormitori così potrete lasciare lì le vostre cose e mi seguirete più agilmente mentre vi mostro gli ambienti».
Mi sarebbe piaciuto dirgli che non c'era bisogno, che ormai conoscevamo a memoria gli ambienti, grazie alla mappa di Ditolesto.
Arrivammo all'altezza dell'altare -dove il monaco si inginocchiò portando un pugno al petto- e imboccammo una porticina a sinistra di esso, che portava ad una piccola stanza che sapevo essere la sagrestia. Tre Sacerdoti riponevano, su un tavolo coperto da un ricco drappo dai colori cupi, le coppe utilizzate per segnare i fedeli di sangue.
«Novizi?» chiese uno, sfilandosi la larga veste nera da cerimonia e scoprendo abiti più stretti, che mettevano in risalto le parti amputate -nel suo caso una mano e un piede.
La nostra guida rispose affermativamente, con grande rispetto e chinando lievemente il capo. Emulammo quel suo saluto e lo seguimmo oltre un'altra porta, che dava su un cortile quadrato, incorniciato da un portico colonnato. Eravamo nel chiostro e sul portico si affacciavano diverse aperture, che conducevano agli edifici interni. Una graziosa fontana campeggiava nel centro esatto dello spazio erboso, spenta. Il bocchino, che probabilmente spruzzava acqua nelle stagioni più calde, aveva l'inconfondibile forma di una testa di avvoltoio.
Feci il punto della situazione. Stando alla mappa di Ditolesto, sul lato alla mia destra si trovavano gli edifici dei Sacerdoti, con il loro dormitorio, le loro latrine e i loro ambienti da bagno; alla mia sinistra si trovavano il refettorio e la cucina, che proseguiva su un altro cortile di servizio, e dritto davanti a me si trovavano i dormitori dei monaci, con sopra l'infermeria.
Gagnsamr proseguì sul lato sinistro del porticato, passando accanto alle porte che dovevano condurre al refettorio e alle cucine e si fermò in corrispondenza del lato opposto a quello da cui eravamo entrati, dove appunto si trovavano i dormitori monacali.
«Britt per di qua» disse accennando alla prima porta che incontrammo, che celava il dormitorio femminile.
«Sono Bitr» corressi automaticamente, seguendo le sue indicazioni e aprendo la soglia.
Una doppia fila di pagliericci -sei in tutto- occupava tutta la stanza, ed erano l'unico arredamento oltre ad un chiodo sopra ciascuno, da cui pendevano abiti e mantelli.
«Mi hanno detto che il tuo giaciglio è l'ultimo a sinistra» mi istruì il monaco dall'esterno.
«Grazie» risposi e mi ci avviai per lasciare le mie cose.
Mentre appoggiavo la bisaccia sul pagliericcio e mi guardavo intorno sentivo le voci provenire dalla stanza attigua, dove il monaco stava accompagnando Durza di persona. A quanto pareva le regole di divisione dei dormitori erano abbastanza rigide, dato che non si era nemmeno arrischiato ad affacciarsi in quello femminile.
Un altro suono proveniva dall'altra parete, un chiacchiericcio sommesso, un rumore di stoviglie e il fruscio di un fuoco acceso. Quella stanza condivideva il muro con la cucina e si sentivano i suoni delle persone al lavoro, ecco perché non c'era nessuno in giro
Tornai a guardare la stanza. I letti erano molto vicini -circa un paio di piedi l'uno dall'altro e le coperte e le lenzuola giacevano ordinatamente piegate su ciascun giaciglio, ma non vi era traccia delle minime comodità quali un cuscino o una stufa.
Al chiodo sopra al mio letto era appesa una veste di rozza iuta grigiastra, la stessa che indossavano i monaci, ma non vidi nessuna catena.
Seguendo i discorsi della stanza accanto venni a sapere che le catene da mettere a cintura ci sarebbero state consegnate non appena avessimo prestato giuramento ufficiale davanti a Dio, fino ad allora potevamo tenere ferma la tonaca con le nostre cinture. Dando per scontato che il discorso che valeva per Durza valesse anche per me, mi slacciai il mantello, mi sciolsi di vita la cintura e la utilizzai come aveva suggerito Gagnsamr. La veste pizzicava contro la pelle nuda del collo, così nascosi i capelli sotto la stoffa per limitarne in parte il contatto. Non scaldava neanche lontanamente quanto il mio mantello, ma con i miei abiti sotto non pativo particolarmente il freddo.
Uscii nel chiostro nello stesso istante in cui lo fecero lo Spettro e il monaco. Durza era bardato come me e vederlo in quegli abiti quasi da penitente era piuttosto ridicolo.
«Bene, vedo che te la sei cavata senza le mie istruzioni!» esclamò il monaco. «Ora seguitemi e non disturbate le attività della cattedrale, ve ne prego. Come ho già detto al tuo compagno», disse rivolgendosi a me, «esattamente sopra ai dormitori di trova l'infermeria, a cui si accede dai dormitori maschili tramite una scala. Ora, a meno che uno di voi non dimostri di avere doti curative o non vi ammaliate la cosa non dovrebbe interessarvi più di tanto».
Lo Spettro intervenne: «Non credo che saremo abili in una simile arte». E vi lessi un sottile ammonimento in quella precisazione. «A Teirm eravamo commercianti di stoffe e..»
«Oh, non voglio sapere cosa eravate. Da quando vi consacrerete a Dio non avrà più alcuna importanza cosa eravate prima, se nobili, accattoni, ricchi, poveri, istruiti o ignoranti. Sarà come nascere una seconda volta e potrete anche scegliere un nuovo nome, purché non sia un nome già preso da uno dei Sacerdoti. Dunque.. di qua ci sono le cucine».
Spalancò la porta accanto al dormitorio femminile, quella che ne condivideva le pareti. La mappa non aveva peccato, dunque. Trovammo un gruppo di monaci, tra uomini e donne, intenti a riassettare l'ambiente. Non interruppero il loro lavoro, sembrammo quasi invisibili ai loro occhi.
«Qui prepariamo i pasti per la Carne di Dio, tre volte al giorno. Sappiate che noi non mangiamo mai con loro. Il nostro primo pasto del mattino c'è al sorgere del sole, poi abbiamo il tempo appena sufficiente di sgomberare la sala e prepararla per il pasto mattutino dei Sacerdoti. Per il pranzo del mezzodì e della sera è il contrario: prima serviamo i Sacerdoti e quando hanno terminato abbiamo il permesso di nutrirci a nostra volta. Qui sopra», puntò al soffitto e notai solo in quel momento la ripida scaletta che si arrampicava al piano superiore, «c'è una stanza dove stendiamo il bucato ad asciugare. Vedete quelle fenditure? Da lì passa il calore del fuoco e permette di rendere l'operazione molto più veloce».
Dalla cucina finimmo in un ulteriore cortile erboso, quadrato, palesemente di servizio. Al centro si ergeva un pozzo di mattoni rossi, sulla sinistra un pugno di cabinotti emanavano l'inconfondibile odore di latrina e sulla destra, sotto un portico, si trovava la lavanderia vera e propria, con le sue vasche e i suoi piani di legno.
Accanto alla lavanderia prendeva spazio un bell'orticello. L'intero cortiletto era circondato da un muro di mattoni, che aderiva alla strada, dalla quale provenivano i rumori della vita cittadina.
Gagnsamr ci ricondusse poi nel chiostro dove ci mostrò l'ingresso del refettorio e quello dei dormitori dei Sacerdoti, precisandoci che l'ingresso ad esso ci era proibito se non nelle ore in cui erano ritirati in preghiera nella cattedrale -e in quel momento ci era proibito l'accesso alla cattedrale- quando dovevamo ripulirlo e riassettarlo. Mi parve di sentire una ventina di respiri profondi, da dormienti, provenire dal piano superiore del dormitorio.
Quel giro fu quasi totalmente inutile perché entrambi sapevamo già com'erano ripartite le stanze superiori, il nostro interesse andava a quelle sotterranee, ovviamente. Ed era ancora più ovvio che i monaci sapevano a malapena della loro esistenza. Gagnsamr accennò solo ad una cappella riservata ai Sacerdoti, che si trovava sotto alla chiesa, ma che aveva un accesso segreto che nessuno conosceva a parte i diretti interessati.
Nessun problema, lo avrei scovato.
Poi il monaco passò alla spiegazione dei compiti dei monaci. Dovevamo svegliarci all'alba, lasciare il dormitorio in ordine, consumare una colazione veloce e poi affaccendarsi per quella dei Sacerdoti. Subito dopo dovevamo presenziare alla funzione del mattino.
«Ma fino a che non sarete monaci non potrete salire sull'abside insieme a noi quindi dovrete mischiarvi alla folla» specificò.
Poi c'era la preparazione e la consumazione del pranzo. Da quel momento del giorno in poi i monaci si dividevano i compiti: chi si occupava di riordinare il refettorio, chi la cucina, chi ripuliva gli oggetti sacri utilizzati per il rito, chi faceva il bucato, chi curava l'orto.. A turni, i monaci si recavano all'esterno per fare acquisti al mercato o occuparsi dei cavalli riservati ai Sacerdoti, che erano tenuti in una stalla vicina alle mura della cerchia esterna.
«Sarete assegnati ad un compito se verrà fuori una vostra particolare attitudine, altrimenti ogni giorno ruoterete ad un lavoro diverso» ci informò Gagnsamr.
Spesso e volentieri i fedeli portavano doni: cibo, piccoli monili, stoffe e simili. Gli oggetti di uso pratico dovevamo riporli nella dispensa sotto la cucina e negli scaffali della stanza dove si asciugava il bucato, ma gli oggetti preziosi -proibiti ai monaci- dovevano essere lasciati dietro all'altare, ai Sacerdoti, che a quanto pareva sapevano bene come usarli.
Insomma i monaci erano una sorta di servi all'interno della chiesa dell'Helgrind. Servi che ricevevano vitto e alloggio in cambio dei loro servizi e che onoravano Dio occupandosi semplicemente dei Sacerdoti e trascorrendo il resto del loro tempo libero in preghiera. Conoscevano la religione, ma non il libro di Tosk, riservato ai Sacerdoti, quasi nessuno di loro sapeva leggere o scrivere e provenivano tutti da ceti bassi, dato che qualunque nobile avrebbe disprezzato le loro condizioni.
«Non fatevi illusioni», aggiunse Gagnsamr, «qui c'è sempre molto da fare. Siamo quindici monaci -voi inclusi- e dobbiamo occuparci di ottantacinque persone».
Quasi sobbalzai. «Ottantacinque?» chiesi cautamente.
Il monaco annuì. «I Sacerdoti praticanti sono ventiquattro, poi abbiamo una decina di novizi e cinquanta guardie».
Durza assunse un'espressione di innocente stupore. «Non avevo mai visto guardie nella cattedrale» insinuò.
«Diciamo che è una sorta di piccolo segreto. I fedeli non ne sono messi a parte, anche se probabilmente molti di loro lo sanno per sentito dire o per le chiacchiere troppo indiscrete di un monaco. Le guardie sono parte dell'ordine sacerdotale e proteggono i segreti di Dio insieme ai praticanti, che però non possono difendersi visti i sacrifici che il loro alto compito richiede. Sono stati istituiti per la loro protezione, noi li chiamiamo le Ombre e li onoriamo come carne di Dio».
Io e lo Spettro ci guardammo di sottecchi. Sapevamo delle guardie, ma non sapevamo che fossero così tante. Probabilmente anche loro svolgevano i loro compiti sottoterra, insieme agli avvoltoi, e forse i respiri che avevo sentito provenire dal dormitorio dei Sacerdoti erano di alcuni di loro che avevamo vegliato per tutta la notte. Doppia cautela, dunque.
Quando il vecchio ebbe terminato di impartirci ordini e istruzioni era ormai mezzodì e ci condusse direttamente alle cucine, dove aiutammo ad imbastire il pranzo per i Sacerdoti e poi consumammo il nostro.
Durante il pasto dei primi assistetti a scenette grottesche: figure che mangiavano con la faccia nel piatto, vista l'impossibilità di usare gli arti, che si imboccavano a vicenda o che mangiavano con l'aiuto di un monaco.
Vidi anche qualche membro delle Ombre: indossavano abiti neri e farsetti imbottiti e avevano le spade al fianco, ma erano veramente in pochi, quindi dedussi che il cibo che tenemmo da parte fosse destinato ai loro compari, rintanati nel ventre della terra.
Dopo gli Avvoltoi si ritirarono in chiesa e non ne uscirono più per il resto della giornata. Dovevano essere nelle loro stanze sotterranee, senza dubbio.
Gagnsamr ci aveva detto che i monaci non avevano un capo e che dipendevano direttamente dal volere dei Sacerdoti e del Sacerdote Supremo prima di tutti, ma lui sembrava una sorta di coordinatore all'interno della comunità: si occupava dell'educazione dei fedeli, accoglieva i novizi ed assegnava i compiti per il giorno.
Durza fu mandato con tre monaci ad occuparsi dei cavalli, mentre io, forse perché ero una donna, fui assegnata alle cucine.
Fu presto chiaro a tutti i sei monaci che si affaccendavano tra le pentole che la mia “attitudine” non era certo alla cucina, del resto se avessero saputo chi ero avrebbero capito: noi Elfi non mangiavamo molto cibo cucinato, oltre ai dolci, al pane e ai vegetali e in ogni caso non mi ero mai trovata nella condizione di dover provvedere di persona. Quando soggiornavo a Tronjheim mi era sufficiente recarmi alla mensa e richiedere un pasto, quando tornavo ad Ellesméra mi venivano addirittura serviti in camera, se preferivo non scendere a consumarli con mia madre. Durante gli spostamenti eravamo soliti mangiare pasti freddi, per dare meno nell'occhio e muoverci più veloci sul territorio dell'impero. Prudenze che tra l'altro si erano rivelate inutili..
Insomma l'unica cosa che mi ero vista in grado di fare autonomamente era stato tagliare le verdure per lo stufato, per il resto ero quasi d'impaccio. Senza contare che i miei guanti tagliati erano guardati con un velo di disapprovazione.
Non conversai molto con le persone che mi circondavano: un po' perché ero silenziosa di mio, un po' perché nessuno pareva a suo agio nel parlare di ciò che gli era accaduto prima di diventare monaco, quindi le mie possibilità di appigliarmi a qualcosa si riducevano drasticamente. Quando si parlava si parlava di Dio, degli Avvoltoi, della chiesa e dei propri doveri, nessuno aveva legami di amicizia con nessun altro, tutti erano semplici compagni che come loro servivano Dio.
Ulteriore elemento di estraneità era dato dai miei capelli. Tutti, uomini e donne, avevano il cranio rasato, così volevano le regole e tutti tenevano il cappuccio sollevato per riscaldarsi la testa altrimenti esposta al gelo. La mia spessa treccia nera mi identificava per quello che ero: al di sotto di una novizia, introdotta tra di loro solo perché si erano momentaneamente trovati a corto di adepti.
Quando il sole cominciò la sua discesa verso il tramonto i Sacerdoti uscirono in massa dalla chiesa insieme ai loro novizi e si riunirono nuovamente nel refettorio. Rividi il tale che io e Durza avevamo origliato mentre beveva il suo calice di sangue, ormai era un Sacerdote in piena regola e indossava le loro stesse vesti nere, inoltre gli mancava già il pollice della mano sinistra.
Mentre riportavo in cucina una pila di piatti di terracotta, apparve Gagnsamr e mi trasse in disparte.
«Nessuno deve sapere nulla di tuo figlio», mi bisbigliò, «o finirò nei guai io per averti ammessa in queste condizioni, ma anche te perché verrai scacciata».
«Non temere» risposi serenamente, ricordandomi solo in quel momento della mia presunta gravidanza.
«Lo dirò anche a Natt».
Ebbi il buon senso di non chiedere dove si fosse cacciato Durza, ma non lo vedevo da mezzodì e cominciavo ad essere preoccupata.
Lo Spettro in questione apparve quando venne il turno dei monaci di cenare, accompagnato da due uomini di mezza età con i quali sembrava aver fatto amicizia, perché parlavano e ridevano sommessamente tra di loro. I suoi capelli rossi spiccavano nel grigiore dell'ambiente: un'impertinente macchia di colore.
Essendo assegnata alle cucine dovetti aiutare a servire anche i monaci, che in realtà, essendo solo tredici in tutto -quindici con me e lo Spettro- occupavano una minima parte di uno dei lunghi tavoli che i Sacerdoti, i Novizi e le Ombre avevano riempito.
Durza ammiccò quando posai il pasto davanti a lui e io gli strinsi furtivamente la spalla per informarlo che andava tutto bene. Ma poi gettai un'occhiata alle strette finestre e alla notte che avanzava inesorabile e mi resi conto di cosa significasse. Potevo non dormire per un giorno, anche due, tre o quattro, non di più, il mio fisico non avrebbe retto.
Mi sedetti tra una donna dai grandi occhi marroni e un uomo dall'aria severa.
La donna mi guardò amichevolmente e si presentò: «Mi chiamo Tove».
«Bitr».
Ci stringemmo il polso destro. La sua prima domanda mi fece sorridere.
«Perché hai i capelli?»
Le spiegai del particolare noviziato che stavo seguendo.
«Anche l'uomo con i capelli rossi è nella tua stessa situazione?»
«Sì».
«Succede raramente che Gagnsamr faccia venire qualcuno prima ancora che abbia giurato, ma puoi stare tranquilla, Dio ti accoglierà come ha accolto tutti noi».
«Già, ma di solito si prendono almeno le persone che hanno concluso la loro istruzione» fu l'aspro intervento dell'uomo dall'aria severa.
«Mi chiamo Bitr» replicai candidamente, senza porgergli il braccio.
«Sono Mikell. Il mio nome significa “simile a Dio” nell'antico dialetto del vate Tosk».
Feci un cenno del capo. «Ne sarai orgoglioso».
Indubbiamente lo era, lo avrebbe capito anche un bambino.
«Molto. Il tuo cosa significa?»
«Nulla, credo».
Mi guardò con superiorità. «Potrai cambiarlo quando diventerai monaca» mi provocò.
«Quindi entro due-tre settimane» conclusi, alzandomi dal mio posto e portando il mio piatto integro al cortile di servizio, dove lo vuotai nello scolo.
Stufato di verdure e carne di pollo. Non sarei mai riuscita a mangiarlo, a meno che non stessi per morire di fame, e non ero ancora nella condizione.
Ah, e Mikell era un insopportabile e tronfio vecchio.
Tornai al refettorio per aiutare a ripulire il tutto, poi venne l'ora della lezione, che io e lo Spettro seguimmo insieme alle solite persone, che guardarono incuriosite la nostra mise.
Poi Gagnsamr venne verso di me con Durza al seguito.
«Sedete dove preferite, ma lasciate libere le panche davanti per i nobili della città. Concluso il rito andate alle porte per ricevere il segno, ma poi restate all'interno. I portoni vengono chiusi per la notte».
Facemmo come ci aveva detto. Sedemmo in fondo, in quella che doveva essere diventata la nostra panca preferita e, per la prima volta da quando ci eravamo baciati, mi ritrovai da sola con lo Spettro.
«Com'è andata?» mormorò esibendo un sorriso accennato, gli occhi castani che brillavano quasi giocosi.
«Credo che non mi metteranno mai più in cucina».
Ridacchiò .«A me è andata meglio. Ho portato a passeggio un paio di cavalli per tutto il pomeriggio».
«Sì, decisamente molto meglio».
«Ti ho vista discutere con un tizio, prima».
«Mikell» lo informai. «Un idiota.»
«Come molti altri qui dentro. Come hai fatto con la cena? La brodaglia di cadaveri era di tuo gradimento?» mi stuzzicò con sarcasmo.
«L'ho buttata. E comunque mi sembravi circondato da amabile compagnia».
Annuì lentamente. «Trygg e Stian sono due persone sopportabili. Elof invece no, non so perché sia finito tra i sacerdoti ma continua a parlare della sua ricchezza perduta e dell'ingiustizia del padre nel preferire suo fratello minore come suo erede. E non ha parlato d'altro per tutto il pomeriggio, stavo morendo di noia».
«In ogni caso non siamo qui per fare amicizie» lo consolai.
«No, infatti. Te hai scoperto qualcosa?»
«Ho intuito da quello che ci ha detto Gagnsamr stamattina.. immagino che l'ingresso agli ambienti sotterranei si trovi qui dentro, anche perché i Sacerdoti sono rimasti qui tutto il giorno».
«Allora dovremmo perlustrare la chiesa, che dici?»
«Quando?»
«Stanotte».
«Non la chiuderanno a chiave, vero?»
«Perché dovrebbero? I monaci non rappresentano una minaccia per loro e in teoria hanno delle guardie armate a proteggere i loro segreti. So che a parte la magia siamo disarmati, ma per ora propongo solo una rapida ispezione per trovare l'ingresso, poi ci avventureremo là sotto solo quando saremo in grado di difenderci».
«Allora vediamoci nella sagrestia a mezzanotte. Aspettiamo un'ora e se l'altro non è arrivato torniamo ai rispettivi dormitori».
Mi scoccò uno sguardo malizioso. «Vorresti davvero farmi credere che non stai cercando di incantarmi?»
«Sei il solito idiota» sbuffai.
«Mi sei mancata anche tu».
Non riuscii a fermare un sorriso.
Dopo la funzione assistemmo a retroscena che di solito perdevamo quando lasciavamo immediatamente la cattedrale. Dopo aver segnato tutti i fedeli, i Sacerdoti facevano anche il giro tra i monaci, ma non si sporcavano tra di loro, forse perché non potevano ringraziarsi per il loro stesso sacrificio.
Gli Avvoltoi sparirono in massa nei propri dormitori, mentre noi affiancammo i monaci nelle operazioni di ripulita del refettorio e della cucina. Un gruppetto fu mandato a pulire l'altare dalla striscia di sangue lasciata dal sacerdote officiante e a lucidare le bellissime coppe che avevano contenuto il sangue.
Poi, stanchi dal lungo giorno di lavoro, i monaci si coricarono.
Seguii le monache con cui avrei condiviso la stanza, affiancata da Tove, la donna che avevo conosciuto durante la cena.
Lo Spettro mi lanciò una lunga occhiata, prima di sparire oltre alla porta accanto. Ci vediamo dopo, mi diceva.
«Vieni, ti presento le altre» disse pacatamente Tove, facendomi cenno di entrare. «Compagne», annunciò poi una volta che ebbe chiuso la soglia, «questa è..» si interruppe, a disagio.
«Sono Bitr» suggerii, stampandomi in volto un sorriso indulgente.
«Bitr!» esclamò, come se lo avesse appena ricordato. «Queste sono Gefion, Delling, Elin e Helsa». Indicò rispettivamente un donna abbastanza alta dallo sguardo intelligente; una molto bella per essere un'umana, con le labbra rosse e carnose e il viso rotondo; una dall'espressione assente e una bassina, con un'ombra infelice negli occhi.
Mi rivolsero tutte un sorriso cortese, fecero qualche domanda di circostanza -tipo come fosse andata la mia prima giornata- ma poi fu evidente che non vedevano l'ora di andare a dormire.
Rimasi distesa nel buio totale per delle ore, aspettando le campane che annunciavano la mezzanotte, che sapevo suonate da un membro delle Ombre, che concludeva il suo turno sul campanile e poi andava a dormire.
Quando le campane suonarono giacqui immobile ancora un poco, in attesa di sentire l'uomo che entrava nel dormitorio, ma un altro suono mi sorprese. Una figura si alzò da uno dei giacigli più vicini alla porta e sgusciò non troppo silenziosamente fuori nel chiostro.
Mi parve di riconoscere Delling, la più giovane delle monache e anche la più graziosa. Poi sentii dall'esterno altri passi, ancora più pesanti, unirsi ai suoi e dirigersi verso le cucine, poi sparirono.
Arrotolai le coperte che mi ero portata dietro, sistemai un po' la bisaccia e coprii il tutto con le coperte che mi erano state fornite: al buio poteva sembrare che non mi fossi mossa dal mio giaciglio.
Senza fare un suono, uscii anche io nel chiostro e mi affacciai guardinga alla porta della cucina. Sentii due risatine, fruscii di abiti e qualche sospiro.
Forse i monaci e i Sacerdoti avevano come unico desiderio quello di servire Dio, ma non si facevano problemi a prendersi qualche libertà. Immaginai la guardia che aveva suonato le campane scendere pigramente, recuperare Delling e portarla con sé nel buio della dispensa, sotto il refettorio, dove nessuno sarebbe mai venuto a spiare a quell'ora di notte e dove nessuno -a parte me ovviamente- avrebbe sentito. Almeno non ero l'unica a darmi alle uscite clandestine.
Durza uscì in quel momento dal suo dormitorio, mi si avvicinò e vidi l'ombra della sua testa inclinarsi leggermente di lato. Quando faceva così sapevo che ascoltava suoni lontani.
Fece uno sbuffo divertito e richiuse l'uscio della cucina. «Non è educato origliare questo tipo di conversazioni, Principessa».
«Stavo valutando se fossero una minaccia».
«È una tua compagna di stanza o una sacerdotessa quella che sta.. conversando?»
«Una mia compagna, ma la stanza è buia e ho lasciato le coperte a fare il loro dovere. Possiamo andare».
«Bene allora».
Con mia profonda sorpresa, entrammo in chiesa senza dovere abbattere porte o serrature.
«Te l'avevo detto» cantilenò Durza.
Qualche sottile filo di luce soffiava dalle ampie vetrate, lasciando l'ambiente in una dolce penombra. Non sarebbe stato troppo difficile perlustrarla da cima a fondo.
«Io parto dal fondo e tu fai l'abside» proposi.
Lo Spettro mi afferrò una mano. «Te non ti stacchi da me, piccola Elfa. Non so cosa troveremo e voglio essere pronto ad intervenire».
Rimasi interdetta qualche istante. «Come vuoi tu» accordai alla fine.
Cominciammo dall'abside, insieme. Tastammo l'altare, le pareti, i pavimenti. Alla fine, sul fondo dell'abside, nascosta ai fedeli, ci ritrovammo davanti ad una pala che raffigurava realisticamente i colli dell'Helgrind, incompiuta.
La spostammo, scoprendo un'altra lastra di marmo, apparentemente un qualsiasi altro pezzo della parete, solo più grande. Picchiettai dolcemente sui bordi e sentii un lieve eco.
«Qui sotto è cavo», bisbigliai.
«Proviamo a spostarlo», fu la risposta.
Le dita di Durza non riuscivano a passare nella fessura che separava quella lastra dalle altre, quindi vi incastrai le mie, più sottili, e tirai dolcemente il marmo verso di me. Si spostò senza fare resistenza, aprendo una cavità buia, in fondo alla quale si intravedeva un lieve bagliore.
Poggiai la lastra a terra e mi concentrai sui suoni. Niente.
Allungai cautamente un braccio nell'oscurità e le mie mani sfiorarono un gradino, quindi vi passai le gambe e cominciai a scendere quella che indubbiamente era una scala, seguita a ruota dallo Spettro. E così andò all'aria la nostra intenzione di aspettare di essere almeno armati prima di correre verso l'ignoto.
Scendemmo una lunga rampa, inizialmente ripida e strettissima e poi sempre più larga, ma comunque scivolosa.
In fondo ad essa trovammo una lanterna, con al suo interno una grossa candela di cera rossa, consumata circa a metà, che lasciava intravedere a malapena il corto corridoio in cui eravamo finiti.
«La città sotterranea» mormorò Durza, afferrando la lanterna. «Ditolesto diceva il vero».
«Sì, ma che posto è?» Posai una mano sul muro, era gelido e forse vagamente umido, ma non era scavato nella roccia viva. C'erano lastre di pietra incollate le une alle altre con un'abilità che credevo solo i nani potessero avere, eppure non mi sembravano certamente le pareti di una fogna, c'era anche un tappeto sotto i nostri piedi, sottile e consumato, ma c'era.
Il nostro corridoio presentava due alternative: una porta sulla sinistra e una in fondo ad esso.
Optammo per quella a sinistra e ci ritrovammo in un piccolo ambiente quadrato che doveva essere la cappella dove si era svolto il rituale per ammettere il novizio tra i sacerdoti, che avevamo origliato dall'esterno. La struttura era in tutto e per tutto simile a quella della chiesa superiore, ma non vi trovammo alcun oggetto di interesse e non aveva altri sbocchi verso l'esterno.
Tornammo al corridoio e prendemmo la porta in fondo ad esso: dava su un ulteriore corridoio, più largo e lungo, con affacciate tre porte.
Nella prima a sinistra trovammo una sorta di vasca rotonda incassata nel pavimento, circondata da scaffali contenenti drappi di velluto nero e preziosissime coppe incastonate di pietre colorate. Riconobbi parecchi rubini autentici.
Ma l'odore che emanava era inconfondibile.
«Hanno una piscina di sangue umano», decretai disgustata.
«Credo sia quello che utilizzano per segnare i fedeli a fine funzione. Quanto sarà profonda secondo te?»
«Spero poco, o i Sacerdoti devono pagare un prezzo molto alto per mantenerla sempre piena».
Durza si avvicinò all'orlo.
«Cosa vuoi fare?» domandai allarmata.
«Verificare», rispose asciutto, posando la lanterna e arrotolandosi la manica fino al gomito. Entrambi avevamo ancora le vesti monacali sopra i nostri abiti, ma lui aveva anche il mantello.
Il braccio dello Spettro scivolò nel liquido vischioso fino a quasi raggiungere i vestiti. «Sono pazzi» sentenziò.
La vasca era grande quanto quattro di quelle che avevo utilizzando per farmi un bagno all'Avvoltoio e, anche se non era molto profonda, aveva comunque un'enorme capienza. I Sacerdoti dovevano essere perennemente in fragili condizioni a causa di qualche perdita: di arti, di sangue, di senno..
Durza si asciugò il braccio sul retro di uno dei panni di velluto e mi fece cenno di volere uscire rapidamente, lasciandomi il compito di recuperare la lanterna. Non credevo che il sangue lo avesse impressionato, quindi doveva essere successo qualcos'altro, ma si rifiutò di spiegarmelo.
«Continuiamo a guardarci intorno», disse semplicemente, dicendomi di tenere la nostra fonte luminosa.
Nella stanza accanto trovammo denaro e gioielli in quantità incredibili, forse dovute agli omaggi dei ricchi credenti, che speravano così di ingraziarsi il loro Dio. Tutto era ordinatamente riposto in mensole, scaffali, cassetti e bauli, quasi qualcuno si occupasse regolarmente della cura di quelle ricchezze. Forse avevano un tesoriere incaricato del compito.
Oltre la terza porta si affacciavano stanze comunicanti a catena. Sembrava che l'intera struttura sotterranea seguisse la scia di una chiocciola: lunga e sottile. Se quegli ambienti erano stati costruiti sulla struttura delle vecchie fogne della città, esse erano decisamente inutilizzate da secoli.
Un lontanissimo rumore di passi fece salire la mia attenzione alle stelle. Sfiorai il braccio di Durza e lo invitai ad ascoltare e anche lui parve allarmato e concorde nell'affermare che provenissero dal nostro stesso piano.
«Apri lo sportello della lanterna e stai pronta a spegnere la candela» bisbigliò.
Ma i passi scemarono nel silenzio, e tuttavia servirono a ricordarci che non eravamo al sicuro, che i Sacerdoti non andavano sottovalutati e che non tutti erano di sopra a riposare.
Avanzammo in silenzio assoluto nella prima stanza e la lanterna illuminò strane e allungate boccette di vetro, libri lasciati spalancati sugli scrittoi e scatole di candele nuove ammucchiate accanto a quelle ridotte a mozziconi.
Ovunque fossimo, eravamo arrivati. Gli studi degli Avvoltoi e i loro libri erano a portata di mano.
Agganciai la lanterna ad uno scrittoio dal tavolo inclinato e analizzai il contenuto dei libri poggiati lì sopra. Sembravano libri sull'anatomia umana e realizzai con sdegno che i Sacerdoti stavano studiando quali parti non vitali fosse il caso di amputare per non perdere la vita.
«Ora dovresti darmi qualche indizio su cosa stiamo cercando, Spettro, o dubito che riuscirò ad aiutarti».
«Qualunque cosa riguardante la magia.. e i draghi».
«I draghi?»
«Arya sai che le domande saranno inutili, non.. non posso rispondere».
Mi affrettai a scusarmi. «Va bene, cerco quello che dici tu».
Prendemmo una pergamena ciascuno e cominciammo a scorrere rapidamente le righe, mentre la candela rossa si consumava lentamente e colava la sua cera nel piatto della lanterna.
Trovai molti studi sulla natura e suoi suoi usi: liste di piante velenose, i loro effetti e i loro antidoti, ma anche piante curative. Alcuni erano piuttosto grossolani e rudimentali, altri addirittura sbagliati e affidati alla pura superstizione, ma non erano affatto male per essere condotti da degli umani.
Mischiati ai libri e alle pergamene trovai polveri, preparati di veleni e erbe appese a seccare. Al contrario delle stanze precedenti, quella sembrava piuttosto disordinata, anche se era chiaro che il macro-argomento studiato in quella stanza era la natura, vegetale, animale o umana.
Un cigolio ruppe il silenzio.
«Vado a dare un'occhiata alla candela, tra un po' dovrebbero venire a darci il cambio».
«Sì, vai anche a svegliarli, quelli non vengono mai senza un aiutino».
Mi inumidii indice e pollice e soffocai la fiamma della nostra lanterna repentinamente.
Un'altra luce, proveniente dalle stanze successive, si avvicinò, accompagnata da un respiro e un rumore di passi.
Feci un respiro appena più profondo, per richiamare l'attenzione di Durza, e camminai rapidamente verso le scale. Fortunatamente avevamo lasciato le varie porte aperte e sgusciammo rapidamente fin dentro alla cattedrale, abbandonando la lanterna dove l'avevamo trovata.
La vera impresa fu riaccostare la lastra di marmo senza fare rumore, ma prima di sigillarla sentimmo un'ultima volta la voce dell'uomo: «Si è spenta 'sta stronza!» esclamò, probabilmente rivolto alla candela.
Pregai che non si facesse troppe domande sul come e sul perché.
Dunque non era mai vuoto lì sotto: le Ombre si davano il cambio come qualsiasi guardia imperiale, segnando il tempo con il consumarsi della candela.
«Nascondiamoci in chiesa, Principessa» suggerì Durza spostandosi nella navata sinistra e poi in una nicchia, dietro ad una statua.
Ma non venne nessuno per parecchi minuti. Dovevamo essere vicini alla seconda ora del mattino, quando una ventina di uomini vestiti di nero da testa a piedi, con un velo nero davanti al volto, scostarono la lastra e uscirono dalla porta della sagrestia. Non molto tempo dopo un'altra ventina di guardie fece lo stesso tragitto, ma al contrario.
«Credo che fino a domattina non avremo più traffici», sussurrai pianissimo non appena i rumori scemarono.
Durza si sfilò la tonaca e la stese a terra. «Vediamo di dormire un poco.»
«Vuoi dormire qui?»
Mi sorrise. «Perché? Credevo che la spoglia chiesa di una sanguinaria setta di pazzi fosse l'ideale per portare avanti il tuo corteggiamento».
La stava buttando sul sarcastico, ma fui felice che facesse quello per me: dormire in quella scomoda postazione solo per potermi svegliare non appena le visioni fossero sopraggiunte era un gesto veramente gentile, e io ero in debito con lui per l'ennesima volta.
«Grazie».
Per un attimo parve quasi imbarazzato. «Come al solito è più per me che per te. Mi servi».
La mia gratitudine non scemò. Poggiai la mia tonaca attaccata alla sua e mi coprii con il lembo di mantello che lo Spettro mi offrì e che aveva avuto il buon senso di indossare prima di lasciare il dormitorio.
Anche dopo la mia visione, anche dopo che mi fui calmata, indugiammo sul duro pavimento di marmo, fino a quando non divenne pericoloso esitare ancora e tornammo ognuno al proprio letto.
«Dormi bene», fu il semplice congedo di Durza.
Per un attimo rimasi insoddisfatta sulla soglia, sentendo la mancanza delle sue labbra sulla mia bocca, poi scivolai all'interno silenziosamente e riposai per un paio d'ore.
Finsi di svegliarmi non appena le campane suonarono l'alba e, dopo aver ordinatamente piegato le coperte, seguii le mie compagne all'esterno, dove Gagnsamr dava le direttive per la giornata.
Ultima modifica di Lalli il 30 maggio 2015, 13:10, modificato 2 volte in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 23 novembre 2014, 15:57

