Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e Arya.

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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 5 gennaio 2015, 10:33

38. Addio, mio signore
La prima cosa che feci non appena aprii gli occhi fu gettare una rapida occhiata alla stanza. La ricordavo bene dall'ultima volta che vi ero stata, quando Durza mi aveva dato le sembianze di Alba e fatto indossare un vestito per meglio mascherarmi durante il nostro viaggio, tuttavia la prospettiva dal suo letto era nuova.
Di fronte a me intravedevo una cassapanca, nella penombra, e la parete che celava quella che sapevo essere la sala da bagno.
Scostai la mano dello Spettro da sopra il mio cuore, dove la teneva sempre per svegliarmi dai miei incubi, e scesi piano dal materasso. Le tende scure erano aperte e legate ai quattro pilastri del baldacchino e, quando posai i piedi nudi a terra, sentii la morbidezza del tappeto, che copriva anche il piccolo palchetto su cui si ergeva il letto.
Delle pelli giacevano ai piedi di esso, probabilmente in uso nella stagione invernale, ma ormai totalmente inutili nella primavera che prendeva lentamente piede.
Mi avvicinai alle tende che coprivano le finestre attorcigliandomi una ciocca di capelli biondi tra le dita e mi liberai dell'aspetto di Alba -residuo della notte precedente- chiedendomi con che occhi avrei guardato la suddetta donna da quel momento in avanti.
Non mi ero presa il tempo di pensarci durante la corsa fino a Gil'ead, ma l'idea che un'elfa più grande di me, punita duramente da mia madre e che doveva odiare lei e la sua discendenza al di sopra di ogni cosa, mi fosse stata così vicina da potermi uccidere senza troppa fatica mi dava i brividi. Per di più mi risultava ancora arduo credere che la regina degli elfi fosse stata capace di un gesto così estremo.
Premetti la fronte contro il vetro della finestra che dava sull'esterno e mi ritrovai davanti l'intera città di Gil'ead, con il lago Isentar che luccicava poco lontano. Nessun rampicante che potesse aiutarmi a fuggire da quella stanza raggiungeva quell'altezza. Alba aveva previsto che finissi direttamente tra le braccia dello Spettro, che mi avrebbe punita a dovere per la mia fuga.
Lo Spettro in questione borbottò qualcosa di incomprensibile sul “dormire ancora” e sputò un paio di insulti nella mia direzione per aver scostato le pesanti tende di velluto nero che coprivano i vetri, rivelando la luce del mattino.
«Ben svegliato» dissi in tono canzonatorio avvicinandomi nuovamente al letto e inginocchiandomi all'altezza del mio zaino, che avevo gettato a terra con noncuranza al nostro arrivo.
Indossai gli stivali, recuperai Ren e la cintura a cui era agganciata Luna, lasciando intatto il restante bagaglio. Effettivamente non sapevo cosa fare: dovevo riporre il tutto da qualche parte? Quanto saremmo rimasti a Gil'ead prima di avventurarci nella città del dolore? Forse non valeva neppure la pena di disfare il tutto?
«Voglio farmi un bagno» mugugnò Durza, trascinandosi fuori dalle coperte e cercando gli stivali.
Non ribattei, ma anche io avrei usufruito della sua vasca dopo di lui perché ne avevo davvero bisogno.
«Ma prima vado a cercare Alba» aggiunse in un sussurro, sedendosi accanto a me per baciarmi la bocca.
Aveva finito le foglie di menta da giorni e le sue labbra ne avevano perso il sapore, ma sapevo che entro sera sarebbe tornato tutto alla normalità.
«Dopo vorrei lavarmi anche io, se possibile» dissi.
Rise. «Quanta formalità. Forse non è così ovvio come sembrava a me, ma con un bagno io intendevo un bagno insieme, bellezza» fece con malizia, sfiorandomi la pelle esposta del collo.
«Sei un idiota». Sorrisi.
«No, ho bisogno di qualcuno che mi lavi la schiena e mi consoli per le fatiche del viaggio» ribatté giocosamente. «Vado, parlo con Alba e torno con dell'acqua calda. Non osare spogliarti, voglio avere l'onore».
«Non essere crudele con lei».
In realtà avrei voluto andare con lui e dire ad Alba quel che si meritava di sentire, ma una parte di me si sentiva in colpa per le fantomatiche azioni di mia madre e inoltre ero certa che, in una discussione tra lei e Durza -che si conoscevano da parecchi decenni-, sarei stata solo di troppo, quasi molesta.
Lo Spettro indossò il mantello da viaggio sopra i vestiti impolverati. «Non mentivo quando ti ho detto che è un'amica per me. Non ho alcuna intenzione di farle del male, ma di rimetterla in riga sì. Vedrai che capirà e ci sosterrà, del resto il vero colpevole della morte di sua sorella è Galbatorix».
Annuii, non troppo convinta. «Ti aspetto qui».
«Sì, è il caso che tu non ti faccia vedere in giro per il castello, libera come l'aria». Esitò sulla soglia. «Guarda ciò che vuoi nel frattempo» disse, indicando gli scaffali ricolmi di libri impilati disordinatamente.
«Non sparisco» lo rassicurai, notando la sua esitazione.
Sorrise e uscì nel corridoio.
Mi mossi in direzione del camino freddo e spento e sbirciai curiosamente la libreria che lo incorniciava.
Erano tutti testi scritti nella lingua degli uomini e, in mezzo a cronache di guerre, trovai anche libri di poesie e ballate. Non credevo che Durza fosse un gran lettore, ma le pergamene e i libri che aveva consultato erano evidentemente quelli riposti in malo modo negli scaffali.
Li sfilai, scorsi vagamente i titoli, e li rimisi al loro posto, in ordine.
In tutta sincerità non avevo voglia di leggere nulla. Avevo passato tre settimane a leggere pergamene su pergamene alla luce scarna di una candela e, all'idea di concentrarmi nuovamente su delle parole, mi si incrociavano gli occhi.
Pensai automaticamente alle persone che avevo lasciato così bruscamente alla cattedrale. Gagnsamr si sarebbe disperato per la nostra fuga, Delling sarebbe tornata sulla sua idea del nostro tradimento, Elin ci avrebbe maledetti davanti al suo dio, Gefion avrebbe presto dimenticato il fatto e Tove avrebbe vagato per le stanze, incredula. Helsa non avrebbe mai saputo nulla e in tutta sincerità ne ero felice.
Nonostante i miei propositi mi trattenni qualche istante in più su un libro che parlava di fantastiche creature che vivevano oltre il mare. Le miniature rappresentavano cavalli con il manto macchiato a strisce, strani lupi con pelo giallo e folto intorno alla testa e una specie di cervo femmina con il collo lunghissimo e il manto a macchie, senza contare l'enorme animale grigio dalle grandi orecchie e il naso lunghissimo.
Le illustrazioni erano così grottesche che dovetti trattenermi dal riderne e mi chiesi a lungo se non si trattasse di un libro per divertire i bambini. Ma il linguaggio era complesso e arcaico, indubbiamente destinato ad un adulto. L'autore era un certo Vandrer, ma non c'era scritto né il nome della sua famiglia né il suo luogo di nascita, e tanto meno una data a cui fare riferimento.
Erano passati pochi minuti da quando lo Spettro si era allontanato e un lieve rumore di passi riempì il corridoio, avvicinandosi alla stanza. Se si fosse trattato dei passi di un qualsiasi umano del castello sarei corsa a nascondermi dietro le tende o nella sala da bagno, ma ormai conoscevo i passi delicati di Alba e sapevo anche perché fossero così particolarmente leggeri: non era un'umana, ma un'elfa.
Riposi il libro Le creature d'oltremare, che stavo ancora tenendo in mano e afferrai la cintura a cui era agganciato il pugnale, fermandola in vita in modo che la fodera pendesse dietro la mia schiena, fuori dal campo visivo di Alba.
Entrò socchiudendo un'anta della porta, con il solito sorriso gentile e rassicurante che aveva esibito ad ogni sua visita.
La sua era una finzione perfetta e, se non fossi stata certa che Durza mi aveva detto la verità e non avessi avuto prove sufficienti, sarei caduta nella sua rete per l'ennesima volta.
«Bentornata!» esclamò.
«Durza è venuto a cercarti» replicai freddamente.
«Lo so» cinguettò. «Ma io volevo prima parlare con te».
Sfiorai la sua coscienza. Ben difesa, ovviamente, avrei faticato parecchio a penetrarla.
Non appena si sentì sfiorare la mente Alba trasalì e i suoi occhi corsero alle mie mani, alla ricerca -come intuii- dell'anello di ametiste che doveva bloccare i miei poteri. Il monile cingeva ancora il mio indice sinistro, ma il leggero bagliore violetto delle pietre era svanito, così come il loro potere, e l'elfa dovette rendersene conto, perché il suo viso si deformò in una maschera di odio.
Decisi di scoprire le carte, tanto ormai non aveva più senso fingere.
«Durza mi ha detto tutto».
«Ti ha liberata» sibilò.
«Sì».
«Non doveva farlo».
«Per questo era venuto a cercarti: doveva dirti la verità».
Mi guardò con disprezzo. «Non gli avrai creduto, vero principessina?» Scoppiò in una risata sguaiata e folle, che mi diede i brividi.
«Vai a cercarlo, sarà lui a spiegarti» tagliai corto, cercando di evitare l'oneroso compito di spiegare ad una persona che odiava me e mia madre, che il suo padrone -e probabilmente amico e alleato- si era innamorato di me.
Si avvicinò di qualche passo e io indietreggiai di altrettanti, portando la mano sinistra dietro la schiena e stringendo l'elsa del pugnale.
«Tu non sai niente» sillabò Alba, sgranando gli occhi celesti. «Ti ha detto tutto? Non ci credo neanche un po'. Ti ha detto che vuole diventare re? Ti ha parlato della sua famiglia? Ti ha detto che ha ucciso tuo padre? Ti ha detto che controlla tutti gli Urgali sottomettendo le loro anime? Ti ha detto della carneficina di Yazuac? E del nostro patto?»
Tentennai. «Stai mentendo».
«Hai ragione, puoi dubitare di me, ma posso sempre rispolverare un po' di antica lingua per te».
«Potresti essere convinta di una menzogna. Smettila di recitare, so tutto di te. So chi sei e so cosa hai provato a farmi. Non ho bevuto il tuo veleno e non ho intenzione né di uccidermi né di farmi uccidere da te, quindi puoi rinunciare alla tua parte di messaggera della verità perché io non ti credo».
Rise. «Se non ti uccidi da sola sarò io a farlo. È il minimo che meriterebbe tua madre, per ciò che mi ha fatto».
«Hai tradito i principi cardine del nostro popolo, Islanzadi non avrebbe avuto scelta. Anche se io non sono ancora convinta che tu stia dicendo il vero» dissi senza battere ciglio.
Alba mi scoccò uno sguardo sprezzante. «Non osare farmi la morale, principessina. Tu non sai niente di me. Ti credi l’eroina della tua razza perché hai saputo resistere a qualche mese di torture, credi che il tuo popolo sia capace solo del giusto, ma non sai proprio niente. Sei cieca».
«Gli Elfi sono anche il tuo popolo!» replicai indignata.
«Ti sbagli».
«Sei tu quella in errore. So che hai provato a resuscitare tua sorella ed è probabilmente l'abominio più grande che potessi compiere. Un elfo che usa la magia nera non può sperare di continuare a vivere nella Du Weldenvarden».
Un’espressione di cupa soddisfazione le deformò il viso. «Non hai idea di quante cose meravigliose si possano fare con quel tipo di magia. È molto più potente e più ampia di quella che gli Elfi si limitano a studiare, e la ignorano per pura codardia, perché temono che possa sfuggire loro di mano».
«La ignorano perché è male» sibilai.
«La ignorano perché sono degli sciocchi, ecco perché! E hanno avuto paura di me quando mi hanno scoperta, tua madre ha avuto paura di me».
«Non tirare in ballo mia madre, non avrebbe mai fatto ciò che tu sostieni».
«Tua madre è stata colei che mi ha cacciata! Lei e i suoi consiglieri. Tutti quegli uomini e quelle donne che ti hanno cresciuta nella tua deliziosa bolla dorata. Io mi ricordo di te, principessina. Avevi diciannove anni quando mi hanno mandata in esilio e già scalpitavi per andartene da Ellesmèra, uscivi di nascosto dal palazzo e ti esercitavi al combattimento».
«Perdonerai la mia scortesia, ma non ricordo di averti mai vista».
«Ovviamente no! Tua madre ha insabbiato ogni traccia di me».
«Non ti credo».
«Eppure sai che in fondo è la verità, giusto? Ormai non avrei alcun interesse a mentirti. E non avrei motivo di avercela con te se tua madre non mi avesse veramente fatto un torto di tale portata».
Il suo ragionamento filava e, seppure con un po' di disperazione, cominciai a credere davvero alla sua versione. «Se lo ha fatto significa che era necessario» dissi, difendendo Islanzadi per l'ennesima volta.
«Cancellare la mia identità ed insabbiare la mia storia?» chiese lei con una punta di sarcasmo. «Avrebbe potuto imprigionarmi o farmi subire un processo davanti a tutti gli elfi, ma invece ha preferito agire di nascosto, con l'appoggio di pochi fidati e di eliminare la mia esistenza alla radice. Dovevo essere una gran brutta macchia nel suo regno perfetto per farmi questo. Mentre tu eri impegnata a farti imbottire il cervello di sciocchezze sulla perfezione e la bellezza della nostra razza quella stessa razza non ha esitato a cacciarmi, senza nemmeno volere ascoltare le mie ragioni».
«E che ragioni sarebbero?» la provocai. «Tutti hanno subito perdite ad Ilirea, perché tu avevi il diritto di reagire diversamente da tutti gli altri?»
Disprezzavo davvero Alba, le sue debolezze e le sue azioni, ma mi sentivo anche responsabile per l'ingiusto e terribile trattamento che le era stato riservato. E quei miei sensi di colpa mi infastidivano, quindi mi impegnai a nasconderli alla mia interlocutrice.
Alba ignorò le mie domande. «Non sai quanto sia stato difficile impormi di essere carina e gentile con te per tutti questi mesi». Mi si avvicinò. «Quando Durza mi fece chiamare per chiedermi chi fossi, sono stata contenta di potergli dire che eri la figlia della regina. Speravo che, sapute le tue origini reali, ti avrebbe spremuta come un limone maturo, fino ad ammazzarti. E io avrei finalmente avuto la mia vendetta sulla tua famiglia».
I suoi lineamenti gentili erano grottescamente deformati in un odio profondo, più radicato di quanto fosse mai stato quello che brillava negli occhi di Durza.
Ma di fronte a lei non sentivo quella debolezza che mi caratterizzava con lo Spettro. Lei non mi confondeva. Lei mi odiava e basta. E fu quasi un sollievo riuscire improvvisamente a trasformare la simpatia che avevo sentito in precedenza in freddo disprezzo e rancore.
Dopo mesi, mi sembrava di essere tornata pienamente la vecchia me stessa, calcolatrice e distante. E mi ero estranea.
«Ma lui non lo ha fatto» ringhiò Alba. «Io gli ho creato tutte le situazioni favorevoli per farlo. Ti ho anche fatta fuggire, perché lui perdesse la pazienza, ma niente. Durza aveva piani di altro genere per te, ma lo hai sedotto e lui è stato così ingenuo da lasciarsi abbindolare da te».
«Mi dispiace..» dissi, con evidente sarcasmo.
«Non provocarmi!» urlò avvicinandosi ancora e allungando le mani alla mia gola. Scattai di lato, sfuggendole.
«Sono stata al suo fianco per anni, decenni. E poi? Arrivi tu e in pochi mesi mi porti via tutto quel poco che ero riuscita faticosamente a ricostruire. Arrivi tu e ad un tratto perdo di nuovo la mia famiglia. Sei tale e quale a tua madre, cammini per la tua strada, fissando la luce della rettitudine, e ignori i poveracci che pesti durante il tuo cammino!»
Il suo tono si alzò fino a diventare un urlo isterico.
Non fui troppo sorpresa quando sentii i passi agili di Durza rimbombare sul pavimento. Lo Spettro spalancò le ante con furia, mandandole a sbattere contro le pareti e fissò Alba con ira.
«Cosa ci fai qui?»
«Mi hai tradita, brutto verme!» fu l'acida replica di Alba, che rivolse tutta la sua attenzione al nuovo venuto, ignorandomi.
«Tu mi hai tradito, disobbedendo ai miei ordini. Per quanto riguarda il resto, ti avrei spiegato» disse Durza, camminando cautamente nella sua direzione.
«Che cosa? COSA devi spiegarmi!? Quello che io ho capito un mese prima di te? Io ti avevo avvisato, te l'ho detto com'è fatta lei e la sua gente, ma tu non mi hai ascoltata. E ora guardati.. ridotto ai piedi di una frigida Principessa elfica, che non sta facendo altro che sfruttare la tua debolezza per raggiungere i suoi scopi».
Arrivò anche Hillr, trafelato. Probabilmente era alle calcagna dello Spettro, che però doveva averlo seminato. Il siniscalco riservò un'occhiata diversa ad ogni persona della stanza: timore per Durza, pietà per Alba e odio per me.
«Hillr vattene» comandò Durza. «Questa conversazione non ti riguarda».
«No, no!» lo interruppe Alba. «Riguarda anche Hillr, non è vero? Durza adesso cerca di capire chi sono i tuoi veri amici e chi sono i nemici. Io e Hillr ti abbiamo servito per anni con assoluta dedizione e non vogliamo che ti succeda niente di male». Raggiunse l'uomo e lo prese a braccetto, anche se lui non parve particolarmente entusiasta della piega presa dalla situazione. «Mentre quella», e mi indicò, «la conosci appena e per quanto ne sai potrebbe averti mentito su tutto».
«Non sono io quella delle bugie» dichiarai in tono neutro, gettando un'occhiata a Durza.
Lo Spettro era imperturbabile, ma continuava a fissare Alba, tanto che per un attimo mi chiesi se non le stesse credendo.
«Avevi grandi progetti» insistette lei. «Non puoi abbandonarli per un'infatuazione che si spegnerà nel giro di pochi mesi».
«Durza..» dissi a quel punto.
«Non temere» mi interruppe lo Spettro, senza guardarmi. «Ho già preso la mia decisione e non ho intenzione di tornare sui miei passi».
A quel punto Alba scattò. «Hai preso la tua decisione? Vuoi vivere con l'elfa? Fai pure, ma prima dovresti almeno trovare il coraggio di dirle la verità su Evandar, sugli Urgali e un paio di massacri e carneficine che hai compiuto negli ultimi secoli».
Durza parve ferito da quelle parole e i suoi occhi mi porsero delle mute scuse.
Era la verità, dunque?
Mi irrigidii un poco, ma non ebbi il modo di chiedergli conferma perché Alba rincarò nuovamente la dose.
«Lei non ti accetterà mai, capisci? Tu sei un mostro, come me, e nessuno -tanto meno un'elfa- potrà mai volerti bene o accoglierti con sincerità nella sua vita».
Le pupille dello Spettro si assottigliarono e la sua espressione subì un repentino cambiamento, diventando in un attimo grondante d'ira e di sofferenza.
Scattò in direzione di Alba e la atterrò, strappandola al braccio di Hillr, che scappò terrorizzato alla vista della pazzia del suo padrone.
Mi precipitai su Durza e lo afferrai per il mantello, tirandolo via dal corpo dell'elfa prima che la ammazzasse di botte e spingendolo a terra sotto di me. Alba aveva il labbro inferiore spaccato e un fiotto di sangue le usciva dal naso, inzuppandole i capelli color del grano. Tuttavia sorrideva. Non aveva reagito, anzi, sembrava quasi aver provocato deliberatamente l'ira di Durza.
Combattei per tenerlo inchiodato a terra per qualche istante prima che la consapevolezza gli illuminasse nuovamente gli occhi. A quel punto tornò padrone di sé e parve inorridito.
«Questo è ciò che ti aspetta» sibilò Alba. E sputò un grumo di sangue sul tappeto.
La ignorai e lasciai andare lo Spettro con cautela, permettendogli di alzarsi a sedere.
Ancora una volta le mosse di Alba erano volte a doppi fini. Ma se pensava che mi sarei sorpresa dell'improvviso attacco d'ira dello Spettro si sbagliava. Conoscevo i suoi demoni e sapevo che non sempre riusciva a tenerli imbrigliati, tuttavia fino a quel momento ero sempre riuscita a calmarlo, quindi l'intero spettacolo non mi spaventò più di tanto, se non per le condizioni in cui verteva Alba dopo il pestaggio.
Durza mi fissò, iniziò a tremare e non smise fino a che non iniziai a pettinargli i capelli tra le dita, un gesto che sapevo capace di calmarlo.
«Coraggio Durza, dille la verità e in pochi minuti ti volterà le spalle!» insistette Alba, forse delusa dalla mia mancata reazione alle mosse dello Spettro.
A quel punto però fissai il mio compagno, seduto davanti a me, alla ricerca di spiegazioni.
Forse speravo che negasse tutto ciò che aveva insinuato Alba e mi rassicurasse, ma non lo fece, e seppi in un istante che l'elfa aveva detto la verità e che Durza lo Spettro mi aveva mentito un'altra volta, nascondendomi verità scomode.
«Dopo» mi disse lui con voce melliflua, liberandosi gentilmente dalle mie mani e muovendosi in direzione della mia rivale.
Alba rifiutò sdegnata il suo aiuto, si guarì da sola e rimase immobile con le braccia incrociate sotto al seno.
«Non le parlerò davanti a te» specificò Durza, fronteggiandola.
«Ti sei davvero innamorato di lei» sentenziò l'elfa, sprezzante. «Mi sembrava che avessimo stabilito che l'amore era per i deboli e che né tu né io potevamo permettercelo».
«Sono sempre stato un debole, lo sai, ma Arya mi da forza, per una volta».
Scoppiò a ridere. «Ti stai solo raccontando delle menzogne. Non funzionerà mai. Un amore del genere.. nemmeno il più ardito cantore umano avrebbe mai osato immaginarlo. Finirete male, entrambi. Non c’è futuro per chi è così diverso come voi due!»
«Forse no. Ma vogliamo provarci» replicò lo Spettro, prontamente.
Mi alzai in piedi, alle spalle di Durza, e fui profondamente tentata di andarmene dalla stanza. Alba mi voleva morta, ma mi feriva che l'uomo al quale avevo offerto la mia vita avesse preferito non dirmi che era l'assassino di mio padre. Insomma, ero fuori posto, di nuovo.
Alba alzò il mento con compostezza e dignità, nonostante l’espressione folle che aveva il suo viso. «Sono stata bene nella tua casa, mio signore, ti ringrazio per avermi accettata quando nessun altro si era dimostrato disposto a farlo». I suoi occhi celesti scivolarono nella mia direzione. «Ci rivedremo, principessina Arya. Non chiedermi come, quando e dove. Ma ti giuro che ci rivedremo e non sarà divertente per te. Che tu e la tua famiglia siate maledetti. Auguro una lenta, dolorosa, vergognosa, disonorevole e orribile morte a te e a quella sgualdrina di tua madre!»
«Mi dispiace» dissi. E in parte ero sincera, perché la sua storia era veramente terribile e degna di pietà, ma io non avevo alcuna colpa per le presunte azioni di mia madre e non potevo fare nulla se non scusarmi al posto suo. Sempre che Alba non si fosse inventata tutto, ovvio.
Feci per aggiungere qualcosa, ma l’elfa aveva già voltato le spalle e tirato la porta dietro di sé.
Sciolsi bruscamente la tensione dei muscoli e sentii lo Spettro fare lo stesso.
«Hillr mi ha intrattenuto all'ingresso delle prigioni o mi sarei reso conto prima che Alba non era dove doveva essere. Perdonami» disse, con cautela, guardandomi circospetto.
«Non è colpa tua» risposi, atona.
«Arya mi dispiace, ti avrei detto tutto al momento opportuno..»
«Non esiste un momento opportuno nella nostra situazione» lo interruppi. «Quindi sei pregato di smetterla di trattarmi da sciocca».
Fece un gesto vago. «Avevo solo paura che tu te la prendessi e decidessi di andartene».
«Non sono una ragazzetta volubile. So distinguere il passato dal futuro e non ti accuserei mai di avermi tradita per aver fatto qualcosa che io stessa avrei fatto al tuo posto. Credevo che almeno questo punto fosse chiaro, dopo che ti ho parlato di Fäolin».
Era la prima volta che pronunciavo il suo nome di fronte a lui e un poco me ne vergognai, perché in qualche modo mi sembrava di aver infangato la sua memoria.
Durza capì a chi mi riferissi dopo qualche istante di riflessione e annuì.
«Sono uno sciocco, finisco sempre per sottovalutarti» confessò infine.
La mia rabbia si placò un poco. «Già».
«Ora vado finalmente a parlare con Alba. Tra qualche minuto verrà qualcuno a riempire la vasca, te non farti vedere e fai pure un bagno caldo. Quando tornerò metteremo tutto in chiaro, d'accordo?»
«D'accordo» concessi.
Poi allungai un braccio, d'impulso, afferrai la sua casacca e lo tirai a me per baciarlo sulle labbra.
«Tutto questo è reale» dissi. «Non dimenticarlo».
Il mio voleva essere un avvertimento: sapevo cosa avrebbe tentato di fare Alba e non volevo vedermi strappare Durza da sotto il naso dopo tutti quei mesi di confusione, errori e duri patti con me stessa.
Lo Spettro sorrise, scoprendo i denti aguzzi. «Lo so».
E se ne andò, quasi a malincuore, lasciandomi parecchio confusa e incerta sul mio futuro.
Avevo faticato a convincere lo Spettro che una vita insieme sarebbe stata possibile e temevo che Alba lo avrebbe facilmente trascinato nella spirale di odio e vendetta nella quale era avvolto prima che qualcosa scattasse tra di noi.
Mi nascosi dietro al paravento quando due domestici vennero a portare acqua calda per il bagno e riordinarono il letto. Poi mi chiusi in bagno con la magia e mi abbandonai nel calore dell'acqua mentre mi toglievo definitivamente la sporcizia del viaggio di dosso. Lasciai i vestiti a terra e posai la fialetta ormai vuota del Fricai Andlat sugli scaffali di legno.
E intanto pensavo..
A quanto tempo ci stesse impiegando lo Spettro, alle cose che mi aveva taciuto e alle fragili prospettive che avevo davanti a me.
Mi lasciai trascinare dal gioco dei “se” e dei “forse” e mi chiesi cosa ne sarebbe stato della mia vita se Evandar non fosse morto poco dopo la mia nascita. Forse mia madre sarebbe stata un'altra persona, non chiusa nel suo dolore e nel suo astio e forse mi avrebbe voluto bene. Forse se i miei genitori fossero stati insieme avrebbero trovato le forze per opporsi con più energie a Galbatorix e non avrei dovuto passare la mia vita in funzione di Alagaësia.
E non avrei nemmeno conosciuto Durza. Era tutto un cerchio di dolore e felicità.
E a quel punto cosa mi aspettava? Cosa avremmo mai fatto dopo la sconfitta del re? Due vite fuori dall'ordinario come le nostre non potevano concludersi in una casetta anonima in una città umana, imprigionate in un'esistenza banale e ripetitiva.
Sapevo per certo che né io né lui lo avremmo mai sopportato. Avevamo deciso di camminare sullo stesso sentiero, ma non avevamo ancora deciso la direzione, ed era ormai una decisione necessaria se volevamo inseguire il sogno di una vita insieme.
Chiusi gli occhi e abbandonai la testa all'indietro. Il sapone che avevo usato per lavarmi i capelli aveva l'odore della salvia e del rosmarino. Ed ero ormai certa che fosse stata Alba a farmi un bagno, la prima volta che Durza mi aveva trovata in fin di vita nella mia cella.
Mi sporsi sulla mensola, alla ricerca di un altro sapone.

[Durza]
Era quasi mezzogiorno e ovviamente nulla era andato come lo Spettro aveva previsto.
Appena sveglio aveva deciso che avrebbe subito affrontato il problema spinoso costituito da Alba e poi si sarebbe goduto qualche ora di pace in compagnia di Arya.
Ma Alba aveva agito di testa sua e la Principessa stava probabilmente facendo un bagno solitario in quel momento, rimuginando sulle sue bugie e sui suoi errori. Forse non avrebbe dovuto lasciarla a macerarsi nell'incertezza, ma temeva veramente che Alba sparisse da Gil'ead prima di riuscire a farla a ragionare.
Trovò l'elfa nella sua stanza al piano terra, intenta a preparare un bagaglio con abiti e coperte.
«Alba fermati».
Lo ignorò. «Tu hai fatto la tua scelta e io ho fatto la mia. Semplice, non ti pare?»
«Non ho rinunciato a sconfiggere il re e almeno questo dovrebbe importarti. Insomma in fondo è lui ad avere causato la morte di tua sorella».
«Non provarci con me, Durza, non funzionerà».
«Cosa?»
«La voce suadente!» specificò rabbiosa, lanciando un mantello pesante nella sacca. «Forse la principessina cadrà ai tuoi piedi, ma io no. Puoi credere ciò che vuoi, ma Islanzadi mi ha impedito di riprendermi Solus e in qualche modo l'ha uccisa una seconda volta, per poi uccidere anche me! Tu lo sapevi», gli puntò un indice al petto, «tu lo sapevi perfettamente, eppure abbandoni la nostra alleanza per la figlia della stessa donna che ha distrutto la mia vita, DUE volte in una!»
«Calmati adesso!» rispose con altrettanta furia. «Mi hai già provocato a sufficienza per oggi».
E anche in quell'istante sentì gli spiriti muoversi inquieti e assetati di sangue. Mai come in quel momento la gola di Alba gli parve incredibilmente morbida e perfetta da azzannare.
Distolse lo sguardo bruscamente non appena si rese conto che lei lo stava fissando, sorridendo con disprezzo.
«Tu non mi ucciderai. Non l'hai fatto negli ultimi decenni e sicuramente non lo farai oggi. Prima non ti avrei mai provocato in quel modo se non fossi stata sicura che ti saresti fermato».
«Arya mi ha fermato. E solo perché, al contrario di noi, non ama le morti inutili, anche se di un nemico».
«Sei ridicolo».
«E tu sai che è così. In qualche modo ti ha salvato la vita, pochi minuti fa».
Alba chiuse la sacca. «Questo non cambia le cose. Tu hai scelto una nuova alleanza e io non posso sopportarla, quindi me ne vado per la mia strada».
Durza ringhiò frustrato. «Potrebbe servirmi anche il tuo aiuto per sconfiggere il re».
L'elfa lo guardò con attenzione. «Tu mi hai promesso del potere, ricordi? Potere e il corpo di Arya. Ora mi dici che sì, possiamo uccidere il re, ma non avrò mai ciò che mi spetta. Prima servivi ai miei scopi e ora non più, quindi non ho alcun interesse a rimanere al tuo servizio».
«Ma mi hai giurato fedeltà» le ricordò.
«Vuoi costringermi a rimanere contro la mia volontà? Fallo pure, e io renderò la tua vita un inferno, nei limiti permessi dal mio giuramento ovviamente». E sorrise sinistramente. «Oppure potresti tornare sui tuoi passi, darmi la principessa e sconfiggere Galbatorix con il mio aiuto. Poi uccideremo Ajihad, tagliandolo pezzo per pezzo, come hai sempre sognato. Credevo che la vendetta per la tua famiglia fosse il tuo principale dovere e obiettivo, dopo l'orribile trattamento che è stato riservato loro».
Durza sentì la fronte velarsi di sudore gelido. «Quelle erano le mie priorità, ma poi Arya mi ha offerto un'alternativa e mi ha aperto gli occhi. Non so che farmene del potere e della vendetta se poi sarò condannato ad essere infelice per tutta la mia vita. La morte di Ajihad non mi restituirà la mia famiglia e il mio maestro».
«No», sorrise lei, «ma io potrei farlo».
Lo Spettro esitò, basito. «Tu?»
«Stavo per riportare in vita mia sorella, ricordi? Non ero ancora giunta ad una soluzione, ma con qualche ricerca e qualche altro mese di memorie recuperate riuscirò a trovare il modo. A quel punto sia io che tu potremo recuperare le nostre vecchie vite e cancellare un secolo di sofferenze. In qualche mese dimenticherai la principessa e chissà, magari troverai un'altra bella donna capace di darti amore, se è ciò che desideri».
«Una come te?» chiese, con sarcasmo, sentendo tuttavia una parte di lui cedere alle lusinghe di Alba.
Lei si portò i capelli sulle scapole con un gesto grazioso. «Perché no? Già in passato hai mostrato di essere attratto da me. Magari in qualche anno riusciremo a trasformare la nostra amicizia in amore e ci ricostruiremo una vita, circondati dalle persone a cui teniamo più al mondo. Non dirmi che non sarebbe bello, mio signore, perché non ti crederò».
Durza si stropicciò gli occhi con l'indice e il pollice e mise sulla bilancia le ennesime scelte che si trovava davanti. Ma non riusciva proprio a valutare quale dei piatti pesasse di più.
Aveva amato i suoi genitori, sua sorella e Haeg con tutto il suo cuore, ma ormai erano passati talmente tanti anni che a malapena ricordava i loro volti. Per oltre un secolo, l'odio che sentiva per la loro perdita era stato il movente di tutte le sue azioni, ma non si era mai reso conto che ormai quelle persone erano diventate ombre. Le amava così come le ricordava, nel suo passato, nel loro contesto.
Pensò all'orgoglio negli occhi dei genitori, l'adorazione in quelli della sorellina e l'approvazione in quelli di Haeg e si chiese come lo avrebbero guardato che avessero visto cos'era diventato; come avrebbero reagito nel risvegliarsi all'improvviso, cento anni dopo.
Poi pensò ad Arya, alle sue promesse e alle sue speranze e alla grande incognita che il futuro con lei rappresentava. Una pagina bianca. Faceva paura, ma era anche estremamente eccitante. Forse non avrebbe mai avuto ciò che voleva, ma ciò di cui aveva bisogno sì. E ormai gli risultava difficile pensare a un domani in cui non avrebbe trovato gli occhi taglienti di lei, la sua intelligenza vorace e il calore del suo corpo.
«Credi che i morti vorrebbero davvero tornare?» finì per dire.
Alba parve sorpresa. «Non lo so, ma.. non esiste una seconda vita dopo la morte, quindi per loro sarebbe come.. risvegliarsi dopo un lungo sonno, ecco!»
Ma nemmeno lei era certa delle sue stesse parole e forse cominciava a comprendere ciò che lui stesso aveva appena intuito: magari i morti volevano restare nel nulla dov'erano relegati e non sarebbero mai più stati gli stessi se fossero stati strappati alla loro pace. Forse avevano lasciato una vita in sospeso, ma non avrebbero voluto completarla dopo avere raggiunto una condizione di totale non sofferenza.
Sempre che non esistesse un aldilà dove gli dei giudicano e gli uomini sono puniti o premiati. Quello lui non lo sapeva, ma gli risultava difficile crederci.
Chinò il capo e si rese conto di stare sorridendo. «Addio, Aiedail» disse, nell'antica lingua. «Ti auguro tutta la fortuna di questo mondo. Grazie per la tua amicizia, ma credo che le nostre strade si siano ormai separate».
Non reagì quando lei gli posò le mani sulle spalle e si alzò in punta di piedi per baciarlo.
«Solus era la mia gemella» sussurrò Alba, a pochi pollici dalle sue labbra. «Gli elfi sono poco fertili e una nascita simile è salutata come una specie di miracolo della natura. Io e lei eravamo una cosa sola e non posso pensare di vivere senza di lei o non punire coloro che hanno tentato di tenerla lontana da me. Uccidi il re e costruisci la tua vita con Arya, ma vigila attentamente su di lei perché vorrò sempre ucciderla, fosse solo per fare provare a sua madre un millesimo della sofferenza che ho provato io quando ha distrutto le mie speranze».
«In tal caso spero che non ci rivedremo mai più».
«Lo spero anche io.» Lo baciò nuovamente. «Addio, mio signore».
E gli passò accanto, abbandonando la presa sulle sue spalle concludendola con una carezza.
«Ah, un'ultima cosa!» lo richiamò, a tradimento.
«Cosa?» domandò incrociando nuovamente i suoi occhi azzurri.
«Negli ultimi giorni cercavo di divinarti, non per capriccio, ma perché dovevo darti informazioni importanti: Galbatorix arriverà a Dras-Leona entro la fine di questa settimana. A quanto pare Lord Tàbor ha intascato dei soldi riservati ai forzieri reali per potersi godere qualche lussuoso banchetto di troppo. E poi a quanto pare le tue spie di Belatona hanno incrociato il figlio di Morzan laggiù, da solo».
«Grazie» disse, prendendo atto del suo tono distante.
Con un ultimo gesto, l'elfa scostò nuovamente i lisci capelli biondi dal volto e sparì per sempre dalla sua vita, lasciando dietro di sé il suo profumo delicato.
Durza scacciò l'inevitabile senso di tristezza e abbandono che gli scese sul cuore e tornò nella sua stanza, non prima di aver lasciato l'ordine di portargli il pranzo in camera. Un pranzo dove abbondassero pane e formaggio, oltre alla solita carne.
Si sentiva come se un'ombra che per tutta la sua vita gli aveva pesato sulle spalle fosse svanita. Aveva finalmente accettato la morte dei suoi cari, a quel punto non gli restava che superarla, e c'era una sola persona che avrebbe potuto aiutarlo in tale impresa.
Arya sobbalzò quando spalancò le porte di quercia e protestò con poca convinzione quando le aggredì le labbra, ribaltandola sul materasso. Poi chiuse gli occhi e le sue dita affusolate si strinsero tra i suoi capelli.
Con una fiamma di gioia feroce che gli ardeva nel petto, Durza lo Spettro continuò a baciare la sua ex-prigioniera, fino a che gli parve impossibile che entrambi fossero ancora in grado di respirare.