32. Attenzioni indesiderate
«Bitr vai al mercato con Delling e Broder, loro sanno cosa fare, tu limitati a non perderli di vista. Dopo vi darò il denaro, comprate della carne, che è finita, e passate dal taglialegna a ordinare degli altri ciocchi. Mi raccomando non pagatelo subito o quello se la svigna con i soldi, dategli un piccolo anticipo e promettetegli il resto per quando avrà consegnato la legna alla cattedrale», ci istruì Gagnsamr.
Annuimmo e il monaco passò ai compiti degli altri. Durza fu assegnato alla cura degli oggetti sacri, probabilmente Gagnsamr stava facendo di tutto per tenerci il più possibile separati dato che ai suoi occhi eravamo sposati prima di aderire alla chiesa. Sospettava che potessimo.. fare sciocchezze e ci teneva d'occhio.
Lo Spettro mi passò accanto mentre andavamo al refettorio per consumare una frugale colazione.
«Riesci a prendere Sole e Luna dalla locanda? È vicina al mercato», sussurrò.
«Credevo l'avessi sigillata con la magia» risposi con lo stesso tono.
«Sì, ma non per te».
«Hai la chiave?»
«Vado a prendertela, te la farò cadere in mano stavolta», concluse con il divertimento stampato in volto.
Si voltò e si mosse controcorrente verso i dormitori.
Inevitabilmente, pensai a quando le sue dita gelide avevano accompagnato la chiave fin sotto alla scollatura del mio abito, il primo giorno che avevamo partecipato alla funzione. Poi mi riscossi e pensai a come “perdermi” nel caos del mercato e sgusciare fin dentro alla locanda senza farmi notare da Broder e Delling.
Non doveva essere troppo difficile.
I Sacerdoti, che erano precedentemente entrati in chiesa chiudendo la porta a chiave, uscirono portando in spalla il Sommo Sacerdote. Notai delle bende insanguinate sporgere dalle maniche della sua casacca di pelle aderente. Sangue, latte e pane a colazione. Fantastico.
Durante la funzione, Durza mi infilò al collo lo spago a cui era allacciata la chiave della stanza al Covo Segreto, ma lasciò che fossi io stessa a nasconderla sotto i vestiti.
«Ci vediamo stanotte in sagrestia», mormorai dopo il rito, quando Gagnsamr mi chiamò -insieme a Broder e Delling- a recuperare il denaro.
«Fai attenzione», disse in risposta.
Sapevo già chi fosse Delling, la piccola, graziosa monaca che avevo visto e sentito abbandonare il suo pagliericcio per correre tra le braccia della guardia.
Broder era invece un uomo dall'aria mite che, come scoprii mentre camminavamo in direzione della piazza del mercato, discendeva da una famiglia nobile caduta in disgrazia dopo la fine dei Broddring e l'ascesa di Galbatorix ed era l'unico tra i monaci -insieme a Gagnsamr, Gefion e Elin- a saper leggere e scrivere. Perché ufficialmente né io né Durza ne eravamo capaci.
«E come mai non hai preferito entrare nell'ordine sacerdotale?» domandai, sapendo che uno dei requisiti era appunto una cultura di base, forse in modo da poter continuare i loro studi segreti.
Broder rise pacatamente. «Immagino per lo stesso motivo di tutti coloro che preferiscono il monacato: amo il mio Dio e sono lieto di servirlo, ma non sono disposto a sacrificare me stesso come fanno i Sacerdoti. Onore a loro» aggiunse infine.
«Siamo molto meno vincolati della Carne di Dio», rincarò Delling, «magari dobbiamo lavorare duramente tutto il giorno, ma è una vita tranquilla, quasi contemplativa e, se si è pronti a rinunciare a qualche cosa, è la migliore delle scelte».
Le sorrisi, pensando ancora alla sua scappatella notturna.
Il mercato era pieno di gente come al solito, come speravo e come mi serviva che fosse.
Broder e Delling sapevano già dove comprare tutto e a quanto pareva avevano i loro banchi di fiducia perché nulla di ciò che comprammo ci fu consegnato in mano. I commercianti venivano pagati, poi preparavano la merce e incaricavano un garzone di fare avanti e indietro dal mercato alla cattedrale fino a che tutto non fosse stato recapitato.
«C'è Trygg a ricevere le consegne oggi» mi spiegò Broder.
Poi ci tuffammo nuovamente nella calca, diretti dalla parte opposta della città, più vicino alle porte, dove la figlia del taglialegna avrebbe preso l'ordine di legna e lo avrebbe riferito al padre, a quell'ora probabilmente già nei boschi.
Fu quello il momento che scelsi per restare leggermente indietro, staccarmi dai miei compagni e confondermi tra la folla. Camminando a passo veloce, raggiunsi il Covo Segreto in non più di cinque minuti.
Come promesso da Durza, la porta si aprì docilmente al tocco delle mie mani e allo scattare della serratura. Tutto era rimasto esattamente come lo avevamo lasciato la mattina precedente e mi fu facile scivolare sotto al materasso, recuperare i due pugnali e nasconderli sotto il vestito, coperti dalla larga tonaca e dal mantello.
Esitai per parecchi minuti, poi presi la boccetta di veleno e la nascosi nella fascia di stoffa, tra i seni. Averla con me mi risultava sempre rassicurante, mi faceva sentire più padrona di me stessa: sapevo che non avrei mai retto ad una seconda sessione di torture e anche se ormai ero al sicuro da Durza non lo ero da Galbatorix e tanto meno dai Sacerdoti. Avere una via di eterna fuga con me poteva essere l'unica mossa possibile nel caso mi fossi trovata nei guai.
Il locandiere mi guardò stranito vedendomi passare, ma non mi fece domande e non mi fermò. Non ci avrebbe visti tornare alla nostra stanza per parecchi giorni, purtroppo, ma aveva l'aria di uno abituato alle stranezze altrui.
Arrivai alla cattedrale ben prima degli altri due e mi presentai direttamente a Gagnsamr, che era nella sagrestia insieme a Durza, intenti entrambi a riporre le vesti nere dei sacerdoti in ricchi bauli.
Il monaco mi liquidò con poche parole, intimandomi di fare più attenzione in futuro, mentre lo Spettro alle sue spalle grondava approvazione.
Corsi a nascondere le armi e il veleno nella paglia del mio giaciglio e fino a mezzogiorno aiutai Tove a rammendare una pila di vestiti, appartenenti un po' a tutti gli abitanti della Cattedrale: c'erano un paio di vesti da cerimonia dei sacerdoti, un paio di pantaloni neri delle ombre, ma anche degli abiti civili che i monaci portavano sotto alla tonaca. Non ero abilissima, ma me la cavavo decisamente meglio che in cucina.
Mi scusai anche con Delling e Broder non appena tornarono, ma i due erano tranquilli e non se la presero affatto.
Il primo vero colpo della giornata arrivò durante il pranzo, quando, mentre davo una mano a servire i sacerdoti, mi imbattei in una donna con indosso la veste dorata dei novizi e dai grandi occhi neri. La riconobbi come quella che, qualche settimana prima, si era fermata a guardarmi, commentando sottovoce il mio accento, quasi tra sé e sé. Non diedi segno di averla riconosciuta ma vidi di sottecchi che mi gettava qualche occhiata di tanto in tanto e lo stesso faceva con Durza.
Chi era? Barzul, sembrava quasi conoscerci eppure ero certa di non averla mai vista in vita mia ed ero parecchio brava a ricordare i volti.
Chiunque fosse sembrava ben intenzionata ad entrare nella setta dei Sacerdoti e se conosceva o me o lo Spettro, o anche solo sospettava che stessimo combinando qualcosa, era un pericolo.
Mi appuntai mentalmente di farlo presente al mio ex carceriere più tardi e fui sollevata quando i tavoli si svuotarono da quelle figure inquietanti, che sparirono nuovamente all'interno della chiesa, donna dagli occhi di lupo compresa.
Quella notte Delling non si mosse quando le campane annunciarono la mezzanotte e i passi dell'Ombra che le aveva suonate si spensero nel dormitorio dei Sacerdoti.
Quando fui abbastanza tranquilla mi alzai -i pugnali avvolti nel mantello e la boccetta di veleno nella fascia- e scivolai nella sagrestia, in attesa di Durza. Mentre lo aspettavo arraffai anche due candele con rispettivi candelieri in modo da poter lasciare la lanterna al suo posto e muoverci più agilmente nelle stanze sotterranee.
Durza arrivò portando con sé il suo inconfondibile odore di menta.
«Vorrei davvero dirti che è un piacere vederti, Principessa, ma qui dentro è buio pesto. Che ne dici di accomodarci nella cattedrale?»
«Stavo pensando..» cominciai entrando nella chiesa.
«Di dormire un'oretta prima di scendere in modo da evitare il cambio delle guardie? Sì anche io».
«Non ti si nasconde niente».
«E detto da te non può che essere un insulto», scherzò, stendendo a terra la tonaca come aveva fatto la notte precedente, a sottile barriera tra i nostri corpi e il pavimento gelato.
Svolsi il mantello e gli porsi il suo pugnale. «Forse dovremmo nasconderli qui, invece che riportarli nei dormitori, dove chiunque potrebbe andare a frugare e imputarci immediatamente» osservai.
«L'unico posto possibile mi pare in cima ad una statua perché oggi, insieme al caro Gagnsamr, ho ripulito il pavimento dal fango e non abbiamo tralasciato un solo angolo o nicchia», mi informò.
Mi allontanai da lui, per scrutare la statua che si trovava nella nicchia eletta a nostro rifugio. Riconobbi le caratteristiche tipiche di Hofud, il Sacerdote guerriero che offriva le teste dei suoi nemici in dono a Dio.
Era alta circa una dozzina di piedi ma c'erano dei buoni appigli per scalarla e incastrare le armi sopra il suo elmo o nella curva del collo.
«Si può fare», mormorai tornando dallo Spettro.
«Devo smettere di dire le cose per scherzo o potresti prenderle per buone», commentò, un sorriso arrogante stampato sulle labbra.
«Devo dirti una cosa, piuttosto».
«Se sei in cinta davvero non è colpa mia, bellezza, non mi sbronzo dalla nostra prima notte di nozze», disse con voce candida.
Sbuffai e gli diedi un pugno leggero sul torace. «Sarebbe una cosa seria. Ho rivisto la donna che ha notato il mio accento» che in realtà era perfetto «ed è qui, tra gli Avvoltoi. Aveva indosso la veste da novizia».
Gemette. «Ti ha riconosciuta?»
«Non solo, ci ha guardati entrambi, più volte, per tutta la durata del pranzo».
Imprecò con la sua solita finezza. «Domani indicamela, discretamente. Non ho idea di chi possa essere, ma non mi piace».
«Sembrava quasi conoscerci..»
«Quindi siamo in svantaggio perché non abbiamo idea di chi sia lei. Aspetta.. credo di aver già vissuto qualcosa di simile negli ultimi mesi», fece allusivo.
«Sei insopportabile. Comunque d'accordo, domani ti faccio un cenno prima di passarle vicino, ma non credo che aiuterà».
«Teniamola d'occhio, non c'è altro da fare per ora». Sospirò. «Sono circondato da misteri negli ultimi tempi».
Già.
Dopo la visione, Durza mi strinse le mani nude per aiutarmi a calmarmi e mi fece notare che erano più ruvide del solito. Da lì il discorso cadde sui nostri doveri della giornata: lavanderia al pomeriggio per me -causa della ruvidità particolare della mia pelle- e cura degli ambienti e oggetti sacri per lui.
«Credo che ogni mattino bevano un poco di sangue del Sommo Sacerdote. Quando sono andato a ripulire gli oggetti usati per la funzione c'era anche un'altra coppa, più piccola. Era sporca di sangue ma vuota, quindi quello che conteneva deve essere stato consumato. E ho notato le bende che uscivano dalla manica del monco durante la colazione».
«Sì, l'ho notato anche io» risposi, resistendo alla tentazione di sfilare le mani dalle sue per tamponarmi la fronte imperlata di sudore.
Non mi ero ancora abituata a nessuna delle immagini che vedevo la notte, anche se erano sempre le stesse, magari ricombinate, ma sempre uguali. In generale sembrava che una volta al giorno i miei ricordi si mettessero insieme e assumessero volontà propria, cercando di ammonirmi ripetutamente per i miei comportamenti, anche se a me non sembravano così scorretti o incoerenti con ciò che ero sempre stata.
A parte i baci concessi a Durza. Ma quelli non erano così importanti.
Lo Spettro continuava a parlare e parlare sottovoce, senza nemmeno aspettarsi una risposta da me. Era quello che faceva ogni volta che mi risvegliavo: dopo avermi rassicurata cercava di non farmi pensare e mi imbottiva di parole.
La scomoda sensazione di essere in debito con lui cominciava a farsi sempre più insopportabile.
Fummo testimoni silenziosi del cambio della guardia e, dopo qualche minuto di attesa, ci addentrammo a nostra volta nella botola. Le candele che avevo sottratto dalla sagrestia ci furono decisamente utili.
Continuammo la nostra esplorazione interrotta, sfogliando in rapida successione libri e pergamene e cercando di ignorare gli alambicchi poggiati qua e là su tavoli e scaffali.
Vicino ad un manuale di astronomia trovai un aggeggio piuttosto stupefacente: un tubo con due lenti per estremità che, se accostato agli occhi, ingrandiva incredibilmente gli oggetti. Mi persi un poco anche nel manuale di astronomia. C'erano studi di costellazioni che già conoscevo, ma un lungo capitolo dedicato alla luna dove si sosteneva che essa non brillasse di luce propria, ma riflettesse quella del sole!
Non avevo mai letto nulla del genere nelle biblioteche di Ellésmera, ma essendo la mia un'educazione prettamente militare e socio-politica potevano essermi benissimo sfuggiti dei libri sugli astri, che il mio popolo studiava con profonda passione.
«Arya», mi richiamò Durza in tono amareggiato, «smetti di comportarti da Elfa e molla quel libro al suo posto».
Per un attimo fui profondamente tentata di tenerlo con me, ma alla fine lo lasciai dov'era, a malincuore.
Restammo lì sotto per quasi tre ore, accendendo altre due coppie di candele sottratte alla scorta che i Sacerdoti avevano accanto agli scrittoi. Ogni volta che trovavo un qualsiasi riferimento ai draghi non potevo fare altro che chiamare lo Spettro e lasciargli esaminare il volume lui stesso, ma puntualmente scuoteva la testa.
Circa alla quinta ora del mattino tornammo alla cattedrale e Durza rimase a tirarsi i capelli mentre mi arrampicavo sulla statua di Hofud e nascondevo i pugnali nell'incavo tra i lunghi capelli e le spalle di marmo.
«Non ho mai visto un animale arrampicarsi così velocemente», mi disse non appena i miei piedi toccarono a terra, con stupito rispetto.
«Si imparano parecchie cose a vivere in una foresta».
Accennai una scherzosa riverenza, misi nella tasca del mantello il mozzicone di candela avanzato e entrambi ce ne tornammo rapidamente nei nostri letti, sapendo che i Sacerdoti avrebbero tardato solo un'altra ora o poco più prima di correre in chiesa a bere la loro dose mattutina di sangue.
Prima di entrare nel dormitorio, strinsi gentilmente la spalla dello Spettro.
«Grazie», mormorai, consapevole di avere ancora un debito con lui.
Feci per restituirgli la chiave della nostra stanza alla locanda, ma mi disse di tenerla. Lui poteva sempre usare la magia in casi di emergenza.
Dormicchiai fino a che Gagnsamr non suonò la piccola campana della sagrestia, l'appello mattutino dei monaci
Durante la colazione degli Avvoltoi riuscii a segnalare la presenza della donna a Durza, ma lui scosse la testa, mordendosi le labbra fino a farle sparire, talmente erano sottili.
E lei continuò a gettarci qualche rara ma circospetta occhiata.
Se noi avevamo attirato la sua attenzione, lei aveva ormai attirato la nostra
Ne discutemmo un poco, sottovoce, durante il rito, ma non c'era molto che potessimo fare quindi ci limitammo a ribadire quello che avevamo già detto: dovevamo tenerla d'occhio.

Per altre tre notti io e Durza ci trovammo a mezzanotte nella sagrestia. Ormai avevo imparato che Delling aveva appuntamento con la sua guardia a notti alterne e sapevo come evitare di farmi scoprire dai due.
La ricerca nelle stanze sotterranee dei Sacerdoti progrediva e si faceva sempre più pericolosa perché ci avvicinavamo lentamente alla porta dietro alla quale stavano schierate le venti Ombre di guardia. Ovviamente era prevista un'intrusione, ma non dalla chiesa.
Le stanze comunicanti erano in tutto sette. Sette grandi saloni allungati, tappezzati di ricchezze e conoscenze.
Il compito mio e dello Spettro si faceva sempre più frustrante, mi bruciavano un poco gli occhi al termine delle lunghe letture alla fioca luce della candela e cominciavo ad accusare della stanchezza dovuta alla scarsa ora di sonno che mi concedevo ogni notte e agli innumerevoli pasti saltati a causa della componente di carne che contenevano.
Ma era la frustrazione la cosa peggiore da affrontare: erano già passate cinque notti ed avevamo appena cominciato a frugare la seconda stanza. Senza risultato.
Avremmo potuto continuare ancora per un mese intero, ma a quale scopo? Di solito leggevamo le prime righe di ogni manoscritto prima di etichettarlo come inutile e metterlo da parte. Chi ci assicurava che non ci fosse un capitoletto, un paragrafo, due sole righe con la nostra soluzione, nascoste tra le sue pagine?
Né io né Durza lamentammo i reciproci dubbi, ma erano evidenti sul suo viso, come immaginavo anche sul mio. Forse il vero e unico modo per ottenere le nostre informazioni era chiedere direttamente ad un sacerdote, ma lo Spettro non poteva parlarne, il suo giuramento glielo impediva, e il suo vero nome era ancora argomento intoccato nelle nostre conversazioni.
E come se non bastasse -oltre a quelle della donna dagli occhi di lupo- cominciammo ad attirare anche le attenzioni degli altri monaci.
Al pomeriggio del nostro sesto giorno lì, mi fu proposto di fare un bagno.
Tove mi venne a prendere dalla lavanderia e mi disse allegramente di smettere di lavorare. «Gangsamr ha detto che i Sacerdoti ci hanno dato il permesso di usare le loro vasche. Sono meravigliose, vedrai. Si stendono delle braci ardenti sotto e si riempiono di acqua, che così diventa tiepida. Vieni, andiamo a prendere i secchi!»
Il sorriso mi si congelò sul volto. Non potevo fare un bagno con delle altre donne, c'erano almeno due o tre cose che avrebbero trovato fuori dal normale. Prima di tutto le cicatrici lasciate dai mesi di tortura. C'erano ancora tutte, tranne quelle sul petto, che Durza aveva cancellato mentre ero incosciente, probabilmente per farmi mettere l'abito da popolana.
Secondari, ma non meno importanti erano i miei muscoli, troppo definiti per una debole donna, e il fatto che non avevo peli sul corpo.
Rifiutai, insistette, rifiutai nuovamente e alla fine se ne andò con un'espressione stranita e quasi scandalizzata.
Durza mi disse più o meno la stessa cosa la sera stessa.
«Oggi Rasmus mi ha chiesto come faccio a farmi la barba così perfetta e come riesco a trovare il tempo di farla tutti i giorni». Si sfiorò il volto glabro. «Da quando sono diventato uno Spettro non mi sono mai dovuto preoccupare di queste cose».
«La nostra copertura sta crollando», affermai, raccontandogli quello che mi era successo poche ore prima.
«Dobbiamo fare in modo che non crolli, invece».
«Durza..» cominciai incerta, accarezzando istintivamente il suo viso. Eravamo distesi sotto lo stesso mantello, l'altro posato sotto le schiene per arginare il freddo e non avevo ancora subito la mia tortura giornaliera.
«Ti ascolto», mi incoraggiò lui, passando le dita tra i miei capelli e sciogliendo il legaccio che mi fermava la treccia. Doveva essere una sorta di mania.
«Forse dovremmo valutare l'opzione di rinunciare. Non riusciremo mai a nasconderci per il tempo sufficiente a trovare quello che stiamo cercando, ci scopriranno molto prima. Finora i libri spostati, il furto di qualche candela e la cera che sicuramente abbiamo fatto cadere sui tappeti sono passati inosservati, ma per quanto? E quanto passerà prima che qualcuno scopra che non passiamo la notte nel nostro letto? Quanto prima che Gagnsamr scopra che non sono veramente incinta? Quanto prima che la donna faccia qualsiasi mossa? Finora ci siamo incoraggiati a vicenda e abbiamo insistito, ma stiamo letteralmente cercando un ago in un pagliaio».
Pensò a lungo prima di rispondermi, pettinando i miei capelli ormai sciolti tra le dita. «Anche io sono scoraggiato, ma in tutta sincerità non trovo altre soluzioni».
«Tutto qui?»
«Hai idea del potere che ha Galbatorix, piccola Elfa?»
«Ha sbaragliato il mio popolo e convinto mia madre a tenere gli Elfi al sicuro per cento anni! Sono giovane, ma non così ingenua».
«Un uomo non può avere tutto quel potere dentro di sé. Io l'ho aiutato a piegare al suo volere il suo drago», disse lo Spettro, laconico.
I miei occhi si inumidirono per la frustrazione. «Cosa vuoi dire?»
«Che dobbiamo continuare a cercare e sperare. I draghi sono intrisi di magia».
«Continui a dire cose senza senso», protestai.
«Sono le uniche cose che la mia bocca mi concede di dire».

La settima notte parte dei miei timori si avverò. Eravamo appena entrati in chiesa e avevamo appena recuperato i pugnali, quando dei passi frusciarono nel chiostro, nella sagrestia e infine nell'abside stesso.
Io e Durza ci appiattimmo nella nicchia, contro la statua.
Una voce composta, che tradiva un lieve tremore risuonò piano ma chiara tra le navate: «Venite fuori, voglio solo parlare con voi. Sono disarmata».
Ci ritrovammo faccia a faccia con la donna dai grandi occhi neri come pozzi, quasi fusi con la pupilla.
«Andiamo in fondo alla navata», ordinò accennandolo col mento, poi ci passò accanto, anticipandoci.
Vidi il colpo diretto alla nuca di Durza quando era ormai troppo tardi. Lo Spettro riuscì a schivarlo solo in parte e, invece di finire tramortito sul pavimento, cadde semplicemente sulle ginocchia, stordito.
La donna gli andò dietro, gli tirò i capelli e premette un coltello da cucina contro la sua gola. Mi fermai a poche braccia da lei, interrompendo lo scatto che avevo iniziato per allontanarla da lui.
La donna mi guardò, seria in volto. «Non credo di doverti spiegare come funzionano queste cose. Fai cinque passi indietro, togli il mantello e la tunica e butta per terra tutte le armi che hai. Poi fanne altri cinque».
Cercai gli occhi di Durza, chiedendomi che cosa sarebbe successo se lei gli avesse tagliato la gola. Era uno Spettro, quindi si sarebbe rigenerato. Ma dove? E sopratutto, come e quando?
Il mio ex carceriere ammiccò e intravidi uno sfarfallio nei suoi occhi castani, che per un attimo assunsero di nuovo l'aspetto di quelli di un felino.
Era pur sempre in grado di usare la magia e avrebbe potuto fermare la sconosciuta in qualsiasi momento, forse aveva addirittura fatto apposta a farsi colpire.
Mi stava suggerendo di darle corda e vedere come si evolveva la cosa.
Quindi lo feci: gettai il pugnale sopra la iuta e il mantello, poi la assecondai mentre mi ordinava di toccarmi il corpo per farle vedere che non avevo nient'altro sotto i vestiti. Il Fricai Andlat giaceva nella tasca del mantello, ormai fuori dalla mia portata.
«Per chi lavorate te e il tuo amico?» mi chiese poi, calma e fredda.
Decisamente non era una qualunque popolana, aveva l'aria di una che ha ricevuto un qualche addestramento.
«Per nessuno».
Si aspettava quella risposta e reagì graffiando la pelle di Durza. «Vorresti farmi credere che venite qui la notte ad amarvi e basta? Non credo che sarebbe necessario un pugnale per quello.» Spinse la lama con più forza e un fiotto di sangue scivolò sotto la tonaca dello Spettro, che fece una smorfia.
«Lavoriamo per il Surda!» esclamai, imprimendo una buona dose di panico nella mia voce e nella mia espressione.
«Il Surda?»
Improvvisai. «Una fazione interventista. Re Orrin è ancora incerto sulla sua posizione nei confronti dell'Impero, ma il Ratto no e i suoi membri stanno raccogliendo informazioni su tutto il territorio di Alagaësia. Vogliono spingerlo alla guerra».
«E voi sareste parte di questa fazione? Questo.. Ratto?»
«Siamo spie assoldate da loro».
«Cosa state cercando?»
«Te l'ho detto: informazioni. Di qualunque tipo».
La donna socchiuse gli occhi. «Il tuo accento non è surdano, ragazza. Non l'ho mai sentito».
«E io non ho mai detto di essere del Surda», risposi coincisa.
Tacque per qualche istante. «Non riesco a raggiungere la tua mente. Perché?»
La confusione che esibii poco dopo era genuina. L'anello di ametiste, dono del mio carceriere, impediva alla mia mente di varcare i suoi stessi confini, ma non credevo che impedisse anche l'accesso in verso opposto, anche perché avrebbe significato.. Che Durza aveva sciolto l'incantesimo per poter attaccare la mia mente, il giorno in cui avevo visto alcuni dei suoi ricordi da umano! Secoli prima.
«Mi hanno maledetta da bambina» inventai e capii dalla sua esitazione che ne sapeva troppa poca di magia per poter contestare.
Ma si riprese in fretta: «Il tuo amico invece ha una mente ben difesa. Siete un'accoppiata originale, i vostri mandanti devono sapere il fatto loro».
«E i tuoi?»
«Non vi interessano. Sentite io non ho alcuna intenzione di uccidervi -scatenerebbe allarmismi- o di ostacolarvi, quindi se mi giurate che ognuno proseguirà sulla propria strada senza tentare di fare inciampare l'altro..»
«Vuoi entrare davvero nei Sacerdoti?»
Il suo atteggiamento cambiò e vidi i suoi muscoli allentarsi di parte della tensione, anche se il coltello rimase sulla pelle dello Spettro. «Sono una spia come voi, ho tutto l'interesse a farlo. Mantenete i miei segreti e io manterrò i vostri. Se venissi catturata mi ucciderei piuttosto che permettere a qualcuno di frugarmi il cervello».
Annuii ma non spostai lo sguardo dalla gola macchiata di sangue del mio compagno.
La donna seguì i miei occhi e intuì parte della mia inquietudine. Scostò la lama e lasciò i capelli di Durza, poi mi passò accanto e si incamminò guardinga verso l'abside, dichiarando chiusa la conversazione.
La lasciai andare e corsi ad esaminare la ferita dello Spettro. Lunga e superficiale. Niente di cui preoccuparsi.
«Forse dovremmo ucciderla», ringhiò lui toccandosi il collo.
Mi voltai a guardare la donna, che sparì nella sagrestia. «Non è necessario. Non ha motivo di tradirci e in ogni caso in realtà non sa nulla di noi».
Lo Spettro era stranamente agitato e rabbioso. Una serie di espressioni gli solcarono il viso, un misto di disgusto, ira, ferocia, confusione. Mi inginocchiai alla sua altezza per chiedergli se stesse bene, ma le sue mani si serrarono sui miei avambracci, in una morsa micidiale e così forte che mi sfuggì un gemito di dolore.
Poi gli occhi gli tornarono improvvisamente limpidi e mi lasciò andare di scatto, come se lo avessi scottato.
Mi trattenni dal massaggiare la mia pelle ma lo guardai con voluto rimprovero.
«Scusami, non..» Si interruppe e si alzò in piedi.
Vidi nel suo tono e nel suo atteggiamento uno spiraglio e mi ci aggrappai. «Qualcosa ti turba?»
Fece un sorriso tirato. «I miei Spiriti sono inquieti. Colpa di quella tizia, è già passato».
Deglutii, un po' spaventata. Quello era un argomento di cui non sapevo davvero nulla. «Posso aiutarti?»
Il sorriso divenne un ghigno. «Non tentarmi», fece, fissando la mia bocca, «potrei approfittarne».
Probabilmente lo avrei lasciato fare, ma non si mosse.
Recuperai i miei vestiti e la mia arma. «Ti.. parlano?» chiesi infine.
«Sussurrano insistentemente, mandano impulsi, ma riesco a controllarli ormai. Conviviamo da parecchio tempo.. qualcosa come centocinquant'anni anni».
«Ah. E all'inizio?»
Raggiungemmo la nostra nicchia e ci sedemmo a terra, come tutte le notti.
«Ricordo poco dell'inizio. Prova ad immaginare tre coscienze che entrano nella tua, si fondono con essa e la nascondono come sotto ad un drappo pesante. Ero spettatore dentro al mio corpo, poi ho cominciato lentamente a sentire le mani e ho capito che erano mie. Ma ancora non distinguevo se il desiderio di uccidere era mio o di qualcun altro, talmente gli Spiriti erano aggrovigliati alla mia coscienza. Dopo un po' ho imparato a dominarli. Non so quanti mesi o anni siano passati all'inizio: non capivo molto bene cosa stessi facendo».
«Sembra orribile. Non conoscevi i rischi quando hai evocato gli spiriti?»
Gli si gonfiarono i muscoli delle spalle. «Lo sapevo benissimo. Io volevo diventare quello che sono».
«Davvero?» chiesi perplessa, ripescando vagamente ai suoi ricordi.
Chiuse le palpebre. «No. Ma è umiliante da ammettere, no?» Gracchiò una risata.
«Stai rimediando ai tuoi errori».
Spalancò gli occhi. «È questo che pensi?»
Mi strinsi nelle spalle, anche se era un gesto maleducato. «Sì».
«Io sono il cattivo Elfa, non so se la situazione ti è chiara. Ho fatto tanto male, ma rifarei tutto daccapo. Prima ero un ragazzetto, sciocco e debole, costretto a piegarsi alla prepotenza di chiunque, ora sono una delle creature più potenti di questa terra. Ma tu.. non credo che tu possa capire. Quante volte nella tua vita qualcuno ti ha messo nella condizione di non poter fare nulla per contrastarlo?»
Alzai il mento con fierezza. «Tu», ammisi.
Mi parve a disagio e spostò gli occhi sui suoi stivali. «Moltiplica quella sensazione per dieci. Forse non era previsto che degli Spiriti prendessero il controllo, ma allora lo accolsi come una benedizione: non dovevo più preoccuparmi, non ero più un debole e potevo proteggere me stesso e le persone che amavo».
«Ma loro erano già morte, non è vero?» soffiai.
Annuì. «Non voglio più essere come quel ragazzetto, per questo sconfiggere Galbatorix è la mia priorità. Lui doveva aiutarmi ma ormai mi fa sentire di nuovo l'eco di quella debolezza». I suoi occhi tornarono su di me, accusatori.
«Cosa c'è?» domandai, sulla difensiva.
«E tu sei quella che non mi sta incantando, Principessa? Perché mi fai raccontare queste cose?»
«Mi sembrava che ne avessi bisogno».
Durza restò immobile a guardarmi, fino a somigliare ad una delle statue che costeggiavano le navate laterali.
Con la luce della luna che filtrava dalle vetrate colorate riuscivo a vederlo chiaramente. Aveva un'espressione quasi compassata, ma gli occhi ero inquieti e le sopracciglia aggrottate. Da così vicino le sue labbra non erano poi così sproporzionate. Erano pallide e sottili, sì, ma in modo quasi piacevole, sensuale. All'improvviso ebbi caldo.
«Io provo a dormire un poco», dissi lentamente, sfilandomi il mantello dalle spalle e posandolo a terra. «Spero che quella donna faccia come ci ha promesso e spero che non sia una spia del re», aggiunsi poi.
«Non credo. È più probabile che lavori per i Varden».
Scossi la testa. «Non credo».
«Forse sarebbe meglio farci un'altra chiacchierata».
Lo Spettro mi fece spazio e mi aiutò ad allestire il nostro giaciglio improvvisato, poi tirò il suo mantello sopra entrambi.
Cedetti al sonno a fatica, distratta dalle lunghe dita di Durza che erano intente a disegnare leggeri e minuscoli cerchi sopra il mio stomaco, dandomi le vertigini.

La mattina seguente mi trovai dei lividi sulle braccia, ma in compenso la donna con gli occhi di lupo non ci degnò di uno sguardo per tutta la giornata e io e lo Spettro ci adeguammo facilmente al suo atteggiamento, fingendo di non aver mai vissuto la discussione della notte precedente. Mi dissi che le cose stavano andando a posto, ma una seconda stranezza mi smentì quella sera stessa, durante la funzione.
Un attimo prima ero seduta sulla panca di pietra e un attimo dopo mi ritrovavo all'esterno, tra le braccia di Durza, che mi scuoteva ansioso.
«Arya guardami. Mi senti?»
Ma la mia mente era persa in altre immagini. Immagini che qualcuno mi aveva mandato, in barba all'anello di ametiste e alle mie difese.
Vedevo Brom, un ragazzo e un drago. Dello spesso stupefacente color zaffiro della pietra che per anni avevo portato con me.
I tre si muovevano in un luogo indefinito, venendo nella mia direzione. «Vengono a salvarti», disse una voce nella mia testa, una voce che riconobbi come quella di Fäolin. Dolce, limpida, gentile. «Resisti».
Un'altra voce, fredda, carezzevole e allarmata, mi chiamava, però da un altro luogo.
«ARYA!»
Sobbalzai e tirai un respiro furioso, mettendo a fuoco il viso dello Spettro, a pochi pollici dal mio.
«Durza», constatai.
Mi baciò sonoramente le labbra e i suoi capelli mi pizzicarono la fronte. «Cosa diamine ti è successo?»
Mi aggrappai alla sua tonaca e mi alzai a sedere. Ero sulle scale, fuori dalla chiesa e non ricordavo come ci fossi finita.
«Ho avuto una specie di visione», biascicai, ed ebbi un brivido di freddo, causato dalla mancanza del mio mantello, probabilmente.
Durza si mise a sedere sulle scale e mi tirò sulle sue gambe, strappandomi una smorfia quando strinse i lividi che lui stesso mi aveva procurato. «Sei rimasta con gli occhi sgranati per dei minuti interi. Se non avessi sentito che respiravi e il tuo cuore batteva ti avrei data per morta».
«Ho visto un drago», dissi e mi resi conto di stare sorridendo.
Le sue cosce si tesero sotto le mie. «Un drago?»
«Un drago e il suo cavaliere. Non era una semplice visione», mi affrettai ad aggiungere, «ho sentito qualcuno nella mia testa, qualcuno mi ha passato quelle immagini».
«Non è possibile» mi informò, sfiorando l'anello da sopra il guanto.
«Hanno detto che stanno venendo a salvarmi».
«Chi?»
«Il ragazzo, il drago.. e Brom».
«Temo che la tua mente ti abbia fatto un brutto scherzo, Principessa».
Aveva ragione. Io non ero in pericolo, Brom era chissà dove e io non avrei mai lasciato entrare una coscienza sconosciuta senza almeno provare ad oppormi. Eppure quella visione era stata così bella e rassicurante..
Gli occhi mi si riempirono di lacrime, senza motivo, ma mi sentivo così trasognata che quasi non me ne curai «Peccato».
Durza lo Spettro mi baciò e mi abbracciò come se fossi appena tornata dal mondo dei morti, scaldandomi e scacciando lentamente la sensazione di infelicità che mi aveva colta non appena ero tornata alla realtà.
Tornammo in chiesa solo al termine della funzione e ci beccammo uno sguardo di disapprovazione da parte di Gagnsamr.
«Ha avuto un malore e l'ho portata fuori a prendere un po' d'aria», spiegò Durza umilmente, senza spostare il braccio da intorno a me.
Il monaco non fece una piega. «Se ne occuperanno le sue compagne. Elin!» chiamò. «Bitr non sta bene, aiutatela a coricarsi».
«Sto già molto meglio, grazie» mi affrettai a dire.
Ma Elin e Tove insistettero per portarmi praticamente a braccia fino al mio pagliericcio, dove restarono vicino a me per qualche minuto, sentendomi la fronte e il battito del cuore dai polsi.
Alla fine Elin decretò che ero debole per mancanza di cibo.
«Ho notato che spesso salti i pasti», mi rimproverò.
Solo quelli di cadaveri. «Sì ho sempre avuto qualche problema con il cibo».
«Vado a prenderti del pane e del latte, domattina sarai di nuovo in forma perfetta», mi rassicurò.
«Ti ringrazio».
Mentre Elin si allontanava e dall'esterno venivano i rumori degli ultimi preparativi per la notte, Tove mi si avvicinò ulteriormente e mi guardò quasi con pietà.
«Chi è l'uomo dai capelli rossi?»
Mi colse contropiede. «Si chiama Natt ed è un novizio come me», risposi con semplicità.
Sorrise. «Sembra tenere molto a te».
Scossi una mano. «Ti sbagli».
«Non sono certo in grado di giudicare, ma dovresti dirgli di nascondere i suoi sentimenti per te. A Gagnsamr non piace e non sono ammessi altri amori oltre a quello per Dio. Potrebbe anche decidere di non ammettervi a causa della sua infatuazione».
Spiegò il tutto con pacatezza, ma non si rendeva conto delle assurdità che andava dicendo. Dovetti trattenermi dal riderle in faccia.
«Lo farò», dissi, con il suolo scopo di chiudere il discorso.
Poi mangiai il cibo che Elin mi porgeva e augurai loro buon riposo, solo per poter sgusciare in pace fuori dalla stanza, a mezzanotte.
Durza mi aspettava nella sagrestia. «Stai bene?»
«Benissimo! Scusa per prima.. sono andata fuori di testa».
Lo Spettro aprì la bocca un paio di volte, ma qualunque cosa volesse dirmi gli morì sulle labbra e decisi di non insistere.
Visto il mio delirio di qualche ora prima, sperai che la visione mi fosse risparmiata, ma venne con la solita puntualità, non appena mi assopii. Quella notte faticai a tenere la concentrazione su quello che stavo facendo: ero stanca e mi si incrociavano gli occhi. Le pareti ricolme di vetri, scatole e marchingegni di legno sembravano quasi ondeggiare insieme alla fiamma della candela e le righe scritte si sdoppiavano spesso e volentieri
Da quanto non dormivo almeno tre-quattro ore a notte? Da quando siamo arrivati alla cattedrale, mi risposi.
Fu Durza ad abbassare la maschera di orgoglio e a chiedere una pausa, non appena abbandonammo le stanze sotterranee.
«Elfa domani veniamo qui, te ti fai il tuo incubo giornaliero e poi dormiamo fino all'alba».
Fui lieta di sapere che non ero la sola ad essere ridotta così male. «Approvo.»
Arrivammo davanti ai dormitori e le nostre voci divennero un sottile bisbiglio.
«Allora a domani notte», fece lo Spettro e intravidi il biancore dei suoi denti quando sorrise.
«A domani».
Mi prese una mano e, trovandola coperta dal guanto, la voltò con il palmo verso l'alto e mi depositò un bacio sul polso, con lentezza, accarezzando le vene con la punta della lingua.
Mi ritrovai a tremare.
La notte seguente non facemmo esattamente quello che avevamo programmato di fare.
Ultima modifica di Lalli il 30 maggio 2015, 13:23, modificato 2 volte in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 30 novembre 2014, 13:04

33. Giù le maschere
Le prime avvisaglie della notte turbolenta che ci aspettava furono evidenti già dal mattino, quando vidi la donna dagli occhi di lupo a colazione. Il suo cuore batteva fortissimo e si sfregava le mani sudate, anche se per il resto sembrava tranquillissima e perfettamente padrona di sé.
Probabilmente erano dettagli che solo io e forse Durza avremmo notato.
«La donna era spaventata stamattina», mi disse infatti durante la funzione.
«Secondo te dobbiamo preoccuparci?»
«Credo che sia venuto il momento di cancellare dalla sua memoria il ricordo del nostro incontro qui dentro», rispose lo Spettro con durezza. «Magari riaffiorerà prima o poi, ma per ora ci basta che se ne stia buona per qualche altra settimana».
Mi voltai a guardarlo per capire se facesse sul serio. Non scherzava affatto.
«Potresti distruggerle la mente nel tentativo e renderla pazza per il resto della sua vita», gli feci notare.
Sollevò un sopracciglio. «Conosco perfettamente gli effetti collaterali di una simile operazione, Principessa. Ma sarai certamente d'accordo con me nell'affermare che è una soluzione meno drastica e appariscente di una pugnalata al cuore».
Annuii. «Indubbiamente. Sì, forse è necessario. Il fatto che sia imprevedibile e sconosciuta la rende solo più pericolosa e noi abbiamo bisogno di molto altro tempo qui prima di avere finito».
«Riusciresti a mandarla alle latrine dei Sacerdoti oggi pomeriggio? Sono assegnato alla pulizia dei loro ambienti per tutta la giornata e dato che sono l'ultimo arrivato quelle toccheranno sicuramente a me. Potrei risolvere la questione senza farmi notare».
Annuii di nuovo. «Se qualcosa va storto mi trovi nelle cucine».
Ridacchiò. «Di nuovo?»
«Gagnsamr è l'unico a conoscenza delle mie “condizioni”», enfatizzai l'ultima parola, «e quindi fa in modo che mi siano assegnati i compiti che ritiene meno onerosi. Per esempio non mi ha mai mandata alle scuderie».
«Credo che l'unica donna che abbia mai mandato alle scuderie sia Tove. È la figlia di un macellaio, ci sa fare con le bestie».
«Ecco perché è così gentile», borbottai, «ci rassicura come animali prima del macello. Hai fatto amicizia anche con lei?»
Alzò le spalle. «Credo che Gagnsamr le abbia detto che eravamo sposati. Dopo ogni funzione ci scruta minuziosamente da testa a piedi, come se potessimo metterci a fare gli affari nostri sotto le panche».
Non gli dissi quello che mi aveva riferito Tove stessa la notte precedente, mi sarei sentita ridicola.
«Due ore dopo il pranzo dei Sacerdoti la donna verrà da te», gli assicurai, tornando al discorso originario.
«Sarò rapido e silenzioso come un serpente».
Trovai le sue parole calzanti e le labbra mi si stesero in un sorriso. «Non ne dubito».
«Ma sarò anche gentile», aggiunse lui, «le porto via quei due minuti di ricordi e poi la rimando sottoterra. Vedrai non le succederà nulla, i veri danni si hanno quando si asportano le memorie di una vita intera».
«Non ho mai dovuto fare una cosa simile, quindi mi fido della tua agghiacciante esperienza».
«Già..» fece lui.
A mezzogiorno feci in modo di servire la donna di persona, così da poterle sussurrare all'orecchio mentre posavo la scodella di cibo davanti a lei.
«Tra due ore alle vostre latrine. È urgente».
Mi guardò solo quando tornai a servire il Sacerdote accanto a lei. Sospettosa e preoccupata, il battito del cuore nuovamente irregolare.
Mi sentii un po' in colpa per quell'imbroglio, ma la paura che parlasse prima del previsto si era fatta più forte da quando l'avevo vista inquieta, quella mattina. E poi non si trattava di una soluzione così estrema, avrebbe solo dimenticato me e Durza per qualche tempo, speravo solo il più a lungo possibile.
Alla seconda ora del pomeriggio ero intenta a lavare le stoviglie usate dai monaci per pranzare e mi ero tolta i guanti. Era disagevole stare molte ore con la stoffa bagnata contro la pelle e inoltre sapevo essere abbastanza rapida da nascondere la mano sinistra se qualcuno si fosse avvicinato eccessivamente. Ma in ogni caso chi avrebbe mai badato alle mie mani?
Mentre i monaci consumavano il loro pasto di cadavere, mi ero lavata rapidamente alle vasche della lavanderia, usando il pezzo di sapone che avevo comprato da Gamall e che avevo portato con me. I capelli fradici erano stati avvolti in un telo che Gefion mi aveva gentilmente procurato, affinché non mi congelassi totalmente. Però il calore della stanza aveva già operato bene ed erano ormai solo umidi.
Aspettavo lo svolgersi degli eventi. Non ero molto tranquilla a lasciare la donna sola con lo Spettro, ricordavo bene qual'era stata la sua ultima reazione e quella dei suoi spiriti. Non mi sarei stupita troppo se fosse venuto da me con un sorriso innocente stampato in volto e una macchia di sangue nascosta sotto i vestiti.
Gillis, il più giovane dei monaci, entrò in cucina affannato. «Una novizia è svenuta! Gagnsamr mi ha mandato a prendere Gefion, Ellin è fuori a fare commissioni purtroppo».
Ellin era la più abile in fatto di medicamenti, ma anche Gefion se la cavava bene, o almeno così mi aveva detto Mikell, premettendo che lui era in realtà più esperto di entrambe.
Quando Gefion seguì Gillis nel chiostro, asciugandosi le mani con uno strofinaccio, mi sporsi anche io sulla soglia della cucina e vidi Durza entrare nel dormitorio dei monaci con la donna dagli occhi di lupo in braccio, inerte, diretto alle scale che portavano all'infermeria.
Mi imposi di non seguire la processione di gente che accompagnava la donna svenuta e tornai ai miei doveri. Gefion tornò dopo una decina di minuti e raccontò a me, Rasmus e Stian cosa fosse successo.
«Abbiamo trovato una pila di fogli di pergamena scritti fitti sotto la sua veste, probabilmente ci ha lavorato strappando ore al sonno, poi quando è andata alla latrina si è sentita male. Fortuna che Natt era lì vicino e se n'è accorto subito. Quando ha ripreso i sensi era parecchio confusa, forse ha battuto la testa mentre cadeva a terra. Direi che per oggi è meglio che stia stesa sulla branda dell'infermeria».
«Cosa c'era scritto sui fogli?» domandai quasi distrattamente, sapendo che lei era una delle poche che sapeva leggere.
Gefion si picchiettò la testa rasata. «Non ho letto. Bitr non sono affari nostri le ricerche dei sacerdoti», aggiunse con una punta di rimprovero.
Cercai di riparare il danno. «Magari era una lettera che l'ha sconvolta», ipotizzai, «e leggerla avrebbe semplicemente significato capire il perché e confortarla com'era necessario».
«No, non vorrei mai leggere cose che non mi sono permesse e incorrere per errore nell'ira di Dio».
«Hai ragione», tagliai corto.
La verità sui fogli di pergamena mi fu svelata da Durza in persona, sussurrata in pieno svolgimento della lezione pomeridiana con Gagnsamr.
Sentii il suo torace contro le mie spalle e il suo respiro all'orecchio quando di chinò su di me. «È andato tutto bene. Quella tizia ha una mente ben difesa, ma sono riuscito a violarla dopo qualche sforzo e a dissipare i suoi ricordi di noi, anche quello di te e della tua voce. Il mancamento è una reazione comprensibile, non c'è da preoccuparsi».
«Hai saputo altro di lei?»
«Non lavora né, per i Varden né per l'Impero. Ho solo colto un paio di riferimenti ad occhi e orecchie e a segreti».
«Gefion mi ha detto che aveva della pergamena nascosta sotto i vestiti».
«Ci stavo arrivando: l'ho letta e sembrava tanto un rapporto».
«Un rapporto?»
«Bitr e Natt!» tuonò Gagnsamr, rosso in volto per la rabbia.
«Perdonaci!» esclamò Durza chinando il capo e allontanando la bocca dal mio orecchio.
Ma il monaco non si placò così facilmente e ci trattenne anche dopo la lezione, intimandoci di correggere rapidamente il nostro atteggiamento o saremmo stati espulsi.
Nella cattedrale vedemmo la donna con gli occhi di lupo disposta nel semicerchio di Sacerdoti e novizi, pallida e leggermente traballante, con un braccio stretto in quello del suo vicino, che la sorreggeva.
«Diamine», sibilò lo Spettro durante la funzione, «devo smetterla di parlarti».
«Non è colpa tua», lo rassicurai con una leggera carezza sulla schiena. «Finisci di raccontarmi, da qui il nostro mentore non ci vedrà».
«Potrebbe avere una vista migliore della mia per quanto sembra», sbottò. «Comunque non c'è molto da dirti: quella donna ha messo per iscritto i ruoli, i numeri e le abitudini dei Sacerdoti. C'è anche un accenno alla funzione dei monaci. Prima che tu me lo chieda.. Sono tornato in infermeria dopo che Gefion è andata via per leggerli, mi avevano insospettito».
«Per questo era così agitata oggi? Ha con sé un rapporto ed è una spia. Potrebbero scoprirla da un momento all'altro. Ha paura».
«Sì, ne aveva parecchia quando l'ho trascinata in una latrina con me. Le ho rimesso i fogli sotto la veste, comunque, non era il caso di lasciarli in bella vista sullo sgabello accanto al letto».
«Sei stato gentile», mi sorpresi.
«Dopo averle strappato la memoria di noi due? Direi che era il minimo. E poi vorrei scoprire per chi lavora prima o poi».
Poi un po' per gioco, un po' per sfida a Gagnsamr, mi diede un bacio sulla tempia, ricordandomi che per quella notte era previsto il riposo più totale.
«Io per riposo intendo dormire», lo informai.
«Perché che altro vorresti fare, bellezza?» mi provocò.
Scossi la testa con divertita rassegnazione.
Dopo il rito vedemmo la donna farsi sostenere dai suoi compagni novizi per raggiungere il dormitorio.
«Non parlarle e cerca di non farti vedere in volto», mi ammonì lo Spettro, «o stimoleresti quella parte del suo cervello che ora è annebbiata e i suoi ricordi tornerebbero molto più in fretta».
Poi si staccò da me e assunse un'espressione perfettamente fredda e distante mentre ci aggregavamo ai monaci, con lo scopo di evitare l'ennesima sfuriata da parte di Gagnsamr, che come al solito ci stava studiando. Quella sera notai anche lo sguardo di Tove, che guizzava da Durza a me con curiosità e un pizzico di preoccupazione, ma quando le arrivai vicino mi sorrise.
Delling non aveva appuntamento con il suo amante quella notte, quindi non appena la guardia chiuse la porta del dormitorio sacerdotale mi alzai e preparai le coperte come al solito. Teoricamente io e Durza dovevamo trattenerci in chiesa solo per un'ora -il tempo necessario per scacciare le mie visioni e poi tornare ognuno a dormire- ma ero certa che alla fine saremmo rimasti nella nicchia un po' più a lungo.
Allestimmo il nostro giaciglio come al solito e per qualche minuto restammo in silenzio, la mano del mio compagno già posata sotto il mio cuore per registrarne i battiti.
«Hai più visto draghi?» mi chiese di punto in bianco.
«Non prendermi in giro», protestai.
«Era sincera preoccupazione!» ribatté lui con plateale indignazione.
«Indubbiamente».
«Il tuo silenzio mi addolora, Elfa. Dopo tutto questo tempo credevo che fossimo diventati intimi confidenti» concluse ridacchiando.
Feci uno sbuffo divertito, ma non gli risposi. Chiusi gli occhi e sentii la mia mente sprofondare lentamente nel buio.
Rividi il drago, effettivamente. Era un'ombra che andava e veniva, intervallata dalle minacce proferite da Fäolin, ma era rassicurante, bellissima e quasi familiare.
Tornai al presente e la prima cosa che vidi furono gli occhi castano scuro di Durza socchiusi su di me.
«Va tutto bene», disse subito per rassicurarmi. Poi mano a mano che il mio respiro si calmava anche il suo sguardo si rasserenò. «Niente tremore né lacrime stanotte?»
«Credo fosse meglio del solito», risposi.
«Magari stai.. guarendo?»
«Mi piacerebbe moltissimo».
«Ti credo». Si sedette e si stirò.
Il mantello si spostò, lasciandomi scoperta dalla vita in su. Rabbrividii e mi sedetti a mia volta.
«Vuoi tornare al dormitorio?» mi informai, un po' intorpidita.
«No, sei più calda te del mio pagliericcio».
Quell'affermazione mi colse impreparata e mi svegliò all'istante. Completamente.
Tossicchiai. «Ora possiamo dormire sonni tranquilli, allora».
«Il punto è che ora finalmente possiamo dormire, Principessa».
Risi piano, premurandomi di non fare riecheggiare la mia voce nella cattedrale spoglia.
Quando tornai a guardare Durza i suoi occhi mi parvero così profondi da poter assorbire in un attimo me, la chiesa, la città stessa.. Poi caddero sotto il mio mento e si tinsero di una sfumatura più inquietante: selvaggia, incontrollabile, bruciante.
Ebbi paura dell’improvviso istinto che mi assalì, quello di buttarmi tra le sue braccia e dimenticare tutto e tutti, restai destabilizzata dal fatto che le mie labbra bruciassero per il desiderio delle sue, che la pelle mi formicolasse, bramosa delle sue mani.
L’espressione dello Spettro cambiò ancora. E un’ombra di impazienza gli oscurò le iridi.
Allungò un braccio verso di me e attorcigliò una ciocca dei miei capelli tra le dita, per poi afferrarne un’altra e ricominciare il suo gioco ipnotico, che restai a fissare in silenzio.
«Durza non..» balbettai pateticamente, improvvisamente conscia del pericolo e ritraendomi appena.
«Shht», sussurrò lui, «non scappare», mi pregò con voce vellutata.
La mano dello Spettro cadde sul mio collo ed esplorò curiosamente la mia pelle in una lenta carezza. Un brivido che non aveva niente a che fare con il freddo delle sue dita mi percorse piacevolmente la spina dorsale in un lieve spasmo.
Solo quando i suoi polpastrelli scivolarono pericolosamente verso il basso, decisi che doveva essere sufficiente.
Afferrai il polso di Durza. «Dovremmo andare».
«Magari più tardi». Mi gettò una rapida occhiata da testa a piedi, ignorando volutamente il mio turbamento. «Adesso», aggiunse con voce bassa e suadente, «voglio solo farti scivolare questo dannato vestito di dosso».
La normalità avrebbe previsto che io scattasi come una molla e gli urlassi indignata che era un lurido verme schifoso.
Ma io mi limitai ad un totalmente fuori luogo, fremito di eccitazione.
Lo Spettro si chinò su di me e le sue braccia mi circondarono senza stringermi. Sentii la punta fredda del suo naso sfiorarmi la guancia e le sue labbra ruvide graffiarmi dolcemente il filo della mandibola, spostandosi poi apparentemente per sbaglio sulla giugulare e chiudendosi in baci lenti e quasi dolorosi.
Non sapevo bene come comportarmi. Sapevo ovviamente dove volesse arrivare Durza e sapevo anche che era da parecchio tempo che ci voleva arrivare, ma il mio animo era confuso circa la risposta ai suoi desideri: una parte di me era spaventata ed impreparata, un'altra parte -quella in quel momento prevalente- voleva assecondarlo, anche se significava concedere libertà che non avevo mai concesso a nessun uomo prima a quello che era stato il mio carceriere e boia.
Travolta dalle attenzioni dello Spettro e dal rapido evolversi della cosa, ridacchiai nervosa, protestai, fremetti, gli fermai il volto tra le mani. Durza voltò rapidamente il viso contro i miei palmi e li baciò entrambi, uno dopo l’altro, poi chinò nuovamente la testa e artigliò la scollatura del mio abito con l'indice, tirandolo verso il basso insieme alla fascia.
Aggrottò la fronte alla vista della boccetta di veleno, ma poi si limitò a prenderla, posarla sul pavimento e precipitarsi a ricoprire di baci la pelle appena esposta, mentre i suoi capelli mi sfioravano il petto.
Smisi di pensare e di esitare. Un sospiro mi scivolò tra le labbra e una sensazione di languore si espanse nel mio corpo.
Le sue dita si strinsero sui miei fianchi e risalirono ad accarezzare la mia vita, il respiro alla menta di Durza mi soffiò sul viso e un istante dopo la sua bocca travolgeva la mia. Schiusi automaticamente le labbra e la mia schiena finì contro il muro, mentre gli stringevo nuovamente il viso -stavolta con l'intenzione di trattenerlo contro la mia bocca- e lo baciavo come se fosse l’ultima cosa che avrei potuto fare in vita.
Lo Spettro cominciò a toccarmi con rude sicurezza da sopra al “dannato” vestito, che mi sembrava diventato improvvisamente stretto e decisamente di troppo: seguì la curva della schiena, le gambe, il seno..
Mi sentii sciogliere, diventare di puro fuoco tra le sue mani e contemporaneamente sentivo crescere la brama dell'incendio, il senso di vuoto sotto il mio stomaco e acuirsi quella particolare tensione che si era stretta tra di noi, che a quel punto divenne insopportabile.
Con un mugugno, affondai le mani tra i capelli rossi di Durza e li scompigliai caoticamente -come da settimane volevo fare- tirandolo a me come un'amante consumata: mi sembrava che non potesse mai essere abbastanza vicino.
Lo Spettro abbandonò la mia bocca martoriata ed emise quello che parve un ringhio, poi tornò ad armeggiare bruscamente con il mio abito. Il corpetto fu rapidamente slacciato. La bocca di Durza scivolò sulle mie spalle nude e sul petto, arrossando la mia pelle di baci.
Mi ritrovai alla mercé dei suoi gesti, quasi inerme, poi incontrai le iridi improvvisamente rossicce di lui e le trovai lucide di passione e dello stesso desiderio devastante che mi stava sconvolgendo.
Volevo baciare di nuovo la sua bocca sottile, sfilargli la casacca e sentire la sua pelle nuda contro la mia, tutto insieme. Subito.
Con ogni fibra del mio essere che bruciava di desiderio, agii scompostamente, baciandolo con aggressività e insinuando le mani sotto i suoi vestiti.
Durza tremò come in preda ad una forte febbre. Con uno scatto felino mi stese sul pavimento gelido della cattedrale, lasciando il corpetto mezzo slacciato e schiudendomi le ginocchia con impazienza.
E mi sarei data a lui senza remore, davvero, ma le cose non andarono come entrambi desideravamo.
Lo Spettro si staccò improvvisamente dal bacio, ansante, le mani ancora sotto la mia gonna.
Restai con la schiena pressata contro il pavimento, le labbra dischiuse in attesa del ritorno delle sue, respirando furiosamente per riempire il vuoto di aria che si era venuto a creare. Restai imbambolata a fissare Durza, che stava inclinando il capo di lato.
In ascolto.
Sentii dei passi provenire dall'abside.
«Diamine!» sibilò lo Spettro.
Si sollevò bruscamente da sopra di me, afferrò le nostre tuniche monacali e i mantelli, e mi trascinò contro la statua di Hofud. Arraffai al volo i nostri pugnali e gli andai dietro.
«Chi è?» bisbigliai sconvolta.
«Chiunque sia ha un tempismo terribile», replicò con voce bassa, roca, impaziente.
Così terribilmente sensuale da farmi fremere.
Qualcuno dal passo instabile raggiunse l'altare. La donna.
Durza lasciò cadere i nostri abiti e prese il suo pugnale dalle mie mani. Ma la tizia si guardò intorno spaesata e se ne andò, il pugno stretto intorno a dei fogli di pergamena.
Solo a quel punto mi resi repentinamente conto di essere seminuda. Sollevai la fascia e il vestito e tirai nuovamente i lacci del corpetto.
«Arya», mormorò Durza, «è andata via». E mi baciò.
Lo staccai da me. «Aveva il suo rapporto in mano. Lo deve consegnare stanotte».
Si pettinò i capelli che gli avevo scompigliato. «Non l'ho visto».
«Be' io sì. Se qualcuno la scopre scopre anche noi, dobbiamo andarcene».
Annuì. «Va bene. Ti aiuto».
Mi diede una mano a stringere i lacci del corpetto, anche se non era decisamente necessario. La lessi come una scusa per non interrompere così bruscamente il contatto prezioso che c'era stato tra di noi.
Indossammo le nostre tuniche, tenemmo i pugnali sotto e ci avvolgemmo nei mantelli.
Lo Spettro mi porse il mio veleno. «E questo?»
«Prima non sembrava importarti più di tanto», lo liquidai, strappandoglielo dalle mani e spostandomi nella sagrestia.
«Quando hai ragione hai ragione.. Ma domani continuiamo la conversazione interrotta, che ne dici?» azzardò con tono speranzoso.
Gli sorrisi accondiscendente e mi trattenni sulla porta che dava sul chiostro per baciarlo sulle labbra e affondare un'ultima volta le dita nella sua chioma rossa, mentre l'aria notturna rinfrescava la mia pelle rovente.
Fu a quel punto che un grido angosciato mi perforò le orecchie.
Sobbalzammo entrambi.
«Chi era stavolta?» piagnucolò Durza.
Non avrei saputo cosa rispondergli, ma fui sollevata rapidamente dal compito: sacerdoti e monaci si riversarono nel chiostro come un fiume in piena, guardandosi intorno allarmati e spaesati.
Poi un uomo vestito di nero, con una benda davanti alla bocca, spuntò dalla porta della cucina, trascinando una figura recalcitrante con sé. La nostra amica spia si era fatta catturare.
Qualcuno si decise a recuperare candele e lanterne e presto l'intero chiostro fu illuminato da una luce soffusa. Io e lo Spettro strisciammo contro la parete del refettorio e ci avvicinammo al gruppo dei monaci, che, presi com'erano dalla scena, quasi non ci notarono.
Quasi.
Perché Delling sobbalzò non appena ci vide comparire alla sua destra e Stian guardò con sospetto Durza, che teoricamente avrebbe dovuto trovarsi vicino all'ingresso del dormitorio maschile, non di quello femminile.
Ma ovviamente l'attenzione generale fu nuovamente catapultata alla donna, singhiozzante e in preda al panico, che era ora bloccata da due Ombre, mentre un altro soldato mostrava dei fogli di pergamena stropicciati al Sommo Sacerdote, sostenuto come al solito nella sua lettiga.
Il cipiglio dell'uomo si indurì di minuto in minuto, più i suoi occhi scorrevano le parole vergate, e fui certa in un istante che la donna con gli occhi di lupo non avrebbe fatto una gran bella fine. Forse averla uccisa quando ne avevamo avuta l'occasione poteva essere ormai considerato un atto di pietà.
Lo Spettro mi strinse le spalle con muto incoraggiamento e poi scivolò tra i suoi compagni.
E io mi ritrovai a consolare Helsa, la giovane donna dagli occhi perennemente tristi, che era scoppiata a piangere apparentemente senza motivo.
Dopo un lungo discutere e bisbigliare, il Sommo Sacerdote si erse in tutta la sua monca statura e parlò: «Miei cari compagni e amici, stanotte abbiamo scovato una serpe che si annidava nel nostro seno. Avete davanti a voi una traditrice. Stava per consegnare questi documenti segreti», annuì in direzione dei fogli, ancora in mano all'Ombra, «ad un suo complice oltre al muro del cortile. Purtroppo egli ci è sfuggito, questo significa che questa donna dovrà pagare sulla sua carne il tributo che Dio esige anche da colui che non siamo riusciti a catturare». Fece una pausa drammatica. «Dimenticate quella che conoscete come Augyra, non era altro che una maschera per ingannarci. Ma Dio non può essere ingannato e ha provvidenzialmente tenuto sveglio Wachter che ha notato l'insolito movimento notturno della traditrice, e di questo lo ringraziamo!» I Sacerdoti si batterono contemporaneamente un pugno al petto. «Ora che la maschera è caduta», proseguì il monco, «Augyra avrà la punizione che si merita. Che sia portata negli antri della cattedrale, dove domani sarà deciso il suo destino».
La donna -Augyra era sicuramente un nome falso- aveva smesso di ribellarsi, stremata, e si lasciò condurre docilmente nella cattedrale, dove sarebbe ovviamente sparita sottoterra per mai più riemergere. O forse l'avrebbero portata in sacrificio all'Helgrind, come avevano portato Gamall l'erborista?
Riuscii solo a pensare che avevamo nascosto i suoi ricordi di noi appena in tempo.
Ci fu comandato di tornare a dormire e di non preoccuparci di nulla, dato che ormai eravamo al sicuro. Cercai lo sguardo di Durza e lui me ne restituì uno così intenso che mi riportò all'istante all'abbandono che avevo provato per lui, tra le mura spoglie della chiesa.
Poi sparì oltre alla porta e fui colta dalla certezza che quella notte, nonostante la stanchezza infinita, non sarei riuscita a dormire tanto serenamente.
C'erano le solite preoccupazioni, alle quali si aggiungeva quella per Augyra, della quale mi sentivo in qualche modo responsabile; quella per Delling e Stian, che avevano notato che io e lo Spettro eravamo fuori dai dormitori prima che il fatto avvenisse; e sopratutto quella per Durza stesso.
Non volevo sbilanciarmi con me stessa, ma dovevo ammettere di non aver mai provato un trasporto simile per nessuno, nemmeno per Fäolin, che fino a qualche settimana prima ero convinta di aver amato. Ero visceralmente attratta da Durza, dal suo sarcasmo, dal pericolo che emanava da lui, dai suoi atti di sottile gentilezza nei miei confronti, dai suoi segreti, dalla sua curiosità, dai suoi capelli rossi e dal suo corpo forte.
Era un'attrazione acerba, che non giustificava le azioni decisamente precoci di quella notte, ma c'era, ormai ne ero certa. Cosa dovevo fare? Confessargliela o tenerlo per me?
Non conoscevo esattamente i suoi sentimenti nei miei confronti, ma se la notte seguente avesse di nuovo cercato di sedurmi probabilmente gli avrei ceduto senza rimpianti.
Ero prima di tutto un essere razionale, non un animale in preda all'istinto, ma non trovavo dei freni solidi su quella questione. Certo, c'erano i più banali: Come puoi concederti ad un uomo che conosci da pochi mesi? Come puoi desiderare una carezza da quelle stesse mani che ti hanno accoltellata? Come puoi tu, figlia della regina di Ellesméra, lasciarti sedurre da Durza lo Spettro?
Forse erano validi, ma non lo erano abbastanza. L'unica risposta che mi rimbalzava in mente era: che male c'è?
Così lasciai cadere quei ragionamenti e mi dissi che si trattava di un imprevisto, scivolato tra le questioni importanti che stavo affrontando e probabilmente causato dalla gratitudine che provavo nei confronti di Durza. Forse mi sarebbe passata in fretta, forse no, ma ci avrei pensato sul momento. Mi fidavo della mia capacità di prendere decisioni.
Dovetti accompagnare Helsa al suo pagliericcio -che era di fronte al mio- e lei non smise un attimo di piangere piano, ma con sincera disperazione.
Così quello fu l'ennesimo tormento di quella notte già agitata. La giovane si svegliava spesso, singhiozzava a lungo e poi si addormentava.
Al terzo risveglio, quando mi vide chinata su di lei a chiederle se andasse tutto bene, spalancò la bocca, mi si fece vicina e sussurrò: «Questo è un posto orribile, quello che hanno fatto a quella donna è orribile. Io voglio andarmene. Vattene, Bitr, finché sei in tempo».
Poi ricadde all'indietro e piombò di nuovo nel sonno.
Mi addormentai anche io, con l'immagine di Helsa piangente in testa e la vivida sensazione dei baci di Durza sulla pelle.

Fui riscossa solo dalla campana del mattino e mi ritrovai perfettamente riposata e piena di energie, nonostante la notte un poco inquieta.
Helsa si alzò con gli occhi rossi e gonfi e, dopo aver preso l'ordine di Gagnsamr -che destinava lei alla cucina, me agli ambienti sacri e Durza all'orto e a delle commissioni pomeridiane- scappò nel cortile di servizio, stringendosi la testa rasata tra le mani.
Incontrai lo sguardo di Tove, che mi fece cenno di lasciarla stare. «A volte ha delle crisi spirituali, dovute al suo duro passato. Ma non preoccuparti, ne esce sempre», disse.
Accettai la spiegazione e mi diressi con tutti gli altri al refettorio, cercando lo Spettro tra la piccola folla.
Lo trovai intento a parlottare con Stian, entrambi corrucciati, e il mio cuore sobbalzò. Sicuramente stavano discutendo della notte appena passata, forse Stian aveva notato Durza accanto a me, aveva notato che eravamo i soli ad indossare un mantello e ne aveva tratto le sue conclusioni.
Istintivamente cercai Delling e la vidi poco distante da me, concentrata sul suo cibo. Forse era il caso di dirle che conoscevo il suo segreto, così dal dissuaderla dal rivelare il mio.
Sentii una risata e alzai di scatto la testa, per vedere Stian scostare bruscamente lo sguardo da me e tornare a bisbigliare a Durza. Qualunque cosa avesse visto e concluso non sembrava importargli granché perché il suo turbamento era scomparso.
Fermai Delling in cucina, mentre riempiva le scodelle dei Sacerdoti di latte caldo.
«Delling», dissi piano.
Lei non alzò gli occhi dal suo compito. «Ti ho vista ieri notte, con Natt. Dove eravate quando la donna ha urlato? Siete suoi complici per caso?»
«No», la rassicurai, «eravamo nel chiostro a fare quello che tu vai a fare con Wachter a notti alterne».
Le tremò violentemente la mano e un po' di latte si riversò a terra.
«Ti prego..» I suoi occhi grigi si sgranarono.
«Non dirò nulla, ma tu dovrai restituirmi il favore».
Annuì ripetutamente. «Certo, certo».
«Grazie. Bella giornata a te».
Presi tre scodelle e andai a servire i Sacerdoti.
Poco dopo Elin tornò in cucina con Helsa sottobraccio. La giovane aveva uno sguardo perso e sofferente, ma si era calmata. La facemmo sedere e le mettemmo tra le mani la colazione, in ritardo.
«Helsa ha completa fiducia in Dio», mi disse Elin sottovoce, probabilmente notando il mio sgomento, «ma ogni tanto le sue origini la fanno soffrire».
«Me lo ha detto anche Tove», risposi, «ma non conosco il suo passato».
«Perché in teoria non dovremmo. La nostra vita comincia da quando prendiamo i voti, quello che c'è prima non conta. Helsa ogni tanto lo dimentica, è un po' debole in questo».
Se avessi insistito mi avrebbe probabilmente rimproverata, quindi lasciai perdere, anche perché non potevo preoccuparmi delle sofferenze di tutte le mie compagne, non ero lì per quello.
Tuttavia Helsa mi sembrava la più infelice lì dentro, lo avevo pensato anche il primo giorno che l'avevo vista, e mi faceva pena.
Arrivò finalmente l'ora della funzione.
«Buongiorno», mi salutò Durza, rivolgendomi un sorriso radioso.
Ci sedemmo nella nostra solita panca, all'estremità opposta alla navata centrale.
«Buongiorno a te», ricambiai il sorriso, «hai parlato con Stian?»
Sollevò le sopracciglia. «Come sei arida, Elfa, non mi chiedi neanche un bacio?»
«Idiota».
Mi posò una mano sul collo e mi baciò con desiderio, intrecciando la lingua alla mia. Chiusi gli occhi e mi strinsi alla sua tonaca, sperando con tutto il cuore che la ragazzina seduta accanto a me stesse guardando da un'altra parte.
Il rito cominciò e tornammo con i piedi per terra.
«Ho parlato con Stian», confermò lo Spettro.
Strinsi la sua mano. «E..?»
«Si è congratulato con me e ha detto.. vuoi le testuali parole? “Anche io perderei volentieri un paio di ore di sonno per quella”».
Sbuffai con muta rassegnazione. «Ma davvero? Si è congratulato con te?»
«Anche io mi sarei congratulato con me», mi informò ghignando.
Ignorai l'allusione. «Delling non dirà nulla, ma ci credeva complici della donna dagli occhi di lupo».
«Quella sciocca. Probabilmente ha cercato di fare quello che doveva fare, ma era ancora confusa».
«Per colpa nostra», aggiunsi.
«Per colpa nostra», concesse, «ma almeno se ora scaveranno nella sua mente dovremmo essere al sicuro».
«La mia maggiore preoccupazione va alle stanze sotterranee. Saranno più sorvegliate del solito adesso che hanno una sorta di prigioniera là sotto? Nessuno ha più parlato di lei, quindi immagino che sia ancora nelle mani dei Sacerdoti».
«Credo che la uccideranno presto».
«O la tortureranno per strapparle informazioni su chi l'ha mandata», ipotizzai.
«Probabile anche quello, ma in ogni caso faremo più attenzione. Non possono tenerla in quelle stanze ricolme di begli oggetti e pergamene, di sicuro c'è un'altra stanza, oltre a quella presidiata dalle guardie, quindi avremo ancora libero accesso alla parte che ci interessa».
«Lo scopriremo stasera».
«Sarà la giornata più lunga della mia vita», concluse Durza, accarezzandomi il ginocchio con malcelata malizia.
La sua aspettativa e impazienza per la notte mi contagiò e separarmi da lui fu quasi penoso. Non era una sensazione nuova, ma fino al giorno prima non le avevo mai attribuito il significato che assumeva a quel punto, dopo gli eventi della notte precedente.
Per tutta la mattina fui un poco distratta. Pensavo a casa mia, ai sotterranei, a Helsa, a Augyra e al suo mandante, che mi era ancora ignoto. E allo Spettro, ovviamente, anche se cercavo di non farmi distrarre dal ricordo del fuoco che avevo visto nei suoi occhi.
Lo rividi, allegro come un bambino, durante il pasto di mezzogiorno, poi fui impegnata a lavare coppe dal sangue dei Sacerdoti e a pulire il pavimento della chiesa per tutto il pomeriggio.
Fu mentre ripulivo l'altare dal sangue che ebbi una seconda visione ad occhi aperti. C'erano di nuovo il drago, Brom e il ragazzo, che venivano verso di me avanzando in uno spazio senza confini. Ed era così vivido, così reale, che quasi allungai una mano per toccarli.
«Bitr stai bene?» mi chiese Rasmus toccandomi una spalla.
Le dita serrate agli angoli dell'altare, ero immobile e rigida, la bocca dischiusa e lo straccio abbandonato sulle mie ginocchia.
Dissi che avevo avuto un capogiro e allontanai Rasmus con gentilezza, però decisi di riferire a Durza ciò che avevo visto, non poteva essere di nuovo uno scherzo della mia mente. O almeno speravo.
Ma l'uomo che sedette accanto a me durante la funzione non aveva nulla di quello che aveva chiesto un bacio, quella mattina.