[Arya]
Avevo programmato ogni cosa.
Come avrei cominciato il discorso, come Durza mi avrebbe risposto, come lo avrei lentamente portato a dirmi tutto senza temere nessuna mia reazione.
Poi lo Spettro entrò, travolgendomi come una tempesta e i miei pensieri sfumarono nella nebbia, mentre un fuoco sopito si riaccendeva nelle mie membra, bruciandole di desiderio.
Abbandonai il libro con le illustrazioni degli strani animali e risposi con entusiasmo al bacio aggressivo di Durza, che durò tanto a lungo da farmi dimenticare dove fossi e cosa fosse successo.
Quando riuscii infine a staccarlo da me mi resi conto che stava ridendo e che i suoi occhi grondavano felicità ed entusiasmo. E mi contagiarono in un istante.
«Cosa mi sono persa?» mi informai sorridendo e sfiorandogli il volto.
«Sono tuo, Principessa». E mi raccontò dell'intera conversazione avuta con Alba, tutto nei minimi dettagli, senza nemmeno escludere la parte in cui lei lo baciava.
Apprezzai la disarmante sincerità e la sua soddisfazione nell'avere infine abbandonato il proprio passato in vista di un nostro futuro insieme mi rese felice. In un attimo fui certa che gli avrei perdonato tutto, ogni verità nascosta e ogni malefatta, purché non la ripetesse.
Mi nascosi quando arrivarono due servi a portargli il pranzo e poi lo condividemmo fino a spazzolare tutto il contenuto del vassoio. Era un pasto decente e sostanzioso, il primo da giorni, e mi parve che tutto avesse un nuovo sapore. Mangiammo distesi sul letto, mentre lo Spettro sfogliava rapidamente il libro Le creature d'oltremare, sostenendo che esistessero davvero.
Poi Durza andò a farsi un bagno.
«L'invito è ancora valido» mi richiamò da dietro la porta.
Ma non lo raggiunsi e mi dissi che avrei dovuto chiedergli un paio di indumenti da uomo una volta che fosse uscito dalla stanza. Avevo lavato e asciugato con la magia l'abito che avevo indossato nel viaggio da Gil'ead a Dras-Leona e anche le brache e la fascia, ma avevo davvero nostalgia di un paio di pantaloni e di un farsetto accollato.
Spazzolai le briciole dalla coperta e riposi il vassoio con la caraffa d'acqua ormai vuota sul tavolinetto addossato alla parete, tra il palchetto che ospitava il letto e la libreria.
E poi pensai ad Alba, ammettendo infine con me stessa che tutto ciò che mi ha detto doveva essere la verità. Compresa la parte riguardante mia madre. Ed ero turbata. Sia perché era dura credere che Islanzadi avesse davvero violato e distrutto la mente di un essere senziente, sia perché la minaccia che Alba aveva lasciato allo Spettro non mi dava pace, né me ne avrebbe mai data.
Durza riemerse dalla stanza da bagno con i capelli asciutti e solo un paio di pantaloni addosso. Il sole d'argento pendeva all'altezza del suo cuore, donando ancora più biancore alla sua pelle.
«Che delusione, piccola Elfa, aspettavo davvero che qualcuno venisse a lavarmi la schiena» disse, canzonandomi e allungandosi sul letto, dove recuperò nuovamente Le creature d'oltremare.
«Chi c'è nella mia cella adesso?»
«Dopo andrò a creare un'immagine tua in modo da ingannare le guardie. Almeno così potrò tenerti qui con me».
Seguii il suo sguardo sull'immagine del cavallo con il manto a strisce bianche e nere. «Potremmo andare a cercarli» dissi infine, richiamando la sua attenzione. «Dopo che il re sarà sconfitto potremmo pagare un equipaggio e andare oltremare. Esplorare terre sconosciute, trovare quegli strani animali e scrivere dei trattati.. cose così insomma».
Lo vidi sorpreso. «Mi piacerebbe moltissimo, ma a te?»
«Se te l'ho proposto significa che l'idea mi piace, non credi?»
Si sporse a baciare le mie labbra, ancora secche per il lungo scambio di prima. Sentii di nuovo il sapore di menta.
«Niente intruglio profumato, Principessa?»
Doveva riferirsi al Nalgask. «Temo sia rimasto nella cattedrale. Ma non puoi permetterti di criticarmi, Spettro».
Inarcò un sopracciglio. «Ti infastidiscono le mie labbra?»
«Sono screpolate».
«Ho la scomoda abitudine di leccarmele, ma se mi presti le tue posso farlo su di te». E mi morse un labbro, gettandomi uno sguardo che mi diede i brividi.
Scostai svogliatamente gli occhi dal suo torace pallido e mi imposi di porgli infine le domande che mi ero preparata quella mattina.
«Devi ancora chiarirmi ciò che mi ha detto Alba».
«Purtroppo era la verità» ammise stringendo le labbra. «Ho scoperto di tuo padre solo quando me ne hai parlato tu, la mattina che siamo entrati nella cattedrale e non volevo allontanarti da me dato che in quel momento avevo ancora intenzione di.. sfruttarti per deporre il re. Dopo quella notte al Covo avevo semplicemente paura che tu reagissi nel modo sbagliato».
«Mi dispiace per la sua morte, ovviamente, ma non ho intenzione di ripudiarti perché era tua la spada che gli ha mozzato la testa. Del resto non l'ho mai conosciuto e tu non sapevi nemmeno chi fossi all'epoca».
«Non sapevo nemmeno che esistessi» confermò. «E ora immagino di doverti una spiegazione anche per gli Urgali».
E così fece. E finalmente seppi perché gli Urgali fossero al servizio dello Spettro. La notte delle terribili verità, nella cattedrale, Durza mi aveva semplicemente detto che gli Urgali erano le sue spie ed avevano intercettato Brom e il Cavaliere a Yazuac, in quel momento mi disse che in realtà stava dominando le loro coscienze, riducendoli a macchine votate all'obbedienza.
Mi garantì che li avrebbe lasciati liberi dopo che il re fosse stato sconfitto e che a quel punto saremmo stati costretti a fuggire da Alagaësia a gambe levate, perché quelle creature avrebbero voluto la sua testa.
«E io che credevo di non essere brava a farmi degli amici».
«Tra gli uomini si dice che al peggio non c'è mai fine, quindi non temere, ci sono tanti altri peggiori di te e forse anche di me».
Poi, titubante, ammise di aver permesso agli Urgali di compiere una vera e propria strage a Yazuac, dove a detta loro non c'erano stati sopravvissuti.
Passammo in quella maniera tutto il pomeriggio: parlando di tutto e riposandoci. Hillr venne a bussare alla porta, ma Durza disse di non disturbarlo fino al giorno seguente e subito dopo andò nella mia cella per creare una mia proiezione che ingannasse i soldati. Quando si fece buio lo Spettro chiamò qualcuno a svuotare la vasca e a portargli la cena.
«Sarai costretta a rimanere nascosta qui dentro per un po'. Tra non molto il re mi ordinerà di portarti a Uru'baen e allora agiremo».
«Quanto?» mi informai, un po' intimorita.
«In realtà spero ancora diverse settimane» confessò stringendomi a sé.
Parlammo molto più di quanto fossi abituata a fare con chiunque, persino con Fäolin. Parlammo fino a che le parole non servirono più e io riscoprii il sottile piacere di poter gettare vaghe basi del proprio futuro con quella spensieratezza e quell’ottimismo tipico degli ignoranti.
Avevo sempre saputo che più si conosce la vita più si è consapevoli della sua crudeltà, ma avevo quasi dimenticato l'esistenza di quelle semplici azioni piacevoli, che, anche se fugaci, in quel momento mi davano una gioia incalcolabile.
Ultima modifica di Lalli il 31 maggio 2015, 16:43, modificato 1 volta in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 12 gennaio 2015, 11:19

39. Climax
[Hillr]
Il siniscalco di Gil'ead si sentiva umiliato, piccolo e schiacciato come uno scarafaggio.
Quando Alba era venuta da lui, in piena notte, per informarlo del ritorno del suo padrone e dell'elfa, erano rimasti svegli per un'ora intera per macchinare un piano.
Il mattino seguente, lui avrebbe dovuto intrattenere il governatore Durza, mentre Alba avrebbe convinto l'elfa a seguirla fuori dalla città e lì l'avrebbe uccisa. A quel punto l'avrebbero accusata di essere fuggita di sua spontanea volontà e avrebbero sostenuto che Alba si era lanciata al suo inseguimento per fermarla, finendo poi per ammazzarla per difendersi da un suo comportamento aggressivo.
Non sembrava difficile da realizzare e aveva accettato di buon grado, anche perché quella soluzione gli avrebbe permesso di rimanere in qualche modo fuori dalla situazione, e quindi innocente agli occhi del suo signore. Era decisamente un'idea migliore di quella di farsi ammazzare pur di liberarsi di quella malefica creatura dai capelli neri come inchiostro e occhi di un verde così improbabile da risultare demoniaco.
Peccato che nulla fosse andato come avevano previsto.
Aveva bloccato Durza lo Spettro -ancora in malandati abiti da viaggio- all'ingresso delle prigioni e lo aveva tempestato di informazioni sull'andamento dell'ordinaria amministrazione di Gil'ead, riferendogli anche le più inutili piccolezze. Il suo padrone era rimasto immobile ad ascoltarlo, palesemente seccato, per qualche minuto, ma poi aveva inclinato la testa di lato e corrugato la fronte, per poi correre a tutta velocità in direzione delle sue stanze.
Se si fosse preso due minuti per riflettere avrebbe probabilmente abbandonato il piano e si sarebbe ritirato nelle sue stanze, ma si era ritrovato ad inseguirlo, d'istinto. Alba l'aveva coinvolto nel dibattito per metterlo contro l'elfa e in quel momento l'uomo si era reso conto che il suo signore era veramente infatuato di quell'essere, più di quanto avesse immaginato. E si era ripromesso di aprirgli gli occhi.
Ma poi Alba aveva detto qualcosa di sbagliato e lui era fuggito come un codardo di fronte allo sguardo vacuo e infuocato di Durza.
Era rimasto a lungo nelle sue stanze, a piangere il suo destino crudele, che lo voleva sempre implicato in situazioni troppo grandi, che lui non era in grado di affrontare.
Poi aveva visto Alba scendere in cortile e le era corso dietro.
La giovane indossava un mantello leggero e aveva i capelli biondi stranamente sciolti sulle spalle, impegnati a coprire la parte superiore di una sacca da viaggio stracolma.
«Alba!» l'aveva richiamata.
E lei si era voltata, con un'espressione addolorata e insieme risoluta stampata in volto.
Era bellissima, come al solito, e se ne stava andando.
«Abbiamo fallito» aveva dichiarato lei.
«E hai già rinunciato?»
«Ho parlato con Durza e so per certo che non ci sarà una seconda occasione per poterci liberare dell'elfa. Per questo me ne vado: ora non ho più nulla da fare qui».
«E dove andrai?»
«A sud, credo. A cercare un nuovo alleato e una nuova occasione».
La sua affermazione era così vaga da confonderlo inevitabilmente. «Che genere di occasione?»
Aveva sorriso innocentemente. «So che c'è un eremita nelle lande tra l’Helgrind e le Pianure Ardenti. Per il momento mi rifugerò lì. Non lo conosco, ma credo che non disprezzerà la mia domanda di diventare sua allieva. Se avrai bisogno di me potrai sempre mandare qualcuno a cercarmi».
«Mi sfugge il perché».
«Voglio perfezionare la mia arte magica. Non guardarmi così, mi è necessario, e potrebbe essere utile anche a te se in un futuro diventerai governatore di Gil'ead».
«Non lo diventerò mai» aveva obbiettato lui. «Il nostro signore è immortale, lo sai».
Sempre sorridendo ampiamente, la donna si era avvicinata a lui. «Durza non rimarrà a lungo a Gil'ead. Non so dirti cosa succederà esattamente, ma vedrai che in un paio di mesi qui ci sarà un posto vacante e, se saprai giocare bene le tue carte, potrai facilmente prendere il potere al posto di Durza».
«Non tradirò mai il mio signore!» aveva esclamato, indignato.
E sapeva che non avrebbe mai cambiato idea, né per tutto l'oro del mondo, né per qualsiasi seggio governativo. Durza lo Spettro gli aveva salvato la vita e dato un futuro e lui non sarebbe stato così ingrato da dimenticarlo.
Ma Alba era scoppiata a ridere sommessamente, coprendosi i denti bianchi con la mano.
«Non voglio che tu lo tradisca» gli aveva sussurrato. «Le cose stanno cambiando, gli equilibri di Alagaësia stanno vacillando e il re ha un punto debole che potrebbe essere sfruttato per sconfiggerlo».
«Non mi starai dicendo che il nostro signore complotta contro di lui, vero?» aveva chiesto con timore, riducendo la voce ad un sussurro, tanto che temette che lei non l'avrebbe nemmeno sentito.
E invece lo sentì alla perfezione. «Nel caso fosse così lo tradiresti?» lo aveva provocato.
«No».
«Allora fidati di me: rimani al servizio di Durza e mostrati disposto alla più cieca obbedienza, anche a rinunciare di mettere le mani sull'elfa. Tra qualche mese la situazione può aver preso due pieghe: o il re avrà ucciso Durza o i Varden avranno insediato un nuovo governo. In entrambi i casi potrai sfruttare le tue capacità e dimostrarti disposto a collaborare, magari scaricando tutte le colpe su Durza stesso, e sono certa che non ti sarà negato un posto di prestigio. Dimostra che nessuno possiede la tua fedeltà e chiunque siederà sul trono vorrà accaparrarsela. In ogni caso, ti prego, avvisami di come si evolvono gli eventi».
Un po' scosso, aveva annuito. «Va bene, ti ringrazio».
Lei gli aveva afferrato le mani. «Allora a presto, amico mio. Manda un messaggero a cercarmi con un qualche segno di riconoscimento -anche una lettera con le tue sigle- e se vedrò un uomo vagare tra l’Helgrind e le Pianure Ardenti saprò riceverlo e rimandartelo qua a Gil'ead con una risposta». Si era portata le sue mani sul petto, all'altezza del cuore. «In me avrai sempre una preziosa alleata, ricordati».
E poi era corsa via, bella come un sogno, con i capelli di seta che ondeggiavano dietro di lei. E lui l'aveva lasciata andare, un po' a malincuore. Quella ragazza era strana: inizialmente era stato spaventato da lei, perché sapeva che praticava la magia -e lo dimostrava il fatto che, nonostante la conoscesse da vent'anni non sembrava invecchiata affatto, forse grazie a qualche incantesimo- ma in fondo era sempre stata gentile con lui e, dopo la fuga dell'elfa dalla sua stanza, lo aveva avvicinato e gli aveva proposto una sorta di alleanza contro quella creatura. E lui aveva accettato volentieri, trovando in lei una degna confidente. In quel momento non si era sentito un traditore nei confronti del suo signore, si era sentito l'eroe che l'avrebbe salvato dal compiere errori di cui si sarebbe duramente pentito.
Ma aveva fallito e ormai aveva anche perso la sua alleata.
E come se non bastasse, Durza non aveva accettato di parlare con lui per tutto il pomeriggio e nemmeno il mattino dopo. Sapeva che era nella sua camera da letto con l'elfa e che lei doveva avergli detto qualcosa su di lui. Qualcosa che il suo padrone doveva aver preso sul serio, tanto da non volere nemmeno vederlo.
Così si rifugiò nel suo studio, dove svolgeva i doveri di governatore in sua vece. E si mise a riflettere sulla sua vita.
Aveva ormai superato la mezza età e non aveva combinato assolutamente nulla. Né di buono né di cattivo.
Era sempre vissuto all'ombra di qualcuno: sua madre prima e Durza lo Spettro poi. Non aveva mai potuto dimostrare a nessuno le sue abilità e nessuno gliele aveva mai riconosciute. Certo, il suo signore lo aveva salvato dalla morte, ma lo aveva sempre trattato alla stregua di un servo, nonostante facesse tanto per lui. Praticamente governava Gil'ead al posto suo, visti i numerosi viaggi che egli compiva per tutta Alagaësia, con brevi soste di non più di qualche mese nella città che gli era stata affidata dal re.
L'umiliazione che aveva sentito per l'atteggiamento del suo padrone si trasformò in rabbia. Ma poi la rabbia si spense e divenne determinazione.
Alba gli aveva detto il vero, ne era certo. Lei non gli avrebbe mentito mai. E se Durza lo Spettro avesse davvero abbandonato il suo seggio, allora lui avrebbe preso il suo posto e sarebbe diventato qualcuno, finalmente. Non il figlio bastardo, non il figlio della strega, non il leccapiedi del mostro.
Ma Hillr, il governatore di Gil'ead.
E quelle stesse persone che avevano condannato e arso viva sua madre avrebbero dovuto seguire i suoi comandi e concedergli il loro rispetto.
Non doveva nemmeno tradire il suo salvatore, doveva solo ubbidirgli e aspettare. E lui avrebbe aspettato. Non faceva altro da quando era venuto al mondo.

[Arya]
Il mio incubo era stato meno pesante del solito quella notte, così potei riposare più serenamente fino all'alba, quando Durza si spostò lievemente, ridestandomi.
Nonostante fossi ormai sveglia, giacqui accanto a lui per un'altra buona mezzora, con la testa posata sulla sua spalla nuda e la coperta imbottita sollevata fino al mento, fino a che non sentii il suo respiro diventare più forte, segno del suo imminente risveglio. E in effetti lo Spettro schiuse gli occhi cremisi un istante dopo e mi stampò prontamente un bacio sulle labbra.
«Apro le tende» decretò. E scattò in piedi per eseguire.
Scesi a mia volta dal materasso e mi stesi l'abito stropicciato sulle cosce, lisciandolo.
«Durza che ne dici di procurarmi un paio di pantaloni e una camicia?» domandai.
Lui spalancò le tende, inondando la stanza della lieve luce del sole non ancora sorto e mi squadrò da testa a piedi. «Così mi piaci, Principessa».
«Non ho chiesto il tuo parere» osservai.
«Diamine, come ho potuto credere di contare qualcosa per te!» rispose con sarcasmo, aprendo la porta della sala da bagno e sparendovi all'interno.
Sentii lo sciacquio tipico di una massa d'acqua in movimento e capii che si stava lavando il viso nel catino incastrato sul piedistallo accanto allo specchio, che ben conoscevo.
«Non capisco perché una donna non possa indossare i pantaloni, tra gli umani. Insomma sono decisamente più pratici di una gonna».
«Alla corte degli elfi li porti spesso?» mi gridò Durza dalla stanzetta.
«Poco» ammisi. «Ma sono in casa tua, non alla corte degli elfi».
Lo Spettro si sporse dalla porta e mi sorrise. «In ogni caso dovrò ridarti i vestiti che avevi addosso quando ti ho catturata, Arya. Lord Barst potrebbe avere la cattiva idea di ricordarli e non credo che ci sia nulla di sospetto nell'averti cambiato abiti, ma non si sa mai».
«Li hai conservati, vuoi dire?» mi informai dubbiosa.
Annuì. «Da qualche parte in una delle cassapanche lì dietro». E accennò al paravento.
Trovammo i miei vecchi vestiti -puliti- ammucchiati in una sacca di iuta, insieme ai miei vecchi stivali. Guardai il tutto presa da sentimenti e ricordi contrastanti: libertà, il fuoco, le torture, una vita così lontana che non sembrava nemmeno mia.
Durza pareva intenzionato a lasciarmi qualche istante per me e -aperta l'altra cassapanca- iniziò a vestirsi. Non serviva essere esperti per capire che gli indumenti che aveva indossato per tutto il nostro viaggio erano di qualità di gran lunga inferiore di quelli che stava estraendo in quel momento: una camicia morbida e una casacca che sembrava di velluto nero. Insieme ad un paio di stivali lucidi e decisamente più nuovi di quelli marrone scuro che aveva indossato per correre. Tuttavia ad attirare la mia attenzione fu una specie di piccola borsa che estrasse per ultima e indossò a contatto con la pelle.
«Cos'è?»
Lo Spettro mi guardò sorpreso, forse credendo che fossi intenta a rimirare i miei abiti, piuttosto che guardare lui vestirsi. Mi imbarazzai un poco e scostai gli occhi da lui per riportarli sui miei vecchi pantaloni neri.
«Si tratta di una protezione per il cuore, piccola Elfa. Vuoi vedere?»
Alzai lo sguardo e lo seguii incuriosita mentre si allacciava quella che a prima vista era sembrata una sacca, mentre in realtà doveva essere un cuscinetto imbottito e corazzato. Una metà andava sul torace e l'altra sulla schiena.
«Non mi protegge totalmente» mi informò Durza. «Una lama potrebbe passarmi dalle clavicole o tra le costole, sul fianco. E decisamente non mi salverebbe da un colpo di spada ben assestato. Ma in ogni caso potrebbe risparmiarmi una morte idiota».
Mi alzai e sfiorai la placca corazzata, picchiettando leggermente l'indice su di essa. «È una precauzione saggia» concessi. «Sei mai..?»
«Morto?» Ghignò.
«Esatto».
«No. E non chiedermi come funzioni il processo di rigenerazione perché non ne ho la più pallida idea. So solo che se anche mi spaccassero la testa non morirei totalmente».
«Quindi non sai nemmeno quando morirai di morte naturale?»
Scosse la testa. «Non sono nemmeno sicuro che morirò. Credo che comunque ci sarà qualche segnale del mio decadimento fisico prima di ritrovarmi nel nulla».
«Sembri ancora un uomo giovane» lo rassicurai. «Quando ti ho visto il giorno dopo l'agguato non ti avrei dato più di venticinque primavere. Umane, ovviamente».
«Effettivamente dovevo avere circa venticinque primavere quando sono diventato uno spettro» disse. «Mio padre sapeva contare, ma non credo che abbia mai seguito l'età mia e di mia sorella, quindi non ne sono certo».
Stavo per chiedergli di raccontarmi del suo passato e della sua famiglia, ed ero certa che in quel momento mi avrebbe risposto, ma a quel punto qualcuno bussò alla porta.
«Mio signore sono io» fece la voce di Hillr.
«Non ora!» lo cacciò lo Spettro aspramente.
«Forse ha visto qualcosa di troppo» osservai, ricordando lo sguardo acceso di odio che mi aveva lanciato.
Hillr mi detestava e mi aveva più volte minacciata. E non escludevo che si sarebbe abbassato a compiere qualche atto avventato pur di farmi sparire dalla sua vista. Già sospettavo la sua complicità con Alba vista la sincronia con cui aveva trattenuto lo Spettro in modo che lei potesse venirmi a parlare, da sola.
Ma forse era solo la mia immaginazione.
«Non mi tradirà» insistette Durza.
«Nemmeno Alba doveva tradirti».
Schioccò la lingua contro il palato. «Sarà meglio che faccia un discorsetto con Hillr, allora. Gli dirò di tenere la bocca chiusa su di te».
«E per quanto riguarda i miei abiti?» mi informai accennando alla pila che giaceva ai miei piedi.
«Tienili da parte. Non mi sembravano troppo malmessi e credo che dovresti indossarli quando ci sposteremo verso Uru'baen».
«D'accordo». Li raccolsi e li riposi nella cassapanca.
Lo Spettro finì poi di vestirsi -indossando lo stesso mantello di pelli di serpente che aveva indosso il giorno che aveva affrontato Lord Barst- e uscì, alla ricerca di Hillr. Per il resto del giorno lo vidi solo a pranzo, quando venne in camera con un vassoio ricolmo di cibo, e all'ora di cena, quando mi venne a prendere e mi trascinò con sé in una stanza poco lontana dalla sua camera da letto: il suo studio.
Era una stanza semplice, con una grande scrivania che ospitava pile di carte ordinate e una sola sedia, così che chiunque venisse ricevuto fosse costretto a rimanere in piedi.
Un candeliere con cinque candele era posato sul tavolo, ma la luce del sole morente illuminava ancora l'ambiente a sufficienza, nonostante l'unica e piccola finestra.
Durza sgomberò un angolo della scrivania e vi spostò il vassoio contenente la cena, facendomi cenno di servirmi. Poi occupò la sedia e picchiettò una mano sulle proprie gambe.
«Se vuoi ti ospito».
«Un'altra sedia, no?»
Sorrise sinistramente. «Proprio no».
Sedetti sul tavolo, accanto al vassoio e mi servii con appetito. Avevo passato la giornata rispolverando gli esercizi di Rimgar e mi sentivo piuttosto indolenzita, oltre che affamata.
«Non ti abbandonerò più per un giorno intero» disse lo Spettro. «Credo di aver convinto Hillr a stare al suo posto -anche se continuerà ad odiarti finché camperà- e ho incaricato un uomo di mandare un messaggio a Dras-Leona: voglio essere informato su tutto ciò che succederà, anche se purtroppo abbiamo perso Ditolesto».
«Ti riferisci a ciò che ti ha detto Alba prima di andarsene?»
«Alba mi ha detto che delle spie a Belatona hanno avvistato il figlio di Morzan. E a quanto pare Galbatorix in persona andrà a Dras-Leona per richiamare Tàbor all'ordine. Non sono sicuro che sia quello il vero scopo del suo viaggio, il re non abbandonerebbe mai il suo palazzo e la sua ricerca se non ci fosse un valido motivo di farlo» disse.
Non ci avevo pensato. «Hai una teoria?»
«Galbatorix sta inseguendo Murtagh, il figlio di Morzan».
Corrugai la fronte. «Che interesse ha il re per il figlio di Morzan?»
«Cosa sai del ragazzo?»
«Solo che esiste e che, per quanto ne sapevo, viveva alla corte del re. Quindi davo per scontato che fosse al suo servizio».
«Allora lascia che ti dia qualche ragguaglio». Si accomodò meglio sulla sedia. «Murtagh è stato abbandonato dalla madre e il padre è stato ucciso..»
«.. da Brom» completai.
Fece un cenno di assenso. «Il re non si è interessato a lui finché non è diventato un uomo e allora ha cercato di tirarlo dalla sua parte, ma il giovane non è mai stato molto convinto di una simile possibilità e alla fine ha cercato di fuggire».
«E ce l'ha fatta, a quanto pare. Ma non capisco il punto».
«Sai c'è una certa.. familiarità nell'ordine dei cavalieri».
«Cioè?»
«Che i figli di cavalieri hanno più possibilità di diventare cavalieri a loro volta» specificò.
Capii il nesso e smisi di masticare per qualche istante. Poi deglutii e tornai a parlare: «Vuole fare schiudere le altre uova, non è vero?»
«Ne ha ancora due» confermò. «E potrebbe dar loro una lieve spinta».
«Con la magia».
«Ovviamente».
«Forse avremmo dovuto cercare il figlio di Morzan e portarlo via con noi» dissi, scoraggiata. «Ma come sai che andrà a Dras-Leona?»
«Non lo so. Ma è una delle poche vere ragioni che spingerebbe il re a muoversi da Uru'baen. E inoltre sono sicuro che la notizia dell'avvento di un nuovo cavaliere si sta diffondendo. Un drago non passa inosservato e nemmeno i Ra'zac. Poche parole alle persone giuste e chiunque sarebbe capace di fare due più due».
Già. Passano i Ra'zac, poi passa un drago. Il drago sta inseguendo i Ra'zac.
E chi non vorrebbe l'amicizia di un giovane cavaliere, presumibilmente ancora libero da una qualsiasi affiliazione agli schieramenti di Alagaësia?
«Il re lo troverà?»
«Sì, se non sarà abbastanza furbo da scappare in tempo. Ma non escludo che si sia già aggregato al cavaliere e al suo drago».
«Brom non lo accetterebbe mai» lo smentii. «Prima di tutto perché non saprà mai se è degno di fiducia, visti i suoi natali e gli anni passati alla corte di Galbatorix, e poi perché gli attirerebbe solo ulteriori attenzioni addosso. E come hai già detto tu un drago non ha bisogno di essere annunciato».
Durza si ripulì le mani su un tovagliolo di stoffa e poi le incrociò sull'addome. «Speriamo che non venga preso e continuiamo per la nostra strada» tagliò corto. «Dai a Galbatorix un altro paio di settimane, non più di tre in tutto, e mi ordinerà di portarti ad Uru'baen. Forse ormai non gli interessa avere informazioni sull'uovo -che è decisamente schiuso- ma potresti comunque servirgli per fare pressione sugli elfi».
«Che le ignorerebbero» lo informai.
Posò il viso sulla mano e mi scrutò interessato. «Quindi dicevi sul serio quando sostenevi che gli elfi non avrebbero ceduto di un passo nemmeno per te che sei la loro principessa».
«Non sono l'erede al trono, Durza, mi sembrava di avertelo spiegato».
Si strinse nelle spalle. «Tra gli esseri umani è inconcepibile che il figlio del sovrano non sia anche l'erede. Tranne quando il legittimo re viene spodestato e la sua famiglia massacrata ovviamente. E se anche fosse rimasto un erede dei Broddring dubito che si farebbe avanti a questo punto».
«Già» confermai, afferrando la brocca d'acqua e versandone un poco nel suo bicchiere, che ingollai in un attimo.
Trovai gli occhi dello Spettro puntati sul mio collo e le sue labbra sottili atteggiate in un lieve sorriso.
«Ti ho mai detto che sei bella, Principessa?»
«No» replicai. «Hai detto che sono troppo piatta per essere una donna e mi hai proposto di tenere le curve di Alba».
Fece una smorfia. «Mi sa che già allora mi piacessi».
«Sei uno sfacciato bugiardo».
Si alzò dalla sedia. «E tu hai addosso un vestito di troppo.»
«Te l'ho detto che pantaloni e camicia sono più pratici».
Durza mi si parò davanti e separò dolcemente le mie ginocchia, facendosi spazio tra le mie gambe. «Non da togliere, Piccola Elfa». E mi scostò i capelli su una spalla, per poi depositare baci e morsi sulla mia pelle.
Gli strinsi il viso tra le mani e lo baciai.
«Questo è un sì?» si accertò ridendo.
A dire il vero non ero particolarmente entusiasta all'idea di ripetere l'intera l'esperienza: quella notte a Dras-Leona si era rivelata principalmente dolorosa per me, ma ricordavo anche che Durza ne era stato felice, quindi lo avrei lasciato fare volentieri.
Gli accarezzai il petto e sciolsi i lacci della sua casacca. «Sì» soffiai contro il suo collo.
«Siamo di nuovo su un tavolo, Arya. Non preferiresti un letto stavolta?»
E senza aspettare una mia risposta mi strinse la vita e mi tirò giù dalla scrivania. Il candelabro accompagnò i nostri passi nel corridoio, in direzione della camera da letto dello Spettro. Durza lo posò sul tavolinetto accanto al baldacchino e scostò le coperte dal materasso, poi si voltò verso di me e mi fece cenno di avvicinarmi, con un ghigno rapace stampato in volto.
Lo spogliai, gettando a terra la sua casacca, la sua camicia e la protezione che aveva sul cuore, sfiorando la sua pelle nuda, così pallida da sembrare trasparente contro quella scura delle mie mani. Disegnai con attenzione i contorni del suo corpo asciutto, che avevo conosciuto, ma mai esplorato; giocherellai con il sole d’argento e Durza mi guardò come un cervo dato in pasto ad un lupo, mentre la pelle d'oca gli spuntava addosso.
Lo Spettro mi piegò sul materasso e le sue labbra scesero indiscrete ad impossessarsi della porzione di pelle subito sotto le clavicole. Scivolai sul letto e sprofondai nel materasso sotto il peso del suo corpo, peso che accolsi con un sospiro di beato abbandono.
Se nello studio la mia testa era arrivata alle dovute conclusioni, in quel momento il mio corpo sembrava parlare una lingua diversa. Alle carezze frettolose e ai baci di Durza mi sentivo sciogliere, avvampare, precipitare in un pozzo oscuro senza fondo e quelle sensazioni si facevano solo più intense di minuto in minuto.
Ma quando sentii le sue dita muoversi agili sui lacci dell'abito mi sporsi bruscamente in direzione del tavolinetto e soffiai sulle candele, spegnendole. Peccato che il tramonto schiarisse ancora la stanza.
Lo Spettro ridacchiò, insinuando le mani sotto di me per sciogliere i nodi sulla schiena. «Ti vedo lo stesso, piccola Elfa».
«Allora faresti meglio a tirare le tende» lo informai.
Mi ero guardata nuovamente allo specchio, il giorno precedente, e avevo visto gli strati di cicatrici che deturpavano il mio corpo. Non le avevo cancellate, perché il nostro piano prevedeva di usarmi come diversivo con Galbatorix, che avrebbe sicuramente reputato strana la totale assenza di segni delle torture subite su di me, tuttavia sapevo di non essere particolarmente attraente in quelle condizioni.
Durza forse non le aveva viste, la notte al Covo, e doveva averle dimenticate perché sussultò, non appena mi ebbe sfilato il vestito di dosso.
«Chiudo le tende?» domandai gentilmente.
Lo Spettro mi guardò con occhi seri e ridotti a fessure, poi si chinò su di me, si liberò anche della fascia e tempestò la mia pelle offesa di lenti baci sensuali.
Restai rigida qualche istante, poi finii per abbandonarmi alle sensazioni piacevoli della sua bocca e delle sue mani su di me, mentre il respiro cominciava a mancarmi, trasformandosi in lieve affanno.
Ma l'abbandono lasciò presto spazio a qualcos’altro. Una sensazione di mancanza incredibile che pareva causata da quelle stesse mani e dalle labbra che all’improvviso mi sfiorarono la spalla sinistra, seguendo il disegno dello Yawë. Mi sembrava che in qualche modo Durza potesse saziare quel vuoto, ma più lo baciavo più quella sensazione sembrava aumentare.
Resa impaziente dalla frenesia che sentivo montarmi dentro, mi sfilai le brache con un paio di rapidi movimenti e lo tirai a me, accogliendolo tra le mie braccia.
Aspettai il dolore, ma non venne. Aspettai la bella sensazione che avevo provato la prima volta, ma le mie aspettative furono nuovamente sconvolte.
Fui totalmente e inaspettatamente travolta dal piacere. Gemetti sorpresa, artigliando le braccia dello Spettro e stringendo convulsamente le gambe intorno alla sua vita.
Durza si fermò di scatto, le mani ai lati della mia testa, e mi fissò allarmato. «Diamine! Ti ho fatto male?»
Ma davvero? La volta precedente mi aveva fatto male e non si era accorto di nulla, e ora che tutto sembrava andare bene mi guardava preoccupato.. e si riteneva anche un abile lettore dei sentimenti altrui?
Oh, non avevo tempo per pensare a simili sciocchezze!
«No» bisbigliai in tono quasi supplice, spostando le mani sulla sua schiena e tirandolo bruscamente verso il basso.
Lo Spettro cadde sui gomiti e le sue labbra urtarono con violenza contro le mie, ma quando ricominciò a muoversi mi ritrovai a gemere ancora e non certo per il dolore.
Ebbi caldo, poi freddo, poi caldo e freddo insieme, poi sparirono i suoni e i colori e poi si mescolarono in una confusa sinestesia. Le mie unghie troppo corte scivolarono sulla sua pelle, il mio corpo seguì le sue mosse e la mia mente sfiorò la sua.
E fui sommersa da una quantità tale di sentimenti e sensazioni che mi parve di essere sul punto di scoppiare.
«Durza» singhiozzai.
E poi mi sbriciolai in mille pezzi.
Dopo giacqui senza fiato, ancora avvinghiata a lui, tremando di emozione.
Qualche minuto più tardi lo Spettro si sollevò sui gomiti e mi guardò con espressione teatralmente sconvolta. «Ehi tu!» ansimò. «Che ne hai fatto della donna algida che ho incontrato cinque mesi fa?»
Gli diedi un colpo sulla nuca. «Idiota».
Con un sorriso arrogante, sprofondò di nuovo il volto nella curva della mia spalla.
«Non mi stavo lamentando!» puntualizzò un istante dopo, sollevando un indice.
Scoppiai a ridere.

Quando provai ad alzarmi, il mattino seguente, fui nuovamente trascinata giù dalle braccia forti di Durza, che mi spinse sotto di sé e iniziò a baciarmi. Inizialmente ne risi, poi finii per stringere a me il suo corpo bollente e cedere agli stessi brividi della sera precedente.
E lo stesso si ripeté molte volte nei giorni seguenti. Ancora, ancora e ancora.
Durza aveva il fuoco nelle vene e, fosse dipeso solo da lui, mi avrebbe spinta nel suo letto non meno di una volta al giorno. Io ero diversa e mi rendevo conto io stessa di essere più cauta e meno propensa a cadere nel vortice della passione, tuttavia solitamente lo lasciavo fare e provavo comunque sensazioni molto gradevoli, anche se non ero accecata dal desiderio. E quando ero io a volerlo non facevo certo la preziosa e non mi facevo problemi a cercarlo per strappargli anche solo un lungo bacio.
Lo Spettro rimaneva con me per molte ore e un giorno mi portò anche fuori dalle mura interne di Gil'ead, dandomi sembianze diverse e facendomi indossare un mantello, ovviamente. Mi accompagnò da uno speziale e mi lasciò comprare l'occorrente per fabbricare dell'altro Nasgalk.
Fu in quell'occasione che ricordai delle spie dei Vardem che sapevo avere una base o due in città. Non dissi nulla a Durza, sia perché non vedevo come la cosa potesse ormai interessarlo, sia perché mi sentivo ancora molto vincolata all'organizzazione ribelle e non volevo rivelare nulla che avevo giurato di tenere per me. Nemmeno a quello che ormai era diventato il mio compagno.
Allo stesso tempo la farsa della mia prigionia andava avanti, e non era raro che Durza restasse qualche ora nelle segrete, a fingere di torturare la mia immagine-specchio, mentre io rimanevo nelle sue stanze a praticare esercizi di Rimgar ed esercitarmi con Ren.
Tre giorni dopo il nostro rientro a Gil'ead, fui assalita nuovamente da una di quelle visioni ad occhi aperti, che già due volte mi aveva presa, a Dras-Leona. Vidi nuovamente il drago e il giovane cavaliere, ma il volto sfocato del ragazzo era inondato di lacrime e chiazzato di sangue.
Durza non seppe aiutarmi, ma era palesemente sollevato che la visione mostrasse i due ancora in piena libertà e non sotto il dominio del sovrano. Sempre che quelle immagini corrispondessero al vero.
I miei incubi notturni non erano scomparsi, anche se si erano fatti meno violenti e almeno quel problema divenne di importanza più marginale.
Ma l'idillio non poteva durare, ovviamente.
Una settimana dopo il nostro arrivo a Gil'ead vidi Durza sobbalzare al mio fianco e portarsi una mano al petto.
«Arya» soffiò con voce allarmata.
Guardai il medaglione che stringeva tra le dita e l'espressione affaticata che aveva in volto. «No..»
«Non può essere che il re» gracchiò. «Devi andartene».
«Dove..?»
«No aspetta.. resta qui. Io vado di là». E si trascinò in direzione della sala da bagno.
«Posso fare qualcosa?» mi offrii angosciata, seguendolo istintivamente.
Lo Spettro si appoggiò allo stipite della porta. «Se senti il re ordinarmi esplicitamente di farti del male..»
Scossi violentemente la testa.
«..scappa» concluse lui. «Corri fino a che non sarai arrivata in un posto sicuro. E non fermarti fino ad allora».
«Durza..»
«Non fare la sciocca e non buttare via la tua vita» mi rimbrottò bruscamente.
E poi scomparve dietro la porta, tirandosela dietro con violenza.
Mi afflosciai contro il muro, tremando, e mi lasciai scivolare a terra, imponendomi di rimanere concentrata sui suoni provenienti dal muro dietro alla mia schiena.
«Mio Signore» fece Durza, con un tono deferente che non gli apparteneva.
«Non ho tue notizie da mesi, Durza» gli rispose una voce persuasiva almeno quanto lo era stata la sua durante gli interrogatori.
Solo che essa non era fredda, suadente e pericolosa, ma calda, gioviale, familiare e paterna. Rassicurante.
Non era la voce di un pazzo e assassino.
«Ho dato per scontato che non avrei dovuto contattarti se non avessi avuto novità da darti».
«Quindi deduco che la situazione sia rimasta invariata, nonostante le mie raccomandazioni».
Raccomandazioni incise a sangue nella carne di Durza?
«Effettivamente sì, mio re».
«Oramai non è più così importante. Credo che tu abbia sentito le voci, dico bene?»
«Qualcuno mormora che un nuovo cavaliere calpesti il suolo di Alagaësia» disse lo Spettro quietamente.
«Ed è così. I Ra'zac si sono scontrati con lui, appena fuori da Dras-Leona, ma alla fine se lo sono fatto sfuggire. Tuttavia, se il loro racconto non sbaglia, pare che Brom sia rimasto gravemente ferito nello scontro».
Brom?
«Questa è una buona notizia».
«Non lo è abbastanza!» fece Galbatorix severamente. «Murtagh è stato visto con loro: a quanto pare ha provveduto lui stesso a liberarli e si è unito al cavaliere».
«Desideri che mandi gli Urgali a cercarli, mio signore?»
«No. Gli Urgali saranno molto utili ai nostri scopi, ma seminerebbero il panico più totale nel cuore dell'Impero. Tuttavia ti ordino di convogliarli a sud, tra Uru'baen e il deserto di Hadarac, dove potranno intercettare i tre nel caso cercassero di raggiungere i Varden».
Sobbalzai. Il re come sapeva dei Varden? Sapeva forse dove fosse collocata la fortezza sotterranea del Farthen Dur? O forse sapeva solo di voci, che sostenevano che i ribelli si trovassero a ovest?
«Come comandi» rispose Durza prontamente.
«E ora dovremo affrontare la questione dell'elfa.» Rabbrividii. «Manderò alcuni uomini della mia scorta personale a Gil'ead. Ti accompagneranno fino ad Uru'baen e ti aiuteranno a sorvegliare la prigioniera».
«Non è necessario» osservò lo Spettro umilmente. «Non è in grado di nuocermi in alcun modo».
«Lo spero bene per te. Ma voglio avere la certezza che Varden, Elfi o umani non si metteranno in mezzo. Una parte del drappello che verrà si fermerà a Gil'ead».
«Non abbiamo bisogno di altri uomini a Gil'ead».
«Il cavaliere è ancora in circolazione, Durza, e io non ho intenzione di lasciarlo a piede libero un giorno di più. Potrebbe andare a nord, a sud o a est e cercare rifugio tra Elfi, surdani o Varden e io non posso permetterlo. Ogni città abbastanza rilevante da essere segnata su una mappa avrà un drappello di uomini informati sul giovane e sul suo drago tra le sue mura, così da poter agire dove altri esiterebbero. Questi soldati hanno ricevuto miei precisi ordini e quindi ti prego di non contraddirli, come già facesti pochi mesi fa con Lord Barst».
«Ai tuoi comandi».
«Raduna i tuoi Urgali dalle terre del nord e conducili verso sud, ma senza fare tagliare loro il territorio di Alagaësia».
«Ordinerò loro di proseguire lungo la linea del deserto di Hadarc fino al punto che hai stabilito».
«Eccellente. Tra circa una settimana il drappello sarà a Gil'ead. A quel punto lascerò che scada il tempo che ti avevo promesso per strappare qualcosa alla prigioniera, ma tra non più di tre settimane, se non avrai ottenuto risultati, dovrai condurla a Uru'baen».
«Certamente».
«Aspetto presto tuo notizie, allora. Non vorrei vedermi costretto a punirti di nuovo per la tua leggerezza».
Ci fu un lungo silenzio. «Non ho dimenticato la tua lezione. Farò del mio meglio, hai la mia parola».
«Lo so».
E poi probabilmente chiuse il contatto.
Restai raggomitolata a terra per parecchi secondi, incerta, poi mi alzai cautamente e azzardai qualche passo verso la porta. Durza ne uscì e cercò rifugio tra le mie braccia.
«È andato tutto per il meglio» lo rassicurai dolcemente.
«Non avevo così tanta paura da decenni» confessò. E poi rise, cercando probabilmente di sciogliere la tensione che entrambi avevamo addosso dopo quei pochi minuti di contatto con il re.
Una domanda sbagliata avrebbe potuto mandare all'aria i nostri piani, invece il sovrano pareva ancora fidarsi di lui, nonostante disprezzasse evidentemente la sua incapacità di togliermi informazioni.
«Manteniamo integro il nostro piano?» mi accertai.
«Direi di sì. Ordinerò agli Urgali di radunarsi intorno a Gil'ead e solo quando saranno tutti qui li manderò verso sud. Non voglio che il cavaliere finisca nelle mani del re, piuttosto è meglio che raggiunga i Varden».
«A proposito dei Varden..»
«So cosa stai per chiedermi» mi precedette. «E ti rispondo subito: sì, abbiamo delle spie. Sono due individui ambigui, Galbatorix li chiama i Gemelli».
«Li conosco» dissi, freddamente.
«Non pensarci adesso. Una volta ucciso il re potrai fare una soffiata ai Varden e ci penseranno loro a farli morire male».
«Suppongo di sì» concessi. «Ma quanto sa il re del loro covo?» non riuscii a trattenermi dal chiedere.
Durza fissò gli occhi di brace nei miei. «Sa tutto, Arya. Se volesse potrebbe attaccarli in qualsiasi momento e distruggerli. Anche io ho delle mappe delle gallerie sotterranee dei nani nel mio studio, magari non tutte, ma quelle sufficienti per arrivare al Farthen Dur sì. Sono informazioni che possediamo da parecchi anni. A quanto pare Ajihad è molto diffidente nei confronti dei Gemelli, ma loro riescono comunque ad ottenere parecchie informazioni».
«Perché non me l'hai detto prima?»
Si strinse nelle spalle. «Non ci ho neanche pensato, a dire il vero. E poi meno penso ai Varden e al loro capo meglio sto. Magari ho rinunciato a farlo a pezzi, ma questo non significa che mi stia simpatico».
«No, certo» feci, addolcendo il tono.
E pensai automaticamente a ciò che io non gli avevo detto sui ribelli. In fondo era giusto che tra di noi rimanesse un argomento intoccato, almeno fino alla sconfitta totale del re. Del resto, finché fosse stato sotto il suo controllo, Durza non avrebbe nemmeno potuto garantirmi il silenzio sui miei segreti.
Sul filo di quel ragionamento mi raccapezzai di qualcosa che Galbatorix avrebbe potuto facilmente notare e reputare sospetto.
«Devo avere ferite recenti» dissi. «Il re crede che tu stia continuando a torturarmi e sarebbe alquanto insolito presentarmi al suo cospetto con vecchie cicatrici ormai guarite».
L'espressione già cupa di Durza si fece funerea. «Io non ti toccherò mai più con un ferro, Arya. E questo posso giurartelo».
«Ma devi, e lo sai. O dovrò farlo da sola e sarà solo più difficile».
Tentennò. «In ogni caso non ora. Abbiamo ancora una settimana prima che arrivi il drappello promesso dal re. Quando saranno qui sarò costretto a riportarti nella cella per evitare di venire scoperti e lì ti.. farò qualche segno».
«Va bene così».
«Tra una settimana..»
«Abbiamo ancora tempo» constatai.
Poi gli sorrisi e cercai le sue labbra ruvide.

E invece la settimana passò con la rapidità di un sogno, che si interruppe con un brusco risveglio.
Gli uomini preannunciati da Galbatorix arrivarono nel primo pomeriggio, un paio di giorni oltre alla settimana stabilita dal re.
Io e Durza eravamo pronti e, quando una pattuglia rientrò annunciando l'arrivo di venti soldati con le uniformi delle fiamme imperiali addosso, lo Spettro mi accompagnò nei sotterranei.
Avevo indossato nuovamente i miei vecchi abiti neri, ma ero ovviamente stata costretta a lasciare la mia spada, Ren, e il mio arco a Durza, che li avrebbe riposti nell'armeria per non destare sospetti, seppur con l'ordine esplicito che nessuno li toccasse. Mi aveva inoltre procurato una fascetta di cuoio per fermare i miei capelli come lo erano la notte della mia cattura.
Lo Spettro congedò le guardie e io, che mi ero celata sotto un incantesimo che respingeva la luce, rendendomi invisibile ad occhi umani, lo seguii in quella che era stata la mia cella. Non vi entravo da più di due mesi e la vista delle pareti spoglie, umide e prive di finestre mi catapultò indietro nel tempo, a ricordi decisamente spiacevoli, che cercai disperatamente di sopprimere in fretta prima che mi travolgessero.
Durza afferrò le mie mani e fissò i miei occhi per qualche istante.
«Inizia la recita, allora» disse tristemente.
Annuii, assumendo un cipiglio determinato. «Ci vediamo più tardi».
Avevamo stabilito che lo Spettro sarebbe venuto a prelevarmi dalla mia cella come aveva fatto nelle ultime settimane con la mia immagine-specchio e mi avrebbe portata con sé nella stanza delle torture, dove avrebbe dovuto procurarmi nuovamente ferite simili a quelle di qualche mese prima. E avremmo ovviamente sfruttato il tempo insieme anche per parlare delle ultime novità, di cui avrebbe dovuto tenermi informata. La notte avremmo lasciato una mia immagine nella cella, mentre io avrei riposato nel suo letto, dove avrebbe potuto riscuotermi. Al mattino, fingendo di andare a prelevarmi per torturarmi, mi avrebbe riportata nelle segrete.
Ci separammo a malincuore e dopo qualche minuto sentii le guardie prendere posizione davanti alla porta. Era una situazione strana. I soldati lì fuori erano convinti di avermi sorvegliata ininterrottamente anche per gli ultimi mesi, mentre in realtà io avevo viaggiato per Alagaësia insieme al loro padrone e passato le ultime settimane nelle sue stanze.
Tornare a sentire voci e respiri oltre alla massiccia porta di legno era.. Irreale.
E non mi ero ancora resa conto di ciò che avrei dovuto nuovamente subire di lì a poche ore, al più tardi il giorno seguente. Arrotolai le maniche del farsetto e della camicia e contemplai le brutte cicatrici stratificate.
Ricordavo il dolore alla perfezione e ogni più piccola parte di me si ribellava strenuamente all'idea di sottopormi volontariamente allo stesso trattamento che mi aveva spinta sull'orlo della pazzia, solo pochi mesi prima.
Ma era necessario. E sarebbe stato solo per poche settimane.
Dopo, con una buona dose di fortuna, avrei assistito alla caduta di Galbatorix, per la quale combattevo da più di settant'anni. Poi avrei abbandonato Alagaësia nel caos e sarei fuggita.
Ma forse sarei anche riuscita a temporeggiare, convincere Durza a prendere false sembianze e a seguire anche la sua rinascita, l'instaurazione di un governo equilibrato e il risorgere dell'antico ordine dei cavalieri.
O forse no, ma non era importante. Non avrei rischiato la vita del mio amante solo per il gusto di vedere compiuta l'opera a cui avevo partecipato con tanto entusiasmo. Ero fiduciosa: morto il re e annullata la misteriosa fonte del suo potere, gli uomini sarebbero riusciti a ristabilirsi con al massimo qualche scaramuccia e gli elfi avrebbero ottenuto probabilmente un patto vantaggioso per essere almeno lasciati in pace, anche grazie all'appoggio dei Varden.
Sedetti sul pagliericcio e chiusi gli occhi.
Sarebbe andato tutto bene e io avrei cominciato una nuova vita, ricca di avventure e amore e entusiasmo, lontano da tutto ciò di bello e brutto che mi era successo in Alagaësia.
Quella stessa sera non riuscii a mangiare il pane col formaggio che lo Spettro mi porgeva, colta dalla nausea e da una strana emozione che somigliava terribilmente a terrore per il futuro.
Quella notte strinsi a me Durza come se potesse dissolversi tra le mie mani.
Ultima modifica di Lalli il 31 maggio 2015, 17:10, modificato 1 volta in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 19 gennaio 2015, 14:42

40. Tutto precipita
Nei giorni che seguirono io e Durza ci impegnammo per rendere la storia della mia prigionia il più credibile possibile agli occhi dei nuovi arrivati. Le guardie erano arrivate in città in pompa magna e il loro capitano aveva subito chiesto di essere ricevuto da Durza affinché potessero accordarsi per inserire una decina dei suoi uomini nei turni di guardia sulle mura, in modo da poter svolgere il compito per il quale il re li aveva spediti a Gil'ead.
Cinque di loro presero posto fisso davanti alla mia cella, sostituendo gli uomini dello Spettro e aprendo lo spioncino per sbirciare all'interno molto più spesso di quanto fossi abituata. Sgattaiolare via con Durza si fece ogni notte più difficile, e altrettanto difficile era sostituirmi alla mia immagine ogni mattino perché non era raro che il capitano si affacciasse curioso alla porta e seguisse la processione fino alla stanza delle torture con i suoi uomini.
Le torture. Durza cominciò con l'accarezzarmi lo sterno con un ferro arroventato, nel punto dove aveva fatto sparire le mie cicatrici affinché non risultassero evidenti dallo scollo dell'abito, quando eravamo a Dras-Leona. Il dolore era sopportabile e lo Spettro si premurava di guarirmele ogni sera, almeno in parte.
Ma sapevo che prima o poi avrebbe dovuto cominciare a procurarmi vere ferite, sanguinanti e d'impatto, che potessero risultare soddisfacenti agli occhi di Galbatorix, se e quando avesse deciso di vedere fino a che punto si erano spinte le torture del suo secondo.
Tre giorni dopo ci rendemmo conto che indossavo ancora l'anello di ametiste e che forse era il caso di togliermelo, dato che ufficialmente era una droga a sopprimere i miei poteri, che in realtà erano liberi. Lo consegnai a Durza e lui se lo mise al collo insieme al ciondolo del sole.
«I miei spiriti vorrebbero farti ancora del male» aveva ammesso lo Spettro il giorno prima, con un'espressione di vergogna così penosa in volto, che mi ero sentita il dovere di consolarlo, nonostante fossi io la possibile vittima della rabbia di quelle creature.
«Questo olio ricorda vagamente l'odore della tua pelle» disse lui in quel momento, riportandomi al presente.
Lasciai scivolare le dita tra i suoi capelli fradici e gli massaggiai delicatamente la testa. Eravamo entrambi immersi nel piacevole calore della sua vasca, la sua schiena contro il mio petto, e ci stavamo godendo qualche istante rilassante prima di coricarci. Fuori era notte fonda e solo una fioca candela illuminava la sala da bagno.
Al tocco delle mie mani, lo Spettro chiuse gli occhi e reclinò il capo all'indietro, tirando un respiro appena più profondo dei precedenti.
«Aghi di pino?» mi informai incuriosita, annusando l'essenza che aveva appena versato nell'acqua.
«Qualcosa del genere» mugugnò.
E per qualche minuto restammo in silenzio.
«Hai appeso i manifesti con le immagini del cavaliere?» domandai, cambiando discorso.
Anche quelli erano stati una sorpresa: li avevano portati i soldati mandati dal re, ammucchiati in grandi casse, con l'ordine di distribuirli per Gil'ead e villaggi limitrofi. Le pergamene raffiguravano, con dettagli piuttosto precisi, il viso di un giovane dall'aria seria e composta e dovevano essere state realizzate seguendo le descrizioni fatte dai Ra'zac, che avevano affrontato personalmente il cavaliere a Dras-Leona. A chi lo avesse catturato o avesse fornito informazioni utili alla cattura erano promessi mille pezzi d'oro, a detta di Durza una fortuna. Tuttavia non era citato un drago o la vera natura del giovane, lo si denunciava solo per “crimini contro la corona e il regno intero”.
Durza me ne aveva portato uno affinché potessi vederlo e io avevo constatato che si trattava dello stesso volto che vedevo talvolta in quelle visioni così realistiche che mi strappavano bruscamente alla realtà. Ma di lui sapevo solo che si chiamava Eragon, che aveva i capelli castani e che l'ultima volta che l'avevo visto stava soffrendo immensamente. Il perché di quella strana connessione che sembravo avere con lui restava inspiegato, anche se sospettavo dipendesse in qualche modo dal legame che mio malgrado avevo creato con il drago di zaffiro, che a lungo avevo portato con me, attraversando Alagaësia.
«Ci hanno pensato i soldati del re» mi rispose lo Spettro, con voce impastata. «Li hanno appesi ad ogni incrocio e ad ogni locanda, ma si sono anche presi l'impegno di fare annunci orali al popolo, dato che buona parte di loro non sa leggere. In ogni caso non vedo perché il cavaliere dovrebbe passare di qui. Se ha avuto un pizzico di buon senso ormai sarà già nel Surda o tra i Varden».
«Su questo le tue spie non sono state molto utili» osservai.
Effettivamente aveva ricevuto informazioni da Dras-Leona solo pochi giorni dopo lo scambio avuto con Galbatorix e dagli informatori aveva saputo che due individui avevano lasciato la città a cavallo, con tutte le guardie cittadine alle calcagna. Ma a quanto pareva erano riusciti a cavarsela e a lasciare la città, peccato che nessuno sapesse dire che direzione avessero preso.
«Non prendertela con le mie spie, Elfa» borbottò, le palpebre ancora chiuse.
Continuai a massaggiargli le tempie. «E gli Urgali?»
«Li ho richiamati e credo che già da domattina farò partire un primo drappello in direzione del deserto di Hadarac, con l'ordine di catturare il cavaliere. Tuttavia dirò loro di non correre troppo, così non gli saranno di ostacolo nemmeno per sbaglio».
«Ottimo» decretai, baciandogli la nuca e stringendo le braccia intorno al suo collo.
Durza mi scoccò uno sguardo malizioso da sopra la spalla sinistra e si voltò totalmente nella mia direzione.
Scostai le sue mani quando le strinse sui miei seni. «Mi da fastidio» ammisi.
Non ribatté e si limitò a spostarle altrove.
Per quella notte non ci pensai più, ma il giorno seguente, dopo che lo Spettro mi ebbe lasciata nella mia cella, mi sedetti sul pagliericcio e mi misi a fare un paio di calcoli.
Era da diversi giorni che sentivo il seno gonfio e cominciai a chiedermi se per caso non stesse per venirmi il ciclo. L'ultima volta risaliva a un bel po' di tempo prima, forse un paio d'anni, mentre ero ad Ellesméra. Ero abituata a simili salti: a causa dei numerosi e pesanti sforzi fisici a cui sottoponevo il mio corpo, il mio sangue mensile non era mai stato regolare e probabilmente non lo sarebbe mai stato fino a che non mi fossi decisa a condurre una vita più tranquilla, vita che effettivamente avevo condotto negli ultimi mesi, nei quali avevo drasticamente ridotto i miei allenamenti per ovvi motivi.
Avrei dovuto usare un paio di incantesimi o chiedere a Durza degli stracci.
Nel pomeriggio, cominciarono le vere e proprie torture, con lame ed uncini. Io e il mio alleato litigammo per ore sull'argomento: Durza voleva applicarmi un incantesimo che mi avrebbe privata delle sensazioni fisiche e quindi anche del dolore, io non volevo perché sapevo che la pratica rientrava nella sfera della magia nera e io ne ero terribilmente spaventata, anche se non lo avrei mai ammesso.
Alla fine l'ebbi vinta io e nei giorni che seguirono mi spogliai del farsetto e dei pantaloni, così che le ferite potessero prendere piede in tutto il mio corpo.
Lo Spettro non riprese le torture più estreme come le frustate perché il nostro vero e unico scopo era creare il più alto numero di segni possibili su di me, in modo che il re non capisse subito che c'era qualcosa che non andava e lasciasse a Durza il tempo di fare ciò che doveva fare. E che io ancora non potevo sapere.
Riprendemmo, a ritmi ovviamente più leggeri, i tempi che aveva adottato quando io ero ancora l'uccellino da fare cantare. E nonostante il dolore fosse palesemente meno intenso, più calcolato e di breve durata, ricominciai ad essere terrorizzata da quella stanza e dai suoi strumenti. Non chiesi mai allo Spettro di fermarsi nel bel mezzo dell'opera, ma mi lasciai spesso sfuggire gemiti di dolore e piccole grida.
Smettemmo anche di giacere insieme, come avremmo potuto fare altrimenti? Io ero dolorante in numerose parti del corpo e non era raro che rabbrividissi alla sola vista delle sue mani sulla mia pelle, nonostante sapessi benissimo che non lo stava facendo volentieri -o almeno non la parte di lui che mi piaceva tanto, perché ero certa che gli spiriti dentro di lui stessero esultando. Durza, dal canto suo, faticava a torturarmi di giorno e prendere in considerazione l'idea di amarmi la notte, così non lo fece e io non cercai di persuaderlo altrimenti.
Continuammo però a perdere il respiro in lunghi baci, a dormire insieme e ad affrontare i miei incubi.
Sopportai con tutta la forza d'animo che era rimasta dentro di me, dicendomi che un giorno avrei trovato il coraggio di guardarmi indietro e valutare con serenità quei brutti momenti.
Così come prima o poi avrei trovato il coraggio di dire a Durza che portavo in grembo suo figlio.
Impiegai parecchi giorni prima di riuscire ad ammettere a me stessa la verità, ma ad un certo punto divenne talmente ineluttabile che mi ritrovai a farci i conti per forza. Il mio seno era fastidiosamente gonfio, ma il sangue non veniva; e certamente non era immaginazione il flebile battito che sentii provenire dal mio ventre il giorno che mi decisi a fare un incantesimo per ampliare i suoni alle mie orecchie. Il battito lento, incerto e caparbio di un cuoricino.
Incredibile.
Certo, le occasioni in cui sarebbe potuta avvenire una cosa del genere erano state molteplici nelle ultime, intense, settimane della mia vita, ma in una sola occasione non avevo preso provvedimenti affinché la vita non potesse germogliare nel mio ventre, ed era la notte a Dras-Leona, al Covo Segreto, quando non potevo ancora usare la magia. Tuttavia io ero poco fertile, visti i miei natali, e non ero nemmeno certa che Durza potesse avere figli, visti i mutamenti che gli spiriti avevano operato sul suo corpo.
Quante probabilità c'erano che succedesse una cosa del genere?
Eppure era successo e io non sapevo come fosse meglio comportarmi. Se guardavo sia ai canoni degli uomini, sia a quelli degli elfi, l'unica soluzione possibile pareva quella di procurarsi le erbe giuste, bere un decotto e liberarmi del problema ancora prima che divenisse tale. Io stessa ero stata educata a considerare i figli come la più grande delle rarità e come tale un dono preziosissimo di cui prendersi cura con il massimo impegno e dedizione, il frutto di un'unione stabile, serena e presumibilmente duratura.
E nel rapporto tra me e Durza non vi era nulla di simile: la nostra era una passione sbocciata con la rapidità di una stagione e al momento le nostre possibilità per il futuro non erano esattamente rosee. Non avrei messo al mondo una creatura solo per vederla soffrire, tuttavia qualcosa mi diceva che non avrei mai e poi mai trovato la forza di liberarmene.
Così lasciai passare altri minuti, altre ore, altri giorni. E arrivai alla conclusione che semplicemente non potevo prendere decisioni in quel momento. Sapevo che se volevo mettere fine alla questione avrei dovuto farlo entro i primi tre mesi dal concepimento e, se tutto andava come doveva, in poche settimane tutto si sarebbe risolto: io e Durza saremmo stati liberi o morti. E allora -se si fosse verificata la prima opzione, ovviamente- ne avrei parlato con lui e avremmo preso una decisione. Fino a quel momento avrei lasciato che il bambino crescesse dentro di me, e vissuto la mia vita come se nulla fosse successo. Del resto una buona percentuale di gravidanze finiva entro le prime dodici settimane a causa di aborti spontanei e non era certo che lo stesso non sarebbe capitato anche a me.

Mentre il mio corpo tornava ad essere una selva di tagli ed escoriazioni e il mio compagno mi faceva notare che avevo gli occhi più luminosi del solito, i giorni si tradussero in una settimana. E si avvicinò ineluttabilmente il giorno in cui avremmo dovuto lasciare Gil'ead per incamminarci vero Uru'baen.
Ma ovviamente nulla poteva andare come avevamo previsto, e una mattino -subito prima dell'alba- Durza si presentò al mio cospetto con gli occhi felini spalancati e un lieve tremore diffuso in tutto il corpo.
«Il figlio di Morzan è qui» gracchiò.
«Chi!?» esclamai, scattando in piedi così rapidamente che rischiai di alzarmi da terra.
«Shht» mi zittì, posandomi una mano sulla bocca. Poi mi portò nella stanza delle torture e la sigillò con la magia. «La mia catena di spie funziona molto peggio da quando non c'è più il suo capitano» sospirò.
«Chi?»
Alzò un sopracciglio. «Alba, Principessa».
«Ovvio, scusami» borbottai, spalmandomi una mano sul volto.
«Sei stanca? Vuoi che ti guarisca qualche ferita?» si informò con premura, passando una mano gentile tra i miei capelli.
Stirai un sorriso. «No, ma dimmi del figlio di Morzan, ti prego».
Mi baciò fugacemente, poi riprese il discorso. «Era qui qualche ora fa, ma la notizia mi è giunta un po' tardi purtroppo. A quanto pare era solo, ma non escludo che il cavaliere e Brom lo stiano aspettando fuori Gil'ead».
«Mi sembra improbabile che lo abbiano preso con loro. E in ogni caso cosa ci farebbero qui?» imprecai a denti stretti.
«Speravo me lo dicessi tu a dire il vero».
«Mi spiace deluderti, ma non ne ho la più pallida idea».
«Forse dovresti andare a parlare con loro» disse esitante, socchiudendo gli occhi.
«Io?»
Rise amaramente. «Io no di certo».
«Il massimo che potrei fare a questo punto è mandarli nella Du Weldenvarden, sperando che prima o poi una pattuglia di elfi li trovi, il tutto prima che incontrino pericoli che non saprebbero affrontare».
«Credo che sarebbe comunque meglio che proporre loro di seguirci ad Uru'baen. Se il nostro piano fallisse Galbatorix ci guadagnerebbe un cavaliere e allora sarebbe un problema ancora più serio».
«Sei diventato altruista» osservai stringendogli affettuosamente la mano.
«Si chiama odio sconfinato per il re, piccola elfa» ribatté con un ghigno. «E da qui all'altruismo c'è una bella voragine. Comunque se sei d'accordo stanotte..»
Si bloccò al suono di passi affrettati che si avvicinavano.
«Mio signore!» gridò Hillr, battendo con forza i pugni sulla porta. «Mio signore si tratta di una questione urgente!»
Durza mi spinse dietro di sé e sciolse l'incantesimo che bloccava la porta, permettendo al siniscalco di entrare precipitosamente nella stanza.
L'uomo aveva le guance arrossate come per una grande eccitazione e gli occhi sgranati, come a seguito di un grande spavento.
«Mio signore un drappello di Urgali chiede di vederti. Loro hanno.. lo hanno preso».
«Preso chi?»
Ma il rumore di altri passi impedì ad Hillr di rispondergli.
Un uomo dalla corta barba curata si precipitò nella stanza e, dopo uno sbrigativo inchino nella direzione di Durza, chiese: «Sono vere le voci?»
«Non so di cosa tu stia parlando capitano», rispose lo Spettro con studiata indifferenza, «ma se lascerai al mio secondo il tempo di mettermene al corrente forse potrò risponderti».
L'uomo chinò il capo e fece un rispettoso passo indietro, ma era palesemente inquieto e impaziente. Ne approfittai per sedermi sul tavolo di pietra e assumere un'aria imbambolata, tipica di qualcuno sotto effetto di droghe o al limite delle proprie forze fisiche. Anche se non credevo che qualcuno dei presenti avesse anche solo un minimo interesse per me, erano tutti concentrati su altro.
Hillr si portò una mano al petto ed estrasse un pezzo di pergamena. «L'hanno consegnata gli Urgali ad una delle guardie delle porte esterne e hanno aggiunto che il ragazzo ricercato è stato preso, ma non i suoi compagni».
Il mio cuore prese a battere più forte mentre registravo le parole di Hillr e guardavo le dita bianche del mio amato svolgere con lentezza la pergamena e decifrare con altrettanta calma la lingua aspra che vi era vergata.
«Allora?» fece il capitano, dondolandosi su i talloni.
«Hai sentito Hillr, capitano. I miei Urgali hanno preso il cavaliere, ma non il suo drago. Qui c'è scritto che aspettano sulle sponde del lago che qualcuno vada a prelevare il prigioniero. A quanto pare lo hanno tramortito».
«Andremo io e i miei uomini!» esclamò egli. «Il re ci ha mandati qui per questo ed è nostro compito suppongo».
Durza non poté fare altro che annuire. «Portatelo qui, dovrà essere drogato prima di affrontare qualunque viaggio alla capitale. E in ogni caso tra qualche giorno metà del vostro drappello dovrà seguirmi con la prigioniera». E fece un gesto spazientito nella mia direzione.
Il capitano fece un'altra rapida riverenza. «Dopo dovrò parlarti anche di questo. Ora col tuo permesso vado a prendere il cavaliere».
E senza aspettare una risposta corse via, con la velocità che gli permetteva una cotta di maglia, ovviamente.
«Hillr», fece lo Spettro in un sussurro, «assicurati che il prigioniero venga effettivamente portato qui, nelle segrete. E poi al suo ritorno riferisci al capitano che sarò lieto di conferire con lui nel mio studio, domattina dopo il sorgere del sole».
Hillr deglutì, si inchinò e uscì chiudendo la porta dietro di sé.
«Dannazione» sibilò Durza, sbattendo violentemente i pugni chiusi accanto a me, sul tavolo di pietra.
«Hanno preso il cavaliere» sentenziai.
«Quelli erano i loro ultimi ordini, solo che non mi aspettavo di trovarmelo alle porte di casa mia, quello sciocco!»
Che diavolo aveva in mente Brom? Avrebbe dovuto portare Eragon al sicuro tra i Varden o tra gli Elfi, non dritto nella città più militarizzata dell'impero. E al momento circondata da pattuglie di Urgali.
«Ma il drago è libero» sussurrai.
«Non per molto» fu la cupa risposta. «Basterà minacciare di morte il suo cavaliere e lui volerà al castello di Galbatorix di sua spontanea volontà».
Ovviamente. Nulla era andato secondo i nostri piani. E se da un lato avevamo ancora una buona possibilità di uccidere il re, dall'altra il rischio di rinforzarlo di un nuovo alleato si era fatto incombente.
Con la sensazione di panico che andava aumentando esponenzialmente dentro di me, gettai le braccia al collo niveo di Durza e cercai la sua bocca.
«N-non è che possiamo andare nella tua stanza?» balbettai, con la voce che tremava vergognosamente.
E una volta lì chiusi le tende, spensi le candele e ricominciai a baciarlo, a cercare la sua pelle e l'oblio, ignorando il bruciore delle ferite che si aprivano e sporcavano di sangue le lenzuola di seta del suo letto.
Giacemmo svegli per lunghe ore, stretti l'uno all'altra senza osare sciogliere la presa nemmeno per un istante.
«Mio..» sussurrò lui. Poi interruppe il discorso e lo riprese parecchi minuti dopo. «Mio padre si chiamava Urien ed era nato nel Surda. I suoi genitori erano mercanti ed erano ormai sull'orlo della disgrazia quando lui divenne uomo, quindi decise di dare una nuova spinta all'attività di famiglia aprendo un commercio con le tribù del deserto di Hadarc. Passò parecchie settimane nella tenda del mercante con cui avrebbe dovuto chiudere l'affare e si innamorò della figlia, Damali. L'uomo gli concesse la sua mano solo perché Damali era già incinta e l'onta rischiava di abbattersi anche sul resto della sua famiglia se la figlia avesse dato alla luce un bastardo. Così Urien e Damali si costruirono una capanna tutta loro e qualche mese dopo nacqui io. Mi chiamarono Carsaib. Mio padre riuscì a dare il via ad un commercio e mandò del denaro nel Surda per sostenere i genitori, che tuttavia non rivide mai più. Il mio primo fratello nacque morto, ma i veri guai cominciarono diversi anni dopo la nascita di Rahi, mia sorella: il padre di Damali morì e il fratello prese il suo posto negli affari, rifiutando però di avere a che fare con Urien, che reputava uno straniero e disprezzava. Così fu la mia famiglia a cadere in disgrazia. Mio padre si indebitò fino al collo e quando i suoi creditori vennero a pretendere il loro pagamento, egli dovette ammettere di non aver mai posseduto il denaro per poterli ripagare. Lo chiamarono spergiuro e la mia intera famiglia venne bandita dalla tribù. Non ci uccisero, ma da un certo punto di vista ciò che fecero fu anche peggio: un piccolo gruppo, solo nel deserto, non può che soccombere sotto le forze dei briganti che vi si aggirano. Ed in effetti fu così. Una notte mi allontanai dal nostro piccolo campo e tornai solo quando sentii delle grida. Mio padre era a terra e il suo sangue macchiava la sabbia, mia madre stava urlando, ma smise presto e mia sorella venne violentata e poi portata via in fin di vita. Io credo.. spero che fosse già morta».
Non lo interruppi mai e continuai imperterrita ad accarezzargli i capelli, anche quando smise di parlare e tacque per un tempo tanto lungo che credetti non volesse più ricominciare. Eppure lo fece.
«Non intervenni perché avevo paura e non volevo morire, ma sarei morto comunque se un uomo speciale non avesse incrociato la mia strada. Si chiamava Haeg e ai miei occhi era un mago potentissimo. Egli era venuto nel deserto per stare solo in meditazione e migliorare le proprie capacità, ma si imbatté in un ragazzo cencioso ed ebbe pietà di me. Mi portò con sé e dopo qualche anno cominciò ad educarmi all'uso della magia. Mi piaceva, mi affascinava e avevo un dono naturale, tuttavia il mio maestro mi continuava a ripetere di non essere avventato con essa perché avrebbe potuto trasformarmi in un mostro. Il dolore per la perdita dei miei familiari scemò lentamente e passò così un altro pugno di anni. In quel lasso di tempo Haeg divenne come un padre per me e io fui come un figlio per lui. Mi chiamava il ratto del deserto».
«Ecco perché il Ratto» osservai delicatamente. «Mi hai detto che ti si adattava come soprannome, a Dras-Leona».
«Già, mai soprannome fu più adeguato di quello. Mi chiamava così perché correvo veloce sulle dune e mi orientavo d'istinto in quelle lande, cosa che lui riusciva a fare solo con la magia. Eravamo una bella squadra, ma poi tutto è finito. Ci hanno attaccato dei briganti e io sono certo che fossero gli stessi uomini che avevano già ucciso la mia famiglia, non è facile dimenticare i volti di qualcuno che ti ha fatto così male. Haeg li ricacciò e protesse entrambi con la magia, ma consumò molta energia, troppa. Quando provai a passargliene un po' della mia il suo cuore aveva già smesso di battere e non riuscii.. a svegliarlo. La notte dopo ero accecato dal dolore, non avrei potuto sopportarlo un istante di più, così evocai gli spiriti, inseguii i banditi e li uccisi. Tutti loro. Ma prima di morire, uno mi disse che la sua discendenza era viva, nascosta in una delle tribù del deserto. Così mi ripromisi che sarei andato a cercare i suoi figli e avrei ucciso anche loro..»
«Il resto lo conosco» lo interruppi, depositandogli un bacio sulla testa.
«Scusa. Volevo che ci fosse qualcun altro a conoscere la verità prima.. prima di tutto» fece flebilmente.
Lo abbracciai e in quel momento fui certa che nessun gesto e nessuna parola sarebbe mai riuscito a trasmettergli anche solo un minimo di ciò che provavo per lui. Toccai la sua mente e, ottenutone l'accesso, vi riversai il mio affetto, le mie insicurezze, la mia pena, la gratitudine per essersi infine aperto in quel modo con me.
In risposta tornò a baciarmi e ricambiò la mia stretta.
Un pensiero balenò fugacemente nella mia mente: forse avrei dovuto dirgli della creatura che custodivo dentro di me. Una parte di me mi diceva che l'idea di un figlio lo avrebbe reso felice, ma sapevo che l'idea di un figlio in quello specifico momento lo avrebbe terrorizzato a morte, almeno un millesimo di quanto terrorizzava me.
Così tacqui e sprecai probabilmente l'ultima occasione ideale per comunicargli la notizia.
«Che cosa significa il tuo nome, Durza?»
«Nulla. Lo scelsero i miei spiriti per me e io decisi di mantenerlo, perché racchiudeva al suo interno i motivi che mi hanno spinto ad evocarli con tanta avventatezza».
«Cioé?»
«Sono le iniziali dei miei cari, Arya. La “D” per Damali, mia madre; la “U” per Urien, mio padre; la “R” per Rahi, mia sorella; la “Z” per Ziya, il mio fratellino nato morto; La “A” sta per Haeg, anche se si scrive con la “H”. immagino che gli spiriti non lo sapessero» concluse con una risatina.
Restammo svegli ancora un poco, poi cedemmo al sonno e ci risvegliammo all'alba del giorno seguente.
Durza mi guardò con un sorriso sornione a scoprire i denti aguzzi. «Non hai avuto gli incubi».
«No» risposi con leggerezza.
Poi lo Spettro mi lasciò riposare nel suo letto e si rivestì per andare a parlare con il capitano delle guardie mandate da Galbatorix.
Ritornò da me con l'umore decisamente peggiorato.
«Il re ha dato ordine di partire tra due giorni. E ha ordinato di trovare un modo per fare sì che tu non possa essere salvata da nessuno, così i suoi uomini hanno portato del Skilna Bragh con loro e dovrà esserti somministrato ogni giorno. Se qualcuno provasse ad intercettarti ti ucciderebbe se non avrà con sé il giusto antidoto».
Mi massaggiai le tempie. «Non conosco questo veleno, che genere di antidoto devo prendere?»
«Nettare di Thuvion, si ricava dalla Fricai Andlat».
«Credevo non crescesse nelle terre degli uomini» osservai.
«Sì, ma l'ultima persona che te ne ha procurato una boccetta ne coltivava una buona partita e il re lo sa, talvolta se ne fa anche pervenire un po' per le sue spie; so che lo assumono se ritengono opportuno mettere fine alla loro vita pur di non finire in mani nemiche».
Di nuovo Alba. Quell'elfa sembrava destinata a rimanere nella mia vita in un modo o nell'altro.
«Quando devo cominciare?» domandai.
Lo Spettro sollevò una mano e notai solo in quel momento che stringeva una fialetta tra le dita.
«In teoria da oggi, ma puoi aspettare anche il giorno della partenza, basterà che tu finga di fronte ai soldati del re».
Gliela strappai di mano e la bevvi d'un sorso. «Vediamo di non fallire a causa di stupidi dettagli traditori».
Solo dopo qualche istante mi ritrovai a chiedermi se per caso il veleno non avrebbe finito per nuocere al bambino.
Un sorriso orgoglioso comparve sul suo volto. «Non sono sicuro di volerti lasciare andare dal re».
«Nemmeno io sono sicura di volerti lasciare andare ad affrontare la fonte del suo potere».
«Mancano pochi giorni ormai. Se vuoi tirarti indietro sei ancora in tempo per farlo».
Scossi la testa. «Sai che non lo farò».
E non lo feci.
Più tardi, quando entrai nella mia cella insieme allo Spettro, dovetti affrettarmi a riprendere la mia corporeità e lui a fare sparire la mia copia perché il capitano delle guardie si affacciò subito dopo.
«Capitano..» lo salutò Durza con malcelato sarcasmo, afferrandomi un braccio e tirandomi nuovamente nel corridoio.
Il cavaliere era stato sistemato in una cella vicina alla stanza delle torture, sul lato opposto alla mia, così che le sue sbarre si affacciavano sulle strade di Gil'ead e non sul cortile interno. Gettai una rapida occhiata allo spioncino quando vi passai davanti, ma non riuscii a vederlo. Avrei voluto entrare e scrutarlo dal vivo, dopo tutte quelle sfocate visioni che avevo avuto di lui. Senza contare che avevo trasportato per anni il drago che lo aveva reso cavaliere e nei suoi confronti mi sentivo curiosa come solo una madre doveva essere.
Durza si chiuse la porta alle spalle prima che chiunque potesse anche solo pensare di entrare e per un paio di ore mi procurò nuove ferite, ferite che tuttavia si premurò di non lasciare sanguinanti.
Stava per aprire la porta e condurmi nuovamente nella mia cella, quando ebbi un capogiro.
«Durza non mi..»
Ma non riuscii a concludere la frase perché gli occhi mi si chiusero e il cervello mi si annebbiò.
Mi risvegliai nella mia cella, distesa sul pagliericcio. La testa mi doleva come se avessi appena ricevuto una bastonata sulla nuca e non appena aprii gli occhi fui costretta ad alzarmi a sedere, a vomitare sul pavimento.
Qualcuno mi scostò i capelli dal volto. «Arya?»
Sentii il profumo di menta e capii in un istante chi fosse il mio interlocutore.
«Sono svenuta» dissi in tono di scuse.
«Mi dispiace, è stata colpa del veleno. Ti ho fatto bere l'antidoto, ma il capitano ha insistito affinché te ne venisse somministrata una nuova dose mentre eri ancora incosciente».
«Io sto bene» lo rassicurai. «Dimmi di tutto il resto».
«Quegli idioti credevano di averti ucciso, con il loro veleno. Mi hanno suggerito di non torturarti più fino al per i prossimi due giorni e credo che darò ascolto al loro consiglio». Mi guardò con attenzione. «Dopodomani dobbiamo partire, Principessa».
Sorrisi lievemente. «Ti bacerei, ma non mi pare il caso» dissi, accennando al contenuto del mio stomaco, che giaceva dalla parte opposta del pagliericcio dove era inginocchiato lo Spettro.
Gli strappai un sorriso. «Vuoi bere?»
E mi porse dell'acqua ancora prima di sentire la mia risposta. Bevvi con piacere, ripulendomi la bocca e inumidendo la gola, che sentivo riarsa.
«Ho un piano» mi informò poi.
Gli feci spazio sul pagliericcio e Durza sedette vicino a me.
«Voglio parlare con il cavaliere. Non posso spiegargli nulla di tutto il nostro piano, è troppo rischioso, ma forse potrei riuscire a cavargli di bocca qualche informazione utile per ottenere segretamente la sua fedeltà contro Galbatorix».
«I soldati di Galbatorix avranno ricevuto ordini specifici, e in ogni caso non so se valga la pena rischiare. Ormai non puoi risparmiare al ragazzo un bel viaggio ad Uru'baen, ma coinvolgerlo direttamente.. Mi stai proponendo di mandarlo al macello».
«Il re è nella capitale e qui comando io. Il capitano non mi rifiuterà un colloquio con il giovane se saprò insistere in modo convincente». Fece una smorfia crudele. «E per quanto riguarda la salute del ragazzo, credevo che fosse il piano dei Varden quello di mandarlo al macello contro Galbatorix».
Feci un cenno vago. «Prima si pensava di educarlo».
«Non sarebbe bastato. Lasciami fare, ormai ci stiamo giocando il tutto per tutto ed è meglio un cavaliere morto che uno schierato con Galbatorix».
Sospirai. «Hai ragione».
«Ora devo andare. E temo di doverti lasciare qui stanotte».
«D'accordo» mormorai quietamente, ma probabilmente non riuscii a nascondere la mia delusione e il mio dispiacere perché lo Spettro si chinò a baciarmi lo zigomo e poi a morsicarmi la punta dell'orecchio destro.
«Le guardie sono inquiete» si giustificò. «E spero che quello di stanotte fosse solo il primo di una lunga serie di riposi sereni».
«Sicuramente sì. Vai pure, buona notte».
«Torno domani sera» mi assicurò. «Non sparire».
Gli scompigliai i capelli rossi. «Mi trovi qui».
Ed effettivamente i miei incubi non tornarono nemmeno quella notte, così ne approfittai per prolungare il mio riposo fino alle più tarde ore del mattino seguente.
Il pomeriggio stesso udii Durza bisticciare con il capitano, ma probabilmente ebbe la meglio perché una porta si aprì cigolando. Non sentii la conversazione che teneva con il cavaliere, anzi non sentii proprio nulla; probabilmente aveva insonorizzato la stanza.
Ma tornò, come mi aveva promesso, la sera stessa, seguendo il vassoio di cibo contenente la mia cena, che non riuscii a mangiare. L'odore della cipolla mi dava seriamente la nausea.
Lo Spettro -come spesso succedeva nelle ultime settimane- mi parve allarmato e turbato.
Mi raccontò del breve scambio avuto con il cavaliere e si soffermò con particolare attenzione sul suo presunto vero nome: Du Sùndavar Freohr. Morte delle ombre.
«Ti ha mentito» decretai con sicurezza. «Un vero nome è molto più lungo di così, descrivere l'intera essenza di un individuo non si può fare in meno di sei o sette parole».
Durza camminò inquieto davanti a me. «Mi sembrava sincero. E le ombre sono i miei spiriti. È quella.. era quella la loro forma quando li ho evocati. E se il suo destino è uccidere le ombre, allora significa che ucciderà anche me».
Mi alzai in piedi. «Nessuno ti ucciderà, tanto meno un giovane cavaliere inesperto. Non ci sono riuscita io e, fidati, non ci riuscirà nemmeno lui. In ogni caso sono quasi sicura che ti abbia detto una menzogna: droghe o no nessuno rivelerebbe un'informazione di un tale calibro con così tanta leggerezza, nemmeno il più stolto degli uomini».
«Mi hai convinto» sussurrò afferrando le mie mani e baciandole.
«Tutto a posto?» gridò una voce dall'esterno, che riconobbi come quella del capitano.
Il mio compagno alzò gli occhi al cielo in un gesto esasperato. «Sì! Mi accerto che il veleno non le stia nuocendo e arrivo, capitano, non è necessario che tu ti preoccupi del mio benessere».
Soffocai una risata nel palmo della mano e restai ad ascoltare i passi dell'uomo, che si allontanavano su per le scale.
«Sarà meglio che vada» borbottò. «Pensi di cavartela con i tuoi incubi?»
«Non li ho avuti nemmeno la scorsa notte» lo informai con ottimismo.
«Allora ci vediamo domani, quando verrò a prenderti per partire».
Mi sollevò il mento e mi baciò sulle labbra.
Una profonda inquietudine mi investì, facendomi tremare le gambe e accelerare il battito del cuore.
«Ci vediamo domani» ripetei, quasi a cercare di convincermi da sola.
E lo baciai una seconda volta.
Durza scoprì i denti aguzzi in un sorriso, una luce quasi tenera negli occhi di sangue.
Se solo avessi avuto una minima idea di quello che sarebbe successo da lì a poche ore lo avrei supplicato di restare, avrei baciato altre mille volte le sue labbra crudeli, scompigliato un'ultima volta i suoi capelli e confessato senza esitazioni il piccolo segreto che celavo nel mio ventre.
Ma non lo sapevo, come avrei potuto? Così lo lasciai andare e presi a mia volta a camminare avanti e indietro davanti alla porta della mia cella, troppo agitata per pensare di dormire o coricarmi.
Il primo rumore fu quello dei soldati in corsa. Il secondo il rumore di passi vicino alle scale e il sibilo di un arco, poi voci concitate e passi frettolosi nella direzione della mia cella.
Cominciò a girarmi la testa e un forte bruciore mi assalì il cervello.
Il veleno! Non di nuovo.
Con fatica immane, cercai la coscienza di Durza.
«Aiutami!»
Poi vidi il volto di Eragon davanti a me, lo riconobbi all'istante e fui certa che non si trattasse di una visione. Lui mi guardò con una strana consapevolezza negli occhi castani, come se fossi un amico ritrovato dopo tanto tempo e ormai irriconoscibile.
E poi tutto divenne nero.