[Durza]
Gagnsamr lo mandò alla bottega del taglialegna, a esigere il carico di legna che avevano richiesto ormai una settimana prima, quando Arya si era allontanata dal gruppo per recuperare i pugnali, come gli aveva raccontato.
Avrebbe impiegato circa mezzora a raggiungere le mura esterne della città, dove la bottega del taglialegna giaceva, condividendo una parete con esse. Il monaco aveva mandato lui, anche se non conosceva il posto, perché era il più alto di tutti i monaci e lo scopo di quella visita voleva essere intimidatorio. La chiesa aveva già versato un anticipo per la legna, ma essa non si era ancora vista e quindi andava là per protestare.
In parte ne era felice, perché l'ambiente bigotto della cattedrale minacciava di soffocarlo, a volte, ma in parte era inquieto, perché non gli piaceva allontanarsi troppo dalla sua Elfa.
Sorrise tra sé. Quasi sua.
Non si raccapezzava del fatto che quella donna fiera e altera fosse stata sul punto di offrirsi a lui e non riusciva a descrivere la gioia feroce che aveva provato quando Arya aveva sospirato ai suoi baci e lo aveva ricambiato con ogni pollice del suo corpo che trasudava desiderio.
Non riusciva a descriverla, ma poteva rievocarla. E anche in quel momento gli trasmise un tremito nel tiepido pomeriggio assolato.
Si era vergognato delle sue azioni quando aveva realizzato di averla illusa di essere un tipo di uomo, quando in realtà stava ancora indossando la sua maschera. La vergogna, però, stava rapidamente sfumando nel panico.
Il panico non completamente sconosciuto, ma da tempo assente, di perdere una persona cara.
Il sorriso si spense repentinamente dal suo volto, sostituito da un'espressione corrucciata. Quel tipo di paura lo aveva tormentato quando era ancora un semplice umano e si era visto strappare dalle mani la sua vita, il padre, la madre, la sorella e infine Haeg, lasciandolo solo al mondo. Ma quello era un tipo di paura particolare, dove la perdita quasi non dipendeva da lui: i suoi cari potevano essere portati via da chiunque avesse la forza di farlo.
Con Arya invece si trattava di un terrore diverso: rischiava lui stesso di allontanarla da sé con le sue stesse mani, con i suoi atteggiamenti e le sue bugie.
Si era affezionato alla Principessa elfica più di quanto volesse e potesse ammettere e non riusciva ad immaginare come potesse diventare la sua vita senza di lei.
Vuota, indubbiamente.
Era da tempo che metteva in discussione la validità dei suoi propositi, e se aveva cominciato a farlo era principalmente per colpa sua. Il suo primo obiettivo, quando aveva evocato gli spiriti sotto il sole cocente, era stato quello di sterminare i predoni che avevano massacrato la sua famiglia. Tutti loro e tutta la loro discendenza, fare sparire il loro sangue lercio da quelle terre.
Non ci era riuscito, ovviamente, e aveva scatenato una caccia all'uomo, che lo portava ormai da anni alle calcagna di Ajihad, al quale aveva già portato via la moglie, ma non ancora la figlia.
Quello era il punto focale della sua rabbia: i discendenti di quegli assassini vivevano insieme e avevano costruito ciò che a lui era stato strappato. E non aveva mai potuto sopportarlo.
Su quella linea si era basato il piano con cui aveva lasciato Gil'ead: trovare un modo per annullare i poteri degli Eldunarí -che riuscivano a passare oltre al cerchio di ametiste- e allo stesso tempo ingannare l'Elfa in modo da prenderle qualche informazione e asservirla, poi avrebbe deposto Galbatorix, preso il trono e attaccato i Varden, che, sopraffatti, avrebbero ceduto alle sue richieste e gli avrebbero consegnato il loro capo e sua figlia. Vivi.
Quello era appunto il piano.
Ma poi Arya aveva cominciato a incrinare la sua, di maschera, e a mostrare la debolezza e la bellezza che vi si celava sotto e lui si era ritrovato a pensare che, invece di seguire la vendetta per la sua famiglia perduta, avrebbe forse potuto trovare pace nel formarne un'altra, tutta sua.
A quei pensieri seguiva la paura. La paura di avere di nuovo qualcuno da perdere, qualcuno per cui provare delle debolezze, qualcuno che lui non sarebbe mai riuscito a proteggere e che sarebbe indubbiamente caduto tra le ombre.
Certo per anni aveva intessuto una sorta di instabile amicizia con Alba ed erano stati anche amanti, una o due volte, forse anche tre. Ma non aveva stabilito un legame particolarmente profondo con la sua serva, era troppo contraddittoria, alternava sbalzi di umore spaventosi ed era palesemente disturbata al punto di non ritorno.
Arya invece era stata magistrale. Lo aveva legato a sé piano piano, un pezzetto alla volta, sciogliendosi e facendolo sciogliere, e quando finalmente se n'era accorto era ormai troppo tardi. Era perso di lei, e probabilmente nemmeno per quello c'era ritorno.
A quel punto non gli rimanevano molte scelte: o lei o la vendetta e il potere. E non era pronto a rinunciare a nessuno dei due. Forse se ne avessero parlato avrebbero trovato un compromesso, perché era certo che anche lei provasse un qualche attaccamento nei suoi confronti, ma c'era l'alta possibilità che lei fuggisse alla scoperta di tutte le cose che le aveva celato, di tutte le bugie che aveva intessuto per nasconderle il suo vero piano.
Non voleva che se ne andasse, ma non era disposto a buttare via tutti i piani che aveva fatto in una vita solo per una donna. Anche perché se avesse rinunciato al trono, qualcun altro lo avrebbe reclamato per sé, insieme a tutti i cuori dei cuori appartenuti al sovrano, e a quel punto sarebbe stato nuovamente alla mercé di qualcuno di più grande e potente di lui e sarebbe tornato il ragazzino che piangeva, nascosto alla vista, mentre la sua famiglia veniva massacrata sotto i suoi occhi impotenti.
E Arya.. non poteva perderla! Cominciava però a rendersi conto che, qualunque fosse stata la sua scelta, l'avrebbe perduta comunque.
Basta fare il codardo!
Le avrebbe parlato. Le avrebbe vomitato addosso tutte le nefandezze della sua anima nera e per il tempo necessario a finire l'elenco era sicuro che lei si sarebbe già dileguata.
Ma non poteva costruire un castello su delle bugie. Tutte le maschere, prima o poi, cadevano. Per sbaglio, per distrazione, per logoramento, per un incendio.. era una verità senza scampo.
Avrebbe detto la verità e avrebbe corso il rischio. Non aveva più le forze di ingannare l'Elfa, voleva baciarla, amarla e dimenticare il mondo nella curva elegante del suo collo. Una, due, mille volte..
Alla bottega del taglialegna trovò solo una ragazza, la figlia, che gli assicurò che il legname sarebbe arrivato entro sera. La ragazza sembrava esausta e, viste le ampie spalle che il vestito celava a malapena, doveva aiutare spesso il padre nel suo lavoro, oltre che a badare alla casa.
Tuttavia quando intravide una fornace all'interno della bottega faticò a nascondere lo stupore.
La indicò alla ragazza. «Credevo fosse la bottega di un taglialegna, non di un fabbro».
«Mio padre era un fabbro, signore. Il mio patrigno è taglialegna, ma io porto avanti l'attività della mia vera famiglia».
«Sei tu a forgiare..?»
«Tutte le spade dei soldati imperiali. Sono molto brava», disse orgogliosa.
Fece un cenno di sorpresa. «Incredibile, complimenti».
«Sei gentile».
«Sei sola?» le chiese poi, distrattamente.
Si fece sospettosa. «Cosa vuoi dire?»
«Tua madre dov'è?»
«Oh è morta di febbri lo scorso inverno».
Mentiva. Strano.
Provò a sfiorarle la mente e si trovò respinto da un solido muro. La figlia di un taglialegna, anzi di un fabbro, con abilità magiche?
La giovane brandì un lungo bastone di legno e gli fece cenno di andarsene. «Non so chi tu sia, ma devi lasciarmi in pace».
Lo Spettro sollevò le mani e le sorrise con una punta di sarcasmo. «Sono un monaco, ragazzina, non hai nulla da temere da me».
«Preferirei che te ne andassi», replicò un po' spaventata. «Ti giuro che la legna arriverà prima del tramonto, ma ora va'».
Durza la guardò attentamente, perché era certo di voler ricordare quella figura in futuro. Era comune: altezza media, capelli lisci -ma non della stessa seta di quelli di Alba- e castano chiaro raccolti in una crocchia, occhi piccoli e di un colore leggermente più chiaro dei capelli e folte sopracciglia che davano una forte espressività al suo volto tondeggiante, ancora da bambina. Osservò le sue braccia e vide forti muscoli guizzare sotto la stoffa e poteva quasi indovinare i calli sulle sue mani. Forgiare armi non era decisamente un mestiere adatto ad una fanciulla.
Le fece una riverenza, senza poter evitare di fare una smorfia ironica, e se ne andò.
Non erano molti quelli capaci di difendere la propria mente, anzi..
Un forte bruciore all'altezza del cuore lo fece sobbalzare. Toccò la catena d'argento che sosteneva il ciondolo a forma di sole e si affrettò a trovarsi un vicolo buio dove poter ricevere quello che sicuramente era un messaggio di Alba e che lo raggiungeva con un tempismo perfetto, proprio nel momento in cui era fuori dalla cattedrale.
L'immagine tremolante della sua serva fu applicata ad una pozza di acqua, residuo della neve ormai sciolta.
«Mio signore ho notizie per te, posso parlarti liberamente?»
«Certo, ma fai in fretta».
«Una banda di Urgali ha localizzato il cavaliere, il suo drago e Brom. Il ragazzo ne ha uccisi molti ma due sono riusciti a mettersi in contatto con me».
Durza si mosse inquieto. Aveva ordinato agli Urgali di riferire direttamente ad Alba perché lui non poteva ricevere messaggi ad ogni ora del giorno, ora che era relegato nella cattedrale, e non era sicuro che quei bestioni avrebbero capito di dover ritentare fino a che non avesse dato loro udienza.
«Dove sono?» domandò.
«Vicino a Teirm, in direzione del lago di Leona».
«Di già..»
«Te lo aspettavi?»
«Sì prima o poi sì, era un altro motivo per cui volevo essere qui. Il ragazzo sta sicuramente seguendo i Ra'zac e le loro tracce lo avrebbero portato a Dras-Leona in un modo o nell'altro».
«Come sta andando per ora? Hai già ottenuto un'alleanza dai Sacerdoti?»
«Diciamo che per il momento sto solo cercando di sottrarre loro qualcosa», abbozzò.
Il viso grazioso della sua interlocutrice si accigliò. «Di questo non mi avevi parlato». Fece una lunga pausa. «E l'Elfa?»
«Sotto controllo», disse, ma non credeva neanche lontanamente a quello che stava dicendo.
«Durza tu mi stai nascondendo qualcosa, non è vero?»
«Sì», ammise bruscamente, «te ne parlerò non appena faremo ritorno».
Sibilò. «Io la voglio uccidere».
«Me ne ricordo perfettamente».
«E tu dovrai lasciarmelo fare. Era nel nostro patto».
«Il nostro patto risale a ormai quattro mesi fa, da allora molte cose sono cambiate» le fece notare.
«Non per me, mio signore». Lo guardò a lungo in silenzio. «Credevo che avrei potuto fermarti, ma ormai è troppo tardi. Ricordi queste mie parole?»
Lo Spettro sentì lo stomaco fare una capriola. Le ricordava benissimo. Gliele aveva rivolte la notte in cui lo aveva recuperato, febbricitante, dalla cella di Arya. Quando lei lo aveva curato invece di ucciderlo.
Ricordava anche di aver riso a quella sua affermazione, non capendola.
Alla luce dei nuovi eventi assumeva tutt'altro significato.
«Vedo che ricordi. E allora ricordati anche questo: lei non potrà mai e poi mai perdonarti ciò che le hai fatto, come tu non potrai mai perdonare agli antenati di Ajihad ciò che hanno fatto a te. Pensaci, prima di fare sciocchezze. Non potrai mai avere la principessa degli elfi, il suo primo e unico desiderio sarà quello di ucciderti».
Durza spezzò il contatto con un lento gesto della mano e indossò nuovamente il ciondolo. Non voleva darle la soddisfazione di vedere quanto le sue parole gli avessero fatto male.
Durante la funzione quasi non ebbe il coraggio di alzare gli occhi su Arya e quando lo fece fu solo mentre erano in fila per ricevere il segno. La vide ferita e preoccupata e si dispiacque di doverle causare ulteriore sofferenza quella notte.
«Dopo dobbiamo parlare».
«Di cosa?» chiese dolcemente, con quel suo timbro particolare di voce.
«Tante cose. Ci vediamo nella sagrestia come al solito».
«E la nostra ricerca?»
«Due giorni di pausa non ci uccideranno, non credi?»
Annuì titubante.
Avrebbe voluto stringerla a sé e baciare le sue labbra di rosa, ma sentiva le braccia di legno e il sapore della sabbia in bocca. La sabbia che lo aveva quasi soffocato il giorno prima dell'evocazione che lo aveva trasformato in un mostro, salvandolo dalla disperazione.

[Arya]
Durza non mi aveva detto nulla durante il rito, anzi, quasi non mi aveva guardata. Mi voleva parlare, così aveva detto, ed io ero preoccupata. Cos'era cambiato nelle ultime ventiquattr'ore?
Faticavo a mantenere regolare il mio battito cardiaco quando aprii la porta della sagrestia e quello scarso minuto che attesi mi parve infinito.
Quando arrivò, lo Spettro non mi sorrise e non mi disse nulla. Poggiò la schiena alla porta e rimase immobile.
«Andiamo in chiesa?» Proposi sulle spine. «Qui non riesco nemmeno a vederti».
«Andiamo».
Non ci nascondemmo nella nostra solita nicchia. Durza mi portò sulle panche in fondo, mi fece sedere e cominciò a parlare, piano, con voce monocorde, quasi distante.
E in pochi minuti aprì una voragine di dolore sotto i miei piedi.
Mi disse tutte quelle verità che a lungo mi aveva taciuto, quelle che avevo sempre sentito sospese tra di noi ma che per convenienza non mi ero mai preoccupata di affrontare.
Partì dai veri scopi di quella missione: sconfiggere il re con il mio aiuto, sì, ma anche prendere il suo trono dopo e costringere i Varden alla resa poi. Aveva dei conti in sospeso con Ajihad e aveva intenzione di uccidere sia lui che Nasuada, ma non entrò nei dettagli.
Finito quello passò all'argomento che sul momento mi sconvolse di più: mi aveva mentito a Taurida e mi aveva mentito quando Alba lo aveva contattato. L'uovo di cui ero custode era arrivato a Brom e lui ne aveva trovato il cavaliere. Le visioni che avevo avuto non erano uno scherzo della mia mente malata, erano la verità. Brom e il cavaliere erano in viaggio verso Dras-Leona, sulle tracce dei Ra'zac che più di un mese prima avevano attaccato la casa del ragazzo e ucciso suo zio.
Le parole di Durza si spensero nel silenzio.
Mi resi improvvisamente conto di essere tesa come una corda d'arco e di avere la mascella così contratta da far sfregare i denti tra di loro.
«Mi hai mentito», sentenziai con freddezza, «e io ti ho creduto come una sciocca. Non credo che farò mai più questo errore».
Mi alzai. Volevo andarmene da lì, mi sembrava che i muri severi della chiesa potessero crollarmi addosso da un momento all'altro.
«Ora ti ho detto la verità», soffiò lui. E io mi chiesi dove fosse finita la voce suadente e melliflua di Durza lo Spettro, non ne trovavo traccia in quella tremante che avevo appena udito.
«Magari avresti dovuto dirmela prima che mi alleassi con te, non credi? Io non ti permetterei mai di asservire il cavaliere, uccidere Ajihad o prendere le redini di questo regno. E, fidati, se mi avessi premesso queste cose quando mi hai chiesto di partire con te, non avrei mai accettato e sarei morta, folle e denutrita nella mia cella».
Cercò i miei occhi, ma io li spostai di lato. Stavo trattenendo tantissime emozioni dentro di me -rabbia, delusione, umiliazione, sofferenza- e tuttavia sapevo che lui le avrebbe lette tutte, dalla prima all'ultima. Per l'ennesima volta ero nuda e indifesa davanti a lui e ebbi di nuovo la tentazione di scappare.
«Devi credermi quando ti dico che mi dispiace».
«Non posso credere a nulla di ciò che mi dici, potrebbero essere altre fesserie, per quello che mi riguarda».
Picchiettò sulla panca accanto a sé. «Siediti, ti prego».
Sedetti su quella di fronte a lui e sfuggii nuovamente ai suoi occhi.
«Puoi guardarmi», aggiunse, «essere bugiardi non è contagioso».
Non lo feci. «Dimmi quello che hai da dirmi. Domattina io me ne vado».
«Non puoi».
«Eccome se posso. Hai intenzione di trattenermi con la forza, Spettro? Sinceramente non credo di meritarlo».
Vidi con la coda nell'occhio che allargava le braccia. «Non ti costringerò a fare nulla che tu non voglia, Principessa, ma se ti lasciassi andare ora cercheresti di fermarmi e io non posso permettermelo. Ti garantisco che non ti farò del male, ma non sarai libera fino a che non sarà tutto finito».
Trattenni l'istinto di strapparmi i capelli per l'esasperazione. «Allora riportami a Gil'ead. È lì il mio posto. Se non sono tua alleata torno ad essere la tua prigioniera».
«Puoi ancora essere mia alleata».
«Peccato che io non voglia. A meno che tu non cambi i tuoi piani».
«Non posso rinunciare alla mia vendetta se è quello che stai pensando, e nemmeno al potere».
«Hai mai pensato che io ho rinunciato alla mia nei tuoi confronti per unirmi a te in questa missione?»
Ammutolì. No, non ci aveva pensato affatto.
«Tu sei migliore di me» disse infine.
«E dunque hai pensato bene di approfittarne» sibilai aspramente.
«Sono cambiate delle cose, Elfa. Tu mi piaci».
«Sì, l'ho notato», osservai sarcastica.
«Non fraintendermi. Sei bellissima, ma non è solo.. Puoi guardarmi almeno adesso?» Lo ignorai. «Arya, maledetto mulo cocciuto! Guardami!» Mi afferrò per il mento e mi costrinse nei suoi occhi. Li fissai, indignata per la metafora.
«Tu mi piaci», ribadì con sincerità disarmante, «e so che è reciproco. Ieri notte..»
«Non eri tu l'uomo che ho baciato ieri notte».
Mi lasciò il viso e si strinse il suo. «Non troveremo mai un compromesso, vero?»
«Durza io non andrò contro tutto ciò che ho sostenuto in tutta la mia vita solo perché ti..» mi fermai. «Potrei perdonarti le bugie», aggiunsi titubante, «perché non sono così stupida da negarmi la felicità per dei risentimenti. Ma non diventerò un'altra persona per te».
Mi alzai. Ed era una scelta definitiva.
Lo Spettro fece lo stesso. «Io continuerò a cercare là sotto», accennò all'altare, «ma non ti costringerò ad aiutarmi. Tuttavia non cercare di ostacolarmi o di andartene, perché nemmeno io cambierò per te».
Alzai il mento. «Bene. Buonanotte».
«Aspetta, i tuoi incubi..»
«Non mi importa. Per una notte le mie compagne si adegueranno».
«Arya posso ancora fare questa cosa per te» mi informò, e c'era una tale passione nel suo sguardo che per un attimo mi sembrò che nulla fosse cambiato.
«No, preferisco starti lontana per un po'».
Restammo in silenzio a fronteggiarci per qualche istante, poi mi decisi ad andarmene, con il cuore straziato e la gola che bruciava a causa delle lacrime a stento trattenute, che da un pezzo mi bruciavano bollenti negli occhi.
Scivolai tremando nel mio pagliericcio e mi ripiegai su me stessa. Nonostante nella vita avessi sempre cercato di tenere una certa distanza dai miei sentimenti e dominarli con la ragione, in quel momento mi sentivo a pezzi, dilaniata.
Non mi avevano forse avvisata di non fidarmi delle promesse di uno Spettro? Avevo voluto vedere l'uomo nascosto dietro il mostro e avevo finito per dimenticarmi che il mostro c'era, e non se ne sarebbe mai andato.
Forse provava dei sentimenti per me, ed era bello, ma non valeva nulla se né io né lui eravamo in grado di rinunciare a qualcosa per venirci incontro. Andargli incontro significava rinnegare tutti gli insegnamenti con cui ero cresciuta e in cui credevo profondamente e non lo avrei fatto, mai e poi mai. Perché i miei principi erano giusti e non li avrei calpestati per niente e nessuno.

Fu con estremo stupore che mi svegliai con il suono della campana mattutina nelle orecchie.
Persino il mio incubo notturno mi aveva abbandonata.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 7 dicembre 2014, 12:25

34. Fughe
La colazione sapeva di fango, quel mattino.
Elin fu la prima a guardarmi in faccia e a dirmi che ero pallidissima. Riuscii a convincerla che stavo bene e lei mi lasciò stare, incaricandomi di prendermi dieci minuti per pregare Dio di preservarmi dalla malattia.
Ovviamente, solo Dio poteva salvarmi.
All'ora della funzione sedetti rigida accanto a Durza, ma non gli dissi nulla, mi limitai ad un cenno del capo che stava per un “buongiorno”. Le buone maniere non le avevo ancora dimenticate, ma il dolore e l'umiliazione della notte si erano tramutati in furia gelida e l'affetto in rancore.
Per quel motivo accolsi con fastidio il suo profumo di menta, che masticava anche in quel momento, e le occhiate che mi rivolgeva praticamente ogni minuto. Per un attimo fui sul punto di voltarmi e di dirgli di smetterla, ma in tutta sincerità avevo paura di cosa avrei trovato nei suoi occhi inquieti.
Mi ritrovai comunque a farlo al termine della funzione, quando il Sommo Sacerdote si fece portare davanti a tutti i fedeli e prese la parola.
«L'altra notte è stata trovata una criminale all'interno della cattedrale e dopo un processo davanti a Dio, Egli ha stabilito che la donna che risponde al nome di Augyra dovrà essere giustiziata tra due giorni, durante la processione ai picchi sacri».
Nel lungo silenzio che seguì io incrociai gli occhi sgranati di Durza e rimasi in attesa delle seguenti parole del Sacerdote, che però si guardò intorno ancora a lungo prima di concludere.
«Augyra», scandì bene il nome, «verrà lasciata nelle mani di Dio».
Poi dichiarò terminato il rito e i fedeli cominciarono a disperdersi, bisbigliando eccitati.
«Aspettava che qualcuno si facesse avanti.. un familiare o un complice, per chiedere la salvezza della donna» fece lo Spettro, più tra sé e sé che a me in particolare, riferendosi al lungo e quasi inopportuno silenzio del monco.
Durante il giorno ebbi più volte la fortissima tentazione di scappare.
Forse avrei perso i miei poteri per sempre -perché Durza non mi aveva ancora sciolta dall'anello di ametiste, né lo avrebbe mai fatto- ma almeno avrei potuto dire concluso quell'incubo che durava ormai da.. quanto? Quattro mesi? Forse di più.
Potevo correre a sud, varcare i confini del Surda e avviarmi con più calma al covo dei Varden. Lo Spettro non mi avrebbe seguita fino in capo al mondo. O forse sì. Non poteva permettersi che qualcuno sventasse i suoi piani.
E a proposito dei suoi piani: in fondo sapevo che sarei stata costretta a restare, anche solo per tenerlo d'occhio. Il cavaliere sarebbe venuto a Dras-Leona, alle calcagna dei Ra'zac, e lo Spettro avrebbe cercato di asservirlo, per poi attaccare il sovrano, cercare di sottrargli il potere e infine uccidere Ajihad per una faida antica che aveva con la sua famiglia.
Non approvavo nemmeno una di quelle azioni -se non la sconfitta del re- ed ero l'unica persona al mondo che avrebbe potuto fermarlo o anche solo distrarlo o ostacolarlo e ancora una volta ero vincolata dalle mie responsabilità.
Potevo fingere di assecondarlo, aiutarlo a trovare un modo per configgere Galbatorix e una volta reso innocuo il re nero impedirgli di prendere il trono. O lasciarglielo prendere e sconfiggerlo poi. Durza avrebbe recuperato tutto il potere che aveva il sovrano? Lo Spettro mi aveva lasciato intuire che esso derivasse dal suo drago. Su quello si concentravano le nostre ricerche notturne: draghi e magia, ma probabilmente non bastava uccidere Shruikan o lo avrebbe fatto già da un pezzo.
Durza rappresentava in quel momento la mia unica speranza, sebbene flebile, di deporre Galbatorix. Al momento giusto avrei potuto sfruttare l'influenza che ormai sapevo di avere su di lui, avvicinarmi e trapassargli il cuore con il suo stesso pugnale.
L'idea mi faceva soffrire immensamente e sarebbe stata molto difficile da attuare, anche perché una parte di me mi avrebbe probabilmente ordinato di stringerlo invece che di ucciderlo, e io avrei dovuto ignorarla, aggrappandomi alla mia rabbia.
Alla fine avrei fatto ciò che dovevo, a qualsiasi prezzo, come sempre.
Continuai a pensare con tutta la freddezza e la razionalità di cui ero capace, mentre svolgevo il mio compito nelle vasche di acqua gelida della lavanderia. E a fine giornata avevo preso la mia decisione
Alla funzione della sera il Sommo Sacerdote ripeté l'annuncio e di nuovo aspettò qualcuno che si facesse avanti. Non lo fece nessuno e dopo aver riassettato gli ambienti ce ne andammo a dormire.
Giacqui sveglia fino a che non sentii la campana di mezzanotte e il fruscio dei passi della guardia sparire nel suo dormitorio.
Poi sentii un altro fruscio, così lieve da essere quasi impercettibile, ma che conoscevo a memoria: i passi di Durza. Non era più necessario che andasse in chiesa a mezzanotte perché io non gli avevo certamente promesso che sarei andata con lui, ma probabilmente pensava che io avessi ancora i miei incubi e che quindi avessi bisogno di lui.
Be', non era così, o almeno forse non era così. La notte precedente ero stata risparmiata ma quella che veniva era un'incognita. Per quello non ero riuscita a prendere sonno fino a quel momento, avevo paura.
Attesi ancora una buona mezzora, prima di trascinarmi fuori dal pagliericcio, indossare il mantello e incamminarmi silenziosamente verso la sagrestia.
Trovai Durza steso su una delle panche di pietra in fondo alla cattedrale, le mani incrociate dietro la nuca e gli occhi chiusi. Mi stesi sulla panca davanti a lui e mi strinsi nel mantello.
«Credevo che non saresti venuta» disse dopo qualche minuto.
«Vengo con te» lo informai.
«Sottoterra?»
«Sì».
Parve riflettere «Non metterti contro di me, Principessa».
«Spero solo di farti cambiare idea».
«Temo non succederà».
«Allora avrò sprecato un altro paio di mesi di vita, tanto ormai..»
Sospirò. «Come desideri».
«E poi potremmo ritrovare Augyra là sotto» abbozzai. «Voglio sapere cosa le hanno fatto».
«La tua memoria non manca mai di stupirmi» osservò.
Non risposi. Mi avvolsi stretta nel mantello e mi costrinsi ad appisolarmi, certa che nonostante tutto mi avrebbe svegliata.
Recuperai la percezione della realtà quando lo Spettro si alzò dalla panca.
«Tra poco ci sarà il cambio della guardia» disse torreggiando su di me, gli occhi sgranati per la sorpresa.
Lo anticipai in una nicchia, diversa dalla solita, dove mi sedetti a terra.
Il mio compagno mi stava guardando fisso, mettendomi quasi in imbarazzo.
«Non so perché» ammisi controvoglia, riferendomi all'improvvisa assenza di incubi notturni.
Fece una smorfia. «Sei guarita».
«Sembri quasi dispiaciuto».
E forse in parte lo era, perché aveva perso un qualche potere su di me: non mi era più necessario, ero libera.
Lo Spettro chinò il capo, pensieroso, ma non mi contraddisse.
Scendemmo con maggiore cautela quella notte, perché nessuno dei due andava nelle stanze sotterranee da quando la donna era stata catturata e non sapevamo se ci fossero delle nuove disposizioni e nel caso quali.
Ma in effetti non trovammo nulla di insolito. La lanterna con la grossa candela rossa era al suo posto in fondo alle scale e le sale oltre al corridoio erano deserte, mentre sicuramente i soliti venti uomini facevano la guardia oltre l'ultima porta.
Riprendere la ricerca fu in qualche modo benefico per il mio spirito turbato. Tornavo finalmente a fare qualcosa di utile per il mondo e Durza era solo l'uomo a cui dovevo chiedere consulenza, non quello per cui provavo sentimenti scomodi o quello che avrei dovuto ingannare sfruttando quegli stessi sentimenti.
Circa tre ore e tre coppie di candele dopo, era ormai ora di riemergere nel chiostro, onde evitare scontri con i Sacerdoti e i loro riti del mattino. Tuttavia.. occhieggiai alla massiccia porta che doveva esserci in fondo alle sette stanze, dietro la quale c'erano le guardie e forse anche la donna dagli occhi di lupo.
Durza seguì il mio sguardo e un'espressione di sfida gli deformò il volto. «Andiamo a dare un'occhiata?»
La curiosità mi fece formicolare le gambe. «Perché no?»
Lo Spettro inumidì indice e pollice e spense la sua candela. «Meglio evitare di fare troppa luce» affermò, facendomi segno di seguirlo con la mia e spostandosi nella terza stanza.
Non ci eravamo mai avventurati oltre e mentre ci muovevamo mi guardai intorno, trovando all'incirca gli stessi oggetti che tappezzavano le prime due sale. Qualche parete era coperta di ricchi arazzi e urne preziose ma puramente decorative giacevano su mensole e scaffali o appese a dei ganci.
Quando la massiccia porta di legno e ferro fu in vista rallentammo contemporaneamente i respiri e alleggerimmo ulteriormente i passi. Posai un orecchio sul portone ma non udii niente di diverso dai respiri e i battiti dei cuori di venti persone circa. Quella porta era parecchio spessa e se Augyra si trovava in una stanza ancora oltre non l'avremmo mai sentita.
Scossi la testa in direzione di Durza, anche lui attaccato alla soglia, e poi retrocedetti verso le scale.
«Nemmeno le porte della città sono così spesse» borbottò lo Spettro. «Potrebbero nascondere un drago là sotto e noi non ce ne accorgeremmo nemmeno. Potrei sempre fare un incantesimo ma..»
«Meglio di no» tagliai corto. «Vuoi darmi il pugnale o preferisci riportarlo al dormitorio?»
«Oh» fece lui, precipitandosi a sganciare la fodera di Sole e porgendomelo con gli occhi bassi.
Mi arrampicai sulla statua di Hofud e nascosi entrambe le lame nel solito incavo. Come se nulla fosse cambiato.
Ci affrettammo ai nostri dormitori, dove ci separammo con un poco di imbarazzo, in silenzio.

Era passata un'ora esatta quando la campana della Sagrestia trillò. Helsa, di fronte a me, si alzò con un sobbalzo, guadagnandosi un'occhiata gentile da parte di Tove e una infastidita da parte di Elin. Gefion sbadigliò sonoramente e Delling evitò di guardarmi in volto, come faceva sempre da quando le avevo imposto il silenzio, praticamente ricattandola.
Gagnsamr era teso quella mattina, come anche la precedente. La presenza di una spia tra i Sacerdoti era stato un brutto colpo per tutti e avevo il sospetto che il monaco avrebbe sorvegliato me e Durza più da vicino da quel momento in poi, del resto eravamo novizi ed eravamo estranei.
Dovevamo sbrigarci a trovare quella maledetta soluzione o non sarebbe finita bene. Qualunque cosa fosse successa avevo ancora la mia boccetta di veleno tra i seni, e quel giorno avevo con me anche la chiave della stanza alla locanda. Volevo poter recuperare la mia spada e andarmene in qualsiasi momento.
Anche senza lo Spettro.
«Natt tu ritorna dal taglialegna», borbottò Gagnsamr, «e vedi di essere più convincente di ieri! Mi avevi detto che avrebbe mandato la legna entro sera e invece non si è visto niente».
«C'è solo la figlia in bottega, mi è difficile minacciare una ragazza indifesa per la negligenza del padre» fu la sua replica.
Mi morsi le labbra per non ridere amaramente. In realtà non gli sarebbe importato un accidente.
«Bitr, Helsa e Mikell riassetterete gli ambienti sacerdotali» proseguì Gagnsamr, ignorando l'osservazione di Durza.
Fantastico. Mikell mi avrebbe uccisa con il suo orgoglio e le sue deliranti lodi a Dio e Helsa rischiava un crollo mentale da un momento all'altro.
Durza tornò con una nuova promessa di legna in arrivo e in effetti il carretto del taglialegna si fermò all'ingresso della chiesa qualche ora prima di cena e tutti i monaci furono impegnati a scaricarlo. L'uomo era un vecchio ubriacone, con barba e capelli ingrigiti e occhi giallastri e iniettati di sangue. Non c'era da stupirsi se il carico ci avesse messo tanto ad essere recapitato.
Arrivai viva e vegeta all'ora della funzione serale. Come aveva già fatto a quella del mattino, il Sommo Sacerdote ripeté l'annuncio del sacrificio della donna a Dio, ma fu nuovamente accolto da un silenzio attonito e a tratti eccitato. Dalla reazione della folla sembrava si stesse allestendo uno spettacolo divertente.
Per la prima volta da quando eravamo entrati nei ranghi dei monaci come novizi, il monco tenne un breve discorso dopo la funzione, con le istruzioni per la sera seguente, quando il rito sarebbe seguito alla processione all'Helgrind per offrire la vittima.
«Voi seguirete semplicemente il corteo dei Sacerdoti affiancando la folla e incitandola a seguire i canti. Come al solito non intromettetevi e pregate quando vi è chiesto di farlo». Parlava con un tono così sprezzante che sembrava sputare le parole insieme alla saliva.
Avrei voluto spiegargli che senza i monaci la casta dei Sacerdoti avrebbe dovuto sporcarsi le mani a preparasi da mangiare o a fare il bucato. Ah, se avevano le mani ovviamente. Nel suo caso sarebbe probabilmente morto di disagi nel giro di una settimana.
Gagnsamr trattenne me e Durza ulteriormente.
«Voi non siete ancora monaci, quindi mischiatevi ai fedeli come fate in chiesa. Tuttavia non scordate di mettere le tonache, siete pur sempre parte dell'ordine». La sua voce, invece, era stanca.
Mi era sempre risultato facile stabilire l'età degli esseri umani visti i profondissimi e insoliti segni che essa lasciava sui loro corpi. Ed era chiaro che Gagnsamr cominciava ad essere vecchio.
«Verrai?» mi chiese lo Spettro sottovoce, dopo che il monaco si fu allontanato.
Non capii bene se si riferisse alla processione o all'esplorazione notturna, ma risposi con un: «Verrò», che valeva per entrambe.
E invece quella notte ci furono altri intoppi.
Non doveva mancare più di mezzora alla mezzanotte, quando il respiro di Helsa -che era stato pesante per tutta la sera- si trasformò in vero e proprio affanno.
Tove, che aveva il sonno più leggero, si svegliò e andò a scuotere anche Elin e Gefion. A quel punto finsi di svegliarmi e le affiancai al capezzale di Helsa.
Occhi lucidi e fronte velata di sudore. Probabilmente era una semplice febbre invernale, ma Elin e Gefion insistettero per portarla in infermeria.
Fui mandata insieme a Tove a bussare al dormitorio maschile, dove ci aprì un assonnato Elof.
Helsa fu portata di sopra e Elin decise di rimanere a dormire nel giaciglio accanto al suo e vegliarla nel caso le sue condizioni fossero precipitate.
Notai l'espressione delusa di Delling quando la campana suonò la mezzanotte, trovandoci ancora sveglie e impedendole di sgattaiolare nella dispensa come suo solito.
E in effetti dovetti aspettare un'ora prima di sentirmi abbastanza tranquilla da uscire. Non trovai Durza in chiesa e mi domandai se per caso stesse cercando di farmi un dispetto, mancando al nostro incontro notturno. Oppure aveva semplicemente pensato che, dato che i miei incubi erano spariti, non aveva senso trascinarsi fuori dal dormitorio a mezzanotte.
Ci fu il cambio della guardia, ma ancora nessuna traccia dello Spettro, forse temeva che la situazione di quella sera avesse mosso troppo le acque e che fosse più prudente rinunciare.
Un po' per orgoglio, un po' per impazienza decisi di scendere senza di lui, lasciando la chiave della locanda dietro alla nostra nicchia come segnale del mio passaggio. Sia nel caso fosse arrivato in ritardo sia nel caso venissi catturata.
Ma non successe nulla del genere. Frugai pigramente tra le pergamene -registrando mentalmente quali avrei dovuto far presenti al mio compagno la notte seguente- per più di un'ora. Poi sentii l'eco lontanissimo di un grido.
Strisciai verso la porta in fondo alla settima stanza e mi misi in ascolto. L'urlo era molto più nitido e apparteneva ad Augyra, non c'erano dubbi. Probabilmente qualcuno aveva aperto la famigerata stanza dove la donna era tenuta prigioniera e in quel momento la stava in qualche modo torturando.
Rimasi lì incollata per lunghi minuti, tremando al ricordo di ciò che avevo subito sotto le mani di Durza e compatendola con un trasporto non indifferente.
Poi tornai alla mia ricerca, ma ormai ero distratta ed inquieta, quindi vi rinunciai presto e tornai al dormitorio per riposarmi un paio d'ore.
Lo Spettro si era addormentato. Me lo bisbigliò a colazione il mattino seguente, sbilanciandosi in un paio di scuse, che mi ripeté con costernazione durante la funzione.
Gli dissi che ero andata lo stesso ma non gli parlai degli urli della donna. Li sentimmo entrambi, con estrema chiarezza, quella sera stessa.
La processione partì da davanti alla cattedrale all'ora della funzione della sera. I fedeli e i monaci si radunarono all'esterno e Augyra fu presumibilmente recuperata dai sotterranei, incatenata e condotta all'esterno, esausta, emaciata e rassegnata. Aveva un livido violaceo sullo zigomo sinistro e le maniche della veste da novizia, che ancora indossava, lerce di sangue rappreso.
Solo alla vista delle sue mani incatenate capii il perché: non era stata torturata, aveva semplicemente cercato di liberarsi dalle manette, strattonandole fino strapparsi la carne all'osso.
Sfilò tra la folla in direzione della punta della colonna, dove avrebbe camminato fino all'Helgrind accompagnata dai Sacerdoti. Passò davanti ai primi fedeli, arrivò all'altezza mia e di Durza..
..e mi guardò dritto negli occhi.
Si bloccò, costringendo i suoi accompagnatori a strattonarla e farla gridare per il dolore del ferro premuto sulla carne viva.
«Aiutami» soffiò pianissimo, girando la testa verso di me. «Ti prego uccidimi. Uccidimi».
Voltai il capo e mi finsi intenta a guardare tutt'altro, mentre sentivo il cuore stringersi mio malgrado.
«Non ti ha riconosciuta, le sei solo sembrata affidabile. Nei recessi della sua memoria qualcosa le ha detto che tu avresti potuto salvarla» fece la voce fredda dello Spettro.
«C'è modo di avvicinarsi nuovamente a lei?» chiesi guardando la schiena china di Augyra allontanarsi e pensando alla boccetta di Fricai Andlat che avevo con me.
«Non lo so e non te lo lascerò fare, Principessa. La tua vita vale molto più della sua».
La donna continuava a cantilenare la sua supplica di aiuto e continuai a udirla nelle mia testa anche dopo che si fu allontanata di troppo da me per poterla realmente sentire.
La processione partì. La seguii affiancata da Durza, pensando e ripensando ad un modo per avvicinarmi ad Augyra senza risultare sospetta, farle bere il veleno, e poi rientrare nei ranghi.
Non c'era. Anzi, probabilmente non era nemmeno passato inosservato il fatto che avesse chiesto aiuto a me, pochi minuti prima. Se Delling avesse visto la scena probabilmente i suoi sospetti della mia complicità con la donna sarebbero riemersi e allora nemmeno la minaccia di rivelare a tutti del suo amante l'avrebbe fermata. Fortunatamente era più avanti e non poteva averlo notato.
A poca distanza da noi c'era invece Helsa, ancora febbricitante e con gli occhi vacui.
«Un giorno la troverete impiccata nel vostro dormitorio» mi sussurrò Durza, seguendo la direzione del mio sguardo.
«Perché dici così?»
«Me lo ha detto Stian».
«Siete proprio diventati amiconi» ironizzai.
Fece un sorriso traballante. «Non volevo farti ingelosire, Elfa, ma quell'uomo ama raccontare i fatti altrui».
Mi irrigidii. «E non temi che possa andare a raccontare anche i nostri?»
Fece un gesto noncurante. «Parla solo con chi lo ascolta, e tra i monaci lo ascolto io e forse Trygg, ma lui è molto discreto, non c'è da preoccuparsi».
Assentii. «Perché dovremmo trovarla impiccata?» mi informai.
«Stian mi ha detto che ci ha già provato una volta ad ammazzarsi. A quanto pare i monaci fanno offerte di sangue all'altare se devono chiedere qualcosa a Dio. Lei ci è andata, ma si è tagliata tutte e due le braccia dai polsi ai gomiti e secondo l'opinione di Stian non era per fare un favore al loro stramaledetto Dio. L'hanno recuperata appena in tempo, quasi dissanguata».
«Ti ha anche raccontato della sua storia?»
«Sì. I suoi genitori erano dei poveracci, il loro primogenito era gravemente malato e quando è nata la seconda figlia hanno deciso di consacrarla a Dio, così che mosso a pietà guarisse il figlio maggiore. Avrebbero voluto che diventasse Sacerdotessa, ma non sa né leggere né scrivere quindi hanno dovuto spedirla tra i monaci. A quanto pare aveva dodici primavere quando è arrivata qui e non voleva assolutamente lasciare la sua famiglia, ma l'hanno abbandonata e sono fuggiti, quindi non aveva molta scelta. Sono passati diciassette anni da allora. La madre è tornata quattro anni fa, per dire alla figlia che sia suo padre che suo fratello erano morti, per poi morire a sua volta sotto i suoi occhi. Credo che la cosa l'abbia un po' traumatizzata».
«Direi. È questo che intendeva Tove per “duro passato”».
«Forse poteva anche andarle peggio» replicò funereo.
Non risposi, perché non volevo sbilanciarmi in discorsi personali, non era decisamente il caso.
Mano a mano che ci avvicinavamo alle porte della città la folla sembrava aumentare alle nostre spalle, tanto che quando oltrepassammo le mura eravamo ormai parte di un lungo serpente. Forse erano meno persone di quante partecipassero di solito al rito, del resto si trattava di camminare per un'ora e non tutti ne avevano le forze. Notai principalmente persone ben vestite: coloro che non si sarebbero dovuti svegliare all'alba del giorno dopo per iniziare a lavorare.
Ci fu un momento di eccitazione generale mentre passavamo accanto ad un mucchio di stracci appeso ad un albero, un criminale impiccato, ma per il resto uomini e donne se ne stavano raccolti in silenzio, concentrati sui canti.
Le giornate si stavano allungando lentamente, eppure quando arrivammo sotto il monte Helgrind la luce era così lieve che alcuni degli esseri umani intorno a noi iniziarono ad inciampare nei loro piedi. Furono accese le torce che molti avevano portato.
L'Helgrind era una figura nera contro il cielo già scuro e di nuovo provai una sensazione di disagio e oppressione. Anche se i Ra'zac non erano lì la loro cupa presenza aleggiava su tutti noi e gli uomini la temevano.
Ci fermammo in prossimità di un ennesimo altare di pietra. I Sacerdoti proseguirono, trascinando con loro la donna e agganciando le catene ad un perno impiantato nella roccia.
Una serie di sacchi e scatole furono ammucchiati intorno ad esso ed intuii si trattasse di ulteriori offerte.
Quattro torce furono inserite in quattro apposite scanalature agli angoli dell'altare, schiarendo la scena. Solo allora i miei occhi registrarono con chiarezza i resti di una pira, non distante dall'altare. Le ossa bianche giacevano sparse tra le braci, ma era chiaro che il rogo risaliva a qualche giorno prima.
«Gamall?» gemetti.
Durza allungò un braccio nella mia direzione, ma decise saggiamente di interrompere l'azione e lo ritrasse precipitosamente.
«Temo di sì. I Ra'zac non vengono al loro covo da diverse settimane, quindi non hanno potuto consumare il loro pasto. E non si può lasciare un cadavere incatenato ad un altare sacro suppongo. Il rogo è una soluzione rapida e pulita».
Deglutii. Quindi quel poveraccio era morto di stenti, in attesa di un destino ben peggiore, che per sua fortuna non era arrivato. Era comunque un modo orrendo per andarsene e se pensavo che Augyra avrebbe quasi sicuramente subito lo stesso sentivo la nausea sfiorarmi la bocca dello stomaco.
Incrociai le braccia al petto e mi preparai ad assisterei impassibile ad un'ennesima funzione.
I Sacerdoti sembravano quasi inebriati dall'inquietante vicinanza dell'Helgrind e conclusero il rito incidendo la pelle del Sommo Sacerdote e raccogliendo il sangue in due piccole coppe, che poi si passarono tra di loro per berne, davanti a tutti.
La folla rimase in assoluto silenzio per tutto il tempo, stringendosi nei mantelli per il freddo e scrutando la scena come si trattasse di un magnifico regalo, finito per sbaglio tra le loro mani. I monaci fecero più o meno lo stesso, ma intravidi Mikell con il capo chino, che pregava sottovoce, con fervore.
Infine una donna nelle vesti neri di sacerdotessa si avvicinò all'altare, prese uno dei coltelli ricurvi che i Sacerdoti avevano usato per ferire il monco e lo calò con violenza all'altezza del gomito, strappandosi il braccio.
Lanciò un grido terrificante e un brivido scosse i presenti, mentre la donna veniva circondata e fasciata dai suoi compagni.
L'arto fu lasciato sulla pietra, quasi con noncuranza.
«Arya..» fece Durza incerto.
Mi volsi nella sua direzione. Tremava e cercava in tutti i modi di non guardare i Sacerdoti. Intuii che ci fossero i suoi spiriti di mezzo e mi precipitai davanti a lui per distrarlo da qualunque cosa stesse pensando, stringendo le sue mani nel buio e accarezzandone il dorso.
In realtà ero io quella che aveva bisogno di essere rassicurata. Temevo immensamente gli spiriti, specialmente dopo ciò che mi aveva raccontato Durza su di essi e sul potere che avevano avuto su di lui e che di tanto in tanto rischiavano di riprendere. Se avesse perso il dominio su di essi..
Lui mi guardò respirando profondamente e per fortuna si riprese in fretta. Poi sgranò improvvisamente gli occhi, fissi in un punto oltre alla mia spalla.
«È svenuta», ansimò, lasciandomi e passandomi accanto.
Impiegai qualche istante per capire che stava parlando di Helsa, talmente mi ero lasciata assorbire da immagini di sangue e morte e spiriti assetati di violenza.
Sospirai di sollievo, lo raggiunsi e strinsi il polso della monaca. Il battito era un poco debole, ma era normale dopo uno svenimento.
«Sarà meglio che la porti via» dissi, facendo per sollevarla.
Mi fermò con un gesto. «Ci penso io, tu sei una donna e sei troppo debole».
Giusto. Gli feci spazio e Durza sollevò Helsa tra le braccia sostenendole la testa, un po' impacciato.
Piantai la torcia sfuggita dalle mani della monaca per terra e guardai davanti a me in cerca di consulenza, giusto in tempo per vedere la veste di Augyra strappata sullo sterno e uno dei pugnali sfiorarle la carne non troppo in profondità, ma a sufficienza da lasciarle una brutta cicatrice. Il Sacerdote che reggeva la lama incise tre triangoli, probabilmente una schematizzazione dei tre picchi dell'Helgrind e poi fece colare un po' del sangue della donna sull'altare. Lei urlò, ma non aveva più lacrime, sedeva rannicchiata, dondolandosi e muovendo le labbra in una preghiera frenetica.
Ti prego uccidimi. Uccidimi.
Sfiorai il veleno, nascosto nell'incavo tra i seni. Avrei voluto aiutarla con tutto il cuore, ma non potevo, non senza attirare attenzioni che non valeva la pena di attirare.
«No» mi ammonì lo Spettro con voce severa, ovviamente consapevole di ciò che nascondevo sotto la fascia e il vestito.
Lasciai cadere la mano che avevo portato al petto, per mostrargli che avevo rinunciato.
«Vado a chiamare Gagnsamr» annunciai. «Tu prova a schiaffeggiarla, delicatamente».
«Non sono totalmente idiota, Elfa».
La cerimonia era ormai conclusa e io e Gagnsamr dovemmo farci strada a braccia tra la calca per raggiungere Durza, che spiccava per la sua altezza e i suoi capelli rossi in mezzo a tutte quelle persone.
Helsa aveva ripreso i sensi, ma era sorretta dallo Spettro ed ero certa che se l'avesse abbandonata anche solo per un attimo si sarebbe afflosciata nella polvere.
Si decise che Helsa avrebbe camminato, ma alla fine Durza finì per sollevarla nuovamente da terra, anche se Gagnsamr osservò che poteva apparire sconveniente di fronte a tutti i fedeli della città. Ma dato che l'alternativa era fare arrancare la poveretta, accettò di buon grado la soluzione.
Fu proprio lungo il viaggio di ritorno a Dras-Leona che il vecchio monaco cominciò a parlarmi, a voce bassa, lasciando passare lo Spettro davanti a sé.
«Le tue compagne sanno qualcosa delle tue condizioni?» mi chiese.
Incinta, ero incinta. Tendevo a dimenticarlo.
Spostai la torcia di Helsa da una mano all'altra, per prendermi un istante. «Non ho detto nulla né del bambino né del mio precedente matrimonio con Natt» risposi con il suo stesso tono di voce.
«Hai più valutato l'idea di sbarazzartene?»
«Ma tu avevi detto..»
«Sì, ti ho detto che saresti riuscita a mascherare la gravidanza, e per ora ci sei riuscita. Se ti scoprono però io non potrò fare altro che cacciarti e allora forse ti pentirai di avere tenuto il bambino».
«Temo di doverci pensare ancora un po'. Non voglio essere cacciata, ma non è una decisione così facile da prendere» improvvisai, aggiungendo un po' di sano sentimentalismo alla mia voce.
«Sì, lo capisco. Ti ho detto questo perché pensavo che ormai il noviziato tuo e di Natt potrà iniziare ufficialmente. Tra due lezioni esatte avrò finito di illustrarvi le storie degli Irraggiungibili e allora vi rimarranno da imparare i canti necessari per le funzioni e poi potrò organizzare la vostra notte di preghiera».
«Una notte di preghiera nella cattedrale?»
E come facevano le ombre a passare inosservate ai monaci novizi? Avevo creduto che l'ingresso dei sotterranei fosse segreto.
«E dove sennò?» fece il monaco, impaziente. «A mezzanotte vi verranno rasati i capelli e poi sarete lasciati da soli in meditazione fino alla seconda ora della notte. A quel punto sarete condotti all'altare, dove verserete una goccia del vostro sangue e resterete in preghiera fino alla campana del mattino. Allora vi saranno consegnate le catene e sarete ufficialmente parte dell'ordine monacale».
Ovviamente facevano in modo che i due gruppi non si incrociassero.
Provai ad immaginare la mia testa rasata e non vi riuscii. Quando poi tentai di immaginare Durza.. sarebbe stato un vero peccato tagliare i suoi capelli rossi.
Gagnsamr prese il mio silenzio come un segno di comprensione e si allontanò lungo la colonna, recuperando il suo ruolo di monaco e riprendendo i canti.
Lo Spettro mi guardò con occhi socchiusi, le ciglia corte e sottili che si sfioravano, e mi fece cenno di avvicinarmi a lui.
La testa di Helsa oscillava sulla sua spalla destra, così camminai in prossimità della sua sinistra.
«Hai sentito?» chiesi.
«Ogni parola. Nei prossimi giorni vai da Gagnsamr e digli che hai bisogno di più tempo per decidere della sorte del bambino. Da quello che ti ha detto sembra intenzionato a farci monaci nel giro di dieci giorni, cerca di farli diventare almeno quindici».
«E tu nel frattempo non ti farai monaco per non attirare sospetti sulla mia reticenza, giusto?»
«Esatto. È meglio che non ci invischiamo fino a questo punto nella vita della cattedrale, finora ci hanno lasciato più libertà d'azione anche per il fatto che non siamo nemmeno veri e propri novizi, ma ora.. Ho realizzato che è meglio per me non farmi notare troppo dal monco. Mi ha visto una volta sola, ed avevo altre sembianze, ma potrebbe avere sentito delle descrizioni e farsi venire il sospetto. Il tradimento di Aug.. come cavolo si chiama, ha messo tutti sulle spine».
«Augyra» lo corressi distrattamente, pensando alla piccola figura che avevamo lasciato accasciata sull'altare.
Forse sarebbe morta di freddo quella notte stessa e se un domani i Ra'zac fossero tornati avrebbero trovato solo il suo corpo, freddo e rigido.
Tra un intoppo e un altro, ci trovavamo ormai in fondo alla fila. C'erano un pugno di persone dietro di noi, tutte così anziane da non riuscire a camminare abbastanza veloci da superarci.
Tuttavia, quando arrivammo all'albero dell'impiccato, una ragazza scivolò alle nostre spalle, rallentata da un laccio sciolto dei suoi stivali. Non avrei badato a quella scena se Durza non mi avesse dato una gomitata e fatto segno di guardare la giovane.
Aveva il viso tondeggiante e spaventato di una ragazzina e le labbra le tremavano violentemente.
«Quella è la figliastra del taglialegna» sibilò il mio compagno.
Sollevai leggermente le sopracciglia. Allora?
«L'altro giorno ho provato a sondarle la mente e ho trovato un muro. Quando ieri sono tornato a imporle di farci portare la legna mi guardava come un coniglio in trappola. Non so come, ma deve avere percepito che sono diverso e si è spaventata».
Gettai nuovamente un'occhiata alle mie spalle. Gli anziani dietro di noi non seguivano affatto i canti e chiacchieravano liberamente tra loro, a toni quasi troppo alti per un contesto religioso.
Capii con un pizzico di divertimento che avevano perso buona parte delle loro capacità uditive.
Poi vidi la ragazza -lo stivale ormai decisamente allacciato- rimanere ferma mentre i bagliori delle ultime torce abbandonavano il suo viso, lasciandola tra le braccia dell'oscurità.
«È rimasta indietro. Di proposito».
«Va ad aiutare la tizia, non è vero?»
Rievocai lo sguardo della giovane: impaurito e determinato insieme. «Credo di sì».
«Natt mi viene da vomitare» intervenne Helsa.
Era più tardi del solito quando ci coricammo, quella notte. Helsa, dopo aver rigettato sulla strada, si era appisolata sulla spalla di Durza, che l'aveva depositata direttamente nel suo giaciglio. Era ancora febbricitante ma l'infermeria era riservata alla sacerdotessa che aveva offerto il suo braccio, quella notte, quindi restò nel dormitorio.
Nessuna di noi le chiese cosa la tormentasse, oltre alla malattia ovviamente, e accettammo di buon grado i suoi piagnistei notturni. Solo Elin fu sul punto di perdere le pazienza, ma Tove e Gefion riuscirono a mitigarla e la convinsero a lasciare Helsa nel suo letto e non trascinarla a pregare Dio nel chiostro.
Più tardi sgattaiolai in chiesa con lo Spettro, dove proseguimmo in silenzio la nostra ricerca.
Ci soffermammo qualche istante più del solito in sagrestia, dove accendemmo una candela per contemplare le lame dei Sacerdoti. Erano lunghe quanto il mio avambraccio e leggermente ricurve, con delle scanalature geometriche su tutta la lunghezza della lama, che confluivano in un piccolo incavo all'altezza della guardia. Sembravano nate apposta per raccogliere il sangue ed erano state arrotate di fresco, per questo la sacerdotessa era riuscita a tagliare la carne senza dover fare troppa pressione.
Nemmeno quella notte Durza dovette scuotermi dai miei incubi, tuttavia tornammo ad accucciarci nella nicchia di Hofud, ognuno sulla propria tonaca e sotto il proprio mantello, ma a distanza decisamente maggiore. Non era comodo e nemmeno particolarmente caldo, ma nessuno dei due ebbe il coraggio di proporre di rinunciare a quell'inutile appuntamento di mezzanotte e vederci direttamente alla seconda ora del mattino.

Il mattino seguente un gruppetto di Sacerdoti si recò alle pendici dell'Helgrind per verificare se Dio avesse gradito l'offerta o meno e tornarono soddisfatti, annunciando che tutti i doni erano spariti.
Pensai ad Augyra e alla ragazza. Se davvero la giovane era tornata indietro per liberarla probabilmente c'era riuscita, ma il fatto che tutti i doni fossero spariti, incluse le sacche e scatole, suggeriva una seconda soluzione: il ritorno dei Ra'zac. Del resto le due donne non potevano essere fuggite portando tutto con loro, sarebbe stato solo d'impaccio.
La vera domanda era: la ragazza aveva liberato Augyra in tempo?
Non lo avrei saputo mai, e in ogni caso non doveva importarmi, come non doveva importarmi della condizione di fragilità di Helsa, alla quale cominciavo ad affezionarmi.
Durza venne in cucina nel pomeriggio e mi fece cenno di seguirlo nel chiostro. Mi scusai con i miei compagni e andai con lui in prossimità della fontana spenta.
«Sono loro» mi disse lo Spettro. «Quando il ragazzo e il drago arriveranno a Dras-Leona dovremo intercettarli prima che lo facciano i Ra'zac».
«Io non sono più la tua alleata» gli ricordai freddamente.
«Preferisci vederlo nelle mie mani o in quelle del re?»
Mi tormentai le unghie. «Dove sono lui e Brom?» mi risolsi a chiedere, ricordando in quali dolorose circostanze ero venuta a conoscenza di quelle informazioni.
«Erano a Teirm tre, forse quattro giorni fa».
«Allora non viaggiano a dorso di drago», constatai, «o sarebbero arrivati tre giorni fa».
«Temo sia troppo giovane per essere montato da più di una persona per volta». E dal tono intuii che aveva più conoscenze sui draghi di quanto avessi immaginato.
«Quando si è schiuso l'uovo?»
Lo Spettro scosse la testa. «Non lo so, ma credo non molto tempo dopo il nostro primo incontro. Forse un paio di settimane dopo, non di più».
«In ogni caso sarebbe troppo giovane» confermai.
«Ci vuole una settimana abbondante a cavallo, se si va di fretta» aggiunse poi. «Potremmo trovarli alle porte della città tra una manciata di giorni».
«Nel caso dovessimo combattere contro i Ra'zac tu puoi.. Agire?» mi riferivo ai suoi giuramenti prestati a Galbatorix e alle limitazioni che riscontravano nella sua vita.
«Posso anche ucciderli» fu la dura risposta.
«Bene. Perché non sono sicura che passeranno dalle porte della città. Brom è un uomo molto prudente, ma il cavaliere non lo conosco e potrebbe essere folle al punto di gettarsi direttamente sull'Helgrind non appena arrivato».
«Tieni gli occhi puntati sul cielo, Principessa. Credo sia inutile spiegarti di che colore è il drago».
Blu zaffiro. Un colore così intenso da fare quasi male agli occhi, specialmente se esposto alla luce del sole o di un falò. Nella penombra aveva sfumature più cupe, ammalianti, che ricordavano i fairth che avevo visto sul mare.
Conoscevo a menadito l'uovo, ma non la creatura che ne era fuoriuscita. E al nostro primo incontro avrei dovuto trovare un modo di spiegare ad essa e al suo cavaliere che non stavo effettivamente parteggiando per uno Spettro, che era tutto un piano per deporre il re, che progettavo di ingannarlo e ucciderlo una volta che non mi fosse stato più utile.
Probabilmente avrei censurato la parte in cui io e quello stesso Spettro ci baciavamo come due assetati bevono ad un otre d'acqua, sul pavimento della cattedrale di Dras-Leona.
«Credevo che avessi smesso» aggiunse Durza all'improvviso.
Pensai che il suo commento fosse in qualche modo legato ai miei pensieri e reagii con brusco: «Cosa?»
«Di strapparti le unghie». Annuì in direzione delle mie mani. «Non ti ho mai detto quanto mi dia fastidio il suono delle unghie spezzate. Non somiglia sinistramente al rumore di un osso che si rompe? È odioso».
Mi guardai le dita e la mia mente tornò ad una conversazione avuta con lo Spettro, subito dopo la partenza di Lord Barst da Gil'ead. Aveva fatto un'osservazione sul mio vizio di strapparmi le unghie quando ero nervosa e io gli avevo intimato di non pretendere di conoscermi.
Avrei voluto replicare quella frase, ma ormai aveva perso di spessore. Durza mi conosceva sin troppo, gli avevo permesso di conoscermi troppo a fondo, per essere mio nemico.
Comunque lo accontentai e lasciai cadere le mani lungo i fianchi. «Torno ai miei doveri».
«Prima devo dirti un'altra cosa».
«Un altro segreto taciuto?» domandai con asprezza.
Strinse le labbra. «A dire il vero me ne ero stupidamente dimenticato, ma non doveva essere un segreto. Quando sono andato ad Uru'baen il re mi ha detto che potevo continuare a torturarti, ma che se non fossi riuscito a strapparti nulla entro i seguenti tre mesi avrei dovuto portarti a lui. E con tre mesi intende che entro due e mezzo ti vuole alla capitale, è spesso impaziente quando sono altri ad occuparsi delle sue questioni».
Mi irrigidii. «Quanto tempo è passato?»
«Un mese e due settimane, più o meno. Non mi ero preoccupato di questa scadenza perché credevo che sarebbe stato tutto molto più rapido, ma ormai comincia ad essere una minaccia quasi imminente».
Cercai i suoi occhi e battei le ciglia con voluta lentezza. «Se ti dicesse di portarmi da lui lo faresti?»
«Se me lo comanderà con il mio vero nome non avrò scelta, lo sai. In caso contrario.. tu vuoi ancora sconfiggerlo se non erro». Annuii. «E allora potresti servirmi da diversivo, Principessa, nel caso avessi la soluzione su cui agire».
«E nel caso non l'avessi?»
«Non ti manderò al macello. Ti lascerò andare».
«Davvero?» feci dubbiosa.
Si alterò. «Puoi continuare a non prendermi sul serio se vuoi, ma questo non cambierà le cose. Voglio che tu viva, che sia con me o contro di me mi importerà poco nel caso non trovassi una scappatoia, perché la mia sarebbe una schiavitù eterna e non condannerei nemmeno il peggiore dei miei nemici a viverla con me, figuriamoci..»
La donna che amo.
Non lo disse, ma la mia mente si bevve le parole taciute come miele.
All'improvviso mi sentii in colpa.
«Ci vediamo più tardi» fece, laconico. E se ne andò nel cortile senza più alzare gli occhi su di me.
Delling mi fulminò con lo sguardo quando tornai in cucina.
Mi ero cacciata in una situazione così terribilmente contorta che era ormai impossibile uscirne fisicamente e mentalmente indenne. Potevo strappare gli uncini dalla carne, ma essi ne avrebbero portato una buona porzione via con loro.
Un'ora prima della cena dei Sacerdoti ci fu un'ennesima sorpresa. Due uomini incappucciati di nero apparvero in chiesa, chiedendo al povero Broder -che stava lucidando l'altare- di allontanarsi per lasciarli pregare in pace. Venne in cucina da noi, tutto agitato.
«Quei due erano inquietanti, gobbi e per di più non ho nemmeno visto i loro volti, avevano i cappucci calati fino al mento».
Feci due più due ed intuii di chi si trattasse.
Dovevo avvisare Durza? Era in cortile, quindi in ogni caso lo avrei incrociato se si fosse spostato. Probabilmente i Ra'zac lo avrebbero riconosciuto se lo avessero visto e non era il caso che la mia unica speranza di eliminare Galbatorix venisse smascherata.
Il buon Broder rimase in cucina fino a che non fu ora di servire il pasto dei Sacerdoti, solo allora si avventurò oltre alla porta della Sagrestia, continuando a ripeterci che sarebbe tornato presto.
Era il tipo di rassicurazione che rivolgi agli altri nella speranza che ti vengano a cercare nel caso ci mettessi troppo, tipico di chi ha paura di non tornare affatto.
Ed era ridicolo considerando che in fondo la chiesa dell'Helgrind altro non era che una facciata per nascondere gli adoratori dei Ra'zac. Ma forse quella era un'informazione riservata ai Sacerdoti.
I Ra'zac dovevano avere davvero un brutto impatto sugli uomini, probabilmente era l'istinto della preda che aveva allarmato Broder, lo stesso che avevo provato io con Durza quando mi ero risvegliata dopo il suo attacco nel bosco.
Non avevo mai incontrato un Ra'zac in vita mia e ciò che sapevo su di loro derivava da letture sulle creature che avevano popolato Alagaësia. Sapevo che erano ghiotti di carne umana, ma probabilmente nemmeno quella degli elfi faceva loro ribrezzo, anche se eravamo prede decisamente più difficili.
Ai tempi delle prime migrazioni, il mio popolo aveva cercato di avvisare gli uomini delle creature di cui le terre del sud brulicavano, ma essi non avevano capito la minaccia a cui andavano incontro, anzi avevano addirittura fondato una città e dato ad essa il nome Dauth, morte.
Ma cos'erano venuti a fare i Ra'zac? A parlare con i Sacerdoti? Per dire loro cosa esattamente? Che il pasto della sera prima se l'era data a gambe? Speravo davvero di sì.
Lo dissi allo Spettro, quella sera. E lui parve agitarsi, tanto che lo sentii deglutire rumorosamente un paio di volte durante la nostra ricerca notturna.
Dovetti trattenermi dal cercare di rassicurarlo, ma cominciavo a comprendere il suo terrore. Se fosse stato scoperto, il re lo avrebbe ucciso, e avrebbe fatto in modo che morisse male. Molto male.
Stava rischiando molto a schierarsi -anche se segretamente- contro di lui, tanto più che il suo vero nome era nelle mani del suo nemico.
Avrebbe potuto costringerlo ad uccidersi da solo.
Cedetti. E sfiorai la spalla di Durza nella penombra.
Gli occhi che si incastrarono nei miei erano così ricolmi di gratitudine e tenerezza che per un attimo mi parve di venirne fisicamente accarezzata.
Ispirai appena più forte e mi staccai.
Non dovevo lasciarmi abbindolare da lui, mi aveva raggirata e io stessa stavo progettando di restituirgli il favore ed eliminarlo in quanto mio antagonista, non potevo permettermi sentimentalismi.
Eppure ormai mi sembrava che il posto dello Spettro dovesse essere tra le mie braccia, con le mie labbra sulle sue e le mie dita tra i suoi cappelli.
Il libro che stava sfogliando quasi gli cadde dalle mani, ricordandomi in un istante che poteva percepire nitidamente i miei sentimenti, incluso il mio desiderio.
Tornai a concentrarmi nella ricerca, anima e corpo.

All'alba del giorno dopo lottai con Gefion e Tove contro Elin, affinché lasciasse Helsa a letto e non la costringesse a prendere parte alla funzione. Sembrava essersi ormai ripresa, ma proprio all'alba aveva avuto una ricaduta, accusando un feroce mal di capo.
Delling guardò disinteressata le due parti, ma si astenne dall'esprimere commenti. Nemmeno la notte precedente era sgattaiolata all'incontro con la sua guardia. Che avessero litigato? O forse temevano di dare nell'occhio, visti gli ultimi fatti?
Alla fine Helsa ottenne di essere lasciata a riposo e noialtre ci affrettammo in chiesa.
Quando tornammo nel nostro dormitorio non c'era più traccia di lei. Solo una pila di casse delle provviste accanto al muro del cortile ci illuminò sulla sua sorte.
L'infelice Helsa era fuggita dalla sua gabbia, finalmente.
Ultima modifica di Lalli il 30 maggio 2015, 13:46, modificato 2 volte in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 14 dicembre 2014, 18:50