Ripresi una vaga coscienza di me quando sentii un calore rassicurante accarezzarmi diversi punti del corpo. Capii che qualcuno mi stava guarendo dalle ferite delle ultime settimane, ma mi isolai rapidamente dalle voci.
Non sapevo esattamente cosa stesse succedendo, ma una cosa era certa: non ero più a Gil'ead e sicuramente non ero sotto la custodia di Durza. E avevo del Skilna Bragh in corpo.
Dando per scontato che le voci intorno a me appartenessero al cavaliere e al figlio di Morzan e che i due non avessero intenzione di farmi del male, mi rifugiai nei meandri della mia mente, riducendo al minimo le mie attività vitali, consapevole che un respiro troppo profondo avrebbe potuto rubarmi minuti di vita, sotto l'effetto del veleno.
Era difficile non pensare a nulla quando tante cose facevano a pugni nella mia testa, ma con fatica disumana riuscii a staccarmene. Durza sarebbe venuto a prendermi, ne ero certa, nel frattempo dovevo solo sopravvivere.

L'intrusione di una mente sconosciuta nella mia mi costrinse a reagire. Attaccai lo sconosciuto con ferocia fino a che non mi resi conto che si trattava di Eragon stesso, che si dichiarò mio amico nell'antica lingua.
Un poco sorpresa, gli lasciai lo spazio necessario per riprendersi e toccai con circospezione la sua mente. Una vita breve, grandi dolori e un futuro ancora incerto. Questo colsi di lui in quei pochi secondi.
Poi mi resi conto di sapere troppo, di tutto. Probabilmente il giovane credeva di avermi appena salvato la vita e di avermi strappata dalle grinfie di uno Spettro crudele -e entrambe le cose erano in parte vere- e io non volevo contraddirlo. Non avevo tempo di chiedergli nulla, né di cosa fosse successo, né di cosa mi aspettasse, potevo solo condurlo dai Varden e farmi salvare la vita. Spiegare un'alleanza con Durza lo Spettro avrebbe richiesto ore, se non giorni.
Così feci l'ingenua e mi affrettai a mettergli tra le mani tutte le informazioni necessarie per raggiungere Tronjiheim, sperando che il giovane non avesse teso tranelli nel pronunciare il suo giuramento. Tuttavia la sua conoscenza dell'antica lingua mi pareva così scarna da far perdere spessore a quest'ultima ipotesi.
Ma che ne era stato di Durza?

Di ciò che successe i giorni dopo io ricevetti solo racconti postumi.
Mi risvegliai in una stanza soffocante, circondata da un pugno di persone che si affaccendavano intorno a me, pronunciando incantesimi per purificare il mio sangue.
Avrei potuto guarirmi da sola, ma non riuscivo a trovare la forza per sollevare la testa dal giaciglio e le mie labbra erano gonfie, la mia gola secca e la mia lingua impastata.
Poi arrivò qualcuno e capii che la sua presenza non doveva essere gradita perché cercarono di ricacciarlo.
«Fate come volete, ma se volete che gli Elfi tornino a darvi il loro appoggio dovrete restituire loro la loro ambasciatrice, possibilmente viva».
La voce era decisamente femminile, squillante, vagamente ironica e giungeva familiare alle mie orecchie, tuttavia sul momento non riuscii a stabilire chi ne fosse la proprietaria.
Altre mani leggere sfiorarono il mio corpo, altre parole nell'antica lingua danzarono lievissime nell'aria. Chiunque fosse l'intrusa sapeva quello che stava facendo e lo stava facendo bene. Tuttavia, quando le sue dita indugiarono sul mio ventre le sentii tremare.
Non ero pronta all'ansia divorante che si impossessò di me non appena realizzai che la maga stava sfiorando il punto in cui cresceva il mio bambino. Recuperate un poco di forze, mi affrettai a scacciarla, balbettando qualche sconnessa parola dettata dal panico, probabilmente chiedendo se la mia creatura stesse bene o fosse rimasta vittima del veleno. Schiusi gli occhi appiccicati e intravidi vagamente il profilo di una donna con una spropositata massa di riccioli ad incorniciarle il volto.
«Slytha» rantolò, allarmata.
E fui nuovamente fuori gioco.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 1 febbraio 2015, 11:12

41. Morte delle ombre
[Durza]
Il dolore era partito tra gli occhi, dove la freccia si era conficcata, e poi si era rapidamente diffuso e ramificato in tutto il corpo, strappandogli le membra in mille frammenti e annullando la sua coscienza.
Si era ritrovato nel buio più totale, annichilito come il primo giorno che gli Spiriti si erano fusi alla sua coscienza. Non riusciva a pensare, a parlare, non riusciva nemmeno a sentire il proprio corpo.
Era solo nero e sussurri. I sussurri rabbiosi delle tre entità che lo avevano accompagnato e guidato per gran parte della sua vita, i suoi più intimi amici e alleati e i suoi più grandi e oscuri nemici.
La prima cosa che tornò a sentire furono le proprie mani, poi la sensibilità tornò alle braccia, al torace e da lì alla testa e agli arti inferiori. Il suo corpo bruciava, come invaso dalle fiamme.
Durza aprì gli occhi con un gemito di dolore e se li trovò feriti dalla luce del sole, che entrava prepotentemente da un buco sul soffitto. Si guardò intorno e riconobbe subito l'ambiente spartano del refettorio, così come riconobbe il mucchio di abiti che giacevano sparsi a terra accanto a lui. Solo a quel punto si rese conto di essere completamente nudo e si affrettò a recuperare i propri vestiti e ad indossarli. Trovò la sua spada e il suo mantello, e quando afferrò la catena con il sole d'argento e vide il luccichio violetto dell'anello di ametiste ricordò tutto ciò che era accaduto, con una chiarezza quasi violenta: il cavaliere era riuscito ad ingannarlo e il suo amico lo aveva colto di sorpresa, colpendolo alla testa. Era stato ucciso per la prima volta in vita sua e il ritorno era stato terribilmente doloroso, più di qualsiasi dolore mai provato prima.
Un'ondata di furia cieca lo investì da testa a piedi, facendolo tremare violentemente e acuendo il bruciante mal di capo che sentiva da quando aveva ripreso coscienza di sé. Gli Spiriti gli parlavano di violenza, dell'inebriante odore del sangue, del potere che dava vedere la luce lasciare gli occhi di un essere vivente.
Arya. Doveva trovare Arya. Lei lo avrebbe aiutato a metterli a tacere, almeno un poco.
Ma il cavaliere se l'era portata via. Aveva sentito il suo richiamo di aiuto ed era accorso il prima possibile, tuttavia aveva bloccato gli intrusi solo nel refettorio, dove aveva visto la sua donna riversa a terra accanto al giovane. E poi il figlio di Morzan l'aveva colpito.
Puntellandosi alla propria spada, quella preziosa lama che decenni prima aveva rubato ai briganti che avevano ucciso Haeg, si alzò in piedi e inclinò la testa di lato, concentrandosi sui suoni. Effettivamente regnava un silenzio innaturale: nessun suono proveniente dalle caserme, non dalle carceri, non dal cortile esterno. Solo avvicinandosi alla cucina cominciò a sentire delle voci, voci che si spensero bruscamente quando spalancò la porta.
«Dove sono finiti tutti?» domandò, la voce tesa dall'ira.
Gli risposero sguardi stupefatti.
«I soldati sono usciti per inseguire il prigioniero fuggito, mio signore» rispose uno dei cuochi. «Ieri notte c'era un drago qui.. Hanno detto che eri morto».
«So cosa è successo ieri notte» lo freddò. «Hillr è ancora qui?»
«Sì, mio signore».
«Vai a cercarlo e mandalo nel mio studio immediatamente».
Si accasciò sull'unica sedia della sua scrivania e subito rievocò la sera in cui Arya si era seduta sopra di essa.
Sentì un vuoto scavargli lo stomaco quando realizzò di avere nuovamente perduto una persona cara, nonostante avesse ormai il potere sufficiente per opporsi a buona parte delle forze in Alagaësia. L'unica, sostanziale differenza alla quale si aggrappò disperatamente, era che il cavaliere non avrebbe mai fatto del male ad Arya, non ne avrebbe avuto alcun interesse e inoltre il suo drago avrebbe dovuto riconoscerla come la sua custode. O forse no?
Forse l'avrebbero punita per essersi alleata di uno Spettro, se lei fosse stata così avventata da rivelarlo.
E per di più aveva un veleno mortale nel sangue.
Si tirò i capelli, poi rovesciò la testa all'indietro e lanciò un grido di rabbia, che decisamente non lo aiutò a migliorare il suo mal di testa.
Doveva andare a prendere Arya. La amava, la amava davvero come non aveva mai amato nessuno in vita sua e non se la sarebbe lasciata strappare senza fare nulla. Avevano dei progetti, dei sogni, e non avrebbe permesso a nessuno -tanto meno a un giovane cavaliere arrogante- di infrangerli.
Finalmente udì i passi di Hillr nel corridoio e stava per uscire dalla stanza e scuoterlo fino a che non gli avesse detto tutto ciò che stava accadendo, ma poi capì che i passi appartenevano a due persone.
Così cercò di rilassarsi e non fare trapelare la propria inquietudine, si accomodò sulla sedia e incrociò le mani davanti a sé.
L'uomo che accompagnava Hillr era il capitano delle guardie mandate del re e aveva gli occhi iniettati di sangue e il viso di un giallo malsano.
«Mio signore» fece Hillr, inchinandosi.
Il capitano si limitò a fargli un cenno e ad avanzare a grandi passi fino all'orlo della sua scrivania. «Abbiamo trovato i tuoi abiti e le tue armi a terra nel refettorio e credevamo che il cavaliere ti avesse ucciso, ma sono felice di vedere che sei tornato. Il cavaliere ci è scappato e si è portato l'elfa con sé, senza contare che alcuni dei miei uomini hanno riconosciuto il giovane che li accompagnava come un altro ricercato: Murtagh, il figlio di Morzan. Sappiamo che si stanno dirigendo a sud e buona parte dei soldati d'istanza a Gil'ead li sta inseguendo».
Durza immagazzinò le informazioni del capitano e capì dal suo tono scoraggiato che non credeva che sarebbero mai riusciti a recuperare i fuggitivi. Ma in effetti non avevano preso in considerazione una seconda risorsa: gli Urgali. Urgali che effettivamente erano rimasti privi di direttive per.. quanto tempo era passato? Lo domandò ai suoi interlocutori.
«Sono passate circa dodici ore da quando il drago è entrato, sfasciando il soffitto del refettorio» rispose prontamente il capitano, con precisione militare.
«Avete notizie degli Urgali?»
«Dispersi. Alcuni di loro hanno cominciato a lanciarsi in scaramucce lungo le sponde del lago Leona e io ho ordinato ai soldati di stare loro lontani. So che eri tu il loro comandante e che non avrebbero risposto ad altri che a te» disse vagamente.
Probabilmente il re gli aveva dato alcune informazioni, ma non aveva specificato come Durza fosse riuscito a dominare quelle creature. E gli Urgali si erano ovviamente svicolati dal suo controllo quando lui era.. morto? Sì, in fondo era davvero morto, anche solo per una dozzina di ore.
«Bene, signori», disse, «io credo che andrò a fare valere di nuovo la mia autorità sugli Urgali, poi credo che li seguirò alle calcagna dei fuggitivi».
E recupererò Arya e la terrò al sicuro fino a che non mi sarò liberato dell'autorità che Galbatorix ha su di me.
Il capitano non si azzardò a toccarlo ma gli fece capire che intendeva fermarlo muovendo un lieve passo di fronte a lui. «Dobbiamo fare rapporto al re, entrambi. Quindi pensavo che potresti usare la tua magia e contattarlo o presto lo farà lui e sarà più infuriato che mai» disse in tono pratico.
Per la prima volta dopo la breve permanenza del suo manipolo a Gil'ead, Durza provò un moto di simpatia per il capitano. E per di più aveva anche ragione: ormai non poteva più andare ad Uru'baen, non senza una buona motivazione, e aveva perso il suo diversivo.
«Hillr rimani nei paraggi, dopo dovrò parlare anche con te» disse, congedandolo.
L'uomo uscì e lo Spettro fece cenno al capitano di avvicinarsi allo specchio che aveva appeso alla parete vicino alla scrivania. Gli spiegò brevemente cosa sarebbe successo e l'uomo ne approfittò per ravvivarsi i capelli e riassettarsi la barba.
Senza preoccuparsi troppo del suo aspetto, Durza aprì una comunicazione diretta con Galbatorix, che comparve sulla superficie liscia dello specchio pochi minuti dopo.
Lasciò parlare il capitano, anche se la sua arte oratoria era decisamente inferiore alla sua. Vide l'espressione del sovrano deformarsi sotto i suoi occhi e passare dal pacato e paterno all'iroso, fino a che non sollevò una mano e bloccò i patetici tentativi del capitano di spiegargli che i suoi uomini sarebbero sicuramente riusciti a recuperare i prigionieri e il figlio di Morzan.
«Io mi sono fidato ciecamente di entrambi, eppure entrambi avete duramente deluso le mie aspettative. I vostri rispettivi compiti erano talmente facili, di così piccola entità rispetto a tutto ciò che io ho fatto per voi, che il vostro fallimento risulta come un'offesa alla mia persona e alla mia autorità. Entrambi sarete responsabili del recupero di tutti i prigionieri che avete lasciato scioccamente fuggire e vi consiglio di non presentarvi più davanti a me o alla mia corte fino a che non li avrete nelle vostre mani. Mi dite che si stanno spostando verso sud, ebbene Geerten, tu continua a tallonarli con gli uomini, tu Durza li seguirai con gli Urgali. Ora capitano ti prego di lasciare la stanza in cui vi trovate e di ricordare le mie parole: sarai accolto come un eroe se porterai a me quei pericolosi criminali, in caso contrario l'onta dell'insubordinazione si abbatterà su di te e sulla tua famiglia, i tuoi figli non troveranno mogli e la tua progenie finirà nell'ombra».
Il capitano Geerten si inchinò con le lacrime agli occhi e lasciò la stanza, decisamente determinato ad ubbidire agli ordini del suo signore.
«Durza» fece il sovrano, con tono di rimprovero. «Ti sei fatto prendere in giro da un ragazzino e dalla sua banda di scapestrati».
Faticò parecchio a chinare il capo e a dire, con tono dimesso: «Mi dispiace».
«Sai che ormai non basta più. Questa era la tua terza occasione, non credo che ne avrai una quarta. Dopo che questa storia sarà finita sarai dimesso dal tuo ruolo di governatore e integrato nell'esercito. Credo che fanteria potrebbe andare».
Teoricamente avrebbe dovuto sentirsi umiliato dalle nuove disposizioni del suo signore, ma ovviamente non lo era. Non quando l'unica immagine che aveva davanti agli occhi era quella di Arya, sulla prua di una nave, con i capelli corvini scompigliati dalla brezza marina e gli occhi verdi che lo fissavano con affetto.
Non sarebbe diventato un semplice soldato di fanteria, avrebbe ucciso l'uomo che voleva vantare diritti di vita o di morte su di lui e poi sarebbe fuggito con la donna più bella che si potesse desiderare.
«Come comandi, mio re» si costrinse a rispondere.
«C'è forse qualcosa che mi stai nascondendo? Qualunque cosa sia ti ordino di mettermene immediatamente al corrente» fece il sovrano in tono volitivo.
Con suo estremo stupore, nessuna morsa gli strinse la mente, la sua lingua non si mosse contro la sua volontà, le labbra non si schiusero a rivelare tutte quelle verità che gli avrebbero procurato una morte certa e pressoché immediata.
Impiegò qualche istante, ma alla fine capì: il suo vero nome era cambiato. Forse grazie ad Arya, forse grazie alla sua momentanea morte, forse grazie ad entrambe, ma non sentiva più nessun obbligo, nessuna costrizione, niente che lo legasse a quello che per un secolo era stato il suo padrone.
Si inchinò, per nascondere il ghigno che andava sbocciando sulle sue labbra. «Ti assicuro, mio re, che non ti nascondo nulla. Farò ciò che mi hai ordinato e seguirò le orme dei fuggitivi con i miei Urgali. I Kull corrono parecchio più veloci di un semplice umano e sono certo che riusciremo a raggiungerli molto prima che raggiungano i Varden, il Surda o qualunque rifugio possano trovare a sud. Dammi un paio di settimane e vedrai che te li consegnerò personalmente».
Il re parve pensieroso. «Mi stai chiedendo di darti la tua quarta possibilità?»
«Sì» mentì prontamente.
«E sia! Ma voglio uno sforzo in più da te, Durza. Finora i Varden non sono stati nulla più di una seccatura, una piccola falla in una diga perfetta, ma ora la falla si sta ingrandendo e io non posso permettere che tutto crolli. Per farla breve: dopo che avrai catturato i fuggitivi voglio che tu continui la tua marcia fino al covo dei Varden e li distruggi. Non ti sarà difficile dato che hai nelle tue mani tutte le informazioni che ti servono. Hai conservato le carte che ti feci pervenire un anno fa, non è vero?»
«Certamente».
«Allora fanne buon uso. Gli ordini sono semplici: attacca i Varden, coglili di sorpresa e uccidi tutti, dal neonato in fasce al vecchio senza denti. Ogni singolo essere vivente sotto la montagna è un nemico. Per quanto riguarda Ajihad.. non ho intenzione di trattare, quindi fa' di lui ciò che desideri, purché non resti in vita. Ti contatterò non appena avrò parlato con i Gemelli e manderò a te e agli Urgali un piano più preciso per l'attacco. Mi raccomando, non deludermi o saprò come fartela pagare».
Ed annullò la magia che permetteva di comunicare con lui.
Durza dovette lottare per lunghi minuti contro gli Spiriti, che scalpitavano eccitati alla sola idea di sangue e morte, sopratutto della morte di Ajihad. Del resto lui che colpa ne avrebbe avuto? Poteva salvare Arya, lasciarla incosciente un paio di giorni e sfruttare il tempo per uccidere finalmente l'uomo che inseguiva da decenni. A lei avrebbe poi detto di essere ancora sotto l'influenza di Galbatorix e di non avere avuto scelta.
Ne avrebbe sofferto, forse, ma lo avrebbe sicuramente giustificato e perdonato una volta che il re fosse morto. Ma lui? Poteva vivere ancora di menzogne?
Ma non tentare di ingannarmi con finte promesse o ti giuro sulla mia vita e su quanto ho di più caro in questo mondo che non avrai mai e poi mai il mio perdono. A quel punto avresti creato la tua più acerrima nemica, per di più custode di parecchi dei tuoi segreti.
Si strinse la testa tra le mani e la scosse violentemente. No, non l'avrebbe mai fatto, non se il rischio era di perdere la prima vera persona importante dopo un secolo di aridità.
Tuttavia gli Spiriti non furono così rapidi a demordere e, per tutta la giornata, fu vittima di spaventosi sbalzi d'umore a causa dei violenti impulsi che le creature diffondevano nella sua coscienza. Pareva che l'intera operazione di morte e rinascita li avesse rafforzati.
Parlò con Hillr e gli affidò il comando della città fino a che non fosse tornato -rendendosi conto lui stesso che probabilmente non sarebbe tornato affatto- poi richiamò gli Urgali all'ordine e passò loro secchi comandi, radunando i primi squadroni di Kull, che avrebbe mandato il prima possibile alle calcagna dei fuggitivi, con l'ordine di catturarli ma non fare del male a nessuno di loro.
I preparativi gli richiesero più tempo di quanto avesse previsto, forse perché recuperare il controllo sugli Urgali si era rivelato piuttosto complicato. Si ritrovò, a un'ora dalla mezzanotte, a mangiare di malavoglia la cena fredda e a trascinarsi verso il suo letto. Era stanchissimo e si chiese se per caso non avesse sottovalutato il prezzo della rigenerazione, tuttavia non appena si coricò capì che il riposo non sarebbe giunto con tanta facilità.
Aveva diviso quel letto con Arya, c'era ancora il suo odore tra le lenzuola e lei era chissà dove, con un pericolosissimo veleno in corpo, affidata alle sbadate cure di un ragazzino. Se mai l'avesse rivista, viva e vegeta, si sarebbe chinato a baciarle i piedi.
Accese una candela e, preso il pugnale Luna, iniziò ad incidere distrattamente la testiera del letto. Non aveva una grafia particolarmente gradevole, era troppo fitta e spigolosa, ma era abbastanza abile ad incidere il legno, lo aveva fatto spesso quando era un ragazzo. Scrisse il nome dell'elfa, piccolo e rassicurante, e poi incise una barca, così ricca di dettagli da sembrare che fosse stata imprigionata nel legno. Poi si addormentò, il pugnale ancora in mano, abbandonandosi a sogni agitati.

[Arya]
«Vi ringrazio molto per le vostre cure, ma ora vorrei alzarmi» dissi spazientita, rivolgendomi al nutrito gruppetto di guaritori che mi circondava. In realtà mi sentivo stanca e svuotata da ogni vigore, tuttavia volevo assolutamente muovermi e tornare pienamente alla vita dopo oltre una settimana di coma.
«Non sottovalutare gli effetti del veleno e delle ferite, hai subito molto».
Già, avevo subito molto. Eppure si erano premurati di cancellare dal mio corpo ogni singola cicatrice, lasciando la mia pelle innaturalmente liscia, come non lo era dalla mia prima missione diplomatica tra i Varden.
«E gradirei riavere i miei abiti» li informai, scrutando con occhio critico la bianca camicia da notte che mi copriva dal collo alle caviglie.
Una donna abbandonò la stanza per eseguire, ma gli altri si affrettarono ad esortarmi al riposo non appena gettai i piedi oltre al pagliericcio per scendere a terra. Sembrava che, dopo avermi creduta morta e aver perso l'appoggio di mia madre, temessero di vedermi cadere in briciole sotto i loro occhi.
Sentii la porta aprirsi e diedi per scontato che fosse tornata la donna che era andata a prendere i miei vestiti, ma quando alzai gli occhi individuai la figura di una donna bassina, dai folti capelli castani e ricci.
«Angela!» la rimproverò qualcuno, «Non sei autorizzata a stare qui».
Ma lei mi guardò in viso e avanzò dritta nella mia direzione.
La riconobbi immediatamente e la sua immagine si sovrappose a quella sfocata che avevo visto durante la mia guarigione.
«Venerabile!» esclamai, inchinandomi precipitosamente davanti a lei.
Sorrise affabile e fece cenno a tutti gli stupefatti guaritori di lasciare la stanza. Lo fecero, forse troppo sconvolti dalla mia eccessiva deferenza per riuscire a ribattere in modo soddisfacente. Solo allora l'espressione di Angela si deformò e assunse contorni terribili.
«Arya Dröttningu di Ellesméra. Mi ricordo molto bene di te. Quanti anni sono passati dall'ultima volta che ho fatto visita a tua madre? Quaranta? Cinquanta?»
«Credo circa cinquanta» risposi incassando le spalle, un poco spaventata dal suo atteggiamento brusco.
«Bene, sappi che le sue ultime decisioni mi hanno parecchio indisposta, ma immagino che di questo dovrà informarti Ajihad.. Come ormai avrai intuito sono stata io a guarirti dal veleno, l'antidoto stava agendo troppo lentamente e il tuo sangue doveva essere depurato».
Annuii. «Ti ringrazio».
«E il tuo bambino sta bene». Era un'affermazione.
«Lo so» risposi, impreparata e allo stesso tempo consapevole di non poterle mentire.
«Ora voglio sapere chi, come e quando. No il come risparmiamelo, per favore, credo di sapere come si svolgano questo genere di cose».
Tentennai, poi feci un altro piccolo inchino. «Temo di non poterti rispondere, Venerabile».
«Arya non voglio costringerti e tanto meno violare l'intimità della tua mente, quindi farai meglio a rispondermi con la massima sincerità» mi intimò, arrotolandosi con noncuranza un ricciolo intorno al dito indice.
Sapevo che dietro all'ingannevole aspetto della minuta, indifesa e spensierata umana Angela l'Erborista si celava un essere dai vasti poteri, dalla saggezza sconfinata e dalla vita ancor più lunga di quella di qualsiasi elfo. Nessuno nella Du Weldenvarden sapeva a quale razza appartenesse quella che noi chiamavamo la Venerabile, ma era citata nelle nostre cronache più antiche e non di rado faceva visita ai nostri regnanti, cambiando nome e aspetto nel corso dei millenni. Sapevamo solo che si occupava di mantenere intatti gli equilibri e, per quanto crudele potesse sembrare, ciò che faceva era sempre mirato al bene supremo di Alagaësia stessa.
Così, in soggezione di fronte alla sua autorità e al suo cipiglio, mi fissai le mani e mi imposi di rivelarle almeno parte della verità. Lei mi avrebbe sicuramente consigliata su come agire, senza impormi soluzioni che sapeva fuori dalle mie capacità, sia morali che fisiche.
«Porto in grembo il figlio di Durza lo Spettro» sussurrai. E dirlo ad alta voce fu come accettarne finalmente l'esistenza.
Mi fece un cenno. «Lo avevo intuito. Ieri ho dovuto addormentarti o qualcuno avrebbe finito per crederti una traditrice: continuavi a balbettare il nome dello Spettro e a chiedere quando sarebbe arrivato e in che condizioni fosse il suo amabile figlioletto. Posso?» fece con inaspettata gentilezza, toccando il braccio che avevo avvolto intorno alla mia vita.
Feci cadere il braccio con un poco di timore e lasciai che bisbigliasse qualche parola per poter vedere sotto la mia carne, un incantesimo difficilissimo e che lei sembrava svolgere con assoluta noncuranza.
«Sei settimane?» domandò poi.
«Ormai sette» risposi automaticamente.
Annuì pensierosa. «Ancora non si vede nulla. Lo sai vero che se vuoi prendere delle erbe ti manca poco tempo?»
Deglutii. «Lo so».
La consapevolezza che brillò nei suoi occhi scuri mi fece intendere che aveva intuito buona parte della verità.
«Allora facciamo così: se sarai abbastanza intelligente e vorrai scrivere la parola fine a questa storia, cercami con la mente e io ti indicherò il posto dove trovarmi. Ti darò io le erbe giuste.» Alzò un indice con aria ammonitrice. «Se parli al Du Vrangr Gata della mia posizione ti ammazzo, ma non credo che lo farai, dico bene?»
Decisamente no. Quella strana setta di stregoni aveva avuto l'insana abitudine di importunarmi i primi anni che avevo preso in custodia l'uovo, ma era bastata una sfuriata di impatto per far passare loro la voglia. Angela, invece, preferiva che la portata dei suoi poteri restasse nell'ombra. Lo aveva sempre fatto tra gli uomini, così da potersi muovere più liberamente intorno a loro.
«Se invece preferisci scegliere la strada più difficile, allora sarà meglio che tu non dica nulla a nessuno o perderesti tutto il tuo rispetto e la tua credibilità. Certo, potresti sempre dire che si è trattato di una violenza e che non hai mischiato il tuo sangue a quello di uno Spettro, ma in ogni caso sarai guardata con sospetto se sceglierai di tenere il bambino, anche se ufficialmente non sarebbe colpa tua. Applica qualche incantesimo su di te in modo che nessuno con l'udito superiore a quello di un umano -come uno della tua razza- possa udire il battito del suo cuore o percepire la sua coscienza, quando si potrà percepire». Mi guardò dritta negli occhi. «Non voglio sapere nient'altro, ma ti conviene anche ricordare che per sei mesi sei stata prigioniera di uno Spettro crudele e sanguinario, che ti ha torturata fino a ridurti in fin di vita pur di strapparti informazioni da dare al re. Quindi vedi di non fare commenti inopportuni quando Ajihad verrà a parlarti. A nessuno piacciono gli Spettri e a me e ad Ajihad non piace Durza lo Spettro in particolare, chiaro?»
«Sono fedele alla causa dei Varden» mi sentii il dovere di specificare.
Rise. «Di questo non ne ho mai dubitato, sei una delle più convinte qui dentro e non credo che la tua fedeltà abbia subito un simile cambiamento in così pochi mesi, tuttavia ti consiglio di seguire alla lettera ciò che ti ho detto».
«Durza è..»
«Ti ho detto che non voglio sapere nulla» mi interruppe. «Fatti però almeno un paio di domande e ricorda che non sempre ciò che vedi corrisponde alla verità. Sappi che in me hai incontrato una persona comprensiva, ma se provassi a spiegare a qualcun altro ciò che hai provato a spiegare a me, probabilmente saresti uccisa senza una minima esitazione. Nessun elfo si è mai alleato ad uno Spettro, unito a lui e ancor meno avuto un figlio con lui».
Sapeva parecchio, era indubbio, ma mi aveva anche lasciato intendere che il mio segreto sarebbe stato al sicuro.
«Seguirò i tuoi consigli, Venerabile».
«Perfetto!» esclamò allegramente, battendo le mani. «Sai tu sei molto utile a questa ribellione e sarebbe un peccato perderti, ne risentiremmo parecchio. Ti prego però, non appena sarai al cospetto di tua madre, di convincerla a cambiare idea, dato che sei decisamente viva. Ah, ed evita di dirle ciò che ti è accaduto per favore. Scegli una versione ufficiale e mantienila con tutte le persone con cui parlerai, non credo di doverti spiegare cosa è meglio evitare di dire e cosa no. Ora ti saluto, suppongo ci vedremo presto!»
«Aspetta!» la bloccai, angosciata. «Tu sai cosa succederà? Cosa devo aspettarmi da questo bambino? La natura del padre lo..?»
Fece un gesto frivolo con la mano. «Non posso risponderti. Nella mia lunga esperienza non si è mai verificata una cosa simile, ma sono quasi sicura che tuo figlio non nascerà influenzato dagli Spiriti che possiedono Durza, se è questo che intendi. Un gran bell'esempio di quanto le azioni dei genitori non dovrebbero influenzare la prole, non credi? Bene, se deciderai di essere intelligente sai cosa fare. Ti farei le congratulazioni, ma qualcosa mi dice che non è il caso».
Detto questo mi strizzò l'occhio e se ne andò, lasciando entrare i guaritori che aveva cacciato fuori pochi minuti prima. Mi vennero restituiti i miei abiti e portato del cibo, che consumai con avidità, poi riuscii finalmente a mandare via tutti i miei molesti salvatori e a restare sola per qualche ora, così da rimettere in ordine le idee.
Non sapevo nulla di Durza, non potevo né divinarlo né contattarlo e se avessi parlato a qualcuno di ciò che era accaduto tra noi mi avrebbero rapidamente bollata come traditrice. Nessuno avrebbe creduto alla mia storia e nessuno avrebbe giustificato la mia alleanza con uno Spettro, mi sarei solo compromessa. E non era il caso che succedesse una cosa simile, non prima di avere la totale certezza della morte di Galbatorix.
A quel punto non ero più così certa che Durza sarebbe venuto a prendermi. Mi fidavo di lui, continuavo a fidarmi nonostante Angela mi avesse fatto notare che poteva avermi presa in giro, ma dovevo agire cautamente, parlare con Ajihad, con il cavaliere, recuperare la mia posizione e poi trovare il momento giusto per allontanarmi e cercare lo Spettro.
Era già un miracolo che Eragon non avesse trovato un paio di incongruenze, quando mi aveva salvata a Gil'ead: avevo i vestiti e i capelli puliti quando mi aveva recuperata dalla mia cella, ed ero certa che la mia pelle avesse ancora l'odore dell'olio da bagno che Durza versava sempre nella vasca. E non era esattamente normale occuparsi dell'igiene dei prigionieri fino a tal punto. Fortunatamente la mia pulizia era decisamente degenerata durante i giorni di viaggio che erano trascorsi per arrivare a Tronjheim, tanto che mi era stato fatto un bagno mentre ero incosciente e mi avevano anche lavato e rammendato i vestiti.
Nessuno sospettava nulla e mai lo avrebbe fatto se fossi stata abbastanza prudente.
Nasuada venne a trovarmi nel pomeriggio, trascinando con sé una ventata di curiosa allegria. La conoscevo appena, ma era impossibile non volerle bene e rispettarla, nonostante la giovanissima età: era gentile, fiera, indipendente, scaltra e conosceva i Varden e la loro organizzazione almeno quanto Ajihad. La perfetta figlia di suo padre.
«Mio padre vorrebbe parlare con te non appena ti sentirai meglio» mi disse.
«Allora puoi dirgli che quando desidera può farmi chiamare, mi sento in perfetta forma ormai».
«Sei sicura? Non sono passati ancora due giorni completi da quando ti è stato somministrato l'antidoto e mio padre ha intenzione di farti domande che potrebbero rivelarsi piuttosto spiacevoli».
«So cosa vuole chiedermi Ajihad e io sono pronta a rispondergli». Esitai. «Il cavaliere e il suo drago stanno bene?»
«Benissimo, direi. Si sono ripresi in fretta e hanno manifestato l'intenzione di seguire il cammino che il patto tra elfi e uomini aveva previsto. Mio padre li farà esaminare domattina e scriverà una lettera per la regina Islanzadi, che dovrai consegnare a lei quando tornerai ad Ellesméra con i due». Chinò il capo. «Avrei un'altra triste notizia per te, ti prego di non dire a mio padre che te l'ho comunicata o si arrabbierà, ma mi sembra giusto che tu la sappia adesso, prima di dover ripercorrere tutti i mesi di sofferenze che hai passato».
«Dimmi pure».
«Si tratta di Brom. È morto».
Oh.
«Mi dispiace, so che vi conoscevate e che avevate preso insieme gli accordi per dividere l'uovo tra elfi e uomini. Cioè, non lo ricordo ovviamente, ma so che è così» concluse con un lieve sorriso.
Brom, morto. Avevo origliato la conversazione tra Durza e Galbatorix e avevo sentito che Brom era rimasto ferito dai Ra'zac, tuttavia non credevo che fosse..
«Questa è una grave perdita per i Varden» dissi con voce grave. Non lo conoscevo benissimo, Brom, ma ricordavo bene il giorno che era venuto da me a chiedermi di addossarmi anche l'incarico di custode dell'uovo, insieme a quello di ambasciatrice. Mi riteneva l'unica persona adatta e la più imparziale tra le due razze.
La giovane annuì. «Anche mio padre ne è rimasto molto colpito».
Nasuada si mosse inquieta sullo sgabello e capii che non vedeva l'ora di andarsene, ma allo stesso tempo non voleva apparire maleducata. Probabilmente aveva altre cose da fare.
«Ti ringrazio per la visita» la congedai.
«Figurati, rimettiti presto. Ora credo che andrò a trovare Murtagh, il figlio di Morzan. Devo portargli i tuoi saluti? È stato lui ad aiutare te ed Eragon a fuggire da Gil'ead».
Feci un cenno di assenso, poi la ragazza mi salutò e mi disse che avrebbe mandato suo padre da me entro un paio d'ore.
Ajihad venne, accompagnato da Rothgar, ed entrambi stettero a sentire il mio succinto racconto, accomodandosi sugli sgabelli di fortuna accanto al mio pagliericcio.
Mi concentrai sui primi tre mesi di prigionia e feci un resoconto piuttosto dettagliato di ciò che avevo subito in quel primo periodo, fingendo che il tutto si fosse prolungato anche per i tre mesi seguenti. Evitai ovviamente di parlare di eventuali visioni, di Alba, dei baci -inizialmente umilianti- che Durza aveva lasciato sulla mia pelle.
A sua volta Ajihad fece a me e a Rothgar un breve riassunto delle disavventure vissute dal cavaliere, incastrando alla perfezione il racconto nel mio. Feci finta di nulla quando parlò di Gal, l'uomo che aveva mandato a cercare Brom e che probabilmente era stato intercettato dall'Impero. Da Durza a dire la verità, che era poi stato costretto a riferire le sue scoperte a Galbatorix. Ma non volevo sminuire ulteriormente il mio compagno di fronte al suo più acerrimo nemico e in ogni caso era un'informazione irrilevante. Ce n'era un'altra che era di importanza ben maggiore.
«Mentre ero prigioniera dello Spettro l'ho sentito parlare delle spie che avevano dato al sovrano le informazioni necessarie per intercettare me e gli altri custodi».
«Spie?» fece Ajihad con espressione dura.
«I Gemelli, parlava di loro. E non credo che ci siano molte persone con cui confondersi all'interno del Farthen Dur» dissi con convinzione.
Rothgar aggrottò le folte sopracciglia. «Non mi sono mai piaciuti quei tuoi stregoni Ajihad, mi sembrano due viscidi rettili. E per di più sono al di sopra di ogni controllo, dato che sono loro a scrutare le menti degli altri. È lo stesso problema che si è verificato con i cavalieri dei draghi: chi controlla i controllori?»
«Potrei farlo io» mi offrii.
Capii di aver commesso uno sbaglio quando il capo dei Varden liquidò la questione con un brusco gesto. «Se permettete ciò che riguarda gli uomini è sotto il mio controllo. Rispetto entrambi, la vostra autorità e la vostra razza, ma non voglio che nessuno di voi si immischi nelle faccende che sono sotto la mia autorità. Arya, probabilmente lo Spettro ti ha ingannata e in ogni caso non posso esserne sicuro».
Feci un cenno di assenso. «Come desideri. Ma ti prego di tenere gli occhi aperti e di moderare la tua fiducia nei loro confronti. È un consiglio in quanto tua alleata, non un tentativo di prevaricare la tua autorità».
«E io ti ringrazio del saggio consiglio. Non mi fido di nessuno al di sopra di me stesso e terrò d'occhio i Gemelli anche se sono certo della loro innocenza».
«E lascerai che il cavaliere mi segua ad Ellesméra?» mi accertai.
«Brom è morto e il patto stabiliva questo, quindi da parte mia non incontrerai resistenza. Tuttavia dovrai stare molto attenta, perché il giovane cavaliere -oltre ad essere piuttosto incosciente- è anche parecchio ingenuo. Mi ha riferito di essersi scontrato con Durza, a Gil'ead e ha detto che Murtagh, il figlio di Morzan, l'ha ucciso».
Il mio cuore perse un battito.
«Ma non è possibile, perché a quanto pare il giovane lo ha solamente colpito in fronte e che io sappia gli Spettri non possono morire, a meno che non ricevano un colpo dritto al cuore».
Rothgar annuì con l'aria di chi è sicuro di ciò che ha appena sentito e io mi ricordai appena in tempo di respirare.
«Ora il giovane cavaliere ha un nemico che lo odia profondamente» fece il re dei nani. «Non passa tanto in fretta l'umiliazione di una sconfitta, specie ad una creatura fatta d'odio».
«Lo so fin troppo bene» fu la replica di Ajihad. «Durza è un avversario temibile».
Ed estremamente testardo e orgoglioso. Aggiunsi tra me.
«Vi è un'ultima questione di cui vorrei metterti al corrente, Arya. Rothgar sa già tutto e anche Eragon, così non mi resta che dirla anche a te e pregarti di non riferirla a terzi, non voglio che il panico dilaghi a Tronjheim». Aspettò che annuissi poi proseguì: «Questo pezzo di pergamena è stato sottratto ad uno degli Urgali che ha cercato di sbarrare la strada ad Eragon. Si tratta di un comunicato mandato da Galbatorix in persona e pare riferirsi ad un futuro attacco. Non sappiamo ancora che posto sia questa Ithrö Zhada, ma deve trovarsi tra queste montagne e temiamo un attacco, anche se per il momento il Farthen Dur non è stato ancora scoperto».
«Ho già mandato dei ricognitori nelle gallerie» intervenne Rothgar. «Se ci saranno movimenti anomali lo sapremo immediatamente».
Annuii nuovamente e fui colta da sentimenti contrastanti quando seppi che Durza era annoverato tra i possibili comandanti. Certo, significava che era vivo, ma significava anche che stava muovendo un esercito di Urgali in direzione del Farthen Dur e ricordavo bene che possedeva mappe dettagliate delle gallerie sotto la montagna.
Cosa aveva intenzione di fare, esattamente?
I due rimasero per qualche altro minuto, ma, trovandomi improvvisamente chiusa in un ostinato mutismo, abbandonarono la stanza, lasciandomi con la sgradevole sensazione di stare combattendo la più dura battaglia della mia vita.