35. Una sventura tira l'altra
Gagnsamr ci ordinò di cercare Helsa daccapo e noi tutti ubbidimmo in silenzio, tutti perfettamente consapevoli del fatto che non l'avremmo trovata, non dentro le mura della cattedrale, almeno.
Indugiai qualche istante in più sulle casse malamente ammucchiate accanto al muro di mattoni che separava i vicoli di Dras-Leona dal cortile, chiedendomi quante altre volte la donna avesse pianificato una fuga alla quale aveva poi sempre rinunciato.
Aveva trovato il coraggio, alla fine.
Tuttavia quella situazione non sarebbe stata particolarmente comoda per me e Durza. Una traditrice e una fuggitiva nella stessa settimana non passavano esattamente inosservate, anzi, facevano dubitare di tutto e tutti.
Dopo mezzora ci ritrovammo tutti e quattordici nel cortile, dove il povero Gagnsamr si torceva le mani con tale preoccupazione che faceva pena, come se la monaca fuggita fosse stata sua figlia.
Per lui non era concepibile che qualcuno abbandonasse Dio. Lui viveva della sua servitù agli Avvoltoi, lo faceva sentire pieno e realizzato e non trovava scopi più alti nella vita. La fuga di Helsa e il tradimento di Augyra erano stati un gran brutto colpo per lui, avevano dimostrato che persino Dio ha dei limiti e che persino la sua religione poteva essere calpestata.
Gagnsamr ci assegnò infine ai nostri compiti giornalieri e spedì Broder alle porte della città, per avvisare le guardie di fermare una donna con la testa rasata e la veste grigia da monaca se l'avessero vista varcare i cancelli.
Non sapevo quanto buon senso avesse Helsa, ma se ne aveva anche solo un briciolo si sarebbe nascosta in qualche angolo della città, si sarebbe mascherata rubacchiando qualcosa al mercato e sarebbe uscita qualche giorno dopo, magari mischiandosi alla folla dei cavatori.
Gagnsamr ci aveva più volte ribadito che chiunque può abbandonare il suo status di monaco se lo desidera, ma probabilmente riteneva che la donna avesse preso una decisione in preda ai deliri della febbre o dei fantasmi del suo passato e che quindi la sua non fosse una scelta ponderata, affidabile o definitiva. Insomma non gli aveva comunicato nulla, non gli aveva chiesto un rito per scioglierla dai suoi doveri.. Si era comportata in modo imprevisto e al vecchio non piaceva quando le situazioni sfuggivano dalle sue mani pazienti.
Lo Spettro condivideva parte della mia preoccupazione per il nostro futuro e la espresse chiaramente nell'espressione corrucciata che mi rivolse prima di dirigersi in cucina a lavorare alla pulizia delle stoviglie della colazione.
Delling lo notò e fece guizzare gli occhi da me a lui con fastidio. Forse avrei dovuto parlare nuovamente con lei, prima o poi, per accertarmi che la mia minaccia fosse stata ben recepita.
Dovevo fare anche un discorso con Gagnsamr sulla eventuale posticipazione della nomina mia e di Durza a novizi, ma il momento non mi sembrava propizio così decisi di rinunciarvi e andai a riassettare le camere dei Sacerdoti.
Dopo il pasto di mezzogiorno il Sommo Sacerdote decise di tenere una sorta di discorso nel chiostro. Avevo notato Gagnsamr bisbigliare al suo orecchio durante il pasto e avevo carpito qualche tralcio di conversazione, che avevo individuato come una lunga spiegazione della fuga di Helsa, imbottita di giustificazioni per la donna e di rassicurazioni per il suo imminente ritorno.
Il monco capì probabilmente che il morale della sua chiesa doveva essere ormai sotto i talloni dopo quella terribile settimana e ci convocò insieme agli Avvoltoi -senza nemmeno lasciarci mangiare, prima- intorno alla fontana spenta del chiostro, dove fece una predica su Dio e sulla sua grandezza e di come i fatti terreni cercassero in continuazione di distrarci dai nostri più alti doveri.
Durza, il capo chino e il cappuccio stranamente abbassato sui capelli rossi, era immobile dietro a Elof, il più alto dei monaci, dopo di lui.
Capii la sua mossa solo quando realizzai che il Sommo Sacerdote ci stava scrutando tutti, uno ad uno, per imprimere il più profondamente possibile le sue parole in noi. Mi affrettai ad assumere un'aria credulona, sperando con tutto il cuore che non avesse un'improvvisa rivelazione alla vista del viso dello Spettro. Fino a quel momento non aveva mai perso il suo tempo a chiedersi perché alcuni di noi avessero ancora i capelli, anzi a dire il vero non aveva mai perso il suo tempo a guardarci e basta, ma in quel momento lo stava facendo.
Il mio carceriere mi aveva detto di aver avuto un precedente affare con i Sacerdoti dell'Helgrind, ma di averlo concluso sotto altre sembianze, quindi doveva essere irriconoscibile agli occhi del monco, che però avrebbe potuto riesumare delle descrizioni e dei ricordi di un qualche aspetto di Durza, che magari non si era premurato di alterare.
La fortuna parve essere nuovamente dalla nostra parte perché il discorsetto si concluse con una preghiera a Dio, di mantenerci fedeli e uniti nel sostegno della sua chiesa, poi gli Avvoltoi sparirono oltre la sagrestia e noi potemmo tornare al nostro pranzo ormai freddo.
Io lasciai intoccato il mio brodo di pollo, nonostante Elin mi facesse delle pressioni, memore del mio mancamento avvenuto non più di una settimana prima. Quello che non sapeva era che non avevo affatto avuto un mancamento, solo una semplice visione della verità che lo Spettro mi aveva taciuto e che era misteriosamente apparsa ai miei occhi.
Non era il cibo il mio problema, passavo a rubare qualcosa dalla dispensa ogni tanto, per mantenermi in forze quando i pasti a base di carne diventavano troppi. Del resto Durza rubava la menta dall'orto..
Elin non poté durare a lungo con i suoi rimproveri perché doveva recarsi in infermeria, a prendersi cura della sacerdotessa che si era amputata il braccio due notti prima, quando la processione aveva accompagnato Augyra a morire. A quanto pareva la ferita non si era chiusa molto bene e la donna ne soffriva.
Helsa non tornò e Gagnsamr ci mandò a dormire ancora più inquieto di quanto fosse quella mattina.
«Spero di vedervi tutte domattina» mormorò scherzosamente Tove, cercando inutilmente di scacciare la pesantezza data dalla vista del giaciglio vuoto di Helsa.
Aveva persino portato con sé le coperte e i vestiti.
Delling si svegliò con le campane di mezzanotte e io pensai automaticamente che sarebbe uscita con la guardia, ma si trattenne nel suo giaciglio, fingendo di dormire.
Voleva per caso fermarmi o spiarmi?
Ero indecisa. Così finii per scattare fuori dal mio pagliericcio solo quando sentii la porta del dormitorio accanto aprirsi.
Delling non mi fermò e non mi disse nulla, ma temevo il suo comportamento, così non appena vidi Durza gli posai un indice sulle labbra e lo tirai con me in cucina.
«Delling è sveglia», lo informai, «e non so cosa voglia fare ma ho avuto la sensazione che aspettasse solo che io uscissi».
«Cosa?!» gemette.
«Io.. credo che sia meglio che torni al dormitorio. Se dopo si addormenta ti raggiungo in chiesa».
Annuì. «D'accordo. Vai!»
E effettivamente mi scontrai con la ragazza nello stesso istante in cui lei usciva nel chiostro.
La spaventai e per poco non gridò. «Hai.. già di ritorno?» balbettò.
«Wachter è già passato temo» la punzecchiai.
Si fece rossa in volto, lo vidi nonostante l'oscurità. «Mi sono accorta che stai via tutta la notte», disse, «e torni solo poco prima della sveglia».
«Ti ho già spiegato il perché, non credo che tu possa permetterti di giudicarmi o di biasimarmi».
«Sì ma io non ti credo. Perché sono venuta a vedere se vi trovavo, le scorse notti, e non c'eravate da nessuna parte. Non andrete in chiesa spero» concluse con disgusto.
Sentii i passi di Durza alle mie spalle, mentre si spegnevano sulla soglia della cucina, nell'ombra.
«Non ti riguarda».
«Sei una traditrice anche tu, non è vero?» E i suoi occhi luccicarono di lacrime.
Inspirai con calma. Avevo due scelte davanti a me: colpire Delling sulla nuca, portarla fuori dalla cattedrale e annegarla nelle fogne, oppure potevo continuare a tentare di lavorarmela e a fare un po' di scena.
Rievocai un paio di ricordi dolorosi -non mi mancavano- e lasciai che le lacrime mi inumidissero le ciglia a mia volta.
Poi scoppiai in bassi singhiozzi e mi accasciai a terra.
La ragazza sobbalzò, ma poi si chinò alla mia altezza e mi scrutò incuriosita e indecisa con i suoi occhietti grigi.
Balbettando come si conveniva ad una donna sommersa dal dolore, raccontai dell'amore infinito che provavo per Natt, che era stato mio marito prima del mio ingresso tra i monaci e che era stato esiliato da Teirm a causa di un furto finito male.
«Eravamo poveri, stavamo morendo di fame e io ero incinta.. Lui non aveva scelta» bisbigliai affranta. «Ma poi ci hanno scoperti e ci hanno cacciati dalla città, risparmiandoci la vita solo perché ne portavo una dentro di me. Ho perso quel bambino a causa delle percosse e io e Natt abbiamo deciso di ritirarci dal mondo, perché saremmo stati prede facili per chiunque. Questa era l'unica soluzione, capisci? Questo era l'unico rifugio che potessimo trovare e quindi.. Ma io lo amo e non riesco a stargli lontana». Feci una pausa. «Hai ragione, siamo in chiesa tutte le notti, per tutte le ore che riusciamo a passare insieme senza che qualcuno ci scopra. Ma la donna che hanno sacrificato non ha nulla a che fare con noi. Lei l'hanno catturata mentre cercava di scappare dal cortile, mentre io e Natt eravamo semplicemente insieme quando abbiamo sentito gridare. Per questo quella notte ci hai visti nel chiostro.. Io..»
Ero stata convincente sin troppo. Lacrime bollenti mi bagnavano il viso, scivolando fino al collo e il mio corpo era scosso da lievi spasmi, mentre la mia voce tremava e vibrava di dolore e di passione.
Delling fece la cosa più inaspettata e incredibile che potesse fare. Mi abbracciò stretta, cullandomi tra le sue braccia fino a che non mi fui “calmata”.
«Scusami», singhiozzò lei, «sono una stupida, non avevo capito niente. Vedi anche io amo Wachter, e lui ama me. Siamo nella vostra stessa situazione, per cui tranquilla, tu mantieni il mio segreto e io manterrò il tuo». Mi mise in piedi. «Vai da Natt, io torno a dormire» concluse dolcemente.
Ero incredula. Se l'era bevuta sul serio. Davvero gli umani si lasciavano corrompere tanto facilmente di fronte al dolore altrui? Era una reazione molto sciocca quella di Delling, non aveva capito che forse si era trattato di una farsa per ingannarla?
Durza apparve alle mie spalle. «Elfa, mi hai spezzato il cuore» bisbigliò con sarcasmo.
Mi asciugai le lacrime dalle guance e ripresi a respirare a ritmo regolare per placare i sussulti e i singhiozzi, ma non fu così immediato.
Eravamo seduti nel nostro cantuccio da qualche minuto -i pugnali già accanto a noi- quando potei definirmi completamente ristabilita.
Lo Spettro mi scrutava incuriosito. «Stavo per applaudire. Dove hai imparato a mentire con tanta convinzione? Non sembravi nemmeno tu».
«Non te lo aspettavi?»
«No, mi hai stupito. E messo in guardia» aggiunse.
«Da cosa?»
«Da te, Principessa. Persino i tuoi sentimenti sembravano sinceri in certi momenti, avresti anche potuto ingannare uno come me».
«Grazie per il consiglio» risposi asciutta.
Non gli dissi del dolore che avevo rivangato per poter sembrare più credibile in tutta la breve recita. Molto di quel dolore era causato da lui, dalle sue torture, dalle sue parole..
Sospirò. «La finirai mai?»
«Di fare cosa, Spettro?» domandai irritata. «Smetti di parlarmi per enigmi stanotte».
«Di cambiare idea su di me ogni secondo» borbottò abbassando gli occhi e raccogliendo il suo pugnale da terra.
«Smetti di leggere i miei sentimenti e ti libererai da questo tormento» suggerii freddamente.
Si sfiorò le labbra con la lama del pugnale. «Sarebbe come chiederti di girare per strada e non vedere. Non è una cosa che posso controllare, al massimo posso non farci caso, ma è molto difficile quando si è in due in una stessa stanza».
«Trova il modo di conviverci, per favore».
«Conviverci» ripeté, continuando a picchiettare l'arma sulla bocca. «Fosse facile, Elfa. Tu a tratti grondi odio, amarezza e risentimento e a tratti affetto, preoccupazione e desiderio».
Tremai sotto il mantello «Smettila» soffiai. «Tu sei pazzo».
«Dici?» ribatté socchiudendo gli occhi. «Sì, forse hai ragione tu Elfa. Sono completamente fuori di testa. Ed è colpa tua, è tutta colpa tua».
«Non..»
«Tu», ringhiò, interrompendomi, «devi avermi stregato. Solo non capisco a quale antico e sconosciuto incantesimo elfico tu abbia fatto ricorso per ammaliarmi fino a questo punto e quale magia abbia potuto aggirare quello». Accennò bruscamente all'anello di ametiste che da mesi imprigionava in maniera totale il mio potere.
Mi sporsi verso di lui spingendo il mento in fuori. «Sai perfettamente che non sono in grado, quindi smetti di incolparmi per cose di cui non posso essere responsabile».
Posò il pugnale a terra e assottigliò le labbra, avvicinandosi a sua volta a me. «Allora spiegami», disse con voce tremula per l’ira a stento trattenuta, «perché sono così.. ossessionato da te».
Il tono era imperioso, ma i suoi occhi parevano quasi spaventati.
Il cuore mi schizzò contro le costole, battendo così forte da riempire il vuoto che si era creato nel mio stomaco.
«Non lo so» gracchiai. «Ma smettila, ti prego».
Durza inspirò ed espirò lentamente, un paio di volte. «Elfa..» disse con un tono di voce duro e insieme sensuale.
Scossi la testa.
«Io credo che dormirò un poco» concluse sistemandosi per la notte.
Mi ritrassi, sprofondando il volto nel bavero del mantello. Non era necessario rispondergli, avrebbe potuto leggermi in qualsiasi momento, come un libro aperto.
Sapeva che odiavo molte parti di lui, sapeva che avevo voluto le sue labbra da quando vi aveva posato sopra il pugnale, sapeva che ero infatuata di lui e sapeva che le sue confessioni mi avevano scombussolata e confusa.
Come sapeva che non avevo fatto alcun incantesimo su di lui, che non avevo mai avuto l'intenzione di incantarlo -semmai era il contrario- e che non avrei mai accettato il sentimento che era nato dentro di me se prima non fossero cambiate le carte in gioco.
Finii per addormentarmi seduta, con la schiena contro il muro.
Erano passate più di due settimane da quando eravamo arrivati alla cattedrale con le nostre bisacce e in quel lasso di tempo avevamo a malapena frugato le prime due stanze e una buona metà della terza. Il nostro tempo stava per scadere, lo sapevamo entrambi, e la nostra ricerca si faceva sempre più frettolosa e superficiale, tanto che spesso leggevamo le prime pergamene di uno scaffale e non trovandovi niente di utile, lo etichettavamo come irrilevante e non finivamo nemmeno di analizzarle tutte.
Quella notte arrivammo fino alla quarta stanza e ci trattenemmo fino a che non fu veramente troppo tardi e fummo costretti a rientrare nei dormitori di corsa, appena prima del suono della campana del mattino.

Nei seguenti due giorni la situazione cominciò davvero a precipitare.
Helsa non era tornata e le guardie alle porte esterne della città non erano venute per portarcela quindi supponevo che si fosse nascosta da qualche parte al sicuro o avesse trovato il modo di uscire mascherata, magari fasciandosi la testa rasata.
Delling si era bevuta le mie parole con facilità, ma da quel momento in poi prese a guardare me e Durza con un'espressione così carica di pietà da risultare sospetta. E poi ricominciò a vedere Wachter la notte, anche se mi premurai di non incrociarla mai.
Il primo vero problema fu Gagnsamr che, ancora sconvolto per la fuga e il tradimento, venne a chiedermi se avessi preso una decisione riguardo al mio bambino. Aveva intenzione di farci presto novizi e poi monaci, vista l'improvvisa penuria di adepti.
Lo implorai di concedermi altro tempo prima di farmi prendere una decisione sul bambino.
«Bitr comincio a credere che tu non voglia veramente diventare monaca» insinuò dispiaciuto.
Mi affrettai a difendermi, ma il vecchio sembrava avere veramente esaurito la sua riserva di pazienza.
«Ti concedo sette giorni, anche a Natt ovviamente. Poi dovrete decidere se restare o andarvene. Sappiate che questa vostra situazione di stallo non è piacevole per me e mi sono anche dovuto giustificare di fronte al Sommo Sacerdote per la presenza di due elementi ancora estranei alla chiesa tra i monaci. È vero, vi ho chiesto io di anticipare il vostro ingresso qui perché avevo disperato bisogno di aiuto, ma non voglio perdere il mio tempo a rincorrere due giovani capricciosi come voi. Se sentite di dovere servire Dio è il momento di dimostrarlo».
Quando lo riferii a Durza lui imprecò tra i denti e quella notte scendemmo nei sotterranei ancora prima che avvenisse il cambio della guardia, nascondendoci sotto gli scrittoi mentre quello era in corso.
Nel giro di due notti terminammo di analizzare la quarta stanza e ci spostammo nella quinta, dove per la prima volta la fortuna sembrò sorriderci: le pergamene sembravano concentrarsi sulle creature di Alagaësia, e questo ci permise una rapida scrematura, anche se Durza dovette passare molto più tempo a leggere quelle riguardanti i draghi.
Arrivammo al punto in cui io frugavo negli scaffali e lui sedeva ad uno scrittoio a leggere ciò che gli portavo, restituendomelo ogni volta con un'espressione di cocente delusione in viso.
Seguendo quel metodo, annullammo totalmente le poche ore di sonno che ci eravamo concessi fino a quel momento e, dopo soli due giorni a quel ritmo serrato, Elin mi rimproverò prontamente per il mio aspetto orribile. Il vero problema era che lo Spettro ne aveva uno simile, e sarebbe bastato veramente poco per guardarci entrambi e trarne le dovute conseguenze.
Mi ritrovai a maledire le notti che avevamo trascorso nell'ozio fino a quel momento, che avremmo potuto sfruttare molto di più nella ricerca.
La fretta mi rese anche più incauta e all'alba del terzo giorno dopo il discorso di Gagnsamr, mi resi conto di avere il pugnale appeso a cintura solo quando ero ormai sul punto di uscire nel chiostro. Mi affrettai a riporlo nel pagliericcio e nessuno notò nulla, per mia fortuna.
Ma purtroppo qualcuno notò qualcos'altro.
Mikell si svegliò la notte seguente per un forte dolore di stomaco e, non riuscendo a riaddormentarsi, giacque sveglio per ore. Fino a che non vide Durza rientrare dalla nostra ricerca notturna.
Lo Spettro disse di essere andato alle latrine.
«Non mi ha creduto» mi informò più tardi, durante la funzione. «Ha detto di essere rimasto sveglio per delle ore e io ho cercato di convincerlo che probabilmente si era appisolato, ma è testardo come un mulo. È convinto di avere ragione e io e te non gli siamo mai piaciuti particolarmente».
Mi strinsi il volto tra le mani. «Forse dovresti riservargli lo stesso trattamento che abbiamo imposto ad Augyra. Di certo lo meriterebbe molto più di lei».
«Lo farò» rispose, d'impulso. Poi sorrise con amarezza. «Forse avrei dovuto informarti che, per uno strano gioco del destino, i miei piani sembrano essere destinati a fallire. Sempre e comunque, nonostante gli sforzi e la prudenza che vi riservo».
«Il destino non esiste, Durza» mi limitai ad affermare. «È solo un modo elegante per dire che non siamo stati capaci di fare quello che volevamo fare».
«Allora sono un incapace, Principessa».
«Ho fallito un'unica volta: quando mi hai catturata. E mi sono promessa che non avrei fallito mai più. Quindi troveremo quel maledetto.. qualunque cosa dobbiamo trovare, stanne certo» ribattei, con una sicurezza che non sentivo mia.
Un buon generale sa quando è meglio ritirarsi. Queste erano le parole che mi rimbalzavano in testa.
Lo Spettro alzò leggermente le spalle e io faticai a concentrarmi su qualunque altra cosa che non fosse lui.
A cosa stava pensando? Che forse non sarebbe mai riuscito a diventare il padrone di Alagaësia?
Be', non gli avrei permesso di rinunciare all'idea di deporre Galbatorix, poi quando fosse giunto il momento di insediarsi al suo posto ne avremmo riparlato. Probabilmente armati di spada.
Quella notte, la quarta dopo l'ultimatum di Gagnsamr, io e Durza ci trascinammo fuori dalla botola, a pezzi e sconfortati per l'ennesimo fallimento.
Era quasi l'alba e dovevamo darci una mossa se non volevamo farci scoprire, eppure fu proprio la nostra fretta a renderci troppo precipitosi.
Strisciai sul pavimento di pietra della cattedrale e mi tirai in piedi spazzolandomi il vestito con le mani. Solo a quel punto vidi la sacerdotessa inginocchiata davanti all'altare, le bende sciolte intorno al moncherino infettato e gli occhi spalancati su di me.
Scattai nella sua direzione con tutta la forza e la velocità concessami dalle mie membra stanche ed ebbi la sfacciata fortuna di avere a che fare con una donna indebolita da una ferita rimarginata male.
La atterrai lanciandomi su di lei e abbracciandole le ginocchia. Sbatté la testa a terra e il suo grido fu soffocato dall'urto. Mi affrettai a premere un braccio contro la sua gola e una mano sulla sua bocca.
«Arya!» sibilò Durza, raggiungendomi.
La donna mi morse la mano e io trattenni a fatica una smorfia.
«Ci ha visti» bisbigliai.
Lo Spettro guardò in un lampo me, poi la donna e poi un'ondata di panico gli deformò i lineamenti.
«Non credo che ci sia tempo!» disse.
Capii cosa intendesse. Non c'era tempo di cancellarle la memoria, Gagnsamr avrebbe suonato la campana della sagrestia da un minuto all'altro.
«Durza il veleno» suggerii, spingendo la testa della sacerdotessa all'altezza del mio stomaco e liberando così la scollatura dell'abito.
La donna mi morse di nuovo, con forza, mugugnando disperata.
«Sbrigati» gemetti, sentendo il sangue sgorgare dalle ferite lasciate dai suoi denti.
Lo Spettro abbassò il corpetto dell'abito con una mano e afferrò la boccetta che nascondevo tra i seni con l'altra, cercando pateticamente di non sfiorarmi la pelle e fallendo miseramente.
La stappò e si inginocchiò davanti alla Sacerdotessa. Spostai entrambe le mani al suo collo, mozzandole il respiro e impedendole di gridare, mentre Durza le tappava il naso e la costringeva a ingollare una generosa dose di Fricai Andlat.
La trascinammo verso l'altare, mentre il suo corpo era scosso da piccoli spasmi. Il veleno agiva rapidissimo, lo sapevo, e in pochi minuti sarebbe certamente morta di una morte che sarebbe risultata inspiegabile da chiunque non fosse un maestro di veleni.
Ma in realtà nessuno avrebbe mai sospettato un avvelenamento. Tutti nella cattedrale sapevano che la Sacerdotessa che aveva offerto un braccio sotto i picchi sacri soffriva ormai da giorni per una grave infezione della ferita. La donna poteva benissimo essere andata in chiesa per invocare il suo Dio, sentendo la morte imminente.
Probabilmente sarebbe stata considerata una bella dipartita la sua: in preghiera sull'altare del suo signore, per il quale era vissuta e morta.
Lasciai la sua gola e lei emise un flebile lamento.
«C'è del sangue sulla sua pelle» mi informò Durza.
Lo asciugai, insieme ai suoi denti, con un lembo del mio abito e sistemai la sacerdotessa in ginocchio, chinata in avanti, con un pugno stretto all'altezza del cuore, nel segno di rispetto che quegli idioti riservavano al loro Dio.
Corremmo via dalla chiesa, non prima di aver recuperato le nostre tonache, e sgusciammo ciascuno nel proprio dormitorio, scambiandoci un breve cenno di saluto.
Non più di dieci minuti dopo Gagnsamr uscì pesantemente dal dormitorio accanto e andò in sagrestia a suonare la campana. Finsi di svegliarmi insieme alle mie compagne, lasciai il pugnale nel pagliericcio, indossai la tonaca per coprire l'abito macchiato leggermente di sangue e mi avvidi solo a quel punto di avere una mano a sua volta ricoperta di sangue caldo.
Stracciai rapidamente una striscia di lenzuolo e la bendai, indossando immediatamente i guanti tagliati sopra. Poi mi ricordai di avere lasciato il veleno a Durza e fui colta dalla certezza che non mi sarebbe stato mai più restituito.
Stavamo consumando la nostra colazione in refettorio quando i Sacerdoti entrarono in chiesa.
Ne uscì un gran baccano, voci che parlavano le une sopra alle altre e inutili tentativi di scuotere la sacerdotessa mutilata, che a quel punto doveva essere passata a miglior vita.
Tuttavia i miei compagni sembravano non notarli e solo quando vidi Durza poco lontano da me, con la sua ciotola di latte tra le mani e la testa leggermente inclinata di lato, capii che i rumori dovevano essere troppo flebili per loro nonostante le porte aperte della sagrestia permettessero a buona parte dei suoni di filtrare alle mie orecchie. Scemarono nel silenzio solo quando le porte furono chiuse.
Elin si alzò per portare la colazione alla donna che stava curando in infermeria. Ma non l'avrebbe trovata e presto sarebbe scoppiato il finimondo.
Non sapevo come fosse normalmente la vita nella cattedrale di Dras-Leona, ma era certo che da quando io e lo Spettro eravamo arrivati lì erano successe una disgrazia dopo l'altra. Ed erano passati poco più di venti giorni.
Qualcuno avrebbe velatamente affermato che eravamo dei portatori di sventura, prima o poi.
«Bitr come mai tu e Natt non siete ancora novizi?» mi chiese Mikell con arroganza e con l'evidente scopo di provocarmi.
«Gagnsamr non te lo ha detto?» risposi dolcemente, inarcando le sopracciglia in un'espressione che doveva apparire comicamente sorpresa.
Si irrigidì. Il fatto che Gagnsamr non lo avesse messo al corrente degli ultimi avvenimenti lo infastidiva parecchio, perché metteva in chiaro la sua inferiorità rispetto al vecchio monaco. Inferiorità che gli pesava a causa del suo incommensurabile orgoglio e della sua ancor più incommensurabile arroganza.
Convinta di essere uscita vincitrice da quello scambio, tornai a concentrarmi sulla colazione, cogliendo il sorriso divertito di Durza.
Elin tornò nel refettorio molto allarmata e corse a farfugliare a Gagnsamr che la sacerdotessa era sparita nel nulla.
Il vecchio monaco iniziò a sudare copiosamente. Due sparizioni nel giro di una settimana non dovevano essere esattamente rassicuranti.
«Amici!» esclamò con voce un poco stridula. «Bidelia, la nobile donna che ha offerto il suo braccio a Dio non si trova nel suo giaciglio. Siete pregati di disperdervi negli ambienti del chiostro e di cercarla. È debole e potrebbe avere un malore.. e avere bisogno di aiuto insomma».
In chiesa non si poteva andare, era ovvio. Nessuno poteva interrompere il rito mattutino dei Sacerdoti, che a quanto pareva non avevano rinunciato a celebre nemmeno quella mattina, nemmeno in presenza di un cadavere.
Finsi pigramente di cercare nei dormitori dei sacerdoti, combattendo contro l'istinto di gettarmi su uno dei loro materassi imbottiti di lana e concedermi qualche ora di sonno ristoratore.
Quando arrivai alle loro latrine mi tirai in un angolo e mi lavai la mano in un secchio di acqua gelida, che poi lasciai scivolare -rosata per il sangue- giù per lo scarico della latrina.
La morte della sacerdotessa ci fu comunicata solo dopo che i Sacerdoti stessi ebbero mangiato. La reazione del Sommo Sacerdote era stata quella in cui avevo sperato: aveva visto la bellezza del gesto della povera donna e non si era curato di analizzare più attentamente la sua improvvisa dipartita.
Ripeté il suo drammatico discorso anche durante la funzione del mattino, aggiungendo che la donna sarebbe stata tumulata nella cripta della cattedrale.
La tumulazione doveva essere già avvenuta perché non c'era la minima traccia del corpo.
Durza mi mise in mano la boccetta di vetro contenente il Fricai Andlat, ormai ridotto a meno della metà.
«Alla fine ci è stato utile» abbozzò, in tono quasi di scuse.
Lo feci sparire nella scollatura dell'abito e pensai se fosse il caso di rivelargli infine chi mi avesse fatto quel macabro dono. Sapevo ormai che Alba mi aveva in buona parte mentito, ma ricordavo anche che aveva tentato di farmi fuggire e non potevo ignorare il suo gesto e consegnarla ad una probabile punizione da parte del suo padrone.
«Spero non servirà più» mi limitai a commentare.
«Mikell ti odia» disse lui dopo un po', guardandomi di sottecchi. «Non che non abbia apprezzato il tuo spirito, Principessa, -ho sempre pensato che fossi una persona dotata di senso dell'umorismo in fondo- ma credo anche che quell'uomo si affretterà a cercare di fartela pagare».
«Ho ancora del Fricai Andlat, giusto?»
«Diamine Elfa, a volte mi fai paura» sentenziò Durza, aggrottando la fronte.
«Davvero?»
«Solo a volte» si sentì il dovere di specificare. «La Sacerdotessa sapeva difendere la sua mente comunque» aggiunse, quasi per caso.
«Ah sì?» mormorai stupita.
Lo Spettro annuì e una ciocca di capelli rossi gli piovve sulla fronte. «Ha provato ad attaccarmi. E forse sapeva anche qualche rudimento di magia, ma non abbastanza da fare un incantesimo senza pronunciarlo».
Mi guardai la mano sinistra, che pareva il doppio dell'altra così bendata e ricoperta dal guanto «Probabilmente si affilava i denti ogni mattino».
«Come la capisco. Non sottovalutare la comodità di avere i denti appuntiti». Durza ridacchiò. «Ti ha fatto molto male?»
«No». Lui mi aveva fatto molto di peggio, ormai potevo sopportare di tutto. «Ma in realtà non l'ho ancora esaminata per bene.»
«Se te la vedessi male dimmelo».
«Non è il caso di usare della magia, ma grazie per l'interessamento» dissi, cercando di non apparire né troppo fredda né troppo coinvolta.
Lo Spettro si strinse nelle spalle. «Figurati» rispose in tono distante.
Mi veniva da ridere.. o da piangere, ancora non ero sicura. Ma sentivo più presenti che mai la stessa tensione e le stesse parole taciute che da settimane accompagnavano il nostro rapporto.
Durza posò la mano a pochi pollici di distanza dalla mia, sulla panca di pietra. Era un muto invito e io vi caddi come una sciocca. Mi spostai impercettibilmente e lui fece lo stesso, così che le punte delle nostre dita si incontrassero e si stringessero.
Era un atto puerile, eppure fu piacevole, per quanto breve.
Evitammo di ripetere la cosa alla funzione della sera, mentre il Sommo Sacerdote non mancò di ribadire che la povera donna era morta come una santa.
Gagnsamr era sull'orlo di una crisi di nervi quando ci congedò per la notte. Non sapevo cosa gli avesse detto il Sommo Sacerdote riguardo ad Helsa e alla sua ormai definitiva scomparsa, ma il monaco sembrava nervoso e irritabile.
«Bitr» mi chiamò. «All'alba di dopodomani voglio la risposta e la tua decisione definitiva».
Chinai il capo e assentii in silenzio, ma forse avrei potuto trovare il modo di rallentare ulteriormente il noviziato. Magari ammalandomi gravemente o sparendo e tornando con altre sembianze.
Arrivai in chiesa prima di Durza quella notte e posai la tonaca a terra per riposarmi qualche minuto. Lo Spettro mi raggiunse poco dopo e restammo entrambi seduti a terra, sfiniti.
«Ci rimane un'ultima notte» mormorai rompendo il silenzio.
«Ci tieni particolarmente ai tuoi capelli, Principessa?»
«Dovremmo accettare di diventare novizi allora?»
«Sperando che nessuno mi riconosca.. Sì, direi che è l'ultima soluzione rimasta. Sei disposta a farti rasare il cranio o preferisci che prosegua da solo?»
Feci un gesto sprezzante. «Non mi importa nulla dei miei capelli. Ricresceranno».
«Allora resistiamo fino a domani e poi ci prenderemo un giorno per dormire, nel caso non trovassimo in tempo ciò che cerchiamo. Riprenderemo la ricerca quando saremo ufficialmente novizi» concluse con un sospiro di stanchezza.
Mi imposi di alzarmi. «Andiamo?» lo spronai arrotolando la tonaca e nascondendola ai piedi di Hofud.
Trovammo l'ambiente leggermente diverso da quello che ci attendeva di solito.
La prima inquietante visione ci fu offerta non appena arrivammo in fondo alle scale. La candela rossa illuminava una sorta di barella sulla quale erano ammucchiate delle vesti nere, insanguinate all'altezza del braccio.
Trovammo la porta della cripta socchiusa e, senza bisogno di scambiarci una parola, ci affacciammo nell'ambiente gelido. Sull'altare giaceva la sacerdotessa che avevamo ucciso quel mattino, avvolta in un telo bianco quanto lei.
Lì accanto, in un secchio pieno di pezzi di ghiaccio, erano ammucchiati quelli che dovevano essere i suoi organi interni, ripuliti a ben conservati.
Provai ad immaginare a quale orrendo scopo potessero servire e l'unica immagine che mi balzò in mente fu l'Helgrind e l'altare dove avevo abbandonato Augyra e visto le ceneri di Gamall.
Mi voltai per andarmene, sopraffatta dalla nausea per l'odore disgustoso. Durza aveva uno sguardo vacuo e io mi affrettai a spingerlo gentilmente all'indietro e chiudere la porta alle mie spalle.
Nella quinta stanza la luce timida della mia candela illuminò una nuova stranezza: una pila di libri ammucchiati sul pavimento, poi una di pergamene lì accanto. Avanzammo ancora e ne trovammo altre, tutte poste ordinatamente sul tappeto, quasi.. in cerchio intorno a noi.
Durza si girò a guardarmi e sobbalzò.
«I tuoi occhi» latrò.
Guardai i suoi e li vidi rossi come sangue, con le pupille strette da felino. La cosa in sé non mi avrebbe stupita particolarmente: non era la prima volta che lo Spettro pareva perdere per qualche istante il controllo sulla forma impostata ai suoi caratteri.
Poi intravidi le punte aguzze dei suoi denti e percepii il riflesso inquietante della fiamma sulla sua pelle improvvisamente nivea.
Portai una mano al mio orecchio destro e lo sentii appuntito sotto le dita.
Prima ancora che io o Durza potessimo ovviare la situazione, due aperture solcarono i muri e da esse uscirono una quantità di Ombre, ben superiore a quelle che solitamente stavano di guardia dietro alla porta di legno massiccio. Sembravano esserci tutti: una cinquantina di uomini in nero, armati fino ai denti.
Mi pentii di non avere mai picchiato contro le librerie alla ricerca di una seconda parete o di un muro cavo. Ma del resto il passaggio doveva essere abbastanza massiccio dato che né io né il mio compagno avevamo percepito i loro respiri.
Sguainai il pugnale con la destra, ritenendo la sinistra momentaneamente inadeguata al compito, e vidi Durza fare lo stesso. La sua schiena sfiorò la mia.
«Fammi indovinare», azzardai a voce bassissima, «non puoi usare la magia, vero?»
«Purtroppo no» fu la risposta lapidaria.
Probabilmente avremmo trovato una pietra di ametista nascosta sotto ad ogni caotico mucchietto di libri e pergamene.
A quel punto ebbi davvero paura. Cinquanta contro due -per di più armati di soli pugnali- era uno scontro così impari da non poter nemmeno essere definito tale. Forse io e lo Spettro avevamo qualità particolari e forza straordinaria, ma non ce la saremmo mai cavata contro un tale dispiegamento di forze. L'unico punto che avevamo coperto era la schiena, per il resto eravamo vulnerabili da ogni lato.
Sentii del trambusto provenire dalle pareti aperte e pochi istanti dopo ne uscì una processione di Sacerdoti, con il monco in testa, trasportato nella sua lettiga.
«Durza lo Spettro!» esclamò l'uomo. «Non ricordo di averti mai invitato qua sotto».
Durza rispose con un lieve inchino. «Sono famoso per non chiedere mai il permesso, Abracham».
«Già», riprese il monco affabilmente, «ma non era necessario uccidere una di noi, fare sparire chissà dove una monaca e traviare una novizia. Te la sei presa con tre povere donne..»
«Mi hai riconosciuto?» domandò lo Spettro e capii che stava cercando inutilmente di prendere tempo.
Il Sommo Sacerdote scosse lievemente la testa, ultima sostituzione alla sua gestualità e rispose: «Non ti avrei guardato una seconda volta se solo non fossero accaduti tutti questi incidenti in così pochi giorni. Poi ovviamente ci sono stati un paio di indizi: gocce di cera sui tappeti, scorte di candele finite precocemente, pergamene leggermente spostate, libri con le pagine girate.. E sangue nella bocca di Bidelia. Senza contare la preziosa testimonianza di Wachter», indicò la guardia, al suo posto dall'altra parte del cerchio, «che ha detto di avervi visti nel chiostro il giorno che Augyra è stata scoperta.»
Non era stato lui a vederci, era stata Delling. La giovane doveva aver raccontato tutto al suo amante e se la mia spiegazione era riuscita a convincere lei, lo stesso non si poteva dire del suo uomo, che aveva anche avuto il buon senso di non accennare alla loro relazione.
«Ah poi c'è quel monaco, Mikell, che ha detto di sospettare di voi già una settimana fa, prima che avvenisse l'ultima disgrazia. Sapevamo già che qualcuno si intrufolava qua sotto e sapevamo che erano presumibilmente Bitr e Natt, i due giovani appena arrivati, dall'educazione incompleta e dall'aria curiosa. A Gagnsamr non sono piaciute le vostre esitazioni nell'abbracciare l'ordine. Se ne è molto lamentato quando gli ho chiesto spiegazioni della vostra presenza tra i monaci. A quel punto vi ho guardati attentamente e ho mezzo intuito chi fossi tu, Durza, mentre ancora mi sfugge l'identità della tua accompagnatrice».
«Si chiama Alba» rispose lo Spettro al posto mio.
«E come mai ti porti appresso un'elfa?»
«Lei è un'elfa nera. Mi sta aiutando a cercare un modo per distruggere Galbatorix» disse guardando il sacerdote dritto negli occhi e assumendo un'aria spavalda.
Il monco fece quello che doveva essere un sorriso sdentato. «Perché non lo hai detto subito? Accomodatevi, tu e la tua amica. Vi prego di restare all'interno del cerchio di ametiste intanto che discutiamo, ma potete considerarvi miei ospiti».
Durza rinfoderò il pugnale e io abbassai il mio con reticenza.
Il mio compagno mi guardò con occhi feroci e determinati.
Fidati di me. Dicevano.
Ma la mia mente corse inevitabilmente all'esigua scorta di Fricai Andlat che avevo sotto il vestito e allo scopo originale per cui mi era stata data.
Uccidermi.
Ultima modifica di Lalli il 31 maggio 2015, 15:59, modificato 2 volte in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 21 dicembre 2014, 23:09