Dormii parecchio quella notte, ormai libera dagli incubi che mi avevano tormentata negli ultimi mesi. Il giorno seguente, sentendomi molto meglio, decisi di andare ad assistere all'esame che il cavaliere avrebbe subito; gli dovevo un ringraziamento o la mia scortesia avrebbe decisamente dato nell'occhio, senza contare che ero curiosa di conoscere finalmente il ragazzo che era più volte apparso nelle mie visioni e il drago che lo aveva reso cavaliere.
Non restai particolarmente sconvolta quando vidi che erano i Gemelli i giudici per quanto riguardava le abilità magiche del giovane. Era prevedibile, dato che erano i più abili maghi tra i Varden.
Me ne stetti in un angolo, non vista, a guardarlo passare con abbastanza disinvoltura da un incantesimo all'altro. Indubbiamente Brom era stato un ottimo maestro per lui ed Eragon non sembrava cavarsela male, per essere un umano.
Più volte i miei occhi scivolarono su Saphira, ammirando la bellissima e maestosa creatura, nata dall'uovo che avevo conservato con tanta cura per quasi vent'anni. Le sue squame catturavano la luce in modo ammaliante, rilucendo di un colore che pareva leggermente più chiaro di quello che era stato il suo uovo, più acquoso.
Mi riscossi dalle mie contemplazioni quando udii uno dei Gemelli chiedere ad Eragon di evocare l'essenza dell'argento. A quel punto non ci vidi più e, incurante degli sguardi sospettosi e guardinghi degli uomini intorno a me, avanzai nel piccolo gruppetto e li rimproverai aspramente, guadagnandomi le loro espressioni timorose.
Eragon mi guardò e riconobbi lo stesso sguardo che mi aveva lanciato la notte che mi aveva strappata dalla mia cella, a Gil'ead, lo sguardo di qualcuno che sembrava riconoscermi, ma non conoscermi.
Vidi che il qualche modo il mio intervento non era piaciuto agli uomini intorno a me, ma li ignorai e, attirato Eragon verso il centro del campo, rivendicai un duello con lui.
Perché lo feci? Volevo sondare le sue abilità fisiche, scoprire che guerriero aveva forgiato Brom, che genere di cavaliere fosse nato insieme al drago dell'uovo di zaffiro, quale giovane inesperto era riuscito a mettere Durza alle strette, fino ad ucciderlo, anche se solo temporaneamente. Mi guidava un misto di rabbia, irritazione, curiosità e aspettativa.
Eragon e Saphira erano pur sempre la possibilità che aspettavamo da anni per sconfiggere Galbatorix e io avevo fortemente contribuito alla loro creazione, anche solo sbagliando l'incantesimo che avrebbe dovuto portare l'uovo a Brom e che invece -come mi aveva riferito Ajihad- avevo mandato a lui.
Eragon era debole e lento come ogni essere umano, ma aveva molta fantasia e uno stile di combattimento piuttosto flessibile. Sembrava capace di adattarsi in qualche modo alle mie capacità, anche se non riusciva a raggiungerle. Probabilmente era il miglior spadaccino umano che avessi mai fronteggiato e rimasi abbastanza soddisfatta da quell'incontro e anche gli uomini intorno a noi, a giudicare dai complimenti che fecero al giovane. Nessuno mi disse nulla ovviamente e, una volta catturata l'attenzione di drago e cavaliere, mi allontanai dalla piccola folla con lui e Saphira e li ringraziai per ciò che avevano fatto.
Eragon mi disse di avermi vista in sogno, come una visione, e io mi limitai ad accennargli vagamente agli strani eventi che mi erano accaduti negli ultimi mesi. Era chiaro che il ragazzo non aveva la minima idea di che cosa fossero e non avevo intenzione di attirare ulteriori attenzioni su di me.
Mi congedai dai miei “salvatori” non appena mi fu possibile farlo senza apparire scortese e mi ritirai nella stanza che mi era stata assegnata.
Non avevo voglia di passare altro tempo in compagnia, quello era ancora il mondo che avevo scelto, quello in cui ero cresciuta e quello per cui avevo combattuto, tuttavia io ero cambiata. Durza mi mancava come se mi avessero sottratto un arto ed ero sinceramente preoccupata per ciò che avrei dovuto fare da quel momento in poi.
Lo Spettro si era rigenerato, dato che non lo avevano ucciso definitivamente. Ma come? E sopratutto: chi era l'uomo che era tornato? Era lo stesso che avevo lasciato con la promessa di rivederci il giorno dopo? O i suoi spiriti avevano nuovamente preso il sopravvento, come la notte che li aveva evocati?
Non sapevo nulla sulla materia, e nessuno poteva fornirmi ragguagli.
Cosa dovevo fare? Rischiare tutto e lasciare i Varden senza un perché, per lanciarmi nella cieca e pericolosa ricerca dell'uomo che amavo, ma non ero più certa che ricambiasse, non sembrava la migliore delle idee che avevo mai avuto fino a quel momento. Se non lo avessi trovato, o peggio, se avessi trovato uno Spettro sanguinario che mi vedeva come l'ennesima delle sue vittime, a quel punto avrei solo sprecato tempo ed energie che avrei potuto convogliare più facilmente nei miei antichi obiettivi: deporre Galbatorix.
Eppure allo stesso tempo non potevo fingere che gli ultimi sei mesi non fossero mai passati. Ne avevo la prova schiacciante nel ticchettio sempre più forte e sicuro che proveniva da dentro di me, il battito sempre più forte del cuore di nostro figlio.
Dovevo prendere una decisione.

Tuttavia fui sollevata dall'arduo compito il giorno seguente, quando un nano si presentò alla mia porta, ancora prima dell'alba, dicendomi che Ajihad voleva vedermi con urgenza.
Fui condotta in biblioteca, dove presto mi ritrovai coinvolta in un incontro con Ajihad, Jörmundur, Orik, Eragon e Saphira.
«Un esercito di Urgali si trova ad un giorno di marcia da qui» disse il capo dei Varden.
Non dissi nulla. C'era da aspettarselo visto il precedente messaggio intercettato ad un Urgali, in cui si accennava solo vagamente ad un futuro attacco a Tronjheim. Io poi sapevo che l'impero conosceva buona parte dei cunicoli dei nani e poteva raggiungere il covo dei Varden con facilità.
Per le ore seguenti aiutai i nani a fare crollare innumerevoli tunnel sotterranei, così da costringere l'armata a convergere sotto Tronjheim, dove le truppe dei Varden avrebbero potuto tenerli a bada. Un fiume di gente si riversò all'esterno della città, in direzione delle gallerie che avrebbero permesso loro di lasciare il Farthen Dur ed essere scortati nel Surda in caso di sconfitta. Riconobbi sopratutto molti bambini, vecchi e donne. Mi chiesi per l'ennesima volta perché gli uomini non pensassero mai a mettere un'arma in mano alle loro figlie e spose, ma sapevo che il problema aveva radici troppo profonde nella loro cultura: gli uomini era previsto facessero lavori di fatica e le donne era previsto che si prendessero cura di loro e dei loro figli. Donne guerriere erano una rarità assoluta nella loro società prevalentemente maschilista.
Riuscii a procurarmi almeno una giubba corazzata da mettere sopra ai miei pratici abiti da viaggio e sedetti insieme al battaglione a cui mi ero unita, quello dove c'erano anche Eragon e Saphira.
Quella battaglia era un incognito per tutti, ma non avrei permesso che succedesse nulla di male al cavaliere e al suo drago. Avrei tenuto la mente aperta e cercato la coscienza di Durza e, nel caso l'avessi trovata, lo avrei raggiunto immediatamente e avrei fatto il possibile perché lui ritirasse le truppe. Sempre che non fosse sotto l'ordine diretto del re, ovviamente. A quel punto l'unica cosa che avrei potuto fare davvero era colpirlo mortalmente alla testa e metterlo nuovamente fuori gioco per.. quanto? Non sapevo quante ore, o quanti giorni impiegasse uno Spettro per rigenerarsi, ma se fossero state anche solo due ore probabilmente sarebbero bastate per ricacciare le litigiose bande di Urgali.
Mi imposi di respirare con calma e rallentare il battito del mio cuore agitato. Non potevo fare altro che aspettare, vegliare su quel giovane gentile e irrispettoso che era Eragon e sulla pacata creatura che lo accompagnava.
Approfittai della lunga attesa per rinnovare gli incantesimi di protezione su di me, intensificandoli sproporzionatamente nel punto in cui cresceva la mia creatura. Anche quella era una preoccupazione tutta nuova, non ero abituata ad essere cauta nell'espormi al pericolo e mi sembrava che in qualche modo la mia vita mi fosse stata sottratta. Non era più una questione solo mia, c'era qualcun altro in gioco.
Fui io a risvegliare i miei compagni, poche ore dopo, quando le prime grida rimbombarono nel sottosuolo e gli esploratori dei nani riemersero per comunicare la notizia dell'avanzata degli Urgali. A quanto pareva non c'erano uomini dell'esercito imperiale insieme a loro e questo mi fermò ulteriormente nella convinzione che avrei trovato lo Spettro -volente o nolente- al comando delle loro fila.
Finii quasi subito le frecce e mi lasciai assorbire dallo scontro armato, troppo concentrata nel guardare con sgomento quanti Urgali stesse vomitando la terra per poter espandere la mia coscienza per non più di qualche miglio. Di Durza nessuna traccia.
E per i Varden e i loro alleati si stava mettendo veramente male.
La voce profonda di Saphira mi sfiorò la mente: «I Gemelli hanno contattato Eragon. Dicono che ci sono rumori provenienti da sotto Tronjheim, forse gli Urgali stanno aprendo un tunnel sotto la città. Vogliono che andiamo a bloccarli».
Mi guardai intorno ed individuai drago e cavaliere con la coda nell'occhio.
«I Gemelli?» chiesi, improvvisamente sospettosa.
«Ajihad li ha incaricati di supervisionare la battaglia e uno di loro è sopra Isidar Mithrim».
Poi il drago atterrò davanti a me, schiacciando con la sua mole diversi Urgali ed io afferrai istintivamente la mano di Eragon, issandomi in sella dietro di lui e tenendo saldamente la spada nella mano sinistra.
Non mi fidavo affatto dei Gemelli, ma era meglio non ignorare le loro parole, magari stavano semplicemente ubbidendo ad ordine di Ajihad.
Sobbalzai sentendo Saphira ruggire di dolore: un Urgali l’aveva colpita sul petto. Ci alzammo in volo e vidi lo stesso mostro alzare la sua arma, pronto a scagliarla. Mi affrettai ad evocare la mia magia e a colpirlo.
Volammo via dal campo di battaglia, piuttosto instabili.
«Sta bene?» domandai a Eragon, strillando per farmi sentire e evitando di guardare sotto di me. Non avevo mai volato a dorso di drago e volevo evitare reazioni impreviste da parte del mio corpo.
«L’armatura è schiacciata verso l’interno, le da fastidio». La sua voce vibrò di preoccupazione per il suo drago. Mi fece quasi tenerezza.
«Resterò io con Saphira quando atterreremo» mi offrii. «E quando l’avrò liberata dall’armatura, ti raggiungerò».
Così mi accerterò che la convocazione non sia una trappola.
«Grazie» disse lui, un’espressione di puro sollievo in volto.
Ma quando arrivammo su Isidar Mithrim, dove avremmo dovuto trovare almeno uno dei Gemelli, di loro non c'era traccia.
Eragon si accertò rapidamente della condizioni di Saphira, prima di borbottare un: «Buona fortuna», e correre via.
Lo chiamai, invano. Stupido! Eravamo in cima a Vol Turin, la scala infinita, avrebbe almeno dovuto farsi portare alla base di Tronjheim. Come avrebbe fatto a scendere?
Sbuffai, avrebbe aspettato. Il mio compito era liberare la dragonessa e mi accinsi a farlo con delicatezza, sperando di non farle troppo male. Scostai le placche metalliche dell’armatura, lentamente.
«Arya» mi richiamò all’improvviso lei. «Eragon è sceso con lo scivolo. È arrivato illeso».
Che incosciente.
Mentre incastravo le dita tra la seconda placca del pettorale e le squame di Saphira, espansi di nuovo la mente, alla ricerca dei Gemelli. E invece percepii Durza.
«Durza!» esclamai automaticamente, dimenticando per un attimo che sicuramente non poteva sentirmi da quell'altezza.
«Eragon lo ha detto anche a me! Sbrigati a liberarmi, lo sta affrontando da solo e non ha possibilità!»
Il cavaliere lo stava affrontando. Durza. Il mio Durza.
Saphira era allarmata almeno quanto me e un senso di angoscia mi serrò la gola, impedendomi quasi di respirare. Presi a liberare l'armatura con ansia febbrile, senza più preoccuparmi se la cosa fosse dolorosa per lei o meno.
La mia mente era volta ad un unico pensiero: Non avrei lasciato che nessuno dei due uccidesse l’altro.
Perché uno era il primo cavaliere libero da un secolo, e l’altro era l'uomo con cui avevo deciso di vivere una buona fetta della mia vita, l’unica persona al mondo che sarebbe mai stata in grado di rendermi veramente felice. E io non potevo permettermi di perderlo, o avrei perso una non indifferente parte di me stessa.
«Dobbiamo aiutarlo!» gridai, senza capire bene neanche io a chi mi riferissi.
Saphira pensò ovviamente che parlassi del suo cavaliere e mi mandò un'immagine mentale che doveva corrispondere alla condizione di Eragon in quel momento. Una gran brutta condizione.
Strappai l'ultima placca dal suo torace e mi guardai intorno, consapevole di avere solo pochi istanti per prendere una decisione.
E la presi. Richiamai il mio potere e colpii la pietra sotto di me, saltando contemporaneamente in groppa a Saphira. La dragonessa si tuffò in picchiata, eruttando una fiammata gialla e azzurra. Strinsi le cosce sui suoi fianchi per non essere sbalzata via e boccheggiai, travolta dal calore del suo fuoco. Mi prese una fortissima sensazione di vertigine, che mi chiuse la bocca dello stomaco e mi riempì la testa d'aria, ma riuscii a riprendere il controllo di me stessa in misura sufficiente a pronunciare un incantesimo per controllare la caduta dei frammenti di Isidar Mithrim, o altrimenti il mio intento di salvare Durza ed Eragon sarebbe fallito comunque
Intravidi subito le figure dei due combattenti. Eragon era accucciato a terra e mi guardava con gli occhi di chi vede un’apparizione, il volto rigato di lacrime e un lago di sangue che si allargava intorno a lui.
Durza era di spalle e continuava ad ignorare la pressione della mia mente sulla sua, tuttavia si voltò anche lui, quasi lentamente, i capelli rossi schiacciati sotto un elmo nero.
Il tempo parve dilatarsi, mentre il suo viso trasfigurato in una maschera di disprezzo si alzava nella mia direzione. Vidi i suoi occhi ricolmi di sangue, odio e follia, lo stesso sguardo che gli avevo visto ogni volta che era stato in balia dei suoi Spiriti.
Alzò una mano e per un attimo fui certa che sarei stata uccisa dal mio stesso compagno. Tuttavia lo Spettro ebbe una piccola, impercettibile, esitazione. I suoi occhi si schiarirono e la sua voce si riversò, fredda e carezzevole, nella mia mente.
«Arya», disse.
In quella situazione quasi sospesa, il bagliore rosso della spada di Eragon mi parve quasi accecante.
Il cavaliere si scagliò in avanti.
E colpì Durza proprio al centro del torace, dove la placca di metallo che portava sicuramente sotto l'armatura avrebbe potuto salvarlo da molte ferite. Ma non da un colpo diretto.
In un attimo fu tutto finito: Durza urlò e fissò sconvolto la lama conficcata nel suo petto, poi la sua pelle si fece trasparente e poi polvere, che svanì nel nulla. Restai a fissare tre ombre -unico resto del suo corpo- che volteggiavano verso l'alto, attonita.
Saphira atterrò e io scivolai giù dal suo dorso, circondata da una sensazione di irrealtà. La magia che nell'ultimo tratto della discesa aveva sostenuto i frammenti di Isidar Mithrim sfuggì al mio controllo e una parte di essi si fracassò a terra con un gran baccano, distruggendosi in frammenti ancora più piccoli. Vidi a malapena Saphira intenta a proteggere Eragon sotto la sua ala, poi una grossa scheggia si conficcò nel mio braccio destro, così in profondità da toccarmi l'osso.
La tolsi quasi distrattamente, ma la stilettata di dolore non poté distrarmi dall'abisso di orrore nel quale stavo lentamente sprofondando. Caddi in ginocchio davanti agli abiti di Durza e un violenta convulsione mi scosse tutto il corpo, trasformando il mio respiro in brevi spasmi.
A terra davanti a me c'erano la sua armatura, il suo elmo, il suo mantello di pelli di serpente. Riconobbi il pallore della sua spada e lo scintillio dell'incisione sul pomolo di Luna, sfiorai il medaglione con il sole e le lisce pietre quadrate dell'anello di ametiste. Poi da una piccola bisaccia mi giunse un pungente odore di menta.
Qualcuno si inginocchiò accanto a me e mi afferrò le spalle.
«Arya devi guarirti prima di morire dissanguata» disse Angela, mettendomi tra le mani una borraccia e costringendomi a berne un sorso.
La mia gola rimase secca e il sangue continuò a fluire copioso dalla mia ferita al braccio, bagnandomi di liquido caldo i pantaloni.
Strisciai di una iarda all'indietro. A Durza non avrebbe certo fatto piacere se gli avessi macchiato il prezioso mantello, gli piaceva molto. Ricordavo che lo indossava il giorno in cui mi aveva protetta da Lord Barst, la prima volta che avevo sentito il profumo della sua pelle. Magari lo avrebbe indossato anche il giorno della nostra partenza.
«Arya» mi richiamò Angela con un tono dolce e insieme conciliante che mi colpì come una stilettata.
«No» rantolai. E mi venne un conato, ma non vomitai.
«Sei qui da parecchi minuti e hai perso molto sangue. Guarisciti e poi aiutami a guarire Eragon, ti va? Se lui morisse Galbatorix resterebbe sul suo trono per sempre e non è questo ciò che vuoi, giusto?»
«No» ripetei in tono assente, la gola e il cuore dolorosamente serrati in una morsa.
Con un paio di schiaffi ben assestati sul mio viso, Angela la Venerabile mi tirò in piedi e mi trascinò fino al punto in cui giaceva Eragon, riverso sulla schiena e immerso nel suo stesso sangue. Angela lo voltò con delicatezza e rinnovò l'ordine di guarirmi il braccio.
Lo feci, pronunciando la formula con fatica immane, come se avessi della polvere in bocca. A soffocarmi.
Poi la aiutai effettivamente a guarire Eragon, limitandomi a rimarginare i tessuti e dimenticandomi per un breve attimo di dove fossi. Quasi non notai che Saphira stava fornendo sia me che Angela di nuove energie, né mi accorsi della folla di persone che andava radunandosi intorno a noi.
«Basta così» disse lei ad un certo punto. «Al resto ci penseranno le mie erbe».
Mi ripiombò tutto addosso e per un attimo fui certa che sarei morta anche io.
«Venerabile, ti prego..» uccidimi.
Angela sorrise con leggerezza. «Sarà meglio che tu dia una mano con gli altri feriti. Puoi salvare molti di loro da una morte certa, lo sai, ed è tuo dovere farlo. Quando ti sentirai così stanca da non riuscire nemmeno a ricordare il tuo nome, allora potrai cercare una branda e sono sicura che riuscirai a dormire».
Oh sì, salvare vite. Lo facevo da decenni, ma non sempre riuscivo a salvare tutti.
«Prendo io le sue cose» aggiunse, guidandomi al seguito degli uomini che avevano sollevato Eragon e lo stavano portando via. Saphira mi seguì, gli occhi fissi sulla figura del cavaliere.
Arrivammo in un edificio dove, nelle ore seguenti, i feriti si moltiplicarono come funghi. Gli ultimi arrivati annunciarono gioiosi la vittoria e la cacciata degli Urgali, mostrando entusiasmo persino con me, che di solito ero allontanata e guardata con sospetto.
Ajihad arrivò per ultimo e venne dritto nella mia direzione, implorandomi di sanare le sue ferite, così da poter inseguire gli Urgali nei tunnel con un drappello e scacciarli definitivamente dalla montagna.
«Sono vere le voci?» mi chiese poi, le nere sopracciglia unite in un'unica linea.
«Angela è con Eragon» riuscii solo a balbettare.
«E tu sei sfinita. Dovresti riposarti. Puoi portarmi da lui?» aggiunse poi, notando che persistevo nel mio mutismo.
Lo accompagnai alle scale e poi cercai la stanza in cui era stato deposto il cavaliere qualche ora prima. Angela uscì nel preciso istante in cui io e Ajihad arrivammo davanti alla porta e, con un gesto grave e solenne, porse al capo dei Varden una lunga spada sottile, incrostata di sangue, con un graffio lungo la lama.
Ajihad sgranò gli occhi e fissò l'arma per diversi secondi. «Lui è morto?»
«Morto per sempre» confermò Angela.
Gli occhi scuri dell'uomo si riempirono di lacrime, che scivolarono lungo l'ovale del suo viso. In qualsiasi altra occasione mi sarei stupita per l'avvenimento, ma in quel momento lo osservai impassibile e con disinteresse.
«Nadara è vendicata» ringhiò, sigillando le palpebre e prendendo in mano la spada.
Sapevo che Nadara era la madre di Nasuada e che era morta prima che Ajihad si unisse ai Varden.
«La farò fondere» aggiunse Ajihad.
«Eragon ha ucciso lo Spettro, spetterebbe a lui la decisione» osservò Angela.
«Sono certo che approverebbe. Il ragazzo sta bene?»
La donna tentennò. «Sì, meglio» rispose poi, laconica.
«Se hai altri oggetti dello Spettro manderò Jörmundur a prenderli. Vanno bruciati e distrutti».
E detto questo scese le scale di corsa, dimenticando l'intento di accertarsi di persona delle condizioni di Eragon.
«Arya dammi la tua spada e i tuoi pugnali, se ne hai» mi riscosse la Venerabile.
Le porsi Ren, con tutto il fodero, senza neanche perdere il mio tempo a farmi delle domande.
«Ricordi il tuo nome?» domandò, abbozzando un sorriso.
«No» ma il suo sì.
«Bene». Abbassò la voce. «Allora ricordati anche che il tuo bambino ha sette settimane, è grande come un lampone, ma ha già gli occhi quasi formati e il suo cuore pompa il sangue nel suo corpo. E si sta anche muovendo, solo che tu non puoi sentirlo. Tra poche settimane potrai percepire la sua coscienza».
Non ricordo il tragitto, ma sono certa che sprofondai in un sonno senza sogni, forse indottomi da Angela stessa.
Solo quando mi risvegliai capii il senso delle sue azioni. Se fossi stata solo io e avessi avuto Ren con me avrei faticato parecchio a resistere alla tentazione di piantarmela nel cuore.
Ultima modifica di Lalli il 2 giugno 2015, 12:03, modificato 1 volta in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 15 febbraio 2015, 12:37

42. Morte e Vita
Non ebbi il tempo materiale di realizzare quanto fosse accaduto perché tre giorni dopo Ajihad venne ucciso e il giorno seguente Nasuada assunse il ruolo di capo dei Varden.
I bruschi cambiamenti politici che si svolsero in quei pochi giorni mi lasciarono lievemente spaesata per la loro rapidità e allo stesso tempo mi costrinsero a tornare ad essere l'ambasciatrice della mia gente. Fredda, concentrata sul bene superiore e disposta a tutto.
L'unico breve momento in cui ero riuscita ad abbandonarmi al panico più totale era stato il mattino dopo la battaglia del Farthen Dur, quando Jörmundur era venuto a chiamarmi per analizzare gli oggetti appartenuti a Durza. Voleva sapere se celassero dei malefici e non si fidava della rassicurazioni che già Angela gli aveva dato.
Nessun maleficio. Durza non aveva mai stregato le sue armi, lo sapevo alla perfezione.
Avevo sfiorato nuovamente l'impugnatura di Luna, annusato la menta nella sua bisaccia e rigirato tra le mani il piccolo scudo che teneva legato al petto, sul cuore.
Una maledettissima protezione che non era servita a nulla.
Avevo rassicurato Jörmundur con voce gentile, mentre un vuoto sconfinato si scavava nel mio petto, come se una pietra avesse preso il posto del cuore.
Ma non avevo pianto.
Come potevo?
Le persone intorno a me chinavano il capo in segno di rispetto e ammirazione per la mia coraggiosa resistenza e gioivano della morte del mio aguzzino. Eragon era diventato Ammazzaspettri e io sapevo che non avrebbe mai e poi mai avuto l'onore di portare un simile titolo se non fosse stato per il mio prezioso aiuto.
Così mi ero limitata a prendere la catena alla quale erano appesi il sole d'argento di Durza e l'anello di ametiste e l'avevo gettata sul fondo della mia bisaccia, non vista. Poi avevo dovuto assistere al rogo dei suoi abiti e della sua bisaccia, abbandonati in una pira di corpi Urgali. L'odore di menta aveva rinfrescato leggermente quello nauseante della carne bruciata, più di quanto avesse fatto il finocchio che gli uomini usavano gettare sulle braci.
Jörmundur avevo poi preso in custodia l'armatura dello Spettro, il suo elmo, il suo scudo e la protezione che aveva sul cuore. Avevo chiesto di tenere Luna per me. Mi era stato concesso, ovviamente, accompagnato da uno sguardo deferente.
Lo avevo seppellito sotto un cumulo di pietre, mentre una parte di me mi urlava scioccamente di conservarlo al meglio per quando il suo proprietario fosse venuto a riprenderlo.
Ero stata costretta a fasciarmi il braccio perché la mia guarigione era stata troppo frettolosa e imprecisa e dovevo avere subito un qualche danno all'osso, anche solo una piccola crepa. Sanata quella ferita, molte altre continuavano a scavarmi l'animo senza che nessuno potesse anche solo pensare di guarirle.
Avevo aiutato la Venerabile ad analizzare le ferite del cavaliere e a rimarginale, ero andata a salutarlo non appena si era risvegliato, avevo aiutato a spostare i corpi morti degli Urgali con la magia, mi ero scusata infinite volte con Rothgar per avere distrutto la sua bellissima pietra.. Ah e avevo placato l'ira di Ajihad non appena aveva trovato la figlia sul campo di battaglia, vestita da arciere e china a soccorrere il figlio di Morzan.
Mi ero trascinata dall'alba al tramonto in tutta Tronjheim, tenendo il corpo così occupato da non lasciare spazio alla mente di agire e di concentrarsi su ciò che veramente era successo, su cosa e quanto avessi perso in un solo istante.
Dopo la morte di Ajihad -avvenuta sotto i miei occhi- ero anche corsa alla ricerca del giovane Murtagh, che era sparito con i Gemelli. Avrei pensato che si fosse trattato di un loro trucco, ma avevo trovato brandelli degli abiti del figlio di Morzan vicino ad un precipizio e a quel punto era divenuto ovvio che i tre dovevano essere stati gettati sul fondo da una banda di Urgali, come ultimo atto scellerato durante la fuga.
In seguito alla nomina ufficiale di Nasuada mi ritrovai immersa in un clima di gioia e cordoglio insieme e mi resi conto di non sentirmi parte né dell'uno né dell'altro.
Continuavo a ripetermi che il re era ancora vivo e io ero ancora l'ambasciatrice degli elfi; era mio dovere prendere in mano le redini della mia vita ed esercitare il mio ruolo in favore dell'alleanza. Dovevo andare ad Ellesméra e convincere mia madre a concedere nuovamente il suo appoggio ai Varden o sarebbero stati spacciati.
Sembrava che gli ultimi sei mesi della mia vita fossero stati spazzati via in un lampo, tanto che spesso mi ritrovai a chiedermi se non fosse stato tutto un terribile e bellissimo sogno. Ero davvero stata prigioniera di Durza? Avevamo davvero viaggiato insieme fino a Dras-Leona, stringendo una fragile alleanza contro il re?
Ci eravamo davvero amati? Davvero avevamo progettato insieme un futuro?
Il macigno sul petto mi diceva che sì, era tutto reale.
E che era tutto finito.
Ciò che cresceva nel mio ventre confermava che era stato reale, ma suggeriva che tanto doveva ancora cominciare. Ascoltare il lieve e regolare battito del cuore del figlio di Durza divenne quasi un rito giornaliero per me, mi ricordava che io ero viva, che altri erano vivi, che la vita non era finita per tutti.
Angela la Venerabile mi aveva caldamente consigliato di sbarazzarmene perché non impacciasse il mio ruolo all'interno della ribellione. Forse sarebbe stato più facile. Persino gli elfi avrebbero capito la mia riprovevole azione: per la mia razza le nuove nascite erano sacre, ma non c'erano precedenti di sangue di uno spettro e di un elfo mischiati in una sola creatura e il fatto li avrebbe spaventati tanto da ritenere quasi necessario quel tipo di provvedimento.
Tuttavia non volevo.
Forse era una delle decisioni più irrazionali che avessi mai preso da quando ero venuta al mondo, ma non avevo il coraggio e le forze di agire altrimenti. Non volevo diventare madre, non ero pronta, non sarei mai stata capace e il mio bambino non aveva futuro. Però c'era un pezzetto di Durza in lui e liberarmene sarebbe stato come uccidere Durza stesso, di nuovo.
E io ero stanca di morte.
Così non feci nulla.
In parte dolorosamente lucida e in parte ancora confinata in una bolla di apatia, mi chiusi in me stessa, evitando sempre di più la compagnia delle persone che mi circondavano. Mi sentivo fuori posto in mezzo a loro, monca e inadeguata; mi sembrava che ciascuno di loro potesse guardarmi e leggere sul mio volto tutto ciò che era successo tra me e Durza, svelando così quello che era diventato il nostro segreto.
E avevo tutta l'intenzione di farlo rimanere tale.
Stando sola avrei potuto essere me stessa -e forse anche sciogliere il nodo che mi serrava la gola in lacrime bollenti- ma non ne ebbi mai il tempo. C'erano mille cose da fare, da organizzare, da decidere.. I miei doveri divennero la mia prigione e la presenza degli altri acuì sempre più la mia solitudine.

Fui convocata da Nasuada e insieme a lei progettai a tavolino il viaggio che avrebbe portato me, Eragon, Saphira e Orik ad Ellesméra. Il nuovo capo dei Varden parve allarmarsi non appena realizzò che per arrivare ad Ellesméra avremmo impiegato un mese, se non di più, ma poi non poté fare altro che approvare. Il suo progetto di muovere l'intera popolazione del Farthen Dur nel Surda era molto rischioso e privarsi tanto a lungo della presenza del cavaliere doveva spaventarla dato che Eragon era una buona protezione per lei e per i Varden -specie da quando le aveva giurato fedeltà- ma senza un'educazione completa non sarebbe stato altro che l'ombra di ciò che sarebbe potuto diventare.
In qualche modo Nasuada mi diede forza. Mi sentivo vicina a lei: entrambe avevamo perso qualcuno di molto caro e molto vicino ed entrambe dovevamo fingere che nulla fosse successo perché qualcosa di più grande richiedeva tutte le nostre energie per compiersi. La sua forza e la sua tenacia erano decisamente ammirabili per una giovane umana.
«Tornerò a darti il mio aiuto non appena Eragon e Saphira si saranno ambientati ad Ellesméra» promisi.
Lei annuì con decisione. «Ci troverai tutti sani e salvi ad Aberon».
Così, due giorni dopo la morte di Ajihad, io e la mia piccola compagnia partimmo in direzione della Du Weldenvarden.
Casa, finalmente.
Eppure ero certa che non sarei stata a casa mai più, non finché Durza non fosse tornato a prendermi.

Arrivammo ad Ellesméra dopo un mese di viaggio.
Non incontrammo ostacoli particolarmente rilevanti, ma non riuscii ad evitare l'ennesimo scontro con il sacerdote dei Quan, Gannel, anche se fu relativamente breve. Ormai la loro religione mi sembrava innocua se paragonata con quella dell'Helgrind, il semplice vaneggiamento di un popolo credulone paragonato ad una setta di folli assassini. Inoltre non potevo ignorare la loro gentilezza nell'aver fatto dono ad Eragon di un ciondolo che l'avrebbe protetto da chiunque volesse divinarlo, con le stesse funzioni che aveva il sole d'argento che aveva portato Durza e che non avevo ancora trovato il coraggio di recuperare dal fondo della mia bisaccia.
Se da un lato nessuno ostacolò mai la nostra marcia, mi resi presto conto che Eragon il cavaliere e Saphira la dragonessa attiravano guai come i cadaveri attirano le mosche. Nel giro di poco più di un mese i due avevano indisposto il Consiglio degli anziani dei Varden, avevano giurato fedeltà a Nasuada e poi avevano accettato la fratellanza di Rothgar senza chiedere il suo permesso, un membro del clan Az Sweldn Rak Anhuin aveva dichiarato aperta ostilità nei loro confronti e durante la navigazione i due si erano scontrati con un Fanghur, rischiando seriamente di farsi male.
Senza contare la sconfinata e spesso indiscreta curiosità del ragazzo: faceva domande a tutti e in quantità quasi preoccupante, come un bambino che scopre il mondo. Mi chiese di me, della mia famiglia, di Glenwing e di Fäolin. Risposi a buona parte delle domande cercando di non apparire scortese, anche se probabilmente risultavo molto evasiva nelle mie spiegazioni.
La verità era che non volevo passare mai troppo tempo con Eragon Ammazzaspettri: in parte mi faceva tenerezza e accendeva la mia simpatia e un istinto di protezione, dall'altra aveva ucciso l'uomo che avevo amato con tutta me stessa. Non ero ancora riuscita ad ammettere pienamente di avere avuto un ruolo di rilevanza capitale nella sua morte, così scaricai tutto il mio rancore su Eragon, trattandolo con freddezza e distanza. La mia parte razionale sapeva che non era né colpa sua né mia, eppure sentivo il bisogno quasi fisico di individuare un colpevole di tutto quel malessere che mi marciva dentro.
E nonostante ciò ero preoccupata per la sua ferita. Morto Durza era morta anche la misteriosa possibilità di uccidere Galbatorix che portava con sé e il ragazzo ormai era nuovamente necessario ai ribelli, tuttavia non poteva certamente combattere in quelle condizioni.
Il giorno che mi chiese: «Cosa mi ha fatto lo Spettro?» non potei fare altro che controllare la sua ferita, stabilire che tutto sembrava in ordine e scuotere la testa sconsolata.
Che hai fatto, Durza? Di quale oscuro maleficio hai impregnato le sue ossa?
Questi miei pensieri mi portarono ad un comportamento quasi bipolare nei suoi confronti e sia lui che Saphira finirono per accorgersi che qualcosa non andava in me.
E una sera, mentre insegnavo loro i fondamenti delle regole della buona educazione elfica, Eragon mi esplicitò la loro preoccupazione per il mio benessere.
«Ho paura» risposi semplicemente.
E in due parole riassunsi tutto il turbamento delle ultime settimane. Avevo paura perché Durza mi aveva lasciata sola, perché una vita cresceva nel mio corpo, perché l'enorme segreto che stavo celando al mondo mi stava uccidendo, perché il re era nuovamente irraggiungibile e imbattuto, perché si avvicinava il giorno in cui sarei tornata tra la mia gente e avrei dovuto mentire nuovamente a tutti senza poterlo realmente fare, perché avrei dovuto affrontare mia madre dopo tutti i danni che aveva causato ai Varden.
Sapevo, da quello che mi avevano detto gli elfi della pattuglia di confine, che avrei trovato mia madre in condizioni pietose.
«Nessuno riusciva più a divinarti, quindi abbiamo dato per scontato che tu fossi ormai scivolata nelle ombre. Islanzadi Dröttning ha molto sofferto quando ha saputo della tua morte. Si è chiusa come un riccio, rifiutando cibo e acqua per giorni. Abbiamo creduto che avremmo perso anche la nostra regina, oltre alla nostra ambasciatrice» mi aveva raccontato Narì.
Tuttavia non mi sarei mai aspettata di ritrovarmi con le braccia magre di mia madre strette intorno al collo e di sentirle chiedermi scusa per le sue azioni passate, per di più davanti a tutti i consiglieri della sua corte.
Ne rimasi basita, infastidita e anche un poco offesa. Sarebbe bastato fingere di morire settant'anni prima per ottenere l'amore e il rispetto della mia genitrice? E si aspettava anche che io fingessi di dimenticare gli aspri rimproveri, gli sguardi indifferenti, l'immensa solitudine che avevo provato il giorno in cui mi aveva bandita dalla mia stessa casa, costringendomi a cantarmene una tutta mia?
La regina mi afferrò le mani. «Arya io ti voglio bene. Tu sei tutta la mia famiglia. Vai se devi, ma a meno che tu non voglia rinnegarmi, vorrei riconciliarmi con te» disse in tono melodioso.
Dovetti trattenere una risposta sgarbata, dato che non ero certo io quella che per prima l'aveva rinnegata, ma un lieve guizzo dei suoi grandi occhi neri mi portò a guardarmi intorno. Intorno a me, seduti sui loro scranni, con le nobili fronti corrugate, i consiglieri ci guardavano con intensità, in palese attesa di una mia risposta.
E capii immediatamente di non potermi permettere una risposta sbagliata.
«No, madre. Non me ne andrò» sputai fuori a fatica, senza sbilanciarmi in un vero e proprio perdono.
E mi costrinsi a ricambiarla quando lei mi abbracciò.
Dopo aver letto la lettera di Nasuada e aver dichiarato riaperta l'alleanza con i Varden, Islanzadi tornò a concentrarsi su di me e mi pose la domanda per la quale mi ero tanto preparata nell'ultimo mese. Mi accinsi a ripercorrere i primi mesi della mia prigionia, impassibile, celando invece gli ultimi, come avevo già fatto con Ajihad e Rothgar.
Däthedr si alzò addirittura dal suo scranno e mi rivolse parole gentili, che rischiarono pericolosamente di incrinare il muro di fermezza che avevo costruito intorno al mio cuore instabile. Lui era stato uno dei miei pochi veri amici ad Ellesméra, insieme a Glenwing, Fäolin e Rhunön e ritrovarlo, dopo tutte le persone care che avevo perso, fu come trovare una scialuppa inaspettata in una nave che affonda.
Il discorso tra me e mia madre era tutt'altro che concluso e me lo dimostrò quando, dopo il banchetto dato in onore dei nostri ospiti, mi guidò con sé nelle sue stanze, dove preparò un tè per entrambe e mi invitò a sedermi. Desideravo solo ritirarmi in una stanza tutta mia, con delle pareti a dividermi dal resto del mondo, ma non potevo certo sottrarmi ad un colloquio con la mia regina.
Islanzadi mi disse che mi aveva fatto preparare la mia vecchia stanza lì nel palazzo di Tialdrì e che avrei potuto trascorrere lì tutto il tempo che desideravo.
«Puoi non credermi, figlia mia, ma sono davvero spiacente per tutto il dolore che ti ho causato in passato» proseguì poi.
«Mi hai praticamente costretta a concederti il mio perdono di fronte ai consiglieri. Mi è difficile credere alle tue parole quando cerchi di ottenere subdolamente ciò che dovresti riguadagnarti».
Islanzadi assunse un'espressione sconcertata, forse colpita dalla mia schiettezza, ma poi si affrettò a farla sparire dal suo volto, a favore di una più rilassata. «Cosa farai ora, Arya?»
«Aspetterò qualche settimana, giusto per assicurarmi che Eragon e Saphira si trovino a loro agio ad Ellesméra e con Oromis e Glaedr, e poi tornerò dai Varden, com'è mio dovere. Nasuada sta spostando tutti i ribelli nel Surda e le ho promesso che sarei tornata a darle il mio aiuto il prima possibile».
«C'è ancora quell'organizzazione di maghi dilettanti a proteggerla?» domandò mia madre, lievemente sprezzante.
Esitai qualche istante. «Ho incontrato la Venerabile durante la battaglia del Farthen Dur».
A quell'informazione parve riscuotersi. «Avresti potuto invitarla qui, ormai saranno cinque decenni che non viene a farci visita».
«Ha espresso lei stessa l'intenzione di stare vicina a Nasuada, e io ho pensato che sarebbe stata in ottime mani».
Non era stato così semplice in realtà. Angela era venuta a parlarmi il giorno prima della partenza per Ellesméra e mi aveva chiesto se avessi preso una decisione in merito a mio figlio. Saputa la mia risposta, aveva dichiarato di sentirsi combattuta e di non sapere se seguire me nella Du Weldenvarden o Nasuada nel Surda.
«Entrambe avete qualcosa di parecchio interessante in progetto» aveva detto. «Ma credo che resterò con la figlia di Ajihad, sarò molto più utile qui. Te ricordati le mie raccomandazioni» aveva aggiunto gettando un'occhiata al mio addome. «Mi sento terribilmente vecchia quando dispenso consigli agli elfi!»
E con una sonora risata se n'era andata, augurandomi la buona notte.
«Molto saggio da parte sua. Lei sa sempre cosa fare» stava dicendo Islanzadi.
La sbirciai discretamente. Era decisamente più magra di quanto la ricordassi e i suoi occhi nerissimi sembravano più spenti. Le credevo, per quanto riguardava la sua preoccupazione nei miei confronti, ma non ero sicura di potermi affidare completamente a lei, non dopo l'eccessiva fragilità che aveva dimostrato negli ultimi mesi. Ma l'odio e il disprezzo che avevo provato nei suoi confronti andava lentamente scemando, trasformandosi in pena, e il mio astio si era sciolto, tanto che non sentivo più il bisogno di fare la sostenuta di fronte a lei, anzi, sentivo quasi il dovere di non parlare di nulla che potesse farla soffrire ulteriormente.
Però c'era almeno una domanda che bruciava sulla mia lingua da troppo tempo.
«Madre conosci un'elfa di nome Aiedail?»
Per la terza volta da quando avevamo cominciato quella conversazione, la regina perse la sua aria regale a favore di un'espressione sconvolta e persino spaventata.
«Non pronunciamo il suo nome da quasi un secolo» disse in tono faticosamente controllato. «Come hai saputo della sua esistenza?»
«Lo Spettro non si è limitato a torturarmi, ha passato anche lunghe ore a parlarmi per cercare di persuadermi». Tu mi piaci, Elfa. «E ha detto di avere incontrato Aiedail diversi anni fa. Prima di andarsene per sempre lei gli ha raccontato la sua storia, una storia che ha te come protagonista».
Era una frase un poco zoppicante, ma era l'unica che potessi dire senza mentire. Volevo far passare l'idea che Alba fosse morta, non so spiegarmi per quale motivo, forse perché non volevo che mia madre si allarmasse, ma di sicuro fui ricompensata per la mia prudenza, diversi mesi dopo.
Islanzadi mi rispose con cautela. «Ciò di cui parli, figlia mia, è il primo dei molti errori da me commessi da quando sono salita al trono nodoso. Tuo padre era morto da pochi decenni e io non ero ancora riuscita a superare la sua dipartita quando scoprii, quasi per sbaglio, una di noi intenta a praticare arti oscure. Quando la interrogai circa le sue intenzioni, ella non cercò nemmeno di celarmele e mi confessò di stare lavorando ad un incantesimo per riportare in vita la gemella, morta durante la battaglia di Ilirea. La sua follia mi fu evidente fin da subito, così la imprigionai e la sottoposi al giudizio segreto dei miei consiglieri. La maggior parte di loro avrebbe voluto tenerla semplicemente d'occhio e prendersi cura di lei, ma poi dovettero tutti sottostare alla mia crudele decisione. Io avevo cercato disperatamente di convivere con la morte del mio compagno per quella che mi era sembrata un'eternità, avevo resistito ad ogni possibile tentazione e avevo assunto le redini del regno. E mentre io facevo tutto quello c'era qualcuno che aveva osato pensare di poter recuperare una persona cara. Forse fui così dura con lei perché in fondo aveva avuto il coraggio di fare ciò che io avrei tanto voluto tentare, ma che avevo evitato per codardia».
«Non è una giustificazione» dissi, chiedendomi allo stesso tempo come avrebbe reagito se avesse saputo che la sua unica figlia si era innamorata dell'uomo che aveva ucciso il suo compagno, mischiando infine il sangue di Evandar con quello di Durza lo Spettro.
La regina mi guardò con occhi umidi. «Non lo è. Ma perdere il tuo compagno significa perdere una persona fondamentale, è quasi come perdere un figlio. Evandar era l'elfo con il quale mi ero sentita in sintonia perfetta, colui che avevo scelto, colui che mi avrebbe sostenuta in tutto.. Non credo di potertelo spiegare, figlia mia. Quando lo proverai allora lo saprai».
Serrai i denti e battei rapidamente le palpebre per dissipare le lacrime.
«Perché hai tenuto il segreto per tutti questi anni?»
«Inizialmente temevo che un simile episodio potesse minare la mia autorità sugli elfi, in seguito sia io che i miei consiglieri abbiamo ritenuto inutile rendere pubblica la questione. Aiedail non aveva amici, aveva allontanato tutti dopo la morte della gemella, e nessuno si è mai posto domande sulla sua scomparsa. Probabilmente hanno creduto che si sia trasferita ad Osilon o in qualunque altra città della Du Weldenvarden. Deve essersi nascosta per tutti questi anni e aver recuperato parte delle sue memorie prima di morire. Sia io che i consiglieri portiamo ancora sulle spalle il peso delle nostre colpe» concluse chinando il capo. «Questo mi svaluta ulteriormente ai tuoi occhi?»
«Non preoccuparti di questo madre» svicolai, non potendo mentirle apertamente.
«Vorrei che tu ed io passassimo più tempo insieme da domani in poi». Mi sorrise. «Vorrei che diventassimo la famiglia che a causa mia non siamo mai state».
Mi irrigidii un poco. «Non è tanto facile per me».
«Lo so e mi dispiace. Ho sempre scaricato troppe pressioni su di te. Volevo che tu diventassi come tuo padre e prendessi il mio posto sul trono nodoso, non mi sono mai sentita pienamente in grado di occuparlo, mentre tu avresti la tempera giusta per un simile ruolo, lo hai dimostrato con la tua impossibile resistenza».
«Non voglio più parlare del passato. Prima hai garantito ad Orik e ad Eragon che avresti nuovamente accordato il tuo aiuto ai Varden, ora io ti chiedo di mantenere la parola data».
«Ho tutta l'intenzione di farlo. Già da domani i fabbri si metteranno all'opera e l'esercito elfico sarà pienamente riformato. Sono più di cento anni che siamo qui nascosti al sicuro e voglio che tu sappia che i nostri movimenti saranno lenti e cauti, non perché siamo dei codardi, ma perché non ci siamo ancora ripresi dalle perdite subite ad Ilirea. La nostra razza rischia sempre di più l'estinzione».
«Ed è questo a turbarti?»
«Questo e molte altre cose, ma manterrò il mio impegno».
Annuii. «Avrei un'ultima domanda per te».
«Si tratta di Fäolin e Glenwing non è vero?» intuì lei, guardandomi tristemente negli occhi.
«Hanno avuto una loro cerimonia di addio?»
«Sì, Arya. La pattuglia di Osilon ha portato ad Ellesméra i loro corpi trasfigurati dalle fiamme. Abbiamo cantato dei fiori su di loro. Se vuoi domani incaricherò qualcuno di accompagnarti nel loro luogo di fioritura».
«Ti ringrazio» dissi, in evidente tono di commiato. «Buona notte madre».
Islanzadi parve sul punto di alzarsi ed abbracciarmi, ma dovette cambiare idea perché spense il movimento sul nascere. «Mi sono messa in contatto con Glaedr e Oromis e mi hanno riferito che domani mattina, non appena Eragon e Saphira si saranno svegliati, verranno a prenderli per cominciare immediatamente con le loro lezioni. Vorrei che tu ci fossi, Eragon e Saphira potrebbero sentirsi più a loro agio con te nei paraggi, dato che ti conoscono un poco».
«Certo madre, verrò».
«Mando qualcuno a chiamarti un paio d'ore prima dell'alba».
«Verrò direttamente sotto l'albero a loro assegnato, non c'è bisogno che tu mi mandi a chiamare».
«D'accordo. Buona notte figlia mia. Sono immensamente felice che tu sia a casa al sicuro, anche se solo per poche settimane». E mi sorrise.
Le feci un cenno e sparii oltre la porta, per poi raggiungere quasi automaticamente la mia stanza, dove entrai con un sospiro di sollievo. L'ambiente mi era quasi estraneo, dopo tanti anni passati fuori dal palazzo, ma riconobbi alcuni dei miei oggetti personali, che mia madre doveva aver fatto trasportare lì, ormai sicura che mi sarei trattenuta sotto il suo stesso tetto.
Quando lo proverai lo saprai.
Tirai un respiro appena più forte.
Era passato un mese e pochi giorni. Era un tempo brevissimo paragonato ai lunghi anni che mi aspettavano, ed effettivamente era passato fin troppo rapidamente, come se il tempo si ribellasse al significato che io volevo imporgli: per me tutto si era fermato nel momento in cui avevo sentito l'urlo grondante di dolore di Durza, quando Eragon gli aveva trapassato il cuore, eppure da quel momento il sole aveva continuato il suo corso, la primavera era esplosa in tutto il suo splendore, Nasuada doveva avere ormai raggiunto il Surda con tutti i Varden al seguito e chissà quanti altri eventi si erano scatenati in tutta Alagaësia.
A nessuno importava della sua scomparsa, mentre io avevo perso il conto delle volte che mi ero voltata, a cercare i capelli rossi di Durza, pronta a ridere ad una sua battuta; delle volte che avevo desiderato poter scaricare i miei turbamenti sulle sue labbra; delle volte che avevo lottato contro il sonno, terrorizzata all'idea di incontrare il suo volto e la sua voce nei miei ormai regolari sogni elfici; delle volte che mi ero svegliata, sentendo il vuoto dato dalla mancanza delle sue dita sotto al mio cuore; delle volte che avevo aspettato che qualcosa mi dimostrasse che era effettivamente morto per sempre.
E le dimostrazioni erano arrivate, lentamente, poche al giorno. Ma in quel momento parvero scaricarsi sulle mie spalle con violenza inaudita, quasi piegandomi a terra.
Mi spogliai e mi concessi un bagno tiepido, nel vano tentativo di calmarmi e mantenere salda e lucida la mia mente. Sciolsi gli incantesimi che avevo applicato sul mio corpo e scrutai per lunghi minuti la lieve rotondità che ormai deformava il mio ventre altrimenti piatto, poi allungai un delicato tentacolo mentale per percepire la semplice coscienza con la quale potevo già mettermi in contatto da diverse settimane. Non lo facevo spesso, sia perché temevo di nuocere alla coscienza del mio bambino, sia perché non vi era nulla di interessante da esplorare, se non la sua semplice esistenza.
Il mio tempo era scaduto. Il bambino sarebbe probabilmente sopravvissuto e ormai era troppo tardi per avvelenarlo con delle erbe. Non avevo propriamente deciso di tenerlo, mi ero limitata a non ucciderlo.
Forse in futuro me ne sarei pentita, perché nemmeno gli elfi sono esenti dalle problematiche che una gravidanza comporta, come l'appesantimento e l'impaccio dei movimenti, ma avrei continuato a fare il mio dovere nei limiti del possibile, nascondendo alla mia gente la presenza della mia creatura con gli stessi incantesimi che avevo applicato su me stessa prima di raggiungere la Du Weldenvarden.
Ma non mi ero ancora posta il problema di cosa avrei fatto con mio figlio, una volta che fosse nato. Come potevo prendermi cura di lui, da sola e nella mia complicata situazione? Sarei stata una madre ancora peggiore di Islanzadi, senza dubbio. Forse avrei potuto abbandonarlo in un villaggio umano e lasciare che qualcun altro se ne prendesse cura, ma non ero certa che gli uomini sarebbero mai riusciti ad accettare un neonato con le orecchie appuntite e magari anche gli occhi rossi come braci ardenti. E nemmeno gli elfi, come anche nani, urgali e gatti mannari.
Non avevo le forze per pensarci, era troppo presto.
«Elfa farmi diventare padre così all'improvviso è stato un gran brutto colpo!»
Durza era veramente diventato padre all'improvviso, ma non avevo potuto vedere la sua espressione nel venire a conoscenza della notizia. Quella vera.
Mi asciugai e indossai una veste da notte che era stata messa a mia disposizione sopra il materasso. Poi realizzai all'improvviso che era la prima volta da più di un mese che ero veramente sola, non minacciata dall'imminente arrivo di qualcuno, con quattro muri a nascondermi nel loro abbraccio.
Durza.
Durante il viaggio fino ad Ellesméra ero passata dalla negazione del fatto alla rabbia irragionevole nei confronti di Eragon. Poi avevo tentato di spiegarmi che ciò che era successo era stato che un caso, un terribile incrocio di coincidenze e di parole taciute, non colpa mia, non di Eragon, non di Durza.
Mi ero semplicemente lasciata prendere in giro da me stessa. Avevo sempre creduto di essere una persona solitaria, di poter vivere con me stessa per il resto della mia vita, mantenendo così stabile il fragile equilibrio che avevo costruito dopo che mia madre mi aveva cacciata. Avevo creduto di amare Fäolin perché lui era incluso in quell'equilibrio, non lo turbava, non lo incrinava, anzi, mi aiutava a regolarizzarlo.
Poi avevo imparato ad amare e comprendere il suo assassino e mio aguzzino, la prima vera persona con la quale mi ero sentita pienamente me stessa, senza limiti e senza freni. Per lui mi ero dovuta mettere in gioco, ero stata costretta a dubitare di tutto.. e a stravolgere quell'equilibrio sul quale avevo fatto tanto affidamento.
E tra le sue braccia avevo vissuto pienamente, per la prima volta da sempre, concedendo ad una buona parte di me di abbandonarsi alla sua rassicurante presenza, di fondersi con lui.
Con la sua morte quella parte di me non mi era stata restituita e in quel momento mi sembrava di non potere mai e poi mai recuperarla. Se guardavo al mio futuro vedevo solo una grigia vita di doveri e nobili ideali, vuota e arida.
Il groppo che mi stava stringendo la gola si fece insopportabile.
Insonorizzai la mia stanza.
Durza mi avrebbe certamente chiesto se per caso volessi stare da sola con lui, con un ghigno sfottente stampato in volto e gli occhi ardenti di affetto e desiderio.
Mi raggomitolai sul letto vuoto e freddo.
E scoppiai a piangere con una forza che nemmeno sospettavo potesse ancora celarsi dentro di me, il corpo squassato da singhiozzi così profondi e frequenti da lasciarmi ansante. Mi coprii gli occhi con le mani e lasciai che le lacrime colassero sulla mia pelle e sulle mie labbra, cariche di tutta l'amarezza e la disperazione che si era accumulata sul mio cuore.
Durza era morto.
Non avrei mai più sentito la sua voce, baciato le sue labbra sempre ruvide, scompigliato i suoi capelli rossi e stretto le sue mani. Non l'avrei mai più rimproverato per i suoi commenti inadeguati, mai più sfidato a un duello con le spade, mai più strappato al controllo dei suoi spiriti, mai più condiviso i miei pensieri e i miei sogni con lui.
Non avrei mai potuto vivere con lui la gioia di tenere tra le braccia nostro figlio, non saremmo mai partiti alla ricerca di posti meravigliosi, non avremmo mai scoperto come potesse essere una vita normale insieme, non avrei mai potuto vedere sciogliersi le ombre del suo passato dai suoi occhi.
Durza era morto.
Prima che ci fosse concessa un vera occasione di amarci e dimenticare gli errori del passato, era morto.
E non c'era incantesimo, non c'era sforzo, non c'era abilità alla quale poter far riferimento per cambiare l'ordine delle cose. Ero impotente. E sola. Lo sarei stata per sempre.

Non dormii quella notte. Alternai momenti di dolore cocente a momenti di totale indifferenza e passai di conseguenza ore sommersa dal pianto e dalla disperazione e ore a fissare il vuoto.
Il mattino seguente ero esausta e svuotata di ogni emozione. La gola mi bruciava per il pianto e le grida che avevo lasciato libere e la sensazione non si estinse nemmeno quando mi concessi un grande bicchiere d'acqua per placare il singhiozzo che era sopraggiunto.
Era quasi l'alba, così mi costrinsi ad uscire dal bozzolo della mia sofferenza e mi lavai il volto con acqua fresca, provvedendo poi a cancellare i segni del mio sfogo con la magia. Con il cuore in gola, applicai nuovamente gli incantesimi al mio ventre, poi indossai morbidi e puliti abiti elfici e riposi con cura quelli di pelle sul fondo della cassapanca, insieme alla cintura. La piccola bisaccia che vi era agganciata si aprì e sparse il suo contenuto a terra. Sobbalzai alla vista del sole d'argento e dell'anello di ametiste, mi ero totalmente dimenticata della loro esistenza da quando Eragon aveva ricevuto il suo ciondolo a forma di martello e la loro vista minò il debole sforzo appena compiuto per incastrare tra loro le schegge in cui si era frantumato il mio cuore.
Li raccolsi con mani tremanti e li riposi nella cassettiera, ben nascosti sotto i vestiti di pelle, serrando la mascella per mantenere un contegno e non scoppiare nuovamente in lacrime. E lì li avrei lasciati fino alla mia partenza per il Surda, quasi un mese dopo.
Mia madre non mancò di irritarmi con i suoi comportamenti sciocchi nemmeno quella mattina, minando seriamente la flebile fiducia che le avevo concesso la sera precedente. Fortunatamente, dopo che Eragon e Saphira si furono allontanati con i loro maestri, Däthedr mi invitò immediatamente a seguirlo per raggiungere i fiori di Glenwing e Fäolin, così non dovetti affrontarla nuovamente, non subito almeno.
Io e Däthedr camminammo per un paio d'ore prima di raggiungere la radura aperta dove le piante potessero crescere, perché nessun albero sarebbe mai riuscita a sopravvivere sotto i giganti di Ellesméra, dove il sole non poteva raggiungerli. Per i primi minuti restammo in silenzio e io ne approfittai per riassaporare gli scorci familiari della città e della foresta limitrofa.
Una parte di me, quella più istintiva, gioiva del mio ritorno ad Ellesméra, non c'era un posto simile in nessun angolo di Alagaësia e il mio sangue aveva sempre sentito il richiamo ammaliante della mia terra. D'altra parte ingannare gli uomini era infinitamente più semplice che ingannare gli elfi e non potevo assolutamente permettermi di fare passi falsi finché camminavo tra la mia gente.
Sapevo che avrei dovuto lasciare la Du Weldenvarden il prima possibile, ma sul momento mi godetti tutte le sue meraviglie, lasciando che mi riempissero gli occhi e l'anima. Non volevo passare mai più una notte simile, era stata probabilmente la più orribile della mia vita. Non mi ero mai sentita così annichilita, impotente e incapace come nel momento in cui avevo realizzato che non c'era rimedio per ciò che era accaduto nel Fathen Dur.
I morti sono irrecuperabili e sono il più grande tormento dei vivi.
Däthedr mi parlò a lungo di ciò che era successo nella Du Weldenvarden, mettendomi al passo con ciò che avevo perso negli ultimi sei mesi.
«Mi spiace per ciò che è successo ieri al cospetto di noi consiglieri» disse infine, con una morbida nota di indignazione.
«Non hai colpe per le azioni patetiche di mia madre» risposi senza mezzi termini.
L'elfo tacque a lungo prima di rispondermi. «Non l'hai vista quando ha saputo del tuo rapimento. Ha cominciato a rivivere solo quando le è giunta voce che ti stavi avvicinando ad Ellesméra. Non sarebbe mai riuscita a superare anche la tua morte, dopo quella di Evandar».
Mia madre era debole, non era colpa sua, ma era così. Non volevo e non dovevo assolutamente emulare il suo comportamento, nonostante ci fossero molti punti in comune nelle nostre rispettive storie.
«Ha ancora l'appoggio del consiglio?» domandai, cominciando a capire la situazione.
«Molti di noi non hanno preso bene la sua reazione nei confronti dei Varden. La reputavamo sciocca e impulsiva, dettata dal dolore più che dalla ragione».
«Perché effettivamente è così» lo rassicurai. «Rischia di perdere il suo ruolo?»
«No, Arya. Nessuno la vorrà deporre fino a che Galbatorix non sarà sconfitto, sempre che non mostri altre pericolose debolezze ovviamente». Mi rivolse un sorriso gentile. «Molti hanno fatto il tuo nome come auspicabile successore di Islanzadi».
Scossi la testa. «Te più di tutti gli altri consiglieri sai benissimo che non è il ruolo che desidero».
«Lo so bene, ma forse prima o poi cambierai idea. Tua madre ti ha indicata come sua erede, hai l'appoggio del consiglio e le buone qualità di una regina. Se ti sottraessi al compito getteresti la corte nel caos».
Aprii e chiusi le mani, a disagio. Conversare nell'antica lingua era diventato quasi difficile per me, dopo mesi passati a mentire con disinvoltura nella lingua degli uomini e non ero abituata a sentire Däthedr ripetermi le stesse parole che per anni erano state solo sulla bocca di mia madre. Non volevo ulteriori complicazioni e non volevo lasciare un margine di possibilità per coloro che volevano vedermi sul trono nodoso, un giorno.
«Non voglio diventare regina» dissi con sicurezza. «Voglio solo essere sicura che l'autorità di mia madre non sia indebolita in questo momento, voglio sapere se gli elfi risponderanno alla sua chiamata quando ordinerà loro di marciare su Uru'baen».
«Puoi stare certa che risponderanno. Siamo rimasti nascosti per un secolo, ma tutti noi ricordiamo il dolore delle perdite causate dalla battaglia di Ilirea e siamo pronti a vendicarci».
«Mi dispiace, tendo a dimenticare le vostre sofferenze. Io non ho vissuto come voi quei giorni».
«Hai perso un padre» mi fece notare.
«Non ho avuto il tempo di conoscerlo».
Sorrise. «Quanto rimarrai ad Ellesméra?»
«Solo un paio di settimane».
«Tua madre non ti ha ancora parlato dell'Agaetì Blödhren, vero?»
Increspai la fronte. «Cade quest'anno?»
«E proprio in questo periodo. È un evento che si verifica abbastanza raramente, non credo che dovresti perderti il tuo primo».
Del resto potrebbe anche essere l'ultimo.
«Potrei rimanere una settimana in più» abbozzai.
«Forse dovremmo anche nominare un'altra scorta per te. Islanzadi Dröttning sarebbe certamente più tranquilla se non viaggiassi sola fino al Surda, quando dovrai partire».
«Non ne avrò bisogno» dissi, fin troppo precipitosamente. «Non sono più la custode dell'uovo e quando ero ambasciatrice viaggiavo spesso da sola».
Non avevo bisogno di una scorta, non volevo altri due elfi a prendere il posto di Glenwing e Fäolin e a rendere il mio viaggio un ulteriore momento di tensione. Gli elfi erano quelli che potevano più facilmente scoprire il mio segreto e non volevo portarmi il rischio con me.
«La questione sarà sottoposta al consiglio» disse Däthedr gravemente. «Nessuno vuole che si replichi ciò che ti è già successo. Anche se adesso Durza lo Spettro è morto e non c'è nessuno potente come lui tra gli sgherri di Galbatorix, potresti comunque incontrare avversari temibili».
Mi arresi. «So che queste decisioni spettano al consiglio, ma vi prego di non farvi influenzare dal passato. Quella notte siamo stati incauti e una cosa del genere non si ripeterà mai più».
«Terremo conto della tua opinione» mi assicurò Däthedr.
Mi lasciò in una valle ricolma di fiori.
«Abbiamo cantato i fiori per Glenwing e Fäolin insieme a quelli dei caduti della battaglia Ilirea. Ritenevamo che meritassero un simile onore e le loro famiglie hanno accettato».
E detto questo Däthedr si affrettò ad indicarmi le targhette di legno con le graziose incisioni dei loro nomi e tornò rapidamente a palazzo, dove avrebbe avuto una riunione con Islanzadi e i consiglieri di lì a poche ore.
Guardai la pervinca dedicata a Fäolin e le campanule dedicate a Glenwing e li trovai molto appropriati, anche se mi dispiacque non essere stata presente alla cerimonia di addio. Erano molto rare nella nostra foresta e non avevo mai assistito a nessuna, nonostante sapessi le modalità: il corpo veniva sepolto nella nuda terra e su di esso veniva cantato un fiore, un arbusto o un albero che ricordasse il defunto, così che esso potesse crescere sfruttando i suoi resti. Altri lasciavano istruzioni affinché il loro corpo venisse bruciato e le ceneri sparse al vento o sulle rive di un fiume. Qualcuno suonava, qualcuno cantava, si leggeva una poesia o dedicava una memoria e poi si lasciava una piccola targhetta con il nome del defunto inciso sopra.
Avrei tanto voluto che anche a Durza fosse stata concessa una cerimonia, anche semplice, qualcosa di più della sepoltura di Luna sotto un mucchio di pietre grezze.
Restai davanti ai loro fiori per tutto il pomeriggio e mi mossi verso Ellesméra solo quando il sole era ormai tramontato. Riflettei a lungo su quante persone avessi perso in così breve tempo, del resto non erano passati neanche otto mesi da quando, in un momento di lucidità nel bel mezzo del terrore, avevo usato tutte le mie energie per mandare a Brom l'uovo di Saphira. Avevo perso il mio amico fraterno Fäolin, il mio più affidabile accompagnatore Glenwing, Durza e anche Ajihad. In pochi mesi mi ero vista spazzare via tutti coloro che in qualche modo avevo considerato i pilastri portanti della mia esistenza.
Chi mi rimaneva ormai? Mia madre, la donna che in passato mi aveva ripudiata? O forse Däthedr, il mio vecchio amico ormai convinto che il mio posto fosse sul trono nodoso? O Rhunön, la rozza e anziana elfa che non vedevo da un paio d'anni?
Meditai per molte ore, piansi ancora alcune lacrime silenziose e verso sera mi sentivo decisamente più rilassata, leggera e libera. Il dolore per i morti non era svanito, ma in qualche modo si era sfogato.
Dietro sua insistenza, cenai con mia madre, che mi informò dei primi preparativi della festa dell'Agaetì Blödhren, ai quali sarebbero seguiti immediatamente quelli dell'esercito elfico, che si sarebbe messo in marcia in non più di un mese. Il tavolo della sala dei banchetti era terribilmente ridicolo quando eravamo solo io e lei a consumare i pasti. Rettangolare e lunghissimo, eravamo sedute ai suoi due capi, ad almeno tre iarde l’una dall’altra.
«Vorrei che tu rimanessi per la Celebrazione e vorrei che ti prendessi l'impegno di mostrare Ellesméra ad Eragon e Saphira. Fa' vedere loro tutte le nostre meraviglie e falli innamorare della nostra foresta. Se il re sarà mai sconfitto grazie a loro, allora avranno più autorità loro due di tutti i regnanti di Alagaësia messi insieme e la loro amicizia potrebbe risultarci molto vantaggiosa» mi disse lei.
Acconsentii senza fare storie e mi impegnai ad andare a prenderli la sera seguente, dopo la loro lezione con Glaedr e Oromis.

Tre settimane dopo lasciai Ellesméra in direzione di Aberon, con l'accorata benedizione di mia madre e dell'intero consiglio, sola.
Molte cose erano accadute in quei pochi giorni e non tutte esattamente piacevoli.
Il rapporto con mia madre rimaneva piuttosto ambiguo: lei insisteva nel comportarsi come se non mi avesse mai fatto nulla di male in vita sua e io continuavo in parte a disprezzare certi suoi atteggiamenti. Però le volevo bene e cercavo di non ferirla con affermazioni fuori luogo e di ubbidirle in quanto mia regina.
Avevo passato molte ore sui fiori di Fäolin e Glenwing e ripreso i contatti con Rhunön, la mia vecchia nutrice e amica. Era probabilmente l'elfa più vecchia della foresta ed era l'unica abitante della Du Weldenvarden abbastanza schietta da sostenere che gli elfi erano cambiati in peggio dal loro patto con i draghi.
«Ricordo ancora quando gli elfi facevano altro con le loro spose, oltre a guardare le stelle» era solita borbottare, non appena si accennava alla carenza di nascite nel nostro popolo.
Avevo persino scritto una poesia per l'Agaetì Blodhren. Parlava di vita e di morte, ovviamente. Avrei potuto fare di meglio, ma il mio animo non riusciva a concentrarsi su temi diversi in quei momenti.
Se quelli erano stati aspetti positivi, Eragon si era prontamente impegnato a fare crollare il mio castello di semi-serenità, insistendo, a più riprese, in uno sbadato e zoppicante corteggiamento, che mi aveva mandata su tutte le furie.
Gli avevo concesso la mia simpatia e la mia amicizia, ed era stata davvero dura, considerato il ruolo capitale che aveva avuto nella morte del mio uomo. Ma se io gli avevo dato un dito, lui si era affrettato a cercare di prendermi l'intero braccio, comportandosi come un bambino capriccioso quando l'avevo rifiutato la seconda volta.
«Sei crudele» aveva detto.
Cosa avrei dovuto fare? Essere accondiscendente e assecondarlo solo perché mi aveva “salvato la vita” ed era l'unica e ultima possibilità per i ribelli?
No, avevo una dignità. Ed ero troppo innamorata di Durza per poter anche solo pensare ad una cosa simile.
Senza contare che l'idea in sé non mi attirava per niente: Eragon aveva visto e fatto molto, era vero, ma era tanto troppo giovane. Nessuna elfa della mia età avrebbe mai accettato un sedicenne come compagno, c'era troppa distanza di maturità e di pensiero.
Eragon era.. un ragazzino gentile e curioso e lo consideravo a malapena un amico, nulla di più. Il sentimento che diceva di provare per me non poteva essere amore, infatuazione forse, ma non amore. Del resto ero la prima della mia razza che avesse visto e doveva averlo colpito il mio aspetto, considerato particolare tra gli uomini, ma ero certa che nel giro di pochi mesi gli sarebbe passata. Gli umani compiono evoluzioni a velocità vertiginosa e lo stesso sarebbe accaduto anche a lui.
Mia madre non si era dimostrata molto soddisfatta del mio comportamento, quando aveva saputo del Fairth da Oromis: mi aveva lasciato intendere che avrei dovuto accettare il corteggiamento del cavaliere senza distrarlo eccessivamente dal suo addestramento. Per lei si trattava di un ennesimo trucco per legarlo ulteriormente al destino degli elfi, ma trovandomi indisposta a soddisfare le sue richieste non aveva insistito e mi aveva semplicemente raccomandato di essere cortese e delicata nei suoi confronti.
Così lo avevo perdonato, aveva insistito, e io avevo lasciato Ellesméra senza nemmeno salutarlo. Non era esattamente il tipo di atteggiamento che gli elfi avrebbero definito educato, ma andare da lui mi pareva un poco incauto: poteva sembrare che lo incoraggiassi e non volevo assolutamente far passare quell'idea.
Il consiglio aveva stabilito che sarei partita sola dato che gli elfi servivano, attivi e concentrati, nella Du Weldenvarden, dove iniziavamo a prepararci per la guerra, forgiando armi e protezioni e occupando i campi di allenamento.
Io avevo riempito uno zaino di provviste, legato il mio arco e la mia spada sulla schiena e mi ero procurata un cavallo, ansiosa di allontanarmi dalla capitale degli elfi. Sia per evitare di perderlo sia perché la sua funzione poteva tornarmi utile, indossai il medaglione di Durza sotto i vestiti, sul cuore.
Ad Osilon avevo cambiato la mia cavalcatura con una più fresca e nel giro di due settimane a tappe forzate avevo raggiunto Aberon. Da lì ero dovuta tornare sui miei passi perché la corte di re Orrin era vuota e i suoi dignitari mi avevano informata che l'esercito del Surda, unito a quello dei Varden, si era appena spostato verso nord. A quanto pareva una spia aveva riferito di un grande esercito con le insegne imperiali in movimento in direzione delle Pianure ardenti.
Nasuada mi accolse con gioia sincera e mi disse di aver già mandato un messaggero a Osilon -la nostra città più vicina al confine della foresta e quindi più accessibile per gli umani- con la richiesta di far tornare Eragon al più presto, in previsione dell'imminente battaglia. Fu in quell'occasione che incontrai Elva, la bambina che sapevo accidentalmente maledetta dal Cavaliere e che per le sue capacità era ormai chiamata la Veggente.
La piccola -che non doveva avere più di cinque mesi effettivi ma dimostrava almeno cinque anni- era spaventosa, una creatura grottesca e inquietante, dai grandissimi occhi viola, penetranti ancor più di quelli di Durza. Quando incontrarono i miei seppi in un istante che Elva sarebbe stata capace, con poche parole, di frantumare il mio autocontrollo e farmi scoppiare in lacrime come una bambina.
Angela la Venerabile confermò i miei timori quando andai nella sua tenda per presentarle gli omaggi di mia madre. La bambina aveva un dono terribile e insieme indispensabile e al momento lo aveva messo al servizio di Nasuada, che aveva già salvato da un tentativo di omicidio.
«Quando quel miserabile tontolo di Eragon farà vedere la sua brutta faccia da queste parti non credo che gli risparmierò una strigliata come si deve, cavaliere di drago o no!» esclamò lei con la voce vibrante d'ira.
«Non fargli del male, Venerabile» la rabbonii. «Eragon ci servirà contro Galbatorix e sono certa che avrà fatto notevoli progressi sotto la guida dei suoi maestri ad Ellesméra, non compirà mai più un simile errore e sicuramente non era sua intenzione maledire la bambina».
«Non c'è alcun bisogno di celarmi la loro identità, Arya» mi disse lei, sedendosi su una comoda sedia a dondolo e cominciando un lavoro a maglia. «Conosco bene sia Oromis che Galedr, uso ancora le ossa della zampa che perse in battaglia per fare le mie predizioni».
«Non lo sapevo» ammisi.
«Tu come stai invece?» mi domandò, guardandomi di sfuggita da sotto le ciglia e continuando a lavorare agilmente a maglia, come un ragno che tesse la sua tela.
«Bene» risposi e ringraziai la lingua degli uomini per l'elasticità di concetti che permetteva.
«Tutto, tutto bene?»
«Un incantesimo cela il mio ventre anche ora, Venerabile, altrimenti potresti vederne il primo gonfiore» finii per mormorare, conscia che la domanda di Angela fosse sempre stata mirata a quello, non tanto alla mia salute.
Inizialmente parve un poco infastidita, ma poi mi rivolse un mezzo sorriso. «Sono davvero curiosa di sapere come sarà».
Mi mossi a disagio sullo sgabello su cui mi ero accomodata, sentendomi quasi oggetto di un suo studio e dopo pochi minuti mi congedai, cercando di non apparire troppo scortese.
Nasuada mi aveva fatto preparare una tenda, così mi accomodai sul giaciglio, non prima di aver consegnato il mio cavallo elfico alla cura degli stallieri.
Presa una ciotola d'acqua, mi trattenni qualche minuto per contattare Däthedr e informarlo sulla presente situazione dei Varden. L'elfo mi ricontattò poche ore dopo, informandomi che era riuscito a penetrare gli scudi che il re doveva aver applicato sulla sua armata, impedendoci di usare la cristallomanzia su di essa. Aggiunse che Eragon e Saphira sarebbero rimasti ad Ellesméra fino a che non fosse giunto il messaggero di Nasuada, per ovvi motivi: sfruttare ogni istante rimasto per insegnare ai due più nozioni possibili in previsione della battaglia. Non era escluso che il re stesso scendesse in campo, del resto.
Non potei dire nulla a Nasuada di quel mio scambio con gli elfi, ovviamente, o avrebbe considerato i nostri sotterfugi un tradimento bello e buono.
Ero stanchissima, ma dovetti sopportare altri tre giorni di stretta marcia prima che fosse posto un accampamento definito, ai confini delle Pianure Ardenti. Portavo in grembo mio figlio già da più di quattro mesi e gli sforzi fisici a cui mi ero sottoposta mi lasciarono esausta.
Sette giorni dopo Däthedr mi disse che Eragon e Saphira erano partiti il giorno prima, insieme ad Orik, in direzione di Aberon.
Il mio bambino aveva ormai diciannove settimane, mi mettevo regolarmente in contatto con la sua coscienza e ormai sapevo che lui riconosceva la mia voce quando gli parlavo, ricambiandomi con sensazioni mentali ambigue che il più delle volte interpretai come affetto.
Quella stessa notte lo sentii muoversi per la prima volta dentro di me e rimasi sveglia, con gli occhi spalancati e le mani strette intorno al ventre, combattuta tra stupore, gioia, sollievo e cupo terrore.
Ultima modifica di Lalli il 2 giugno 2015, 12:19, modificato 2 volte in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 23 febbraio 2015, 21:15

43. Fantasmi
Nemmeno una settimana dopo tutte le nostre certezze e le nostre speranze vacillavano in precario equilibrio.
La battaglia delle Pianure Ardenti si era conclusa molto più positivamente di quanto avessimo prospettato, ma un problema ben maggiore pendeva sui nostri capi: Murtagh. Il figlio di Morzan, che io stessa mi ero affrettata a giudicare morto -forse troppo accecata dal dolore per poter compiere una ricerca più accurata sul momento- era ricomparso, vivo e vegeto, in groppa ad un drago rosso e con le insegne di Galbatorix.
E come se non bastasse, aveva rivelato ad Eragon informazioni che sarebbero state meglio sepolte con i morti.
Il giovane cavaliere aveva reagito come chiunque dei Varden avrebbe fatto se avesse saputo di avere Morzan come padre: si era sentito sporco, prigioniero di un legame di sangue che avrebbe voluto recidere con tutto il proprio cuore e al quale non sarebbe mai e poi mai riuscito a sottrarsi.
Sia io che Nasuada avevamo cercato di rassicurarlo circa la sua vera natura e, dallo sguardo grato che Eragon ci aveva restituito, era ovvio che avesse apprezzato il nostro gesto, tuttavia non avrebbe mai smesso di rimuginare sulla questione e c'era poco che potessimo fare per quello.
Forse il desiderio di fuggire da se stesso, forse sincera lealtà verso il cugino, forse le braci sopite della sete di vendetta lo portarono, il giorno dopo la battaglia, a presentarsi nel padiglione di Nasuada, a chiederle il permesso di partire alla volta dell'Helgrind con Roran, per liberare la sua fidanzata Katrina.
Ottenne il permesso solo grazie all'intervento molto convincente di Saphira e partì in groppa alla dragonessa il giorno dopo, accompagnato ovviamente dal burbero cugino.
Non mi offrii di andare con loro. In primo luogo non ero certa che Saphira -nel viaggio di ritorno- sarebbe riuscita a portare quattro persone sul suo dorso, nonostante fosse cresciuta ancora dai giorni del Farthen Dur; poi mi sembrava che quella spedizione fosse più un affare di famiglia che un vero e proprio atto per indebolire l'Impero.
Avrei voluto dire molte cose ad Eragon: parlargli dei Sacerdoti, dei loro riti, dei loro pericolosi cerchi di pietre di ametista.. Ma ovviamente non potevo, così mi limitai ad augurargli buona fortuna, con la certezza che in ogni caso, con le sue capacità ormai elfiche, sarebbe certamente riuscito a cavarsela contro i Ra'zac e i Lethrblaka, anche senza il mio aiuto.
Nasuada odiava ammetterlo ma era nervosa per quel suo allontanamento, così brusco, inaspettato e persino incosciente.
«Speriamo che non gli succeda nulla di male» borbottò, quando mi convocò al suo cospetto.
Le sue guardie, i Falchineri, erano schierate all'esterno della sua tenda, pronte ad entrare al minimo cenno di pericolo. Pochi avevano apprezzato la sua decisione di includere gli Urgali tra le fila dei Varden, ma io non ci trovavo nulla di male, per il momento. Era ovvio che prima o poi gli Urgali avrebbero creato problemi, era nella loro cultura, ma finché la guerra non fosse finita la loro forza sarebbe stata contenuta. E Nasuada era riuscita ad alleggerire il sospetto degli uomini includendo i mostri tra le sue stesse guardie. Nemmeno per quello avevo qualcosa in contrario, anche se il loro odore mi disgustava.
«Hai visto le abilità di Eragon e i cambiamenti che i draghi hanno operato su di lui: si è ridotto drasticamente il numero di creature in Alagaësia capaci di opporsi al suo potere ormai» dissi, con l'intento di rassicurarla.
«Tu e gli elfi ne sareste ancora capaci?»
«Noi elfi conosciamo bene la magia, Nasuada, ma i cavalieri dei draghi ne hanno affinato alcuni aspetti e custodiscono gelosamente i loro segreti. Sono certa che i maestri di Eragon hanno saputo metterlo a parte di questi segreti».
Nasuada mi concesse una smorfia indulgente. «Non mi direte mai di chi si tratta, vero? Sia tu che Eragon diventate improvvisamente schivi quando finiamo per parlare del suo addestramento».
Le feci un cenno col capo. «Non sta a me risponderti, ma suppongo che tu mi abbia chiamata per un'altra ragione».
Il capo dei Varden si riscosse e per un attimo parve quasi infastidita all'idea di pormi la domanda che seguì: «Potresti insegnarmi le formule di saluto che usate tra gli elfi?»
Aggrottai la fronte. «Certamente» risposi poi.
«So che devono arrivare degli stregoni esponenti del tuo popolo e vorrei mostrare loro che non sono completamente ignorante delle vostre tradizioni».
«Capisco» dissi. «Del resto si tratta del primo vero incontro tra le nostre razze sul territorio di Alagaësia da oltre un secolo».
Annuì. «Vediamo di renderlo un evento memorabile e non una pubblica manifestazione della mia incapacità».
Mi strappò un sorriso. Erano poche le cose in cui Nasuada era incapace, pur essendo un'umana.
Poi la conversazione si spostò sulle truppe degli elfi e sulla loro situazione nelle terre a nord di Alagaësia. Le riferii che ormai ero in contatto giornaliero con la mia gente perché avevano abbandonato le profondità della foresta e che si stavano raggruppando nei pressi di Ceunon, che avrebbero attaccato in pochi giorni. Da Ceuron le truppe elfiche si sarebbero mosse serpeggiando verso sud, occupando tutte le città imperiali che li separavano da Uru'baen.
«Mi hai assicurato che l'esercito di tua madre sarà in grado di sottomettere tutte quelle città, ma sono preoccupata. In fondo sono parecchie e immagino sarà difficile tenerle a bada anche dopo averle assediate» disse Nasuada.
Intuii le vere ragioni della sua preoccupazione quando notai che si stava asciugando i palmi sudati contro la gonna dell'abito.
«Non faremo del male agli uomini se non sarà necessario, lo sai» le risposi con la voce più rassicurante che riuscii a modulare. «La mia gente è molto potente, molto più degli umani o dei loro maghi e per loro sarà più facile di quanto tu creda occupare le città rapidamente e tenere a bada gli abitanti. Coloro che vorranno unirsi al tuo esercito saranno mandati verso sud, mentre gli altri saranno contenuti con degli incantesimi all'interno delle loro città».
Nasuada mi parve leggermente in imbarazzo. «Non dubito di voi né della vostra abilità, Arya, ma temo un intervento di Murtagh e Castigo, sia qui tra i Varden che tra gli elfi».
«L'esercito di Islanzadi sarà in grado di respingerli, forse non di sconfiggerli o catturarli, ma di respingerli sì».
La giovane si aggiustò dietro all'orecchio una ciocca di capelli scivolata alla semplice acconciatura. «Se ne avranno l'occasione lo uccideranno?» chiese duramente.
«Sì» risposi, chiedendomi se per caso non avessi sottovalutato la simpatia che Nasuada aveva detto di provare per Murtagh.
Ma il capo dei Varden non mostrò alcuna tenerezza, quando rispose con un semplice e secco: «Bene».