36. Fidati di me
Forse il monco poteva considerarci suoi ospiti, ma io non mi sentivo precisamente a mio agio: ero completamente circondata da uomini in nero, che puntavano le loro armi contro di me per impedirmi di uscire da un cerchio di ametiste che bloccava la magia. Come se non ne avessi già abbastanza del mio anello.
Durza, invece, aveva l'aria di sapere il fatto suo, ma poteva essere un'ennesima maschera.
Non vedevo molte vie d'uscita da quella situazione, ma lo Spettro aveva detto di aver già avuto a che fare con i Sacerdoti, quindi forse sarebbe riuscito a parlamentare.
Abbassai il pugnale, ma non lo rinfoderai. Anzi, ero pronta a scattare in qualsiasi momento e a vendere cara la pelle. Se mi avessero sopraffatta mi sarei uccisa prima che potessero catturarmi o torturarmi.
Le candele che ci avevano fatto luce fino a quella stanza giacevano a terra, ormai annegate nella loro cera, ma i Sacerdoti avevano con loro delle torce e con esse accesero quelle attaccate ai muri, rendendo l'ambiente molto più luminoso.
Il Sommo Sacerdote se ne stava sulla sua lettiga, dietro le Ombre, e non sembrava minimamente intenzionato ad avvicinarsi. Capii che in fondo aveva paura di Durza, e forse anche di me.
«Mi hai detto di voler distruggere il re, ma non mi hai detto cosa sei venuto a fare qui».
«Cercavo appunto la soluzione ad un problema: il modo per aggirare il potere di Galbatorix».
«Cosa cerchi?»
Lo Spettro fece un ghigno. «Non posso dirtelo».
«Allora non vedo come tu possa trattare con noi» sputò l'altro.
«Non sto chiedendo la vostra alleanza», specificò, «ma solo una consultazione dei vostri archivi».
«Direi che in quello ti sei già dato parecchio da fare. Ancora due stanze e gli archivi della cattedrale sono finiti, altri testi si trovano nella dimora degli dei» concluse chinando il capo.
C'erano altri testi nell'Helgrind? Chissà quanti altri mesi avremmo impiegato a spulciare anche quelli.
«Non ho ancora trovato ciò che cercavo», insistette Durza, «e dato che ormai mi avete scoperto potreste aiutarmi a farlo».
Il monco assunse un cipiglio duro. «Non ti lascerò andare senza le dovute garanzie» disse.
«Che ucciderò il re? Puoi starne certo, se mi darete ciò che cerco».
«No», fece il monco, «io voglio un tuo giuramento vincolante che, una volta annientato il re, tu ti ritirerai e lascerai che i legittimi sovrani prendano le redini di questa terra. Gli Antichi sono i creatori del mondo ed è loro diritto comandarlo. Se li libererai dalla loro schiavitù avranno sicuramente la pietà di non nutrirsi di te o dei tuoi cari».
«Abracham, i Ra'zac hanno giurato di ubbidire al re. Ed è quello che tu chiami un giuramento vincolante. Hai mai pensato che forse a loro vada bene la condizione di servitù?»
Un cupo mormorio si diffuse tra i nostri ospiti e alcune Ombre si mossero inquiete. Non ci voleva un genio per capire che lo Spettro aveva detto la cosa sbagliata: insinuare che il tuo dio sia il servo di un mortale deve essere considerato una sorta di sacrilegio.
Ma il monco gli aveva toccato il tasto del potere, e Durza non lo avrebbe mai abbandonato per nessuno, lo sapevo bene.
«Ti ricordo che ti trovi ancora nel cuore del culto degli Antichi» sputò il Sommo Sacerdote. «Se non vi abbiamo ancora uccisi è solo perché i nostri dei ci impongono di pensare a loro».
«Lo so» rispose Durza, più conciliante. «Ma in ogni caso non avrete alcun giuramento né da me né da Ar.. Alba. Posso esservi utile anche così, non credete?»
«Nulla ci garantisce che non cercherai di nuocere agli Antichi, una volta sconfitto il re».
«Io non farò alcun male ai vostri dei» disse lo Spettro spazientito, nell'antica lingua. «Contenti?» aggiunse gettandomi un'occhiata significativa.
Ovvio. Forse lui non poteva fare del male ai Ra'zac, ma chiunque altro sì. Io stessa sarei stata in grado di ucciderli senza troppe difficoltà, se li avessi colti senza i Lethrblaka al seguito.
Il monco parve sorpreso, e subito dopo soddisfatto. «Non ci basta. Vogliamo avere un ostaggio come ulteriore deterrente. Lei per esempio potrebbe andare bene» disse annuendo nella mia direzione.
Sollevai il pugnale. «Non ho intenzione di rimanere qui» dissi con voce ferma.
«Non ho chiesto a te, elfa. Ho chiesto allo Spettro..»
«Che rifiuta» concluse Durza seccamente. «Non avete bisogno di nient'altro. Se volete sconfiggere Galbatorix io so dove bisogna colpirlo, mi serve solo qualche altra informazione. Voi brancolate nel buio al riguardo, quindi credo di avere io il coltello dalla parte del manico».
Il monco fece nuovamente quello che doveva essere un sorriso. «Sei mio prigioniero, sono io a dettare la legge qui dentro».
«Credevo di essere un ospite» lo pungolò il mio compagno.
«Questo finché ho creduto che sarei riuscito a farti ragionare. O sei totalmente dalla nostra parte o sei nostro nemico. Lasciaci l'elfa e ti aiuteremo come possiamo. E ti lasceremo andare, ovvio».
Vidi Durza tentennare e fui nuovamente colta dal panico. Strinsi con forza l'elsa del pugnale e portai una mano al petto, pronta a trapassarmi con la lama o a svuotare la boccetta di Fricai Andlat nel caso mi fossi trovata costretta a farlo.
«Cosa avete intenzione di fare con lei?» chiese poi, dandomi le spalle e facendo sprofondare le mie speranze nel buio.
«Nulla di male, te l'assicuro».
«Balle» sentenziò freddamente lo Spettro. «Sono stato allievo di Gagnsamr per un mese e ormai conosco le vostre dodici verità a menadito. Voi rifiutate chiunque non viva un ciclo normale di anni, e gli elfi vivono ben più di cento anni. Non ha senso che la torturiate per strapparle informazioni perché non ne ha. È un'elfa nera e le hanno cancellato la memoria quando l'hanno cacciata dalle terre degli elfi, quindi il massimo che saprebbe dirvi sarebbe il suo nome, il mio e la pianta del mio palazzo a Gil'ead».
Mi stava difendendo, ma non potei fare a meno di chiedermi chi fossero gli elfi neri. A sentire parlare lo Spettro parevano dei ripudiati, ma non esistevano degli elfi ripudiati, raramente compievamo atti per i quali era necessario punirci. L'unico esempio che mi veniva in mente era la triste storia di Linnea, che aveva finito per punirsi da sola.
Probabilmente se li stava inventando.
«Non dovrebbe importarti più di tanto del suo destino. Preoccupati del tuo» lo invitò il monco.
Mi balzarono in mente immagini del mio corpo morto tagliato a pezzetti, analizzato e studiato, e poi dato in pasto ai Ra'zac. Avevo sempre pensato che una degna pira funebre mi attendesse dopo la morte, non di certo di diventare oggetto di perversi studi di una setta di folli.
In fondo neanche ammazzarmi mi avrebbe totalmente preservata.
«Se rifiutassi?»
«Uccideremo entrambi. Tu ti credi superiore forse, ma la nostra religione è piena di adepti e di potere. Riusciremo a sconfiggere il re anche senza il tuo aiuto».
Durza scoppiò a ridere. «Stai sopravvalutando le tue possibilità Abracham».
«E tu le stai sottovalutando!» rispose il sacerdote alzando la voce. «Sei in mio potere e non hai affatto in mano la situazione. Ecco perché farai esattamente ciò che ti dirò, senza discutere se tieni alla vita! Forse non conosco ancora il punto debole del re, ma conosco bene il tuo» disse accennando al torace dello Spettro, dove il suo cuore batteva leggermente accelerato.
Il monco aveva scoperto le proprie carte. Non aveva alcuna intenzione di scendere a compromessi, voleva dettare legge. Le parole che ci aveva rivolto all'inizio della conversazione avevano il solo scopo di farci sentire ancora padroni del contesto.
Ad un suo cenno l'ultima fila delle Ombre lasciò le lance e incordò dei piccoli archi dalla gittata sicuramente breve, ma sufficiente a freddare sia me che Durza.
Lo Spettro sfoderò nuovamente il pugnale e restò a guardarlo con interesse per qualche lungo istante, quasi distratto.
Sta valutando la proposta pensai.
E invece le parole che sussurrò mi stupirono: «Pronta a correre, Principessa?»
Flettei i muscoli delle gambe. «Ci ammazzeranno» risposi allo stesso tono, quasi impercettibile.
«Verso la chiesa» disse semplicemente.
«Allora, Spettro?» lo richiamò il monco.
Durza sorrise, snudando terrificanti denti aguzzi, allargò le braccia e chinò il capo facendo alcuni passi nella sua direzione. «Accetto tutte le condizioni».
Fidati..
«Tieniti Alba, ma non farle del male..»
..di..
«.. e sopratutto forniscimi tutte le informazioni che ti chiederò».
..me!
Le sue parole melliflue ebbero il potere di calmare gli animi. Vidi i lineamenti di molti uomini intorno a me distendersi e gli archi e le lance di alcune Ombre abbassarsi.
«Ora» sibilò Durza.
Lanciò il coltello in direzione del Sommo Sacerdote, che gridò non appena la lama sprofondò nella sua carne con un tonfo.
Ma non seppi mai dove l'avesse colpito. Durza non aveva ancora finito di pronunciare “ora” che già io ero schizzata in direzione della quarta stanza, saltando sopra alle Ombre e finendo con i piedi in faccia agli arcieri.
Forse a causa dei loro riflessi troppo lenti, non arrivarono a fermarci. Riuscirono appena a tirare qualche freccia prima che lo Spettro -recuperato l'uso dei suoi poteri- alzasse una barriera dietro l'altra per chiuderli nella stanza.
Tuttavia le lance e le frecce dovevano essere incantate perché superarono in gran parte quelle difese, andandosi a conficcare dolorosamente in diversi punti del mio corpo.
Caddi a terra gridando, con una lancia nella coscia sinistra, due frecce nel polpaccio destro e un paio di colpi di striscio alle braccia. Durza era passato avanti, quindi aveva subito meno danni: in qualche modo gli avevo fatto scudo col mio corpo.
Mi trascinò fuori dal fuoco delle Ombre e mi strappò frecce e lancia dal corpo senza troppi complimenti, iniziando a guarire le mie ferite con rapide formule.
«Usciranno dai muri!» ansimai, la pelle velata di sudore gelido, datomi dalla sofferenza.
Lo Spettro realizzò che la sua barriera chiudeva semplicemente l'accesso più rapido dalla quinta alla quarta stanza, ma che probabilmente c'era una serie di tunnel che correvano paralleli a tutte le stanze, permettendo ai Sacerdoti e alle loro guardie di muoversi liberamente nonostante il suo sbarramento.
Sentii le sue lunghe dita circondarmi i fianchi mentre mi caricava sulle sue spalle e correva con fretta disperata verso le scale che portavano in superficie.
Rimasi inerte. Non ero in grado di correre, probabilmente nemmeno di camminare fino a che qualcuno non si fosse preso cura delle mie ferite, che dolevano terribilmente.
Ci eravamo trattenuti qualche istante di troppo oltre alla barriera dello Spettro, ma lui correva parecchio veloce, quindi arrivammo in prossimità delle scale nello stesso istante in cui le Ombre cominciavano a raggiungerci per i corridoi paralleli. E infatti fuoriuscirono dalla cripta, praticamente pestandosi i piedi a vicenda.
Mi sporsi ad afferrare la barella di legno e la tirai loro addosso, ostacolandoli ulteriormente, poi fui sballottata su per le scale e infine praticamente gettata sul pavimento duro della cattedrale, dove lasciai una piccola scia di sangue.
Durza salì dopo di me e io pugnalai il braccio che si allungava per afferrargli la caviglia. Con mio grandissimo stupore, l'uomo non parve farci caso e continuò imperterrito la sua azione, stringendo infine il piede dello Spettro.
Strisciai più vicina e gli tagliai di netto la mano, ma nemmeno allora parve soffrire particolarmente, anzi, si issò fuori dalla botola e cercò la corta spada che portava a cintura con l'unica mano rimastagli.
«Tra gli occhi!» mi gridò Durza, lanciando una sfera di energia contro un'altra Ombra.
Mi alzai in piedi a fatica, evitai un fendente e conficcai la lama nella fronte dell'uomo, uccidendolo sul colpo.
Vidi lo Spettro alle prese con un'altra ombra. Aveva afferrato l'uomo disarmato per la giubba imbottita e lo stava tenendo saldamente, con gli occhi serrati e un'espressione concentrata in volto.
Un attacco mentale? Non avrebbe fatto prima ad ucciderlo e basta?
Sentii i passi affrettati di altri uomini per le scale di pietra, così feci scivolare la lastra nell'insenatura e vi trascinai sopra i corpi dei due uomini che giacevano morti lì accanto, per appesantirla.
«Durza!» sbraitai, «Stanno arrivando!»
Lo Spettro mi ignorò per qualche altro istante, continuando la lotta silenziosa con l'Ombra, e io iniziai a trascinarmi in direzione del portone principale, zoppicando appoggiandomi alle panche e digrignando i denti per le ferite.
Mi raggiunse e mi prese nuovamente in spalla, poi corse fino al portone, che aprì con un incantesimo e richiuse dietro di sé con un altro.
«La locanda!» esclamai, pulendo il pugnale gocciolante di sangue sulla mia gonna e rinfoderandolo.
«Prima ti guarisco, Principessa».
Ci spostammo in direzione opposta al Covo Segreto e Durza mi adagiò a terra in un vicolo, riprendendo a biascicare una formula curativa dietro l'altra fino a che tutte le mie ferite non smisero di sanguinare e i tessuti non si furono saldati tra loro. Solo allora la mia sofferenza si placò.
Avevo decisamente perso l'allenamento da quando Durza mi torturava ogni singolo giorno.
«Sei abile con la magia curativa» osservai.
Strano per uno Spettro portatore di morte.
«Volevo essere sicuro di poter salvare le persone che volevo restassero in vita» rispose semplicemente, un po' ansimante.
Mi resi conto che mi aveva effettivamente salvato la vita. Volevo ringraziarlo, ma la frase che mi uscì era dettata dall'esigenza di sopravvivere.
«Andiamo alla locanda ora?»
«Facciamo attenzione. Ho paura che i Sacerdoti abbiano potere anche sulle guardie cittadine e se mettessero di ronda anche i soldati potremmo essere veramente in pericolo. Almeno saremmo attaccati da piccole pattuglie. Te hai ancora il pugnale?»
«Sì».
«Io no purtroppo, spero almeno di aver ferito mortalmente il monco» commentò rabbioso.
Piegò il capo per captare suoni sospetti e io feci lo stesso. Percepivo ordini urlati in lontananza e rumori di passi pesanti sparpagliati in ogni direzione.
«Ci verranno a cercare. Sappiamo molte cose che non dovremmo sapere e non siamo legati ai loro dei in alcun modo, quindi nulla ci impedisce di andare a spifferarle in giro. Mi dispiace solo di essermi lasciato scappare un giuramento di troppo, ma credevo che le cose si sarebbero sistemate pacificamente a quel punto, invece ho sottovalutato la testardaggine di Abracham».
«Durza..» mormorai, nuovamente sul punto di ringraziarlo.
In un impeto di affetto mi sfiorò il volto, accarezzandomi una guancia con il dorso della mano. «Tutto bene, piccola Elfa?»
A quel punto udii dei passi. «Qualcuno si sta avvicinando».
«Allora dovremo nasconderci dietro quei barili laggiù».
Lo facemmo, ma la figura che ci passò accanto non era né una guardia imperiale né un'Ombra, bensì una semplice prostituta.
Cominciammo il nostro lento spostamento in direzione della locanda. Le guardie cittadine erano state avvisate e cominciavano a riversarsi per le strade in una ricerca silenziosa, un terzetto passò nella strada davanti a noi, senza vederci.
Cosa sapevano di noi? Il colore dei nostri capelli? Probabilmente avremmo fatto meglio ad alterare nuovamente le nostre sembianze, ma forse Durza non aveva intenzione di lasciare troppe tracce di magia, per non indicare la nostra direzione, o forse se n'era semplicemente dimenticato.
A rigore di logica l'unica nostra via di fuga doveva essere per la porta principale, che da quel momento in poi sarebbe stata sorvegliata come solo le ultime due uova rimaste al re dovevano essere.
Lo Spettro mi aveva guarita in un vicolo in direzione dei cancelli -dove sicuramente erano rimaste tracce di sangue- e forse quello avrebbe orientato la nostra ricerca in direzione di essi, mentre noi ci spostavamo dalla parte opposta.
Trovammo tutte le lanterne agli angoli delle strade accese, probabilmente per stanarci più facilmente. Ma se sentivamo un respiro nei paraggi ci limitavamo a cambiare strada e allungare ulteriormente il giro.
A nostro svantaggio andava anche la luna: piena, libera di nubi e brillante. Illuminava le stradine di una luce liquida che permetteva a noi di muoverci agilmente, ma anche ai nostri inseguitori di individuarci con più facilità. Fortunatamente, però, avevano una vista peggiore della nostra.
Impiegammo più di un'ora per raggiungere il Covo segreto. Doveva avvicinarsi ormai la seconda ora del mattino e io non ero ancora certa che avrei visto l'alba, anche se la situazione era infinitamente migliorata rispetto a un'ora prima.
Ovviamente la porta della locanda era chiusa dall'interno, e anche quella di servizio della cucina, quindi decidemmo di entrare per una finestra ed evitare nuovamente di fare uso della magia.
Durza socchiuse la finestra della cucina dopo una minima forzatura, sbirciò all’interno e poi la spalancò del tutto. Analizzò lo stretto passaggio per qualche secondo, poi scosse la testa e mi sussurrò:
«Arya prova a passare tu, le mie spalle sono troppo larghe.»
Annuii e accettai le sue mani incrociate a mo’ di scalino per issarmi fino all’apertura. Nemmeno le mie spalle erano strette, se si consideravano i canoni di una fanciulla media, ma stringendomi su me stessa al massimo riuscii a passarci e a scivolare dentro la cucina. Atterrai, non esattamente con grazia, sul massiccio tavolo di legno, rovesciando un secchio d’acqua. Soppressi un’imprecazione e sgusciai fino alla soglia, ma non sentendo nessun suono mi rassicurai e mi diressi verso la porta principale, che aprii con circospezione. Durza scivolò dentro e richiuse il chiavistello dietro di sé.
Feci mentalmente il punto della situazione: il mio abito di riserva e le nostre coperte erano rimaste nei dormitori della cattedrale. Fortunatamente avevamo con noi i mantelli e avevamo lasciato le nostre spade sotto al materasso del Covo. Se avessimo rubato un paio di coperte dalla locanda non avremmo rovinato nessuno. Del resto la primavera era ormai alle porte e le temperature erano mitigate di parecchio.
«Vado a recuperare le nostre cose» dissi salendo i primi scalini.
Lo Spettro annuì e i suoi occhi scintillarono vermigli nella penombra .«Ti aspetto in cucina, prendo qualche provvista nel frattempo».
Salii al secondo piano, dove dormivano tutti e riuscii a muovermi con tranquillità nel buio avvolgente. Cercai la cordella che mi cingeva il collo e inserii la chiave nella serratura. La porta si aprì con un lievissimo cigolio.
Una volta all'interno scostai il pannello di legno dalla finestra per godere un poco della luce lunare e recuperai i nostri zaini, arrotolai due coperte e ve le agganciai. Poi strisciai sotto al letto e presi con delicatezza la mia spada e quella di Durza, facendo attenzione a non farle tintinnare.
Sciolsi la chiave dallo spago, la lasciai nella toppa e tornai di sotto.
Durza aveva ammucchiato del pane, del formaggio e delle mele sul tavolo e mi strappò di mano gli zaini per riempirli.
«L'incantesimo che hai lanciato sulla porta perché nessuno la aprisse andrebbe sciolto» osservai posando le spade su una sedia.
Esitò. «Diamine, hai ragione!»
Senza nemmeno avvicinarsi alla porta bisbigliò qualche parola.
«Se non avessi ribaltato un intero secchio d’acqua potremmo anche riempire le borracce». Sbuffò e fece un sorrisetto. «A proposito, hai delle gran belle gambe Elfa, non so se nessuno te l’ha mai detto».
«E c’era bisogno di sbirciare sotto la mia gonna per scoprirlo?» risposi, ma il mio tono mancava del pepe che doveva.
Guardavo la testa rossa di Durza e non potevo fare a meno di pensare che lui, mio nemico, che aveva visto le mie gambe almeno mille volte e solo grazie alle torture che mi aveva inflitto, mi avesse preferita ad un accordo decisamente vantaggioso che gli avrebbe procurato più potere di quanto sicuramente potessi fare io con il mio ambiguo aiuto.
Sentii una sensazione calda stringermi la gola e da lì scendere al cuore, tanto che mi parve di librarmi nell’aria per qualche istante.. Fino a che una mano bianca non mi sfiorò il braccio.
«Tira il chiavistello della porta della cucina, ce ne staremo qui un’oretta o due per placare le acque e poi usciremo dalla porta di servizio». Durza parlò con un tono pratico e sbrigativo, ma la sua voce mi toccò in maniera profonda e indefinibile.
Quando allungai il braccio per chiudere la porta mi resi conto di avere la pelle d’oca, diffusa in tutto il corpo e che la sensazione di calore aveva al contempo raggiunto ogni mia terminazione nervosa.
Lo Spettro si accasciò su una sedia di legno e sospirò di stanchezza. «Non me ne va mai bene una» borbottò.
Lo guardai. La pelle pallida del suo volto, anche se increspata in un cipiglio frustrato, riluceva al bagliore della luna, gli occhi cremisi erano più profondi e intensi più che mai e le sue forti mani erano strette a pugno sulle sue ginocchia. I suoi vestiti erano sporchi di sangue, probabilmente più mio che suo.
Non era la prima volta che lo guardavo in quella maniera, ma quella notte mi parve quasi insopportabile, le mie labbra bruciavano e bramavano le sue come acqua fresca e il desiderio mi travolse tutto d’un tratto, lasciandomi immobile accanto alla porta, destabilizzata.
All'improvviso seppi che io e Durza eravamo al sicuro, che nessuno ci avrebbe trovati per molto tempo, che mi sentivo addolcita, morbida, accaldata, e che ciò che provavo per lui mi stava riempiendo il petto fino a farmi scoppiare il cuore e tremare le gambe.
E fui perduta.
Colmai la distanza che mi separava dallo Spettro, ignorando la sua espressione confusa.
Tremavo quando mi chinai su di lui e lo baciai. Vidi i suoi occhi sgranarsi di scatto e vi lessi la sua esitazione e la sua sorpresa, prima che li chiudesse e si abbandonasse completamente alle mie labbra, allungando le mani e stringendomele intorno al viso. Mi parve di avere già vissuto una situazione simile e il ricordo del giorno in cui Durza era partito per Uru'baen mi balzò vivido in mente.
Ma io non avevo intenzione di andare da nessuna parte, e glielo dimostrai quando mi sedetti a cavalcioni sulle sue gambe. Lo Spettro mi strinse le cosce e mi divorò la bocca nel più passionale e irruento bacio che avessi mai ricevuto, mentre il suo corpo si tendeva contro il mio, come se l’aria tra di noi fosse un ostacolo insormontabile.
E non pensai più a nulla se non al fatto che volevo Durza. Lo desideravo ardentemente, insensatamente, indecentemente, incondizionatamente.
Quei semplici baci non erano abbastanza.
Non erano mai stati abbastanza.
Avida, sfiorai il profilo del suo petto, risalendo fino ai lacci del mantello, che presi a sciogliere. Quando gli baciai la gola Durza emise un gemito roco che mi colpì come una ventata d’aria rovente, ma subito dopo mi afferrò le spalle e mi allontanò da sé.
«Elfa», disse ansimando leggermente, «non c’è bisogno di ringraziarmi per ciò che ho fatto.. cioè magari sì, ma non.. non così». E tentò una risatina di scherno.
Ma ormai lo conoscevo e individuai la maschera sul suo viso da falco, sentii la tensione dei suoi muscoli, lessi il desiderio nei suoi occhi felini e seppi che mi voleva almeno quanto lo volevo io. Chinai il capo e tornai ad armeggiare con il mantello.
Strinse la presa sulle spalle. «Che cosa stai facendo?» E mi parve quasi allarmato.
«Non riesco a slacciarlo» ammisi fissando le mie mani tremanti e i nodi stretti.
Percepii lo sguardo dello Spettro, uno sguardo freddo e calcolatore, lo sguardo di chi cerca di capire dove sia il trucco.
E nonostante ciò si sfilò il mantello dalla testa, lentamente, senza neanche provare a districare la selva di nodi.
«Vuoi per caso sedurmi e uccidermi a metà dell’opera?» domandò giocherellando con lo spago che avevo ancora al collo e sfiorandomi il seno, esitante. «Perché vorrei informarti che, se me la lasciassi finire, morirei felice».
«Forse dovrai rischiare» lo provocai, sporgendomi a baciargli un'altra volta le labbra e ritirandomi subito dopo, invitandolo in silenzio a seguirmi.
Rischiò. Il dubbio e la reticenza sparirono rapidamente dai suoi occhi e di nuovo li socchiuse quasi con ferocia, assecondando i miei gesti, rispondendo alla mia bocca e spostando le mani improvvisamente impazienti sul mio corpo.
Fiori di fuoco sbocciarono sulla mia pelle quando insinuò le mani sotto il vestito e mi accarezzò le gambe, trascinando con sé la stoffa fino a che le sue dita non raggiunsero le corte brache che portavo sotto.
Lo sentii sorridere contro la mia bocca. «E queste?»
«Ti ho detto che odio le gonne» mugugnai tra un bacio e un altro.
«In ogni caso adesso non ti servono».
Durza mi strinse nuovamente le cosce e si alzò in piedi tenendomi a sé, gettò uno sguardo frenetico nella stanza e finì per appoggiarmi sull’orlo del tavolo, che pareva l’unico angolo libero tra quelle quattro mura.
Fece per tirare via le brache, ma quelle si incastrarono all'altezza dei miei stivali. Lo Spettro ridacchiò per l'impaccio e io scalciai via direttamente uno stivale, sfilando le brache dalla caviglia sinistra.
Arrotolai le gambe intorno alle sue, portandolo più vicino, e gli sganciai la cintura con mani ancora più tremanti per la trepidazione. Finì a terra e il fodero vuoto che vi era agganciato atterrò con un tonfo sul pavimento grezzo.
Il mio carceriere sollevò la gonna fin sopra alle ginocchia e mi baciò per l'ennesima volta, lasciando vagare pigramente le mani sulle mie gambe scoperte.
Quando si staccò pensai che mai Durza mi era sembrato così bello. Con i capelli scomposti, i lineamenti distesi in un abbandono quasi infantile e gli occhi cremisi ricolmi di una brama incalzante, che di infantile non aveva nulla.
Con l'ardore che mi bruciava le vene, tutti i muri che mi avevano tenuta separata da Durza lo Spettro mi parvero improvvisamente insignificanti e, senza pensare a nulla che non fosse lui, abbracciai l'uomo di fronte a me come se non avessi fatto altro per secoli.
Fu brusco e mi fece male. Mi sfuggì un piccolo singhiozzo, ma mi affrettai a reprimerlo.
Mi aggrappai con forza alle spalle dello Spettro, irrigidita per il dolore, e lasciai che soffocasse i sospiri e i gemiti contro la mia bocca.
Sarebbe passato, lo sapevo, ed in effetti fu così. Il dolore si ridusse lentamente ad un lieve fastidio, sempre più lontano, mentre la passione e una sensazione gradevole prendevano il suo posto, strappandomi un paio di profondi sussulti e stringendo ulteriormente il nodo sotto il mio stomaco.
Cominciai a perdermi, ad annaspare, ad abbandonare la coscienza dei netti confini del mio corpo, ad annegare nelle iridi di sangue dello Spettro.
Poi Durza mi strinse a sé, affondando le dita nella mia schiena, e rilassò improvvisamente i muscoli con un ringhio gutturale, premendo la fronte imperlata di sudore contro la mia, il respiro pesante e gli occhi spalancati. Gli pettinai i capelli tra le dita, insoddisfatta eppure felice, e lui mi baciò con una dolcezza che non mi aveva mai riservato in mesi di baci rubati.
Non sanguinai, e potei risparmiarmi l'imbarazzante ammissione di non avere mai fatto l'amore prima di allora e potei restare a godermi ancora un poco le labbra screpolate di Durza, la carezza gentile delle sue mani e la sua espressione beata.
Ma non potevamo restare troppo a lungo in quella bolla di non troppo innocente spensieratezza. Sentii dei passi frettolosi provenire dalla strada accanto e la realtà inquinò in un istante tutto: la cucina tornò ad essere un luogo squallido e io e lo Spettro tornammo ad essere due fuggitivi.
«Forse dovremmo andare» mormorai, quasi spaventata all'idea di interrompere il nostro silenzio complice.
«Non ancora» rispose Durza pigramente. «Fammi prima realizzare che questo non è un sogno».
Gli sorrisi e gli afferrai il volto per baciarlo sonoramente sulla fronte. «Non lo è. Ma non è il caso di farci trovare in queste condizioni dal locandiere, dai Sacerdoti o dalle guardie cittadine».
Ormai avevo spezzato l'incantesimo. Durza si separò con reticenza da me, non prima di avermi sfiorato le labbra un'ultima volta. Come se fossi effettivamente un sogno che rischiava di dissolversi tra le sue dita.
Il mio amante ridacchiò quando mi vide indossare le brache sotto la gonna, ma poi si ricompose in silenzio, allontanandosi per recuperare il mantello, che giaceva ancora a terra accanto alla sedia.
Inevitabilmente calò un lieve imbarazzo e lo Spettro non si diede esattamente da fare per dissiparlo.
«Forse avrei dovuto dirtelo prima di.. insomma..» cominciò, guardando un punto indefinito all'altezza delle mie spalle. Gli feci cenno di andare avanti e lui mi accontentò.
«Prima, quando eravamo alla Cattedrale, mi hai visto assalire la mente di un uomo, ricordi?»
«Certamente».
«Ecco forse quell'uomo potrà portarci qualche informazione entro le prossime due ore».
Trattenni un'esclamazione di stupore. «Gli hai invaso la mente?»
Annuì. «Sta terminando le ricerche per noi. Costringerà un sacerdote a dargli indicazioni più precise».
«Hai.. Gli hai detto il tuo segreto?»
«Non posso. Ho cancellato la sua identità e l'ho sostituita con l'idea fissa di trovare quello che cerchiamo. Eravamo vicini, Arya, molto vicini. Se ciò che cerco non si trova in quella stanza direi che non si trova in nessun altro luogo di Alagaësia se non nella biblioteca privata di Galbatorix».
Era una scelta orribile, la sua, e così perversa da darmi i brividi. Cancellare l'identità di un uomo era molto peggio che ucciderlo.
Avrebbe potuto consegnare me e riprendere la ricerca con calma.
Ma non lo avrebbe mai fatto, in quel momento ne fui certa. Spettro o no, nemico o no, Durza ci teneva a me. In modo singolare e tutto suo, ma ci teneva.
Fui distratta dalla tinta rosata che avevano assunto le sue guance mortalmente pallide e così mi dimenticai di commentare le sue azioni.
«Non sei arrabbiata?» mi chiese con cautela.
«Non avevi scelta. Era la nostra ultima possibilità..»
Mi bloccò con un gesto. «Non parlavo di quello».
Incrociai le braccia sotto il seno e risposi con una franchezza senza precedenti: «Non mi sono data a te solo perché non mi hai consegnata al monco, Spettro, e lo sai anche tu. Sono felice che tu abbia avuto la prontezza di mettere a punto un piano di riserva».
Ammutolì, guardandosi la punta degli stivali. «Hai sempre intenzione di uccidermi?»
Ero abbastanza sicura che solitamente non ci si intavolassero discorsi di quel genere dopo aver giaciuto insieme, ma fui sollevata dall'impaccio della risposta quando qualcuno dal passo pesante si avvicinò alla porta di servizio e vi picchiettò leggermente le nocche.
Durza sollevò un sopracciglio e andò ad aprire il chiavistello.
Mi ritrovai faccia a faccia con l'ombra dell'uomo che aveva lottato contro Durza nella cattedrale. Aveva un'espressione vuota e assente, i muscoli facciali molli e il passo tremebondo. Aveva subito una cosa orribile del resto.
Lo Spettro stava per tirarlo dentro e strappargli la pergamena che stringeva tra le mani, ma un grido risuonò, sin troppo vicino. «ECCOLI!»
Erano altre ombre. Probabilmente il loro compagno così ridotto aveva attirato la loro attenzione, ma non era il caso di fermarsi a chiedere conferma.
Infilai lo zaino in spalla, la spada già legata saldamente ad esso, ed estrassi il pugnale.
«Ti serve vivo?»
«No».
Lo colpii al cuore e in qualche modo seppi di avergli fatto un enorme favore.
Poi mi ritrovai a correre nuovamente con lo Spettro per i soffocanti vicoli di Dras-Leona, in direzione della baracca di Ditolesto.
«La pergamena?» gli urlai dietro.
«L'ho io, Principessa».
I nostri inseguitori erano parecchi, ma erano lenti. Tuttavia, anche se ci persero di vista, sapevano ormai alla perfezione in che zona della città ci stessimo nascondendo e avrebbero stretto il cerchio frugando in ogni casa traballante.
Mentre noi avremmo fatto un bel bagno nelle fognature, sperando di non annegare in quella melma puzzolente.
Ricordavo la strada per la baracca di Ditolesto, ma dovetti lasciar passare Durza avanti, perché aprisse la porta con la magia. Ormai potevano anche rintracciarci, ma una volta fuori da Dras-Leona io e lo Spettro avevamo altissime possibilità di fuggire indenni, con il buio e la velocità dalla nostra.
Peccato però che, dopo tutte le emozioni di quella notte, mi sentissi decisamente esausta. E a quella stanchezza si sommava quella accumulata dalle notti precedenti.
La botola che portava sottoterra era coperta da varie assi di legno, secchi, corde, scatole di chiodi e martelli e picozze. Se non fosse stata l'unica possibile botola in quella stanza l'avrei scambiata per un semplice ammasso di strumenti e materiali.
Facemmo troppa confusione.
Ditolesto scese da una scaletta di legno dopo pochi minuti, una camicia lercia a coprirgli il torace ossuto e una torcia in una mano.
«Ehi, voi siete quelli del Ratto, no?»
«Sì», rispose Durza seccamente, «e dobbiamo andarcene in fretta se permetti».
Ma l'uomo non sembrava intenzionato a lasciarci andare con tanta semplicità e iniziò a tempestarci di domande. Eravamo entrati tra i sacerdoti? Cosa avevamo scoperto? Volevamo vendergli qualche informazione?
«Vi ho detto che c'è un giovane uomo coi capelli scuri che vuole sapere un paio di cose su di loro, no? Se restate fino all'alba vi organizzo un incontro così ci parlate diretto e magari vi fate dare un po' di soldi. Oppure vi scambiate altre informazioni..»
Capii che c'era qualcosa che non andava quando mi accorsi che il suo tono di voce si faceva sempre più flebile mano a mano che parlava. Alzai gli occhi su di lui, abbandonando il martello che stavo spostando, e colsi il volto di Durza ai margini del mio campo visivo.
Gli occhi animaleschi assottigliati, la pelle bianca, i denti aguzzi. Nessun uomo avrebbe esitato a riconoscerlo per ciò che era, e probabilmente nemmeno le mie orecchie a punta erano sufficientemente nascoste dalla treccia ormai totalmente scarmigliata dopo le disavventure della notte.
Non mi mossi abbastanza in fretta da impedirgli di urlare. Ditolesto riuscì ad emettere un grido sorprendentemente acuto -pur essendo un uomo- prima che gli recidessi le corde vocali col pugnale ancora incrostato del sangue dell'Ombra. Poi lo colpii al petto e misi fine alle sue sofferenze. L'uomo cadde a terra fissandosi la mano destra -quella mezza amputata- lercia di sangue, con un'espressione di ingenua sorpresa stampata in viso.
Lo Spettro imprecò quando la torcia, caduta dalle mani della spia, sparse le sue fiamme sul pavimento legnoso della baracca. Ma per nostra fortuna non attecchì a causa dell'umidità del materiale e con un paio di calci bruschi riuscimmo ad estinguere il fuoco.
«Arya finisci tu ti prego!» implorò stirando la pergamena che gli aveva portato l'Ombra tra le mani e scorrendola rapidamente.
Avrei voluto sedermi accanto a lui e leggerla a mia volta, ma le grida di Ditolesto avevano svegliato un buon numero di vicini, che domandavano inquieti cosa fosse successo. Entro un minuto avremmo avuto addosso le guardie imperiali e l'intero manipolo di Ombre.
Gettai via tutto ciò che trovai sulla botola, senza più curarmi di essere cauta e silenziosa.
Quando la botola fu sgombra, Durza la aprì con un incantesimo e mi fece segno di scendere per prima dalla marcia scaletta a pioli, per poi seguirmi nel buio e chiudere nuovamente la botola. Fece danzare una fiammella accanto a me per illuminarmi la strada, ma non dovemmo scendere troppo prima che i miei stivali toccassero una superficie solida. Più o meno eravamo alla stessa altezza delle stanze sotterranee dei Sacerdoti, solo che al centro del tunnel scorreva lentamente un melma nerastra e terribilmente puzzolente.
Stringemmo saldamente la scaletta di legno e dopo una lunga forzatura, riuscimmo a staccarla dal suo sostegno. Quella soluzione avrebbe ulteriormente rallentato i nostri inseguitori.
Io e lo Spettro corremmo su una sorta di stretta piattaforma rialzata, che tuttavia si estinse presto, affondando direttamente nel liquido.
L'idea di tuffarmi in quello schifo mi disgustava, ma non avevo molte altre scelte, quindi scesi il primo scalino e i miei stivali si mossero con uno sciacquio.
Ben presto mi ritrovai immersa fino alla vita, con lo stomaco contratto per la nausea.
«Forza, Principessa!» mi incoraggiò Durza facendo una lieve pressione tra le mie scapole. «Non siamo molto lontani dal muro esterno. Una volta lì dovremmo cadere in un canale che porta al lago e allora ci laveremo tutto di dosso».
«Sono stanca» ammisi, trascinando le mie gambe dai muscoli tremanti nella melma.
«Anche io». Mi strinse un gomito, senza smettere un attimo di camminare.
Alle nostre spalle qualcuno mandò in pezzi la botola di legno. Lo Spettro estinse la fiammella e io riuscii ad afferrare la sua mano appena in tempo, prima che tutto sprofondasse nell'oscurità.
Qualcuno urlò di portare una corda e io mi ritrovai a camminare nel buio totale, con il respiro di Durza e la sua mano nella mia come unico segnale della sua presenza e un sciabordio sempre più forte che si avvicinava davanti a noi.
Sembrava passata un'eternità, ma probabilmente non più di cinque minuti dopo ci trovammo davanti ad una cascata, come intuimmo dal rumore dell'acqua che si infrange dopo una caduta.
Non era certamente alta, ma ci avrebbe costretti ad inzaccherarci dalla testa ai piedi ed esitammo qualche istante prima di buttarci.
Sentivo ancora il sciabordio del liquame alle mie spalle, causato dai movimenti dei militari che ci stavano seguendo in quel pantano, agitando le torce.
Non ero più particolarmente spaventata da loro. Io e Durza li avevamo distanziati e non avevano un udito buono a sufficienza per poter azzeccare la nostra posizione e colpirci a distanza con armi da lancio, in quel buio. Ed ero certa che una volta fuori dalle acque del lago nessuno sarebbe riuscito a raggiungerci, a meno che non venissero movimentati i Ra'zac.
Ma probabilmente sarebbero rimasti a Dras-Leona ad aspettare il cavaliere, com'era loro dovere. Io non potevo fare altro che sperare che Brom e il ragazzo se la cavassero contro di loro, mentre accompagnavo Durza lo Spettro a Gil'ead, lontano da loro e forse vicino ad una soluzione per deporre Galbatorix.
Sì, perché nonostante l'intimità di quella notte, nulla era cambiato nelle mie convinzioni e nei miei propositi.
Quasi a risposta dei miei pensieri, Durza mi sfiorò il viso, cercando le mie labbra, e mi baciò duramente. Ricambiai mio malgrado quel gesto familiare, per poi stringergli nuovamente la mano e saltare nel vuoto.
Prima di atterrare con un tonfo nei fluidi puzzolenti, pensai al cibo che avevamo negli zaini. Non lo avrei mangiato mai, a costo di morire di fame.
Strinsi le labbra, mi tappai il naso e serrai gli occhi con tale forza che apparvero dei lampi colorati sotto le mie palpebre. La puzza era diventata insostenibile, ma ora sembravamo trascinati da una vera e propria corrente, anche se non osai aprire gli occhi incrostati di melma per accertarmene.
In un pugno di secondi sentii il contatto di un liquido freddo e dedussi che fossimo ormai arrivati alle acque del lago Leona, anche perché non ero più costretta dall'acqua densa. Quella era più leggera e liquida.
Tuttavia non ebbi il coraggio né di lasciare le dita di Durza, né di aprire gli occhi, né di immergere la faccia per lavarmi il viso in quella che forse era acqua pulita.
Nuotammo scomodamente per qualche minuto prima di riuscire a compiere tutte e tre le azioni.
Quando finalmente aprii gli occhi sulla notte vidi le luci di Dras-Leona ancora vicine e l'immensità scura del lago argentato alle mie spalle. La luna non aveva abbandonato la sua posizione e presto individuai le rive più vicine, continuando al contempo a strofinarmi il lerciume di dosso.
«Potremmo nuotare fino alla sponda opposta» suggerii.
Ero sfinita, ma procedendo con calma ci sarei riuscita.
Ma lo Spettro scosse la testa rossa. «Non sono un gran nuotatore. È già buono che sia riuscito a rimanere a galla finora, ma è il caso che mi sposti verso riva» concluse accennando alla sponda più vicina, quella sotto le mura della città.
Lo seguii, ovviamente. E appurai che effettivamente era a malapena capace di galleggiare.
Una volta arrivati al suolo sassoso cominciammo a correre, tenendo il lago alla nostra sinistra. Corsi fino a che le gambe non mi ressero più. Allora camminai, poi traballai, reggendomi al mantello di Durza, poi ci sostenemmo a vicenda e infine crollammo l'uno sopra l'altra, all'estremità settentrionale del lago Leona.
Era mattino fatto e io crollai addormentata, sfinita.
Ultima modifica di Lalli il 31 maggio 2015, 16:26, modificato 1 volta in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 29 dicembre 2014, 18:42

37. Decisioni
Non so quanto tempo riuscii a dormire in pace. Ma so per certo che Durza si accorse subito quando la mia visione -che sembrava avermi ormai abbandonata- ricomparve in tutta la sua potenza, trascinandomi in un vortice di sofferenza e disperazione. Mi svegliò scuotendomi violentemente le spalle e schiaffeggiandomi leggermente il viso.
Aprii gli occhi per fargli capire che era riuscito a riscuotermi, ma poi ero così stanca che mi riaddormentai nuovamente, di un sonno di poco più leggero.
Tornai alla realtà con la luce del sole che picchiava violentemente sui miei occhi. Doveva essere ormai la seconda ora del pomeriggio e io mi sentivo sporca -probabilmente non avevo mai puzzato tanto in vita mia-, indolenzita e dolorante.
Mi sarei alzata a sedere ma lo Spettro era praticamente steso su di me e il suo peso mi teneva premuta a terra, con un sasso scomodamente affondato nella schiena. Gli scostai i capelli inzaccherati dalla fronte e sussurrai un paio di parole per incitarlo a svegliarsi.
Riuscii nel mio intento e Durza si scostò bruscamente da sopra di me, guardandosi intorno un poco spaesato. Solo in quel momento mi ricordai che eravamo ancora braccati.
«Ho bisogno di lavarmi» lo informai, sollevandomi dal terreno e massaggiandomi la schiena, dove il malefico sasso aveva scavato un solco.
Trovai il mio zaino gettato scompostamente accanto a me e lo portai con me sulle sponde del lago, dove mi immersi con piacere nell'acqua fredda. Mi frizionai la pelle, gli abiti e i capelli con energia, piangendo la perdita del sapone dell'erborista Gamall.
Lo Spettro mi seguì e mi imitò. Insieme, svuotammo i nostri zaini e gettammo buona parte delle provviste che avevamo radunato nella cucina del Covo, tenendo solo le mele e sciacquando le borracce vuote, le coperte e le nostre spade.
«Possiamo lasciare Dras-Leona?» mi accertai, intrecciando i miei capelli grondanti d'acqua.
«Dobbiamo, direi. E di corsa, prima che qualcuno trovi le nostre tracce con la magia. Perderemo il cavaliere, ma se i Ra'zac ci trovassero e riferissero al re saremmo finiti».
«I Sacerdoti..»
«Non parleranno» mi rassicurò. «Sanno bene che la priorità dei loro dei è servire Galbatorix, volenti o nolenti, e non andranno a sbandierare il loro tradimento e il loro fallimento in faccia a loro. Sanno che la pagherebbero cara».
Annuii e mi concentrai sulla domanda cruciale. «Hai ciò che cercavamo?»
Sorrise, con un pizzico di amarezza. «Sì. Ed è più semplice di quanto credessi, anche se non facile».
Una feroce esultanza mi montò in petto e una scarica di energia mi percorse le membra. Lo Spettro ammiccò, allargando il sorriso e cedendo per qualche istante a un'allegria che mi parve sincera.
Poi asciugò entrambi con poche parole, quindi mettemmo gli zaini in spalla e corremmo verso nord, cercando il punto in cui il fiume Toark sfociava nel lago Leona. Non avevo chiesto nulla ma immaginavo che la nostra meta sarebbe stata Gil'ead.
Non ci fermammo -se non per riempire le borracce- fino a che la luce non cominciò a calare. A quel punto crollammo a terra, nuovamente sfiniti e decisamente affamati. Mangiammo le nostre mele e bevemmo abbondantemente l'acqua del fiume, che in quel punto si gettava a estuario nel lago.
Durza riuscì anche a pescare un paio di pesci con la magia e accese un fuoco per cuocerli prima che facesse buio e il bagliore diventasse localizzabile a miglia di distanza. Tuttavia anche la colonna di fumo che si levava sopra di noi era abbastanza evidente nella sera grigiastra.
Non sentivamo la presenza di nessun inseguitore alle nostre spalle, ma la prudenza non era mai troppa.
«Ne vuoi un po', Arya?» mi chiese Durza, porgendomi del pesce. E per la prima volta non percepii del sarcasmo nella sua proposta di mangiare le carni di un essere che aveva pensato e respirato.
«No, grazie» risposi.
Non avevo così fame da dovermi abbassare a quello.
«Non so se troveremo altro» mi avvisò lo Spettro, un poco titubante. «Non avevo previsto di dover fare un tuffo da testa a piedi in quella schifezza o mi sarei risparmiato di riempire gli zaini».
Sarebbe successo quello che era successo se lui non avesse riempito gli zaini? Forse sarebbe andato lui stesso a chiudere la porta della cucina e quindi non mi avrebbe toccato il braccio. Era da quel contatto che era partita la pelle d'oca in tutto il mio corpo, ma forse non era stato quello il vero principio.
Forse la sua battuta irriverente sulle mie gambe?
Probabilmente non aveva senso cercare di capire come il tutto fosse partito: era successo e basta.
«All'altezza dell'ansa del Toark, quando ripiega sulle montagne, potremmo spostarci di qualche miglio verso Taurida. Troveremo delle fattorie e dei frutteti dove potremmo rubacchiare qualcosa» dissi, tornando al mio lato pratico.
Mi guardò da sotto le corte ciglia. «Lo sai per certo?»
«Ho percorso questa via ad anni alterni, per quindici anni, portando l'uovo con me. Io e i miei compagni cercavamo di evitare i centri abitati e non viaggiavamo con troppe provviste, quindi non era raro che facessimo qualche deviazione per rifornirci».
Sollevò un sopracciglio. «Elfi che rubano agli uomini?»
«Ho passato più tempo tra gli uomini che tra la mia gente, qualche brutta abitudine devono avermela passata» mi giustificai debolmente.
Ridacchiò. «Tranquilla, non lo dirò a nessuno. Forse non sarò amabile come i tuoi amici elfi, ma direi che stavolta ti accompagno io nelle tue.. scorrerie».
«Si trattava di piccoli furti» minimizzai.
«Arriveremo entro domani al tramonto?»
«Sì».
«Bene, perché credo che moriresti di fame se tardassimo ulteriormente». Mi lanciò un'altra mela, che afferrai al volo. «Prendi anche questa, io per stasera sono più che sazio».
«Grazie» dissi, stirando le labbra in un sorriso accennato.
Si strinse nelle spalle e spense il falò. «Ti dispiace camminare altri dieci minuti? Giusto per allontanarci un poco dal bivacco, non si sa mai».
«Non credo che qualcuno ci abbia seguito» lo rassicurai.
E tuttavia acconsentii ad allontanarmi di un poco.
Stendemmo le coperte lontano dalla strada e dal fiume.
«Sai una cosa?» fece lo Spettro dopo avere slegato la spada dallo zaino e averla posata accanto a sé. «Non abbiamo pagato le ultime settimane di permanenza al locandiere del Covo Segreto. E per di più gli abbiamo anche rubato del cibo e delle coperte».
Sbuffai una risata. «Potrai tornare a pagarlo una volta che tutto sarà finito. Mi fai leggere la pergamena?» azzardai, cambiando discorso prima che i pensieri di entrambi indugiassero sulla cucina e sul tavolo della cucina in particolare.
Durza parve sorpreso della richiesta, ma stranamente non si oppose. Forse non aveva pensato che, se il suo giuramento gli impediva di rivelarmi il segreto di Galbatorix, nulla gli impediva di lasciarmelo scoprire da sola.
Tuttavia quando estrasse la pergamena macchiata di inchiostro dalla tasca della casacca realizzai immediatamente che le mie speranze erano state vane e persino un po' ingenue.
Avevamo fatto un bagno in del liquame e poi in dell'acqua. Cosa poteva essere rimasto delle parole se non qualche sparuta macchia nera a testimoniare il loro passaggio?
«Ricordi ciò che c'era scritto vero?» mi accertai, un poco amareggiata.
Annuì. «Mi spiace, non ho pensato a salvarla».
«Oh, non fa nulla».
Mi avvolsi nel mantello e nelle mie coperte e mi preparai a dormire. Ormai era calato il buio e nessun falò rischiarava il nostro bivacco, la nostra unica luce era nuovamente quella della luna, che però era un po' oscurata dalle nubi, al contrario della notte precedente.
«Arya», mormorò Durza in tono morbido, «forse dopo dovrò svegliarti. Ed è freddo».
Persino un idiota avrebbe letto l'implicito invito nelle sue parole.
Raccolsi il mio zaino e le mie coperte e mi spostai di qualche iarda, fino a che non mi trovai accanto a lui.
Le nostre mani si trovarono. E poi anche le nostre labbra.
Dovevo smetterla di comportarmi da stupida e mettere in chiaro le cose con lui una volta per tutte: potevo provare nuovamente a convincerlo a rinunciare ai suoi propositi, oppure dovevo allontanarmi definitivamente da lui.
«Devo parlarti, Spettro».
Tormentò i miei capelli e assunse un'espressione corrucciata. «Domani, ti prego».
Mi riscosse dal mio incubo e mi baciò di nuovo. E io lo baciai e poi lo strinsi e poi mi addormentai, tremando tra le sue braccia.

Mi risvegliai sentendo Durza canticchiare una ballata popolare, stonato come poche altre persone che avevo sentito cantare in tutta la mia vita. Parlava di due nemici che si scontravano sul campo di battaglia. Lui uccideva il suo avversario, il migliore che avesse mai sfidato, ma quando gli sfilava l’elmo scopriva che era la sua amata, che apparteneva all’esercito avversario. Lei moriva piangendo, spiegando che aveva fatto tutto quello perché il conflitto tra lealtà e amore la stava uccidendo più di qualunque spada. E quale morte migliore di quella per mano sua?
Le mie palpebre chiuse tremarono, riconoscendo l’ombra della nostra situazione in quelle parole.
«Non farmi mai uno scherzo del genere, Elfa» borbottò ridacchiando, ma la sua voce era fioca e debole.
Schiusi gli occhi e restai a fissare i suoi in silenzio, ritardando il più possibile il momento in cui avrei dovuto erigere nuovamente un muro tra di noi.
«Comincio io se permetti» mormorò lo Spettro, stringendomi la mano sinistra.
Ne baciò le dita, poi si staccò e iniziò a pronunciare una lunga cantilena nell’antica lingua. Mi imposi di non muovermi e di non intervenire, ma ero spaventata e non riuscivo a capire cosa stesse facendo e perché.
«Toglilo» disse infine.
«Cosa..?»
«L’anello» puntualizzò.
Ah. Lo tirai quasi con pigrizia e, con mio estremo stupore, si tolse con facilità.
Sentii vagamente Durza dire: «Sei libera».
Ma la mia mente vagava ad altro. Sentivo la mia energia tumultuosa premere per uscire, potevo fare una magia, una qualsiasi, quando volevo e come volevo.
Una fiammella danzò sul mio palmo senza neanche bisogno di parole, seguita da globi luminosi che mi fecero pizzicare tutto il corpo per l'emozione.
Poi abbandonai la solitudine della mia mente ed espansi tentacoli di coscienza tutto intorno a me, percependo all'improvviso la natura brulicante che si risvegliava nella primavera, insetti, piante, piccoli animali. Da mesi ero costretta in me stessa come dietro ad un muro e in quel momento sentire la vita, il suo flusso, i suoi misteri.. Mi si riempirono gli occhi di lacrime bollenti e le membra mi formicolarono di rinnovata energia.
E mi sentii forte, potente, invincibile, letale, pronta a colpire.
Infine sentii la coscienza di Durza e il vuoto lasciatomi al dito dall’anello. Dopo tutti quei mesi avevo fatto l’abitudine a sentirlo lì, a stretto contatto con la mia pelle, dove ormai si era disegnato un pallido cerchio.
Era il simbolo schiacciante della mia sconfitta, della mia umiliazione e inferiorità, delle mie illusioni, delle mie sofferenze, delle mie paure più oscure, delle sue menzogne e delle sue crudeltà.
Eppure lo rimisi al suo posto, d'impulso.
Tornai faticosamente a concentrarmi sullo Spettro e lo trovai guardingo, teso e inquieto, con gli occhi così socchiusi che sembravano scomparire sotto le ciglia corte e sottili. Mi parve bello e pericoloso allo stesso tempo. E sembrava quasi aspettare un mio attacco.
«Se lo desideri,» disse lentamente, «puoi tornare a casa».
«Cosa?!» esclamai sconvolta. «Ma.. e il piano per deporre il re? I tuoi segreti?»
«Ormai non importa» replicò con voce monocorde, sfilando delicatamente il braccio da sotto il mio corpo e alzandosi a sedere, privandomi repentinamente del suo calore. «Il cavaliere mi è scappato, quindi non c'è nessuno dei miei piani che potresti intralciare facendo rapporto al tuo popolo o ai Varden. Vado ad affrontare Galbatorix, ma credo che non avrai nulla in contrario su quello» concluse con una risatina. «Per quanto riguarda ciò che succederà dopo.. immagino che non arriverai in tempo per ostacolarmi. Al massimo potrai tentare di depormi più avanti. Hai fatto il tuo dovere e anche di più, non credi?»
Mi accigliai e mi alzai a mia volta. «Hai bevuto qualcosa mentre io dormivo, Spettro?»
«A quanto pare devo sempre essere ubriaco quando succedono cose interessanti» fu la sarcastica risposta.
Nel tumulto che sentivo crescermi dentro trovai a malapena la lucidità di chiedere: «Perché?»
«Devo veramente spiegarti il perché? No, credo che tu lo sappia già alla perfezione».
«E quindi mi mandi via? Non dovevo servirti contro il re?» insistetti.
Mi pareva incredibile di essere improvvisamente sciolta da ogni vincolo dopo più di quattro mesi. E se da un lato mi sentivo esultante, dall'altro ero terrorizzata.
Non mi aspettavo un allontanamento così brusco e improvviso né dalla missione né da Durza stesso.
Mise le mani sugli occhi. «Vai via prima che mi venga voglia di trattenerti, piccola Elfa».
«Io voglio esserci!» decisi, determinata, afferrandogli i polsi e spostandogli le mani. «Voglio esserci quando il re cadrà».
«Non capisci», soffiò con voce rotta, «che dopo Galbatorix sarà uno di noi due a morire? Io non voglio morire. E non voglio ucciderti».
Le lacrime mi punsero gli occhi. «Nemmeno io».
«Allora, ti supplico, vattene».
Solo in quel momento realizzai pienamente la portata dei sentimenti che provavo per Durza lo Spettro.
Ciò che mi legava a lui era così complesso, contraddittorio e stratificato.. qualcosa che non avevo provato per nessuno, mai.
Avevo combattuto contro di lui e poi al suo fianco, lo avevo ferito e salvato e lui aveva fatto lo stesso per me, ero stata sua nemica e alleata, lo avevo schiaffeggiato e baciato, gli avevo nascosto e confessato segreti terribili, avevo tramato alle sue spalle e fatto l'amore con lui, avevo pregato per la sua morte e la sua salvezza, avevo subito le sue torture e goduto delle sue carezze, lo avevo definito un mostro e poi avevo scoperto il ragazzino spaventato alle sue spalle, accanto a lui mi ero sentita in pericolo e al sicuro, avevo decifrato le sue espressioni e reagito impreparata alle sua azioni, riso e protestato alle sue battute, negato e richiesto il suo affetto..
Forse potevo andare avanti per delle ore.
E forse era il caso di smetterla di pensare e cominciare a prendere decisioni che avrebbero sconvolto la mia abituale esistenza, ma forse mi avrebbero finalmente resa felice.
Ed era tutto così facile.. Volevo che Durza fosse mio. Non c'era niente di male in tutto quello.
«Io.. tu hai detto di provare dei sentimenti per me, quella notte nella cattedrale» balbettai.
«Sì, Arya. Tantissimi sentimenti. Ed è per questo che..»
«Anche io» lo interruppi.
Addolcì l'espressione disperata che aveva in volto. «Lo so e so anche che non mi vorrai veramente, non finché le cose non cambieranno».
«E allora dovremmo cambiarle, non credi?»
«Non sai quello che dici, Elfa».
Strinsi la presa sui suoi polsi. «Se reclamerai il trono del re ti uccideranno, Durza. Gli elfi, i nani, gli uomini, forse anche i gatti mannari. Nessuno vuole un altro tiranno, tanto meno uno spettro, quindi se vuoi vivere devi rinunciare al potere».
Mi scrollò bruscamente e iniziò ad arrotolare le coperte. «Non voglio» proferì gelidamente.
Lo imitai e gli concessi qualche minuto di pace, anche solo per meditare sulle mie parole. Ma poi, mentre camminavamo fianco a fianco lontano dal sentiero, tornai all'attacco.
«Cosa te ne fai del trono di Galbatorix?»
«Mi hanno schiacciato molte volte nella mia vita, troppe. E ora non voglio sottostare mai più all'autorità di qualcuno. Ho capito che in questo mondo si ferisce o si è feriti, si schiaccia o si è schiacciati, e non c'è una via di mezzo» fu l'asciutta risposta.
«Non so con esattezza cosa ti abbia condotto a queste conclusioni, anche se una vaga idea ce l'ho, ma ciò che ho detto è la verità: se prenderai il trono di Alagaësia sarai sicuramente e inevitabilmente schiacciato da forze superiori alle tue. Sei potente, ma non abbastanza da sconfiggere tutti i membri del mio popolo».
«Non credo che..»
«Si muoveranno» lo freddai. «Sicuramente si muoveranno contro di te».
Fece una smorfia e all'improvviso mi parve spaesato. «E dunque vuoi propormi amnistia? Posso rinunciare al potere, ma sarei in ogni caso condannato a morire. Ci sarà un processo o qualcosa del genere e sono abbastanza sicuro che una buona fetta di Alagaësia vorrà vedere il mio cuore strappato dal mio petto».
«Rinunceresti al trono?» mi accertai.
Esitò. «Ormai te lo dico, tanto peggio di così non potrà mai andare». Fece un respiro profondo. «Fino ad un giorno fa avevo intenzione di uccidere il re ed impossessarmi del suo potere, ma ora so che se voglio sconfiggerlo devo distruggere la fonte della sua magia e non avrò più possibilità di recuperarla. Mi trovo ad un bivio, ed entrambe le mie scelte sono vicoli ciechi, come puoi vedere. Quindi continuerò sulla pista originale, chissà che non mi imbatta per sbaglio in Ajihad nel frattempo, magari almeno uno dei miei progetti potrebbe essere realizzato».
«Verresti via con me?» chiesi a bruciapelo.
Si fermò e sollevò le sopracciglia. «Una fuga d'amore, Principessa?»
Mi fermai a mia volta. «Sì».
«Quando ti è venuta in mente un'idea simile?»
«Adesso» ammisi.
Contrasse il viso in un'espressione sospettosa. «E me lo stai proponendo per tenermi con te o per tenermi lontano dal trono di Galbatorix?»
«Una cosa implica l'altra. Non disdegnerò di prendere due piccioni con una fava» ammisi.
Ammutolì, spiazzato.
Capii che aveva creduto di avere solo due misere ed infelici opzioni tra cui scegliere e che la mia proposta gli aveva aperto un baratro.
Individuato quello spiraglio di incertezza nel suo esitare, decisi di insistere.
«Non devi né diventare re, né consegnarti ai Varden o agli elfi. Sono d'accordo sul fatto che in entrambi i casi verresti probabilmente ucciso, ma sono sicura che se sparissi semplicemente dalla circolazione, prendessi nuove sembianze e un nuovo nome, allora potresti vivere in pace la tua vita. Potresti difenderti da qualsiasi essere umano e stare alla larga dagli Elfi, per sicurezza. Non sarebbe un'esistenza così terribile».
«Con te?» chiese semplicemente
«Con me» confermai. «Ma non tentare di ingannarmi con finte promesse o ti giuro sulla mia vita e su quanto ho di più caro in questo mondo che non avrai mai e poi mai il mio perdono. A quel punto avresti creato la tua più acerrima nemica, per di più custode di parecchi dei tuoi segreti» aggiunsi con voce terribile.
E in effetti Durza parve quasi spaventato.
Ripresi a camminare davanti a lui, dandogli nuovamente il tempo per metabolizzare le mie proposte e le mie intimidazioni.
La sua voce suadente mi accarezzò le scapole. «E il tuo popolo? La tua casa? I tuoi amici?»
«Nessuno mi mancherà particolarmente. Dopo che il re sarà sconfitto gli elfi nomineranno un nuovo ambasciatore e se la caveranno alla perfezione anche senza di me».
Lo Spettro sbuffò. «Devo piacerti davvero parecchio per abbandonare tutto come se niente fosse, solo per stare con me».
«Oppure non mi piace l'ambiente in cui vivo e tu sei la mia prima vera occasione di fuga da quando sono nata» dissi con leggerezza, ma quella confessione pesava terribilmente sulla mia anima e avrei tanto voluto vedere l'espressione del suo viso mentre la condividevo con lui.
Tuttavia Durza pareva intenzionato a convincermi a rinunciare.
«Non credo che tu sappia esattamente quello che stai facendo, piccola Elfa. Io sono pur sempre Durza lo Spettro, ho fatto cose orribili e non sono sicuro che riuscirò a trattenermi dal farne delle altre».
«Ti fermerò io» quasi lo ammonii. «E anche Ajihad deve restare fuori dai tuoi pensieri».
«Sto lavorando alla mia vendetta..»
«.. da decenni» conclusi per lui. «Ma puoi voltare pagina. Mi dispiace per ciò che ti è successo, per ciò che la famiglia di Ajihad può averti fatto, però potresti guardare avanti, per una volta».
«Non sono sicuro di poterlo fare».
Mi voltai a fronteggiarlo, fermando il suo passo. «Durza ascoltami: hai ucciso due elfi la notte che mi hai catturata. Uno era un mio caro amico e fedele compagno, l'altro era come un fratello per me e giusto qualche ora prima mi aveva chiesto di.. diciamo sposarlo».
Lo Spettro sgranò gli occhi. «Per la miseria..»
«E poi mi hai torturata» proseguii imperterrita, «e mi hai ingannata. Eppure io ti sto chiedendo di stare con me. Credi che non sia stato difficile per me perdonarti e accettarti? L'ho fatto. E non sono affatto migliore di te, quella è solo una scusa. Ti chiedo di rinunciare alla tua vendetta per me, per noi. Puoi farlo?»
«Non voglio che tu sia mia solo per senso del dovere».
«Sai che non è così» risposi prontamente, mettendo a tacere la sua flebile protesta.
Insistette. «Dimmi solo una cosa: è considerato normale tra gli elfi fuggire con un uomo che conosci da.. quattro mesi e mezzo? Cinque? Magari ti stuferesti di me nel giro di una settimana, Principessa. E dopo?»
«Non tutte le persone sono in questo mondo per ferirti, Durza. Io non sarà la compagna perfetta: sono più brava a maneggiare una spada che un ago da ricamo, e ho visto più sangue che minestroni di verdure, però sono sicura di ciò che provo per te. Non posso giurarti che non mi stancherò mai, perché la mia vita è appena iniziata, ma i miei sentimenti sono autentici e non si dissiperanno tanto in fretta».
Fischiò, tentando con scarso successo di recuperare i modi di fare sfottenti che gli erano tipici. «Non avrei mai creduto di sentirti dire qualcosa del genere».
«Questa è la semplice verità» insistetti, muovendo qualche piccolo passo nella sua direzione.
«Sembra troppo facile e bello per essere vero».
Mi sentivo in biblico sull'orlo di un baratro e sapevo che avrei dovuto fare del mio meglio per portare lo Spettro con me. Durza era una persona importante ed ero davvero disposta ad andarmene pur di stare con lui, tanto non avrei lasciato troppe cose o persone dietro di me. Solo che.. per il Wyrda di Alagaësia, stava succedendo tutto così in fretta!
E lui sembrava condividere il mio stesso timore, la mia stessa impazienza e la mia stessa incertezza.
Sembrava incredibile che le nostre vite si fossero sviluppate su due sentieri completamente diversi, tortuosi e ben separati, che tante altre cose importanti fossero successe prima che le nostre strade si incrociassero. Abbandonare i progetti di una vita per un amore incerto e appena sbocciato era un azzardo, quasi un atto incosciente.
Guardai Durza e vidi la sua postura rigida saldarsi ulteriormente, ma quando i suoi occhi si alzarono su di me, non li trovai tristi e sconsolati, bensì cupi e voluttuosi, densi di sentimenti e di promesse.
Finii tra le sue braccia ancora prima di essermi resa conto di aver mosso gli ultimi passi che mi separavano da lui. Lo baciai, lentamente, chiudendo le palpebre con abbandono e accarezzandogli la schiena.
Lo Spettro mi strinse la vita. «Grazie» gracchiò, il volto premuto contro la mia spalla.
«Avrai ancora tempo per pensarci, fino a che non avremo raggiunto Gil'ead» sussurrai.
Sentii le sue labbra sfiorarmi il collo. «Non credo di averne bisogno».
E mi morsicò appena la pelle con i denti aguzzi, giocosamente.
Un peso enorme sparì dal mio cuore, ma un leggero brontolio mi annunciò che il mio stomaco voleva la sua parte.
«Andiamo a cercare qualcosa da mangiare» mugugnai, staccando lo Spettro da me.
Rise. «Se incredibile. Ardore e calcolo da un minuto all'altro».
Scoprii i denti in un sorriso. «Ma abbiamo un accordo, giusto?»
Mi guardò con aria di sfida. «Sì, donna infida».
Non mi fu troppo difficile sorridergli di nuovo. Avevo appena compiuto la seconda mossa più azzardata della mia vita, eppure sembrava essere quella giusta, finalmente. Perché in effetti mi sentivo felice, leggera, serena,quasi.. realizzata, completa. Arrivata alla fine del mio viaggio.
Una piccola parte di me continuava a guardare Durza con l'occhio sospettoso di chi ha già subito un tradimento e non sa se aspettarsene un altro, ma gli credevo, volevo credergli. I suoi sentimenti erano reali e io potevo forse offrirgli ciò che aveva perso in passato e non di era mai aspettato di ritrovare in futuro.
Amore.
Quella notte dormimmo nel granaio della fattoria. Avevamo raggiunto i frutteti poco prima del tramonto e avevamo saccheggiato la dispensa del fattore e l'orto fino a riempire gli zaini. Forse il fattore si sarebbe accorto che qualcosa mancava, ma noi avremmo affrontato i nostri quattro giorni di viaggio fino a Gil'ead con più serenità. Ma in realtà, dopo un breve scambio, avevamo stabilito che avremmo tagliato in linea retta in direzione della città, ignorando i sentieri tracciati e accelerando il tutto.
Durza sembrava da un lato impaziente di tornare a casa e dall'altro preoccupato. Mi chiesi se la sua ansia derivasse dal fatto che, dopo Gil'ead, la meta seguente sarebbe stata Uru'baen, dove avremmo dovuto tentare l'impossibile.
«Sei preoccupato?» gli chiesi stringendomi a lui sotto le coperte.
«Pensavo che la nostra avventura potrebbe finire ancor prima di cominciare. Possiamo fare dei progetti per il nostro futuro, ma nulla ci garantisce che non finiremo ammazzati da Galbatorix. So che è una meta necessaria per riottenere la mia libertà, ma ora che è così vicino..»
«Ho paura anche io» ammisi.
Ridacchiò. «Sei brava a non farlo vedere o a non pensarci».
«E se andassimo direttamente ad Uru'baen?» gli proposi. Forse l'attesa di agire ci avrebbe scoraggiati ancor più di quanto già non fossimo in quell'istante.
Mi rispose quasi controvoglia. «Devo assolutamente vedere Alba e parlarle».
Sobbalzai. Non avevo più pensato a lei e quindi non ero ancora riuscita a dare un significato a tutti i misteri nascosti dietro le sue mosse. Sapevo però che molte di esse le avevo tenute per me, nascondendole allo Spettro per evitare che la poveretta facesse una brutta fine.
Ma forse era giunto il momento di abbattere anche quelle ultime barriere e dirgli tutta la verità. Nessun rapporto può reggere se nato su menzogne o cose non dette, tuttavia c'erano altre vite implicate quindi dovevo agire con cautela.
«Cos'è Alba per te?» domandai alla fine, anche se in realtà avrei voluto chiedergli direttamente chi fosse.
«Un'amica e un'alleata, ma avevamo stabilito una sorta di patto al quale ormai non posso più attenermi e le devo delle spiegazioni, almeno».
Notai l'esagerata lentezza nel suo tono e capii che entrambi ci stavamo nascondendo buona parte della verità. Così gli dissi tutto: della volta che Alba mi aveva aiutata a fuggire dalla mia cella, dei suoi avvertimenti, dei suoi consigli, della boccetta di veleno.
Evitai di parlare dell'occhio bianco, così somigliante a quello della giovane. Non ero ancora certa che si fosse trattato di una mia fantasia o della verità.
Durza mi ascoltò in silenzio sbigottito e quando tornò a parlare il suo tono grondava amarezza.
«A quanto pare non sono l'unico a volersi ribellare al proprio padrone» ringhiò.
«Mi dispiace».
«Dispiace anche a me, piccola Elfa. Avrei dovuto capirlo da molti segnali che Alba avrebbe tentato di ucciderti prima che fosse arrivato il suo momento».
«Uccidermi.. prima?» bofonchiai, un po' confusa. Alba era sempre stata un personaggio ambiguo per me, ma in fondo ero sempre stata convinta che avesse intenzione di aiutarmi.
Durza sospirò, mi baciò e vuotò il sacco.
«Alba è un'elfa nera. Il tuo popolo l'ha esiliata circa ottant'anni fa».
«Non credo sia possibile» lo interruppi. «Se fosse veramente successa una cosa del genere ne sarei stata informata, avevo già più di vent'anni quando è successo. Non ho mai saputo di un elfo esiliato nell'ultimo millennio e non è una cosa molto frequente dalle nostre parti».
«Eppure è così» insistette lui. «E se chiedessi a tua madre sono certo che confermerebbe. Alba è stata scacciata da Islanzadi in persona, che ha anche provveduto a farle rimuovere tutti i ricordi legati alle vostre terre».
Deglutii rumorosamente, sentendo il cuore affondarmi nel petto. «Non è possibile..»
«L'hanno trovata i miei uomini, mentre vagava sulle sponde del lago Isentar, con le vesti stracciate e un'aria folle. Non ha saputo rispondere a nessuna domanda e le orecchie a punta l'hanno tradita. A quel punto è stata portata a Gil'ead, dove ho provato ad interrogarla e a violarle la mente, ma ho trovato la nebbia. Non un ricordo, solo la sua lingua madre. Non sono un esperto di Antica lingua ma me la cavo e in breve sono riuscito a rassicurarla e anche ad insegnarle la lingua degli uomini. Tre anni dopo ha ricordato il suo nome e ha voluto immediatamente cambiarlo, così da Aiedail ho iniziato a chiamarla Alba. Mi ha giurato fedeltà e si è messa al mio servizio. Il re ha voluto vederla, ma non ha potuto fare nulla, così le ha concesso di rimanere con me nella speranza che qualche ricordo riemergesse negli anni. Ma non è accaduto nulla fino a che non sei arrivata tu».
«Io?» soffiai.
«Alba ti ha riconosciuta come la principessa degli elfi, o non avrei mai e poi mai saputo il tuo nome, immagino».
Una voce dolce, soave, incredibilmente argentina e musicale.
La voce di un elfo.
«Complimenti, mio signore. Hai tra le mani nientemeno che la principessa degli Elfi, Arya di Ellesméra, figlia della regina Islanzadi e del re..»
Le parole di qualcuno che mi conosceva. Bene.
Quei ricordi mi colpirono come una rivelazione. Ero divorata dalla febbre e quelle parole erano scivolate sul fondo della mia coscienza.
E in quel momento riemersero, portando con loro la prova schiacciante che ciò che lo Spettro mi aveva detto era la pura e semplice verità.
Poi misi in ordine i ricordi confusi dei giorni di deliri che avevo passato nella mia cella. L'odore di noce vomica, l'occhio, il foglio di carta con il suo minaccioso “morirai” vergato in inchiostro rosso, poi sparito nel nulla il giorno seguente.
Alba aveva cercato di ammazzarmi, più volte, cercando di non rimanerne troppo coinvolta da poter essere scoperta da Durza. Anche la mia fuga, organizzata da lei, era una semplice farsa: mi aveva indirizzata ad un portone di legno di quercia, che a quel punto sapevo celare la camera da letto dello Spettro. Probabilmente nella speranza che lui mi scoprisse e provvedesse ad eliminarmi.
Come avevo fatto a non unire prima tutti quegli indizi, sparsi in quei tre mesi di prigionia?
«Arya» mi richiamò il mio compagno. «Io e Alba avevamo un patto: io ti avrei spremuto tutto le informazioni in tuo possesso, avrei asservito il cavaliere e poi avrei trovato il modo di sconfiggere il re. Poi ti avrei consegnata a lei, che avrebbe fatto di te ciò che voleva. Non è più valido, ovviamente, ma ha il diritto di sapere tutto».
Ero frastornata e schiacciata dal peso di tutte quelle verità. Elfi neri? Traditori? Mia madre aveva distrutto la mente di un'elfa?
«Quale crimine ha commesso?» chiesi.
«Perché l'hanno cacciata, chiedi? Stava cercando di resuscitare sua sorella. Era morta per mano di uno dei rinnegati nella battaglia di Ilirea».
Sussultai. «Resuscitare..»
Oh no! Non poteva veramente esistere un incantesimo in grado di compiere una cosa simile. Era sbagliato, dannatamente sbagliato. La morte è un processo irreversibile. Quale persona oserebbe mai fare una cosa così innaturale? E sopratutto come?
«Non dirmi che non hai mai desiderato che qualcuno che era morto tornasse a respirare. I morti sono irrecuperabili, ma tutti sognano di vedere i propri cari tornare alla vita» mi punzecchiò Durza.
«Non l’ho mai pensato» ammisi, quasi con vergogna.
«Quanto sei arida, Elfa» sbottò lui.
Non vedevo più il suo volto, così risalii le sue braccia e gli scompigliai i capelli con affetto.
Lui cercò nuovamente le mie labbra e io divorai le sue con trasporto.
Poi mi sovvenne un'ennesima affermazione di Alba.
«Alba mi ha detto di essere la tua amante» dissi, quasi con timore.
Durza rise piano e passò un braccio sotto di me, tirandomi al suo petto. «Sei tu la mia amante, Principessa».
«Ero seria, Spettro» borbottai in imbarazzo.
«Sì. Due o tre volte. Ma è passato e non succederà mai più» quasi implorò.
«Non mi importa» lo rassicurai, «volevo solo accertarmi che non fosse un'ennesima bugia».
«Mi sa che entrambi avremo qualcosa da dire ad Alba quando torneremo a Gil'ead».
«Temo anche io».

L'incubo tornò anche quella notte e Durza mi riscosse, così come mi risvegliò le notti seguenti.
Fui io ad usare la magia per orientarci al meglio fino a Gil'ead e fu un'esperienza fantastica tornare ad usarla dopo tanti mesi di inerzia.
Qualcuno tentò di divinare Durza, ma lui lo ignorò sempre, affermando con sicurezza che non si trattava di Galbatorix, perché il medaglione a forma di sole non gli risucchiava troppa energia.
Nel giro di tre giorni arrivammo a Gil'ead. Era notte fonda quando raggiungemmo il portone esterno e io fui colta dal duro ricordo della notte in cui ero arrivata in città, a cavallo davanti allo Spettro, distrutta dalla morte dei miei amici, non sapendo cosa mi avrebbe aspettato nei giorni seguenti e certa di morire entro un paio di settimane.
Durza ripeté effettivamente la stessa procedura della volta precedente. Si illuminò il volto e esplicitò la propria identità davanti ad ogni portone, anche quello della fortezza interna.
Per un attimo mi aspettai che lo Spettro mi ridesse in faccia, schernisse la mia ingenuità e mi gettasse nella mia gelida e angusta cella. Durza invece mi condusse con sé sulle scale di pietra, oltre la porta di legno di quercia e infine nel suo letto morbido, dove adagiammo il capo su grandi cuscini e dove lui coprì entrambi con spesse coperte imbottite di piume.
Dormimmo, sporchi e stanchi dal viaggio, fino a mattino inoltrato.
Ultima modifica di Lalli il 31 maggio 2015, 16:32, modificato 1 volta in totale.
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