Purtroppo non fui presente al momento del fatidico incontro tra elfi e uomini. Saphira tornò all'accampamento pochi giorni dopo e riversò in me tutta la sua preoccupazione per l'avventata decisione di Eragon di rimanere indietro a distruggere l'ultimo dei Ra'zac.
La sua angoscia era fortissima e, come scoprii con un pizzico di sorpresa, anche la mia. Non ero solo preoccupata per il Cavaliere, ero preoccupata per Eragon, il giovane e ingenuo ragazzo che portava sulle spalle un peso immenso, che mai nessuno sarebbe stato in grado di condividere totalmente con lui, neanche Saphira.
Ricordai in un attimo l'espressione disgustata che aveva assunto quando aveva detto di essere figlio di Morzan e la visione del giovane con un pugnale piantato nel cuore o una corda stretta intorno al collo mi riempì gli occhi. Eragon poteva davvero compiere un gesto estremo? Era umano e quindi più volubile di un elfo, nonostante ne avesse ormai il corpo, e negli ultimi giorni era stato schiacciato da molte pressioni.
Presi la mia decisione ancora prima di ragionarla. Strinsi le stringhe degli stivali, mi alzai in punta di piedi per far scricchiolare le caviglie e mi misi a correre in direzione dell'Helgrind, ben decisa a raggiungere Eragon e a riportarlo sano e salvo sotto le ali della sua dragonessa.
Una volta lontana dall'accampamento dei Varden, modificai il mio aspetto, assumendo quello che Durza mi aveva costruito quando eravamo partiti da Gil'ead, e quella notte stessa, prima di prendermi qualche ora di riposo, sottrassi un vestito verde alla grassa moglie di un bovaro. Dovetti aggiustarlo un po' con la magia perché mi pendeva addosso come un mucchio di stracci, ma fui contenta che la donna avesse una corporatura massiccia o, con la mia pancia ormai prominente, non sarei mai riuscita a indossarlo.
Mi sfilai anche la collana di Durza e la annodai al polso, coperta dalla manica dell'abito, poi fui costretta ad applicare nuovamente gli incantesimi che nascondevano la mia condizione e proteggevano il mio bambino. Dopo aver informato Däthedr della mia posizione ero sfinita, ma mi trattenni qualche altro minuto ad ascoltare il battito del cuore di mio figlio e a sussurrargli qualche parola dolce.
Dovevo smettere di andare a cercarmi i guai, visto il profondo attaccamento che essi sembravano provare nei miei confronti. Se avessi continuato a mettere in pericolo la mia vita in quel modo avrei finito per perdere anche l'ultima traccia di Durza che era rimasta in Alagaësia.
E doveva esserci un numero limitato di traumi che una persona può subire prima di uscire completamente di senno.
Il bambino si mosse. Non lo faceva spesso e ogni volta il mio cuore sobbalzava con lui.
Trovai Eragon la sera seguente. L'incontro fu un incredibile frutto del caso: avevo deciso di passare la notte ad Agrod'est perché ero stanca e avevo bisogno di un pasto sostanzioso e di un letto morbido dopo una notte all'addiaccio -e il conseguente mal di schiena- e Eragon era invece stato costretto ad entrare in città perché se avesse proseguito sarebbe parso sospetto, dato che qualcuno lo aveva visto. Sapevo che si trovava non troppo lontano da lì, lo avevo percepito dai sussurri degli alberi e dagli elementari pensieri degli animali, tuttavia fui sinceramente sorpresa quando me lo ritrovai davanti, nella sala centrale della locanda.
Il cavaliere a prima vista sembrava stare bene, ma capii da ciò che mi disse sul padre di Katrina, un certo Sloan, che in lui si agitavano conflitti di natura morale molto seri, che lo avevano portato a mettere a rischio la sua stessa vita pur di fare ciò che sul momento gli era sembrata la cosa più giusta. Gli risposi con una certa distanza, ma una parte di me condivideva il suo disgusto per l'ingrato compito che ci era stato affidato: quello di uccidere e perdere una parte di noi stessi in ogni vita stroncata.
La sensazione si era acuita in me da quando anche Durza aveva abbracciato il vuoto e, nonostante continuassi a ripetermi che ormai avevo superato il dolore, esso aveva cambiato una parte di me che tuttavia non potevo assecondare, non ancora.
Quando però, dopo un giorno di corsa e uno oscurato dallo scontro con una pattuglia ci fermammo per la notte, sentii le mie riserve vacillare. Forse era la stanchezza o forse il mal di schiena, ulteriormente peggiorato dopo un'altra notte all'addiaccio e le ore di corsa e di marcia veloce. Io potevo fingere che, nonostante aspettassi un bambino, nulla fosse cambiato, ma il mio corpo si era appesantito e avrebbe continuato a farlo anche nei mesi seguenti, fino a rendere impensabile l'impresa che avevo appena compiuto.
Le mie ossa scricchiolarono quando mi mossi e la testa mi si fece pesante. Capii che il mio corpo aveva bisogno di qualcosa di più nutriente delle misere radici che io e Eragon avevamo consumato negli ultimi giorni. L'indomani sarei andata alla cucina dell'accampamento dei Varden e avrei chiesto un sostanzioso pasto completo.
Quella notte però, nel silenzio totale e con le difese abbassate a causa della stanchezza, mi lasciai andare in confidenze che mai avrei pensato di poter fare a Eragon. Non gli dissi tutto ovviamente, anzi come al solito fui costretta a limitare i miei racconti a ciò che ufficialmente era accaduto, ma comunque fu la prima persona a cui parlai seriamente di Fäolin e di ciò che avevo provato per la sua perdita.
Nella mia incoscienza, scrissi anche alcuni frammenti della dodicesima verità nella sabbia. La ricordavo ancora alla perfezione dato che era rimasta un mistero per me, e gli ultimi accenni ai Ra'zac e all'Helgrind avevano rivangato i freschi ricordi che avevo della mia visita a Dras-Leona e agli Avvoltoi. Sembrava passato un millennio.
L'arrivo di uno stormo di spiriti mi salvò dall'amarezza e dalla tristezza, lasciandomi con una sensazione di beata malinconia quando mi coricai per prendermi qualche ora di scomodo sonno sulla terra dura. Il giglio che Eragon aveva fatto sbocciare per me e che gli spiriti avevano modificato con la loro magia sembrava splendere di luce propria, anche se doveva essere un effetto del fioco bagliore lunare.
Prima di addormentarmi pensai che, in un'altra vita, Eragon sarebbe potuto diventare per me ciò che era stato Fäolin: un amico sincero.
Come dodicesima Verità Egli proibì il contatto anche solo più lontano con l'Illusionista, l'enigmatico, il protettore dell'equilibrio, il multiforme che trova la vita nella morte e che non teme alcun male; colui che cammina attraverso le porte. Il dio che solitario che, alla deriva sul mare del tempo, vaga da sponda a sponda, custode delle leggi delle stelle.

Se quella notte i miei pensieri si erano distrattamente mossi alle settimane che avevo passato a Dras-Leona, qualcos'altro successe due giorni dopo, qualcosa che mi fece seriamente dubitare della posizione scettica che avevo sempre preso sulla concezione del destino.
Era pomeriggio e stavo tornando dal recinto dove avevo lasciato il mio cavallo elfico, quando passai davanti alle tende dei civili che si occupavano del mantenimento dell'esercito, quella che Nasuada chiamava “la guerra delle retrovie”. Erano cuochi, stallieri, fabbri, calzolai, artigiani, prostitute, lavandaie e molti altri, praticamente una piccola città.
Non era certo la prima volta che passavo in mezzo a loro e non era certo la prima volta che mi guardavano con sospetto e timore, ma quel giorno i miei occhi si posarono pigramente su una donna dai capelli neri, intenta ad affilare un pugnale, seduta su un ceppo davanti alla sua tenda.
I suoi occhi scuri si alzarono su di me non appena le passai accanto. Grandi, inquieti, indagatori. Sembravano occhi di un lupo braccato.
Hai uno strano accento.
Il cuore mi balzò in gola, ma riuscii a dominarmi abbastanza da non lanciare un grido. Mi affrettai a scostare lo sguardo e ad allontanarmi. Doveva essere una visione, o un'incredibile somiglianza. Non poteva essere vero, non poteva essere lei.
Lei era morta o forse fuggita. E in entrambi i casi non l'avrei mai più rivista.
Eppure..
Stavo diventando pazza?
«Tu!» esclamò qualcuno alle mie spalle.
Mi voltai, sentendo cadere su di me il peso incredibile di un piano già scritto, un libro del quale non conoscevo le pagine.
Augyra, la donna dagli occhi di lupo, quella che avevo lasciato a morire ai piedi dell'Helgrind, mi guardava palesemente sorpresa e sconvolta, forse anche spaventata. Quasi quanto lo ero io.
Mi afferrò un braccio. «Tu!» esclamò di nuovo.
Vidi chiaramente le cicatrici che le catene le avevano lasciato intorno ai polsi, scoperte dal vestito troppo corto. «Ci conosciamo?»
Mi scrutò in volto e fu chiaro che mi aveva riconosciuta e che non sarei mai riuscita a convincerla del contrario. Probabilmente qualche ricordo era riemerso dopo ciò che Durza le aveva fatto, e quel qualcosa non doveva essere piacevole. Inoltre si era rivolta a me prima di essere trascinata via in processione, mi aveva implorata di ucciderla e risparmiarle una dipartita ben peggiore. Sì, non era un fatto semplice da dimenticare, probabilmente comparivo ancora nei suoi peggiori incubi, quelli che ti fanno svegliare urlando e ti fanno gioire di vivere nella crudele realtà.
«Bitr. È così che ti facevi chiamare, vero?»
Bitr.
Cosa voleva fare? Denunciarmi a Nasuada e a tutti i Varden? Poteva farlo, ma nessuno le avrebbe creduto. Io ero l'eroina sopravvissuta sei mesi nelle grinfie di uno spettro, non un'ex monaca di Dras-Leona.
«Temo che tu mi abbia confusa con qualcun altro. Il mio nome è Arya, ambasciatrice degli elfi».
Tanto valeva darsi un po' di toni, magari l'avrei spaventata.
Vidi qualcuno fermarsi alle sue spalle e mi resi conto che il nostro scambio non era passato inosservato. Gli uomini intorno a noi continuavano le loro attività ma ci gettavano occhiate fugaci.
Riconobbi anche la giovane donna che sussultò sentendo le mie parole: era la giovane che avevo visto allontanarsi nella notte in direzione dell'Helgrind, la ragazza che Durza aveva incontrato e che aveva detto di essere un fabbro. Ad una prima occhiata ai suoi bicipiti, nessuno l'avrebbe contraddetta.
Mantenni la mia attenzione sulla donna dagli occhi di lupo, che incrociò le braccia al petto e indurì il viso, apparentemente per nulla spaventata.
«Non mi inganni. Ti riconoscerei tra mille. Non so cosa mi abbia fatto il tuo amico dai capelli rossi, ma è passato un mese prima che riuscissi a ricordarmi di voi, anche se ho precisa memoria di averti chiesto aiuto il giorno in cui mi hanno trascinata al loro altare sotto l'Helgrind. Mi avrebbero uccisa se Cantalama non fosse venuta a salvarmi». Annuì in direzione della giovane donna alle sue spalle.
Quelle due sembravano fantasmi, tornati dal passato per tormentarmi, tanto che per un attimo mi chiesi se non stessi sognando ad occhi aperti.
«Così sei un'elfa? Cosa ci facevi nella cattedrale? Sicuramente non eri parte di una fazione interventista del Surda, vero?» proseguì Augyra abbassando la voce.
Scossi la testa con espressione indulgente. «Ribadisco che stai sbagliando persona. Se non ti dispiace sono attesa altrove».
Mi sbarrò nuovamente la strada. «Dov'è finito il tuo compagno?»
È morto. «Non ho un compagno. Lasciami passare ora o dovrò fare ricorso alla magia. Stai farneticando».
La ragazza la strattonò per un braccio. «Ti prego Au.. Occhi di lupo! Prima il cavaliere, adesso lei, non puoi calpestare l'autorità di queste persone» le bisbigliò, ma ovviamente sentii nitidamente le sue parole.
«Ti ricordi dell'uomo dai capelli rossi di cui mi hai parlato, Cantalama? Quello che ti aveva spaventata?» chiese l'altra fissandomi negli occhi. «Era insieme a costei a Dras-Leona e stavano entrambi spiando i Sacerdoti. Ora vorrei capire perché».
Tacqui per qualche lungo istante e sciolsi la presa convulsa della sua mano, che era tornata a serrarsi intorno al mio braccio.
Augyra non mollò. «Ti prego, voglio solo sapere se hai scoperto qualcosa. Magari potrei darti qualche informazione in cambio» insistette.
Esitai, un po' troppo a lungo.
«Se mi giuri che proseguiremo ognuna sulla propria strada senza fare inciampare l'altra..» dissi, quasi di malavoglia.
I suoi grandi occhi si illuminarono di consapevolezza. «Te lo giuro sul mio onore» mormorò solennemente. «Ora seguimi, non è prudente parlare qui fuori».
Andai nella sua tenda. So perfettamente cosa mi spinse a farlo: curiosità, desiderio di riallacciare un contatto con quella parte della mia vita che avevo ormai perduto e anche prudenza. Non sapevo chi fossero quelle due, ma Augyra aveva dato prova di sapere come comportarsi con me e Durza, quindi non era una semplice popolana. Ed ero abbastanza sicura che nemmeno la ragazza fosse un semplice fabbro. Era il caso di accertarmi che quelle due non fossero pericolose per i Varden.
Non temevo un attacco da parte loro ed ero sicura che in ogni caso sarei riuscita a difendermi, così come sarei riuscita a metterle entrambe a tacere nel caso avessero mostrato il desiderio di parlare a qualcuno di troppo di ciò che era accaduto a Dras-Leona. Insomma non avevo nulla da perdere.
Augyra sedette su una stuoia a mi fece cenno di accomodarmi su un'altra, mentre la ragazza portava dentro il ceppo e si sedeva su di esso.
«Allora?» fece la donna dagli occhi di lupo, rompendo il lungo silenzio. «Cosa facevi a Dras-Leona?»
«Lavoravo per conto dei Varden» risposi immediatamente. Non era esattamente una bugia, stavo veramente agendo per la causa dei ribelli anche se ero in compagnia di uno Spettro.
«E cosa stavi cercando?»
«Una via per neutralizzare il potere di Galbatorix, ma nessuno dovrà sapere della mia missione o sarò costretta a uccidervi entrambe».
«L'avete trovata?» fu l'indifferente risposta.
«Purtroppo no e siamo stati costretti a lasciare la città con tutti i sacerdoti alle calcagna».
«Quindi avete rovinato la mia missione per poi fallire anche voi?» fece con una risatina amara.
Ignorai l'accusa. «Tu cosa stavi cercando?»
«Come te ho un nemico da sconfiggere, anche se meno pericoloso. Cercavo qualche documentazione che mi fornisse ulteriori informazioni sui Ra'zac» rispose, con palese reticenza.
«Avrai certamente saputo che i Ra'zac sono stati uccisi da Eragon Ammazzaspettri».
Le rughe sul suo volto si infittirono. «Purtroppo le persone per cui lavoro sono abbastanza convinte che Galbatorix e forse anche gli stessi Sacerdoti conservino ancora delle uova di quelle creature».
«Per chi lavori?» domandai a quel punto.
«Non posso dirtelo» fece severamente. «Siamo una specie di gruppo ribelle».
«Come i Varden» intervenne Cantalama.
«Ma combattiamo con la penna invece che con la spada» riprese Occhi di Lupo.
Feci un sorriso mesto, ricordando il modo in cui aveva premuto il coltello da cucina sulla gola di Durza.
«Qual'è la vostra posizione nei confronti dei Varden?»
«Per ora ci offrono protezione e questo ci basta. Ma non sarebbe la prima volta che uno di noi fornisce l'informazione giusta al momento giusto, permettendo ai Varden di fare progressi contro Galbatorix. Non siamo vostri nemici, anzi, in questo vogliamo aiutarvi».
«Quindi siete una specie di setta segreta? Perché mi dici queste cose se dovrebbe essere un segreto?»
Chi rivela segreti che non dovresti sapere di solito sa che non avrai modo di rivelarli a nessuno.
Augyra si morse le labbra. «Non lo so. Voglio essere sincera con te: nonostante ciò che mi hai fatto, mi ispiri fiducia. Il tuo amico no, non ispirerebbe fiducia neanche con una corona di fiori in testa, ma tu hai l'aria di qualcuno che sa quello che fa e lo fa responsabilmente. Magari potresti anche aiutarmi».
«Non so nulla dei Ra'zac e di un'eventuale collezione di uova, non vedo come potrei».
«I Varden arriveranno a Dras-Leona prima o poi, per questo io e Cantalama siamo rimaste qui» fece, massaggiandosi i polsi piagati. «I Sacerdoti me la pagheranno per ciò che hanno fatto. Una donna qui tra i Varden mi ha promesso il suo aiuto, ma non credo che sarebbe capace di fare molto contro di loro».
«Chi?»
«Angela l'indovina. Ha letto il futuro a me e a Cantalama su delle ossa di drago».
La ragazza sorrise con aria sognante, come se fosse un bel ricordo.
Io mi feci seria. Se la Venerabile aveva offerto il suo aiuto alle due donne sicuramente non le attendeva un futuro da lavandaie.
«Sarà un aiuto più prezioso di quanto pensi» finii per dire.
Augyra mi fissò nuovamente, soffermandosi qualche istante in più sulle mie orecchie. «L'avevo detto che avevi uno accento particolare. Non avrei mai sospettato che fossi un'elfa, ma avevi qualcosa di strano. Anche il tuo amico aveva qualcosa di strano. La notte che sono venuta a trovarvi nella cattedrale stavo morendo di paura».
«Avrei potuto ucciderti con un gesto» dissi, con studiata indifferenza.
«E lui?»
«Era un mago umano del Surda. È morto nella battaglia delle Pianure Ardenti».
La bugia salì alle mie labbra con estrema facilità. Sapevo che i capelli rossi erano una caratteristica comune tra gli uomini del Surda e sapevo di non poterle spiegare la vera natura di Durza senza scatenare il panico.
Sia lei che Cantalama trattennero un sospiro di sollievo, poi mi fecero le condoglianze di circostanza.
Gli occhi di Augyra mi attiravano come un magnete, ma mi sforzai di concentrarmi sulla ragazza, per una volta. Aveva un aspetto anonimo: altezza media, corporatura media, bellezza media. Persino i suoi capelli erano di lunghezza media e castani, un colore molto diffuso tra gli uomini. Avrei dovuto guardarla tre volte prima di notarla in mezzo ad una folla, dato che la sua unica particolarità erano i muscoli delle braccia.
«Tu chi saresti invece?» la apostrofai.
Lei quasi sobbalzò e le si imporporarono le guance, anche se rimase pacata nel tono e nell'atteggiamento, in uno scarso tentativo di autocontrollo.
«Il mio nome non ti direbbe nulla, ambasciatrice degli elfi, e non posso svelarti la mia identità o metterei in pericolo la mia stessa vita».
Era lo stesso che avevo fatto io tra i Varden nel nascondere la mia identità di figlia della regina, ma non riuscivo ad immaginarmi chi potesse essere la giovane.
«Io vi ho detto il mio nome e mi sono rivelata, sarebbe corretto che faceste lo stesso» osservai.
«Io mi chiamo davvero Augyra» fece la donna. «E lei si chiama Athala. Ma di noi non saprai nient'altro».
«Siete entrambe parte di quella setta?»
«Ho parlato di un gruppo, non di una setta, ma sì, ci siamo dentro entrambe. Cantalama è entrata dopo ciò che è accaduto a Dras-Leona, mentre io vi sono implicata da quando avevo non più di dieci primavere».
«Cosa è accaduto a Dras-Leona?»
Sospirò pesantemente. «Non te lo dirò».
«Allora temo di non poter fare nulla per voi» conclusi alzandomi con studiata lentezza.
Le due mi guardarono incerte. Non si fidavano di me, ovviamente, come io non mi fidavo di loro, ma c'era un ambiguo legame tra di noi. Eravamo schierate contro gli stessi nemici ed eravamo dalla stessa parte, ma su due sentieri separati. Ed era evidente che nessuna di noi sarebbe mai riuscita a rischiare di dire altro.
Mi inginocchiai davanti ad Augyra e le afferrai entrambe le mani. «Mi dispiace per ciò che hai dovuto subire a causa mia e del mio compagno. Abbiamo fatto tutto ciò che era necessario per portare a termine la nostra missione, credo che tu possa capire».
«Capisco» fu la secca risposta. «La vostra missione sembra più importante di quanto fosse la mia, tuttavia a causa dell'incantesimo del rosso ho fallito. E forse avrei potuto salvare parecchie vite se fossi riuscita a distruggere le uova di quelle creature. Forse a te non importa, perché sei un'elfa, ma noi umani temiamo i Ra'zac come la morte e ti reputo responsabile di ogni essere umano che finirà sotto gli artigli della loro prole, in futuro».
«Questo è un debito che non potrò mai saldare, non finché il mio primario obiettivo sarà realizzato. Alla morte di Galbatorix, se pensate di avere bisogno del mio aiuto, sarò lieta di fornirvelo».
Augyra fece un cenno di assenso. «Sono affari che riguardano noi e le persone per cui lavoriamo. Non potremmo mai coinvolgerti senza prima chiedere il loro permesso, ma sono certa che ce lo darebbero, una volta dimostrata la tua utilità».
«In ogni caso la sconfitta del re potrebbe avvenire anche tra anni, o non avvenire proprio» sentenziai, alzandomi in piedi.
«Sono certa che ci rivedremo, prima o poi. E allora ti ricorderò la tua promessa».
«Proposta» la corressi infastidita. «Mi prendo la libertà di poter cambiare idea. Nemmeno io so cosa mi attende, il mio futuro è una fitta nebbia impenetrabile».
Augyra annuì e Cantalama mi fece un timido cenno di saluto. Capii solo in quel momento quanto la mia presenza l'avesse imbarazzata, per l'intera durata del colloquio.
Per un attimo pensai di presentarmi alla tenda di Angela e chiederle conferma del racconto delle due misteriose donne, oltre che a indagare sulla loro identità. Eppure sapevo benissimo che l'indovina non avrebbe mai accettato di condividere con me segreti che appartenevano ad altri, così rinunciai e andai a svolgere qualche posizione di Rimgar nella mia tenda.

Il giorno seguente, la cavalleria di re Orrin si scontrò con il primo drappello di quelli che da quel giorno in poi sarebbero stati chiamati “I morti che ridono”, ma io mi tenni lontano dalla battaglia, unendomi agli stregoni elfi che mia madre aveva mandato dalla Du Weldenvarden affinché proteggessero Eragon.
Di solito stavo alla larga da loro, sia perché avevano la scomoda abitudine di chiamarmi con l'epiteto Dröttningu, che mi rimandava inesorabilmente al mio lignaggio, sia perché temevo che qualcuno di loro potesse in qualche modo venire a sapere del mio bambino. Ero quasi convinta di averlo nascosto con tutti gli incantesimi necessari al caso, ma mi trovavo in compagnia di elfi molto più vecchi di me e di conseguenza molto più esperti nelle sottigliezze della magia. Non potevo mai essere certa che il mio segreto fosse al sicuro.
Lo scontro con Murtagh impiegò parecchie energie da parte mia e dei miei compagni, ma Eragon e Saphira non riuscirono a catturare il giovane e Castigo, purtroppo, ma solo a metterli in fuga, consegnando loro la preziosa informazione che anche il proprio vero nome può essere cambiato.
Mentre seguivo il matrimonio tra Roran e Katrina con un sorriso lieto e nostalgico sulle labbra, sperai che drago e cavaliere fossero in grado di volgere a loro vantaggio quella piccola, preziosa scoperta.
Nasuada aveva fornito una dote alla giovane sposa e il rito fu piuttosto semplice, anche se molto sentito. Dopo le terribili perdite subite nel pomeriggio, la cerimonia ebbe il potere di sollevare i cuori.
Chissà quanti dei presenti sapevano che Katrina era incinta. Chiunque avesse gettato un'occhiata appena più attenta al suo addome e avesse ampliato i suoni alle proprie orecchie avrebbe potuto facilmente intuire che il bambino doveva avere ormai superato i tre mesi. Secondo la tradizione degli uomini era considerato disdicevole per una donna giacere con un uomo al quale non fosse stata precedentemente unita in matrimonio e ai miei occhi fu evidente che l'affrettato sposalizio dei due aveva come scopo quello di preservare l'onore della ragazza, oltre che a sancire l'amore sincero che provava per Roran.
Più tardi fui trattenuta nella tenda di Nasuada, la quale mi chiese se avessi informazioni sulla posizione dell'esercito di mia madre.
«Non ho notizie diverse da quelle che ti ho dato quattro ore fa, Nasuada» dissi con un pizzico di divertimento.
La figlia di Ajihad era rimasta molto colpita dall'incredibile rapidità con cui gli elfi si erano mossi a nord di Alagaësia. In poco più di una settimana Ceunon e tutti i villaggi dell'estremo nord erano caduti sotto il controllo del mio popolo. Un drappello era stato mandato ad impossessarsi di Narda, mentre il resto dell'esercito puntava a Yazuac e Daret, alle quali sarebbe seguita Gil'ead.
Il capo dei Varden sembrava temere che la guerra finisse prima ancora che il suo esercito riuscisse ad assediare le città del centro.
«Allora rinnovo il desiderio di essere tempestivamente informata di come procede l'esercito di Islanzadi» fece lei con un'espressione di finta colpa in volto.
Da quando gli elfi avevano abbandonato il cuore della Du Weldenvarden, lasciandosi l'incantesimo che la isolava alle spalle, avevo contatti quasi giornalieri con mia madre o con Däthedr, che mi tenevano aggiornata praticamente di ogni loro mossa e io restituivo loro il favore, facendo un rapporto sui movimenti dei Varden.
«In realtà ti ho chiamata per un'altra ragione. Vorrei conoscere la tua opinione in merito ad un piano che vorrei sottoporre ad Eragon domani».
«Prego» dissi, desiderando con tutto il cuore di potermi finalmente stendere dopo quella lunga giornata.
Nasuada mi parlò della sua idea di mandare Eragon alla Rocca di Bregan e poi nel Farthen Dur, ad assistere e possibilmente a influenzare l'elezione del nuovo sovrano dei nani, che si trascinava ormai da un paio di settimane dopo la brusca morte di Rothgar nella battaglia delle Pianure Ardenti. Il capo dei Varden sperava che Orik sarebbe riuscito ad ottenere il titolo, perché sicuramente avrebbe mantenuto il supporto dell'esercito dei nani ai Varden, ma temeva anche che un capoclan avverso alla nostra causa potesse prendere il potere.
«E vorresti il mio parere?» domandai dubbiosa. Nasuada non era il tipo che cambia idea facilmente.
La giovane annuì. «Se avremo una fortuna sfacciata Eragon potrà andare e tornare in poco più di una settimana, ma avrei bisogno di qualcuno che possa prendere il suo posto in groppa a Saphira nel caso Castigo e Murtagh comparissero di nuovo all'orizzonte».
Chiaro. «Da sola non avrò speranze contro quei due».
«Gli elfi non potranno seguire Eragon nel Farthen Dur o qualcuno sospetterebbe del suo allontanamento, quindi rimarrebbero qui ad aiutarti».
Alzai un sopracciglio. «Hai intenzione di nascondere ai Varden l'assenza del Cavaliere?»
«Non si potrebbe fare con la magia?»
«Sì, ma è inutile che ti dica che è un piano molto azzardato. Io sono abile con la magia ma non sono Eragon, non ho seguito il suo addestramento e non sarei altrettanto abile a volare con Saphira». E non voglio uccidere mio figlio in uno scontro contro il figlio di Morzan e il suo drago.
«Dopo la sconfitta di oggi suppongo che Murtagh e Castigo non torneranno tanto presto. Se sei disposta a fare ciò che ti ho chiesto e se credi di non mettere in estremo pericolo la vita tua e degli altri stregoni, domani lo proporrò ad Eragon».
«Sono disposta, ma sono un po' preoccupata».
Assunse un'espressione determinata. «Temo che sia necessario».
«E allora hai il mio appoggio».
«Grazie infinite, Arya. Credo di aver perso il conto degli infiniti servigi che hai reso ai Varden».
«Spero solo che il tuo piano funzioni».
«Prima di lasciarti andare c'è un'altra cosa di cui vorrei parlarti..»
E mi raccontò di un vecchio che Eragon aveva incontrato poche ore prima. Un uomo apparentemente impazzito che sembrava aver assunto la strana capacità di vedere l'energia, sia quella vitale delle persone che quella contenuta nell'anello e nella cintura di Eragon.
Aveva poi aggiunto che Murtagh bruciava non di luce propria ma di una riflessa dall'esterno. Altri lo illuminavano.
«Altri lo illuminavano» ripetei confusa.
«Potrebbero essere i deliri di un vecchio ferito, ma è strano che quell'uomo abbia anche indovinato il legame di sangue tra Eragon e Murtagh. Credi che possa avere qualche capacità particolare?»
«Non ho mai sentito parlare di un fenomeno del genere» ammisi. «Ma potrei andare a trovare quell'uomo e chiedergli spiegazioni».
«Potrebbe alludere alla fonte del potere infinito di Galbatorix?» chiese Nasuada, non senza trepidazione.
«È possibile» concessi.
Certo avrebbe confermato quel poco che Durza era riuscito a dirmi sull'argomento. Mi aveva sempre fatto capire che la forza del sovrano non dipendesse da lui e, viste le capacità magiche di Murtagh, era plausibile che avesse condiviso il segreto con il suo nuovo servo.
Salutai Nasuada e mi ripromisi di approfondire la questione, il giorno dopo.
Tuttavia quando mi presentai alla tenda che mi era stata indicata dal capo dei Varden e chiesi del bizzarro uomo cieco senza la gamba sinistra, mi dissero che il poveretto era morto durante la notte.
«Una storia incredibile» mi disse la guaritrice. «Non riuscivamo a capire come fosse diventato improvvisamente cieco e come fosse riuscito a sopravvivere alle terribili ferite. Il nostro stupore è cresciuto ulteriormente quando ci siamo resi conto che l'uomo stava guarendo a velocità incredibile, senza l'aiuto di incantesimi. Poi stamane l'abbiamo trovato disteso sul suo giaciglio, con gli occhi spalancati sotto la benda e un sorriso beato in volto».
Ebbi un brivido gelido.
Misteriose guarigioni? Anche io avevo avuto un'esperienza molto simile, a Gil'ead, quando Durza aveva improvvisamente trovato il mio corpo sanato da graffi sanguinanti e lividi, però non ero morta misteriosamente il giorno seguente.
Non avevamo mai scoperto chi fosse il mio misterioso guaritore, ma poteva anche essere stata Alba, magari seguendo una sua contorta idea per eliminarmi. Però c'era anche la questione degli incubi..
Troppi misteri oscuravano ancora il mio recente passato, incluse Cantalama e Occhi di lupo, ma non potevo sprecare il mio tempo a rimuginare in ciò che non potevo risolvere, avrei solo aumentato esponenzialmente la mia irritazione.

Eragon partì accompagnato da Nar Garzhvog in direzione della Rocca di Bergan, come previsto da Nasuada.
I giorni della sua assenza furono ricchi di nervosismo e tensione. Ogni volta che si vedevano -o sembrava di vedere- Murtagh e Castigo all'orizzonte, il panico dilagava nell'accampamento e sopratutto tra me, gli elfi e Nasuada.
Non fummo attaccati ed Eragon riuscì nella sua missione, mettendo a rischio la sua vita, ma risolvendo la faida con l'Az Sweldn Rak Anhuin e portando Orik sul trono. Tutto sommato la campagna dei Varden procedeva con mosse avventate e insperati successi, non tanto per l'imponenza del suo esercito o l'abilità dei suoi guerrieri e strateghi.
Tuttavia non era ancora finita. Eragon e Saphira volarono in direzione di Ellesméra per parlare con Oromis e Glaedr di un qualcosa che a quanto pareva avrebbe permesso loro di capire l'origine del potere di Galbatorix e forse anche come privarlo di esso.
Sentivo un cerchio chiudersi ineluttabilmente intorno a me, come se i pochi avvenimenti dei sei mesi passati con Durza stessero tracciando qualcosa di molto più grande, come piccoli semi che crescono vertiginosamente in alberi imponenti. Sarei morta piuttosto che dirlo ad alta voce, ma avevo di nuovo paura. Tanta.
Tre giorni dopo la partenza di Saphira e Eragon dal Farthen Dur, Nasuada diede ordine di muovere l'esercito in direzione di Feister, dove i due avrebbero dovuto raggiungerci il prima possibile. Speravamo prima che iniziasse l'assedio, ma in caso contrario avremmo attaccato senza di loro.
Con addosso la stanchezza dell'insonne, sommata a quella della gravidanza, mi accinsi a preparare i miei bagagli per la trasferta.
Riposi nello zaino i miei vestiti di ricambio e arrotolai le coperte, poi mi misi all'opera per smontare la tenda e raccogliere le varie componenti in una sacca.
«Puoi caricarli sul mio carro, ambasciatrice» fece una voce femminile dal pesante accento surdano alle mie spalle.
Mi voltai, reggendo lo zaino e le coperte in una mano e la sacca in un'altra, ma quando incontrai il viso della mia interlocutrice li lasciai cadere immediatamente a terra, afferrando repentinamente Ren al loro posto.
«Qualcosa non va, Principessa Arya?» mi chiese Alba con un sorriso serpentino, chinandosi a raccogliere le mie cose da terra e caricandole su un carro.
Un altro fantasma del passato tornava a tormentarmi. Forse era troppo tardi, forse ero già precipitata nel baratro della follia.
Mi tremarono le mani. «Cosa ci fai qui?» sibilai.
Alba si toccò i capelli biondi intrecciati sul capo e spense il sorriso in un'espressione di cupa minaccia. «Ti stavo cercando».
Ultima modifica di Lalli il 2 giugno 2015, 12:27, modificato 1 volta in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 12 marzo 2015, 9:38

44. Arya Ammazzaspettri
Ti stavo cercando.
Sollevai la spada all'altezza delle sue clavicole, ma Alba la abbassò, spingendo le dita sulla parte piatta della lama, con una rapidità che l'avrebbe certamente smascherata se solo qualcuno si fosse soffermato a guardarci. Peccato che tutti fossero impegnati a prepararsi per la partenza.
«Sono disarmata», fece lei con pacatezza, «non sarebbe molto corretto da parte tua».
Strinsi la presa su Ren, ma la tenni puntata a terra.
«Cosa vuoi?» domandai, esausta e guardinga insieme.
Fece un cenno in direzione del carro alle sue spalle. «Ordina al tuo cavallo di seguire il carro e siedi con me sulla panca. Devo davvero condurlo io».
«Non mi fido di te».
«Non ti ucciderò e non ti farò del male, non oggi» disse, nell'antica lingua.
«Se qualcuno mi vedesse su un carro con una donna potrebbe farsi delle domande».
«Allora rinfodera la spada, lascia arco e frecce insieme alle tue cose e indossa un mantello con cappuccio, così se morirai di caldo non dovrò sporcarmi le mani» fu la replica grondante di bile.
Poi Alba si voltò e scomparve nella parte anteriore del carro.
Le gambe mi cedettero e caddi tremando nella polvere. Volevo scappare, andare il più lontano possibile e fuggire dall'elfa che mia madre aveva condannato alla rovina e che avevo creduto ormai fuori dalla mia vita.
Cosa voleva veramente?
Era venuta per avere finalmente la sua vendetta? Sapeva della sua morte?
Probabilmente sì. E probabilmente le dovevo almeno un racconto della dipartita di Durza, dato che nessuno meglio di me sarebbe stato in grado di rievocarla.
Conficcai Ren nel terreno asciutto e feci forza su di essa per alzarmi da terra, poi la rinfoderai e mi chinai a scrollare la terra dalle ginocchia. Il bambino scalciò e io raggiunsi la sua mente con immagini rassicuranti di ruscelli e giardini -piccole anticipazioni sul mondo- mentre il resto della mia mente sostava su visioni di sangue e cadaveri e morti che che tornano alla vita.
Alba non parve particolarmente sorpresa quando sedetti sulla nuda panca di legno accanto a lei, senza mantello e con la spada tra le mani, ma strinse la presa sulle redini, in un atteggiamento che tradiva tensione.
«Mammina come sta?» domandò con sarcasmo.
«Sai di lui?»
«Sì».
«Per questo sei qui?»
«Anche» rispose dopo parecchi istanti.
«Come lo hai saputo?»
«Voci. Per tutti questi mesi sono rimasta confinata in un luogo piuttosto isolato, tra le pianure ardenti e l'Helgrind, ma eserciti in movimento non passano inosservati nemmeno se stai giocando a fare l'eremita in un avamposto elfico abbandonato e alla fine ho lasciato quella vita. Volevo sapere cosa stava succedendo in Alagaësia, dato che pareva ovvio che Galbatorix fosse ancora sul trono. Così ho offerto da bere a dei soldati ad Agrod'est, un mesetto fa, e da loro ho saputo che un certo Eragon Ammazzaspettri, cavaliere di drago, era apertamente schierato con i Varden e stava dando filo da torcere all'impero». Fece una pausa e le labbra le tremarono. «Ammazzaspettri. Non sapevo dell'esistenza di altri spettri oltre a Durza, in Alagaësia».
«No, infatti» dissi, con la voce roca. Tossicchiai, a disagio per aver lasciato che il pianto mi toccasse la gola.
«Ho intuito che si trattasse di lui» concluse. «Ma le sorprese non erano finite perché poco più di una settimana dopo, quando ero ormai decisa ad allontanarmi da Edur Ithindra, ho visto un ragazzo avvicinarsi e aiutare Tenga nelle sue faccende».
Non sapevo che ci fosse un avamposto elfico in rovina in quella zona e decisamente non sapevo nulla del suo ormai unico abitante. «Tenga?»
«Questa è un'altra storia. Comunque ho sentito che il giovane doveva per forza essere un cavaliere. Gli alberi frusciavano, la terra cantava..»
«Ho capito». Doveva essere per forza Eragon, ma il ragazzo non mi aveva mai parlato di un eremita quando aveva fatto il resoconto del suo breve viaggio dall'Helgrind ad Agrod'est.
«Volevo seguirlo, ma ho capito subito che si sarebbe accorto di me e non volevo finire nei guai, non so come mi accoglierebbero gli elfi se venissero a sapere che sono ancora viva».
«Ho detto a mia madre che sei morta» dissi automaticamente.
Alba sollevò le sottili sopracciglia bionde. «A cosa devo la gentilezza?»
«Istinto di conservazione».
Rise. La carovana partì e lei sussurrò alcuni comandi nell'antica lingua ai cavalli che trainavano il carro, che si allinearono docilmente in fila dietro agli altri. La presa delle sue dita sulle briglie rimase convulsa.
«Sono venuta direttamente dai Varden e a quel punto ho visto te». Mi gettò un'occhiata di sbieco. «Parlavi e ti muovevi tra le alte sfere, poi un gruppo di stregoni elfici ti ronzava sempre intorno, quindi ho preferito non avvicinarti. Mi sono intromessa tra i servitori dei Varden e ho assunto qualche incarico in cucina, poi mi hanno assegnato il carro per questa zona, sotto mia richiesta». Scoppiò a ridere. «Insomma non vedevo l'ora di ritrovarti».
«Cosa vuoi?»
«Non è ovvio?»
«Se sei tra i Varden da almeno un paio di settimane allora saprai già alla perfezione gli eventi della battaglia del Farthen Dur».
«Se lo hai amato almeno un millesimo di quanto gli hai fatto credere, allora ricomincia il racconto. E fa' in modo che sia una storia capace di spezzare i cuori» comandò imperiosamente. E per un attimo mi parve di rivedere nei suoi occhi azzurri la stessa scintilla di follia che li aveva accesi il giorno in cui mi aveva affrontata a Gil'ead.
Mi scostai leggermente da lei e mi resi conto solo in quell'istante di avere la braccia strette addosso, quasi a voler proteggere il mio bambino dal crudo e spoglio racconto della morte di suo padre.
Spostai le mani sulle ginocchia e, ispirata una generosa boccata d'aria calda, feci un rapido resoconto dei piani miei e di Durza per sconfiggere il re e dell'intrusione inaspettata di Eragon, per passare infine alla morte inutile e sfortunata del mio uomo. Ovviamente non accennai neanche lontanamente al figlio dello Spettro.
Alba aveva gli occhi grondanti di lacrime, ma la sua voce non vacillò quando parlò. «Tutto qui? Dopo due secoli di tormenti e sofferenze gli hai dato l'illusione di avere trovato l'amore e la felicità e poi hai permesso che lo uccidessero sotto i tuoi occhi?»
«Non ho potuto fare nulla, è successo tutto troppo in fretta. Io stessa ho impiegato più di un mese per realizzare ciò che era accaduto» ammisi funerea.
«E adesso sei la guardia del corpo del suo assassino?»
«Inutile che ti spieghi che non è stata colpa di Eragon».
«E di chi sarebbe allora?» mi provocò, con l'ira di chi non può accettare ciò che ha sentito. «Tua? Mia? Di Durza?»
«Nessuno» gracchiai. Poi mi fermai perché mi sentivo sul punto di scoppiare nuovamente in lacrime ed ero certa che il mio cuore non avrebbe mai sopportato un'altra rottura.
Alba fece scivolare le dita sottili tra i capelli e rimase immobile, fissandosi i piedi, con la mascella serrata al punto che sentii i suoi denti scricchiolare.
Aveva sempre le sembianze di una giovane umana -non l'avevo mai vista con il suo vero aspetto- ma in quel momento sembrava così schiacciata dal dolore da dimostrare almeno duecento anni, nonostante il volto privo di rughe.
«Così.. così tutto nella tua vita è tornato come prima, come se lui non fosse mai esistito» sputò alla fine.
Non le risposi. Sapevo che la rabbia le stava ribollendo nelle vene e le stava avvelenando i pensieri, esattamente com'era successo a me subito dopo la battaglia del Farthen Dur. Sapevo che le sue parole erano dettate da essa e non corrispondevano alla verità, ma quella dura accusa mi colpì come una stoccata e una parte di me si riconobbe colpevole delle sue insinuazioni.
Effettivamente la mia vita era ricominciata esattamente dallo stesso punto in cui si era interrotta, senza cambiamenti visibili da chiunque mi guardasse dall'esterno, o almeno speravo.
L'unica differenza stava nel fatto che nel giro di poco più di tre mesi sarei diventata madre, se non fossi rimasta uccisa prima.
«Ho la mia missione» mi giustificai debolmente. «Se abbandonassi anche quella avrei perso l'ultimo antidoto alla disperazione».
«E funziona?»
«A volte» dissi vagamente.
Nei minuti seguenti Alba parve riprendersi. Il suo volto leggermente chiazzato di rosso riprese il regolare colorito, arrossato dal sole, e le lacrime si ritirarono dai suoi occhi, anche se rimasero leggermente lucidi. L'elfa drizzò la schiena e lasciò vagare lo sguardo intorno a sé.
«Rimango con i Varden» mi comunicò.
«Per uccidermi?»
«Forse più avanti. Ma l'unica cosa che posso fare per Durza ormai è collaborare affinché il suo più acerrimo nemico venga sconfitto».
«I morti non ti ringrazieranno per le tue azioni» osservai amaramente. «Lui non tornerà, non tornerà mai più».
«Cosa sai di me?» domandò di punto in bianco.
«Islanzadi mi ha detto tutto ciò che sapeva del tuo caso. E anche Durza».
«Allora sai cosa stavo facendo quando tua madre mi ha cacciata» disse, lapidaria.
«Non con lui, ti prego» la supplicai senza ritegno.
Alba mi guardò con serietà assoluta. «Dovevate passare la vita insieme se non sbaglio. O erano solo favole?»
Scossi la testa e sentii le lacrime lasciare i miei occhi e bagnarmi gli zigomi. «Sappiamo entrambe che non riusciresti mai a riportarlo indietro identico a com'era quando è.. quando è morto. Io non voglio la sua ombra, non voglio un'illusione, non voglio un frammento dell'uomo che era. Voglio tornare indietro nel tempo e spingerlo di quei pochi pollici che lo avrebbero salvato quando Eragon si è lanciato in avanti per colpirlo. Ma è un incantesimo fuori dalla mia portata, forse anche fuori da quella di Galbatorix e sarebbe..»
«Sbagliato?» suggerì lei pensierosa. «Molto elfico da parte tua».
«Non fare sciocchezze, d'accordo?» la invitai, asciugandomi le lacrime con un rapido movimento.
Non mi lasciò con la sicurezza di una promessa, ma scosse le spalle in un gesto di noncuranza. «Per ora mi basta non farmi ammazzare dagli elfi».
«Allora faresti meglio a tornare ovunque tu fossi prima di venire qui. I dodici stregoni che seguono Eragon sono i più potenti della Du Weldenvarden e nel caso ti individuassero probabilmente avresti parecchie domande a cui rispondere. Inoltre entro un mese l'esercito di Islanzadi si unirà ai Varden; mia madre è pentita di ciò che ha fatto, ma non credo che reagirebbe bene se ti vedesse viva e vegeta».
«Vorrei tanto sapere come ha reagito quando hai tentato di spiegarle che sei diventata l'amante di Durza lo Spettro» disse con sarcasmo; sapeva perfettamente che non avevo detto nulla a nessuno di quella storia. «In ogni caso non tornerò da Tenga. Credo che per il momento mi abbia insegnato abbastanza».
«Chi sarebbe costui?»
Fece un sorrisetto. «Non è facile indovinarlo suppongo. Vorrei avere una risposta certa, ma non ce l'ho. È abilissimo con ogni sottigliezza della magia e non ho mai conosciuto nessuno che fosse al suo livello, tuttavia sembra un innocuo vecchietto un po' fuori di testa; parla di secoli fa come se fossero passati appena pochi giorni e a volte è così concentrato nelle sue ricerche da dimenticarsi di mangiare. Credo che sia per quello che mi ha accettata volentieri come sua apprendista: gli serve qualcuno che lo riporti con i piedi per terra, ogni tanto».
Oh. Decisamente non era umano, ma non avevo mai sentito parlare di lui quindi sicuramente non era un'elfo.
Non ero certa di volere approfondire la questione, tutti i misteri che si addensavano nella mia mente mi stavano indisponendo. Mi sembrava che le mie certezze non fossero che deboli pretese, in confronto.
«Avrei una teoria, ma dovrei verificarla» proseguì Alba. «È in momenti come questi che mi mancano le biblioteche di Ellesméra, anche se darei un braccio per poter visitare quella di Galbatorix».
Mi irrigidii e Alba ne rise, sguaiatamente, riprendendo la luce folle negli occhi.
«Possibile che tu non abbia mai pensato di guardare oltre al tuo naso? Davvero Durza ha rinunciato a tutto per stare con una donna noiosa come te?» mi provocò, con risentimento.
«Durza non ha rinunciato a niente. Era con le spalle al muro e aveva appena scoperto di non potersi impossessare del potere di Galbatorix ma di doverlo distruggere. A quel punto pretendere il trono, osteggiato dagli elfi e da tutte razze mortali sarebbe stato un suicidio, quindi ha preferito l'idea di una fuga con un'algida principessa elfica, sì» risposi con altrettanto veleno. «Piuttosto..»
«Non so da cosa derivi il potere del re, se è questo che stai per chiedermi» mi anticipò.
Mi crollarono le spalle. «Ovviamente no» sospirai. Poi pensai ad Eragon e sperai che avesse risolto almeno quel mistero e che potesse mettermene a parte.
«Però il figlio di Morzan deve saperlo, giusto?» insinuò Alba.
«Murtagh? Suppongo di sì visto l'enorme potere di cui ha dato prova».
«Tra i Varden serpeggia la voce che il suo drago sia stato costretto a schiudersi con un sortilegio».
«Questo non lo so, ma è certo che Galbatorix ha agito sulla crescita di Castigo, accelerandola. E ha anche potenziato le capacità fisiche di Murtagh».
«Dare forza e agilità è relativamente semplice, agire sulla crescita carne è tutta un'altra cosa. Si dovrebbe conoscere l'anatomia di un drago meglio della propria».
«Galbatorix ha le conoscenze, allora».
I suoi occhi si accesero nuovamente di bramosia e capii che stava ancora pensando alla biblioteca del re.
«Se tieni alla tua vita faresti meglio a tornare alla torre di Tenga» la avvisai, desiderosa di non prolungare oltre quel colloquio.
«Vuoi liberarti di me? Non mi stupisce, ma non ci riuscirai».
«Dico sul serio».
«Anche io».
«Come preferisci. Ti saluto». Scivolai sulla panca, verso l'esterno, ma la mano di Alba si strinse sulla mia camicia, trattenendomi.
«Mi sembra inutile minacciarti, principessina, ma non si sa mai. Il nostro colloquio rimane un segreto, la mia esistenza rimane un segreto e a quel punto anche quello che è successo tra te e Durza rimane un segreto. Chiaro?» sussurrò minacciosa.
«Non prenderti gioco di me, non ce n'era alcun bisogno» ringhiai. «Ma te prova ad ostacolare i Varden o a fare del male a mia madre e vedrai che l'idea di dire al mondo che ho amato Durza lo Spettro non mi sembrerà così penosa».
L'espressione di Alba crebbe di intensità. «Io non dimentico. Forse per ora risparmierò la tua vita, perché non è poi così inutile per questa gente, ma se lo faccio è solo per permettere la sconfitta di Galbatorix e lasciare riposare Durza in pace, ovunque sia. Quando tutto questo sarà finito io e te avremo una faccenda da risolvere».
«Non vedo l'ora» risposi spavalda, mentre una fitta di preoccupazione mi attanagliava lo stomaco.
Recuperai i miei bagagli e il mio cavallo e mi allontanai dallo sguardo feroce dell'elfa, sperando con tutto il cuore che non facesse danni tra i Varden o avrei dovuto rivelare alla mia gente una parte della storia che avevo custodito per me fino a quel momento e che avrei voluto restasse un segreto per sempre.

Nei due giorni seguenti sognai ripetutamente una serie di occhi: di Alba, di mia madre, di Nasuada, di Augyra, di Athala, di Eragon, del figlio di Morzan, del sommo sacerdote dell'Helgrind, dei monaci che avevo conosciuto, di Durza..
L'incubo proseguiva anche da sveglia: mi sentivo osservata, sempre e in ogni luogo, anche nella mia tenda. L'inquietudine che ne conseguiva mi rendeva ancora più nervosa e, unita alla preoccupazione per l'imminente assedio di Feister, scatenò a più riprese un principio di attacco di panico. Il più delle volte si limitò a palpitazioni che poi si placavano non appena riuscivo a raggiungere una momentanea calma nella meditazione, ma non era raro che riprendessero pochi minuti dopo, non appena la sensazione di serenità mentale si dissipava.
Forse mi avrebbe fatto bene il supporto di qualcuno, la mia solitudine stava diventando una condanna terribile e il fatto che fosse auto-inflitta la rendeva solo più insostenibile. Non sapevo quanto avrei retto, ma non volevo crollare fisicamente e psicologicamente nello stesso istante, non prima di avere messo fuori gioco Galbatorix.
Nel giorno e mezzo di viaggio avevo più volte intravisto il volto minaccioso di Alba, ma l'elfa non mi si era più avvicinata e, dopo che l'accampamento fu stabilito alle porte di Feister, non la vidi più. Ne fui immensamente felice, ma la consapevolezza della sua presenza, così vicina a me, mi manteneva costantemente sull'attenti.
Triplicai le difese magiche intorno a me, al punto che avrei potuto fare da scudo umano a metà dell'esercito dei Varden. Ero diventata quasi paranoica, specialmente per quanto riguardava la salute e la protezione del mio bambino, in costante pericolo in mezzo ad un esercito in marcia. Lo portavo in grembo da ormai sei mesi e il suo peso cominciava ad essere un ingombro non indifferente per me, i movimenti delle braccia erano effettivamente più impacciati e i muscoli delle gambe faticavano di più a sorreggermi e a scattare nei movimenti. Con i miei incantesimi potevo dare agli altri l'illusione che il largo farsetto che indossavo aderisse ad un corpo snello, ma in realtà accarezzava una rotondità che si faceva sempre più prominente, tanto che fui spesso costretta ad indossare la cintura con Ren a tracolla, perché premeva troppo sul ventre.
Pensai e ripensai alla possibilità di andarmene e tornare dopo tre mesi, con un bambino al collo e il pieno possesso del mio corpo. A quel punto avrei potuto modificare il suo aspetto -se si fosse rivelato troppo appariscente-, affidarlo ad una balia e continuare ad esercitare il mio ruolo senza che nessuno ne venisse al corrente. Ma prima di tutto avrei dovuto trovare una scusa plausibile per i mesi di assenza, e poi ero certa che se avessi abbandonato i Varden, al mio ritorno li avrei ritrovati o vittoriosi per le strade di Uru'baen, o ridotti a pire di cadaveri ammucchiati nelle colline limitrofe.
L'azione dei ribelli si stava concentrando e stava diventando sempre più pericolosa per l'integrità dell'Impero; seguendo il piano di Nasuada, avremmo fatto in poche settimane ciò che ad un esercito umano -privo dell'aiuto di un drago- avrebbe richiesto mesi.
Non potevo andarmene, non ancora. Avevo scoperto di amare alla follia l'incognita che cresceva dentro di me, ma prima di essere una donna, un'amante o una madre, io ero un soldato. E non avevo alcun diritto di abbandonare il mio posto fino a che il mio giuramento non si fosse esaurito, anche se significava mettere in pericolo una delle troppe vite la cui distruzione mi avrebbe mandata in mille pezzi.
Dovevo rimanere, almeno fino a quando non sarei diventata più un impaccio che un aiuto prezioso. Avevo dato tutta la mia vita per la vittoria su Galbatorix, non sarei mai riuscita a lasciare il tutto nelle mani di altri, non quando il cammino sembrava proseguire finalmente in discesa.
Forte delle mie nuove difese e delle mie vecchie convinzioni, mi arrischiai a muovermi in prima linea anche quando iniziò l'assedio di Feinster.
Avevamo tentato di aprire i cancelli per tre giorni, dapprima con un semplice ariete, poi anche con la magia, ma essi avevano beffardamente resistito ai nostri sforzi. Il tempo stringeva e il rischio che Murtagh e Castigo comparissero all'orizzonte di faceva sempre più reale, così non mi fu difficile convincere Nasuada a lasciare entrare in città me e uno degli elfi della scorta di Eragon per aprire la via ai Varden dall'interno. Chiesi a Blödhgarm -il più abile degli stregoni e anche il miglior combattente- di accompagnarmi ed egli acconsentì, forse al solo scopo di impedire che venissi uccisa e scatenassi nuovamente il folle dolore di mia madre.
Doveva essere una piccola e rapida incursione, ma ci imbattemmo in uno spiacevole imprevisto: tre stregoni, e anche piuttosto abili. In pochi minuti ci ritrovammo circondati da un infinito numero di soldati imperiali, costretti a dare il meglio di noi per sopravvivere al feroce assalto e decisamente incapaci di fare ciò per cui ci eravamo introdotti in città.
Il ruggito di Saphira e il rumore sordo del battito delle sue ali mi parvero un dono del cielo e il nodo di gelida paura che mi si era stretto in petto si sciolse. L'inaspettato e provvidenziale intervento della dragonessa e di Eragon, reduci dal rapido viaggio che li aveva portati ad Ellesméra, ci salvò dalla tragedia: i soldati fuggirono e io riuscii finalmente ad asciugarmi il sudore dalla fronte e scrollare le mani imbrattate di sangue.
Eragon era tornato con una nuova e formidabile spada e una notizia che lo rendeva molto felice e sicuro di sé: Brom era suo padre, non Morzan. Oromis e Glaedr gli avevano rivelato le sue origini e poi si erano uniti all'esercito di Islanzadi, che proprio quel giorno avrebbe attaccato Gil'ead.
Non credevo che una simile novità potesse influire tanto sulla serenità del cavaliere, ma quando lo vidi in battaglia capii immediatamente che qualcosa del ragazzo che più di un mese prima mi aveva assillata con le sue proposte si era spento, dando spazio ad una maggiore maturità e consapevolezza.
Dovevo ricordarmi più spesso che non ero l'unica a soffrire in Alagaësia, anzi.
Con l'aiuto di Eragon e Saphira riuscimmo ad aprire i cancelli e a permettere l'accesso ai Varden. Mi tenni un poco ai margini dello scontro per riprendere fiato, ma poi, quando Eragon e Saphira mi proposero di seguirli alla fortezza di Lady Lorana, acconsentii di slancio, ansiosa di mettere fine a quel massacro.
Mentre mi irrigidivo e mi stringevo ad Eragon e il mondo si allontanava vorticosamente sotto i miei piedi, fui colta da una forte sensazione di vuoto allo stomaco e mi girò la testa. Era la seconda volta che volavo sul dorso di Saphira e non ero ancora avvezza a simili operazioni, quindi impiegai parecchi istanti prima di rendermi conto che Eragon stava fissando il nulla. Quando chiesi se andasse tutto bene, Saphira rispose dicendo che Oromis e Glaedr stavano lottando contro Murtagh e Castigo, ma quando tentai di indagare su come facessero a saperlo, Eragon si limitò a dirmi che mi avrebbe spiegato più tardi.
Non era decisamente il momento adatto per insistere, così accettai la risposta evasiva e lo seguii nella torre della fortezza, dove trovammo Lady Lorana, che ci invitò ad avvicinarsi come se fossimo amici di vecchia data. La donna ci mise al corrente su quanto stava accadendo davanti a noi: un gruppo di quattro stregoni stava cercando di creare uno spettro nel corpo di uno di loro.
La notizia mi destabilizzò. Non avevo mai pensato che qualcuno potesse creare uno spettro di sua spontanea volontà e solo per spargere il caos in un esercito nemico. Era una follia, una follia che sarebbe costata molte vite, forse anche le nostre se non fossimo riusciti a bloccare quei pazzi.
Aprii la bocca per dire ad Eragon che dovevamo sbrigarci, ma il giovane sgranò gli occhi e poi si afflosciò a terra. Mi chinai su di lui e lo chiamai, ma né il cavaliere né Saphira reagirono alle mie parole; rimasero immobili, come statue di marmo, senza battere le palpebre e respirando affannosamente. Il panico rischiò di sopraffarmi e a quel punto sfiorai la mente di Eragon, ricevendone immagini e impressioni di Glaedr. Il cavaliere tornò in sé e io lo tempestai di domande, sorpresa e insieme sollevata che nulla di male gli fosse accaduto.
Ma non c'era decisamente tempo per le risposte, non in quel momento: attaccammo uno stregone alla volta, con rapidi colpi, ma impiegammo parecchio per uccidere il primo. E gli altri non dimostrarono alcuna intenzione di smettere con il loro progetto.
Troppo lenti.. siamo troppo lenti.
Riuscimmo ad uccidere un secondo uomo, poi successe.
Vidi almeno una ventina di punti luminosi muoversi ferocemente in direzione dell'uomo inginocchiato a terra. Formarono un cerchio intorno a lui e si mossero vorticosamente.
L'uomo urlò e io mi lanciai disperatamente verso di lui, notando al contempo che sia Eragon che Saphira sembravano avermi abbandonata e giacevano nuovamente immobili, con gli occhi spiritati. Non ebbi il tempo di preoccuparmene: la strega si lanciò davanti all'uomo, intercettando il mio colpo. Ren si conficcò nel suo petto fino all'elsa e fui costretta ad usare entrambe le mani -rese scivolose dal sangue- per estrarla.
Alzai gli occhi, la spada in pugno, ed incontrai quelli cremisi di Durza.
Erano gli stessi occhi che mi avevano spaventata a morte, la prima volta che li avevo incrociati, gli stessi che mi avevano fatto desiderare di morire, di non doverli mai e poi mai rivedere. Gli stessi occhi grondanti di odio che si erano sciolti davanti a me.
Impiegai qualche istante di troppo per riconoscere il mio errore. Lo Spettro assestò un colpo deciso alla mia mano sinistra e Ren cadde a terra, tintinnando sul pavimento. Flettei i muscoli, con l'intenzione di scattare di lato e togliermi dalla sua portata, ma mi accorsi troppo tardi di aver sottovalutato i miei movimenti rallentati.
Lo spettro si scagliò contro di me e mi stordì con una gomitata sotto il mento, poi strinse le dita bianche intorno alla mia gola e capii con orrore che non si sarebbe fermato fino a che non mi avesse uccisa.
L'aria smise di fluire nella mia gola. Artigliai le mani della creatura e gli assestai una serie di calci frenetici e disperati, ma lui non vi fece caso, anzi cominciò a parlare con fare sicuro e minaccioso, come se i miei gesti non fossero più fastidiosi del ronzare di una mosca. Smisi di agitarmi quando mi resi conto che non avrei ottenuto nulla in quella maniera, anzi, avrei solo accelerato la mia fine. Il sangue mi pulsò alle tempie e i miei pensieri cominciarono ad annebbiarsi. In un ultimo lampo di lucidità, colpii il gomito di Varaug, indebolendolo per un istante e riuscendo a ispirare una frenetica boccata d'aria che mi bruciò la gola e i polmoni. Ma la stretta tornò, ancora più micidiale di prima.
Per qualche istante fui nuovamente invasa dal panico, poi riuscii a riprendermi in misura sufficiente da stringere con forza il suo polso e spezzarlo in più parti possibili, un'ultima disperata azione.
Lo Spettro mi lasciò e io mi afflosciai a terra, annaspando alla disperata ricerca d'aria e rotolando sul pavimento per evitare il suo calcio. Riuscii ad afferrare Ren, ma lo spettro si gettò su di me per sottrarmela, attaccandomi addosso il suo odore di fumo e sudore. Tremando e sentendo la testa scoppiarmi, afferrai Ren e la calai sulla sua testa con tutta la poca forza che mi era rimasta nelle membra.
Varaug fece per alzarsi, ma Saphira e il suo cavaliere dovevano averlo impegnato in un duello mentale, perché si bloccò in ginocchio.
Sentii Eragon gridare: «Ora!»
Mi scagliai in avanti alla cieca e lo colpii al centro del petto. Lo Spettro indietreggiò e io mi sentii morire alla vista dei cremisi occhi felini che mi fissavano, sgranati e smarriti. L'immagine del suo corpo che si disfaceva si sovrappose a quella di Durza e gli occhi mi si riempirono di lacrime. Provai ad articolare un suono, ma la voce non mi uscì, anzi, sentii il sapore di sangue in bocca che, insieme al groppo di lacrime, rese praticamente impossibile l'impresa di respirare.
Vidi nero e mi aggrappai al primo supporto che mi ritrovai davanti, fino a che Eragon non posò una mano sulla mia e pronunciò un incantesimo base di guarigione. Il gonfiore che mi stringeva la gola diminuì e riuscii a parlare e a ringraziarlo, anche se fiocamente.
Avevo appena recuperato l'energia sufficiente per stare in piedi senza reggermi allo schienale della poltrona quando Eragon mi comunicò la notizia della morte di Oromis e Glaedr. Ebbi la sensazione che il terreno mi fosse stato sottratto da sotto i piedi e mi sembrò di precipitare in un baratro nero senza fondo e senza vie d'uscita.
Non poteva essere.
Oromis e Glaedr rappresentavano tutto ciò che era rimasto del vecchio mondo, incarnavano gli ideali di libertà e sopravvivenza che avevano guidato gli elfi nell'ultimo secolo e sopratutto erano potenti e capaci oltre ogni dire. Non potevano essere stati spazzati via così, come secche foglie autunnali.
Mi resi conto di stare piangendo solo quando Eragon mi strinse a sé. Mi girai leggermente di sbieco e ricambiai automaticamente il suo abbraccio, con la sensazione che, se lo avessi lasciato andare, avrei perso ogni contatto con la realtà e sarei ineluttabilmente scivolata nell'oblio.
Restammo immobili per qualche istante e potei quasi sentire lo sforzo fisico che entrambi stavamo compiendo per non cadere nel vortice delle lacrime e della disperazione.
L'impresa di sconfiggere Galbatorix era sempre stata tanto difficile da superare i limiti del possibile, ma senza Oromis e Glaedr tutto sembrava ancora più lontano e più irraggiungibile.

Le spiegazioni arrivarono non più di mezzora dopo, nella cucina di una casa spoglia, in presenza di Nasuada.
E finalmente chiarirono un bel po' di misteri che da mesi mi tormentavano.
Non appena il discorso fu chiuso mi ritirai immediatamente e abbandonai l'ancora assediata Feinster, trascinandomi stancamente in direzione della mia tenda. Ero un guerriero, ma per quel giorno ne avevo avuta abbastanza.
Alzai barriere protettive intorno a me non appena mi abbandonai sulla branda e mi presi qualche minuto -e le mie ultime risorse di energia- per rimarginare qualche ferita e controllare che il mio bambino stesse bene. Mi resi conto con vergogna di non avere affatto pensato alla sua condizione mentre le dita dello Spettro si stringevano sempre di più intorno alla mia gola, troppo impegnata a cercare di proteggere la mia stessa vita. Non importava quanto Islanzadi mi avesse maltrattata in passato, sicuramente sarei diventata una madre dieci volte peggiore di lei, vista la mia incapacità di prendermi cura di mio figlio quando era ancora al sicuro nel mio ventre. Scansai vigliaccamente quei pensieri, sentendomi terribilmente inadeguata, e mi imposi di mangiare un po' di pane per reintegrare le mie energie magiche. Forse la mia gola non era del tutto guarita perché faticai a deglutire e dovetti abbandonare l'idea del pane a favore della frutta. L'indomani avrei chiesto a Blödhgarm di controllare i danni che lo Spettro aveva causato, per quel giorno mi sembrava già gravosa l'idea di restare distesa a pensare alle mille informazioni che dovevo riordinare.
Eldunarí. Cuori dei draghi.
Un uomo non può avere tutto quel potere dentro di sé. Io l'ho aiutato a piegare al suo volere il suo drago.
La spiegazione di Eragon aveva colpito il mio cervello come una scheggia, mettendo in atto una serie di collegamenti che avevano finalmente chiarito le criptiche osservazioni di Durza.
I draghi sono intrisi di magia.
Galbatorix sedeva sul suo trono, circondato da centinaia, se non migliaia di cuori dei cuori di drago, che gli fornivano il suo enorme e incommensurabile potere.
E Durza aveva avuto tra le mani la soluzione del problema, ma non aveva potuto dirmela. Ero tornata ad una sorta di punto di partenza, ma almeno sapevo quale fosse la fonte della superiorità del re.
Fino ad un giorno fa avevo intenzione di uccidere il re ed impossessarmi del suo potere, ma ora so che se voglio sconfiggerlo devo distruggere la fonte della sua magia e non avrò più possibilità di recuperarla.
Distruggere gli Eldunarí significava spegnere antiche e preziose coscienze: sarebbe stato un crimine terribile, pari solo a quelli commessi da Galbatorix. Durza non aveva potuto mettermi al corrente di cosa avrebbe dovuto fare per rendere inerme il re, ma se lo avesse fatto probabilmente avrei cercato di fermarlo. Come aveva potuto pensare ad una simile soluzione, così estrema e costosa? Davvero non vi erano alternative possibili?
Si trattava nuovamente di pesare delle vite su una bilancia: da una parte i draghi più antichi, dall'altra le razze che si opponevano a Galbatorix: i nani, gli elfi, gli urgali e buona parte degli uomini. Se nessuno lo avesse fermato, il re avrebbe spinto tutti i suoi oppositori sull'orlo dell'estinzione, ne ero certa, ma anche i draghi erano ormai una specie molto ridotta.
Annuii nella penombra nella mia tenda, tra me e me. Non valeva la pena rischiare la distruzione di tre razze pur di rincorrere i brandelli di una, anche se perdere definitivamente i draghi era davvero terribile, specialmente dopo averne appena scoperto l'esistenza.
In ogni caso non avrei potuto fare nulla finché non avessi trovato nuovamente l'incantesimo -se di incantesimo si trattava- che aveva letto Durza, la notte che eravamo fuggiti da Dras-Leona e ci eravamo amati per la prima volta.
Inevitabilmente, tornai a pensare ai morti. Le lacrime tornarono ad annebbiarmi la vista e un nuovo groppo mi si strinse alla gola.
Insinuai una mano tra i seni e strinsi nel pugno il medaglione dello Spettro. I sei raggi del sole mi punsero la pelle e mi chiesi se per caso sarei riuscita ad aprire delle ferite, se avessi aumentato la stretta.
Caddi in un sonno profondo e sognai i baci di Durza, le parole pacate di Oromis e la maestosa ferocia di Glaedr.

Il giorno dopo avevo la gola in fiamme e, per chiedere a Blödhgarm di guarirmi, fui costretta a parlargli con la mente. Lo stregone era decisamente più abile di me a manipolare la carne -viste anche le profonde trasformazioni che aveva imposto al suo corpo- e in pochi minuti riuscì a guarire i lividi e le ferite interne che avevo sbrigativamente rimarginato il giorno prima. Mi lasciò con il velato ammonimento di prestare più attenzione alla mia vita in futuro, forse temendo una nuova reazione disperata di mia madre.
Non mi mossi dall'accampamento per il resto del giorno. In città le truppe dei Varden terminavano l'assedio, ma la vittoria era già nostra e non ritenevo necessaria la mia presenza tra le mura di Feinster.
Chiusa nella mia tenda, protetta e isolata con i dovuti incantesimi, con un generoso pasto a portata di mano, cominciai a potenziare con la magia i muscoli delle mie gambe e delle mie braccia.
Ero giunta a quella soluzione dopo ore passate a rimuginare e alla fine mi era parsa la soluzione più intelligente per non farmi uccidere da avversari che potevano contare sulla stessa velocità degli elfi, come spettri e cavalieri di drago accompagnati da uno o due Eldunarí, ad esempio.
L'incantesimo era piuttosto complicato e sopratutto sottraeva parecchia della mia ancora scarsa energia.
Temendo di ritrovarmi improvvisamente con una forza che non sarei stata in grado di gestire in battaglia, proseguii per gradi, aumentandola un poco per giorno, fino a recuperare la mia antica agilità e superarla lievemente. Mi allenai con la spada ogni notte, nel deserto cortile del palazzo dove ero stata alloggiata con le alte sfere, fino ad assumete una certa dimestichezza con i nuovi cambiamenti imposti al mio corpo.
Due giorni dopo la presa di Feinster, Nasuada diede ordine di muovere l'esercito in direzione di Belatona. Per evitare di incontrare Alba alla guida del carro, issai le mie cose sulla groppa del mio cavallo e affiancai Nasuada per tutto il tragitto. La donna parve sorpresa della mia improvvisa socievolezza, ma ne approfittò per lanciarsi in lunghe discussioni di strategie di attacco e di combattimento.
«È vero che tra gli elfi anche le donne partecipano agli scontri armati?» mi chiese, curiosa.
«Se tu visitassi ora la Du Weldenvarden la troveresti praticamente deserta» risposi. «Non siamo come gli umani e tendiamo a considerare allo stesso livello sia i maschi che le femmine, anche in combattimento».
Forse un poco del mio sprezzo filtrò dal tono della mia voce, perché Nasuada mi rispose severamente: «Non conosco molto bene gli elfi, ma per anni non ho visto che te come unica rappresentante del tuo popolo e confesso che da bambina ti avevo scambiata per un uomo. Ora che finalmente ho incontrato altri esponenti della tua razza credo di potere affermare che siete diversi da noi, sia nel fisico che nella mente, però ho notato che non vi è una grande differenza di corporatura tra i vostri maschi e le vostre femmine. Avete tutti circa la stessa altezza e le stesse proporzioni quindi ne deduco che condividiate anche la stessa forza, mentre le nostre donne hanno caratteristiche fisiche ben diverse dai loro uomini e quindi sono meno adatte alla violenza e allo scontro armato. Senza contare», continuò impietosa, «che noi siamo molto fecondi e non è raro che una madre si trovi circondata da due, tre o magari quattro figli. A quel punto cosa dovrebbe fare? Abbandonare i suoi bambini per cercare la morte in battaglia? Noi non abbiamo il tempo sufficiente per essere sia guerrieri che genitori. No, Arya, le nostre donne non rifuggono le battaglie perché sono vili e deboli, ma perché a loro spetta il compito di creare la vita, non di distruggerla».
Il lungo discorso del capo dei Varden, farcito di un buon tono di rimprovero, mi colpì più di quanto diedi a vedere. Non avevo mai considerato i fattori che Nasuada mi aveva appena esposto e mi vergognai della mia superficialità. Possibile che dopo anni che vivevo tra loro, non avessi ancora capito pienamente gli uomini?
«Ti chiedo perdono, non volevo apparirti scortese» mi scusai quietamente.
Nasuada parve nuovamente incuriosita. «Voi elfi siete circondati da un alone di mistero che inquieta i miei soldati e mi fa mordere le dita non appena vi voltate. Sembra che ogni vostro gesto e ogni vostra parola nasconda segreti arcani e inconfessabili».
«Avresti dovuto fare il menestrello, figlia di Ajihad. Le tue parole sono degne di un incantatore» la blandii, nel tentativo di allontanare i suoi pensieri dagli elfi e dai loro segreti.
Sorrise, il biancore dei denti in contrasto con la pelle scura, e abbandonò l'argomento, in un atteggiamento quasi condiscendente.
In tre giorni arrivammo a Belatona e il giorno dopo attaccammo e prendemmo la città. Gli incantesimi che avevo applicato sulle mie membra funzionavano alla perfezione, così io, Arya di Ellesméra, ambasciatrice degli elfi, figlia della regina e Ammazzaspettri, partecipai all'assedio di Belatona, incinta di sei mesi e ridicolmente imbottita di incantesimi di difesa.
L'assedio terminò con rapidità sconcertante grazie alla presenza dei maghi elfici e di Eragon e Saphira, anche se costò parecchie vite umane e la dragonessa rimase ferita da Niernen, la prima Dauthadert che avessi mai visto e probabilmente l'ultima rimasta in Alagaësia dai tempi della Du Fyrn Skulblaka. In compenso però riuscimmo a tenere la lancia per noi, un possibile futuro aiuto contro Shruikan e Castigo.
Quello stesso giorno i gatti mannari strinsero un'alleanza con i Varden, un evento storico e memorabile che sembrava essere orchestrato da un dio crudele al solo scopo di riparare la ferita data dalla perdita di Glaedr ed Oromis. Glaedr rimaneva effettivamente chiuso in sé stesso e, al mio tentativo di entrare in contatto con lui, ne avevo ricevuto un flusso di dolore così intenso che per qualche minuto l'idea della vita aveva perso il suo fascino, a favore di un invitante oblio.
La sensazione si era dissipata quando, nelle ore seguenti mi ero impegnata ad assistere una donna originaria del villaggio di Eragon, alle prese con un parto difficile che si sarebbe certamente concluso in tragedia se non avessi segretamente usato un paio di incantesimi per guidare la sua bambina verso la luce. La chiamarono Speranza e il nome piacque immensamente a tutti, me compresa, e non riuscii a trattenere un'espressione che doveva sfiorare la commozione. La vita nella morte. Avrei dovuto trovare un nome altrettanto significativo per mio figlio, un giorno.

I Varden si istallarono nella conquistata Belatona, dove rimasero a riposo per un'intera settimana, per poi incamminarsi lentamente in direzione di Dras-Leona. Fu proprio durante quel viaggio che Glaedr, rinchiuso nel suo guscio di dolore, emise le prime poche parole dalla recente morte del suo cavaliere, per poi tornare nel suo isolamento. Il suo ritorno, seppur breve, diede a me e agli altri elfi la speranza che il vecchio drago dorato non si sarebbe lasciato sopraffare dal dolore
Sia l'assalto a Feinster che quello a Belatona si erano rivelati meno complicati del previsto, specie perché né Murtagh e Castigo né i morti che ridono avevano fatto la loro comparsa, ma l'illusione di avere superato buona parte degli ostacoli che si frapponevano tra noi e Uru'baen sfumò non appena arrivammo in vista delle mura di Dras-Leona, dove trovammo il figlio di Morzan e il suo drago ad attenderci sulle mura, affiancati da alcuni Sacerdoti dell'Helgrind, che riconobbi immediatamente. Ci promisero che mai avremmo preso Dras-Leona la fangosa fino a che ci fossero stati loro a guardarla.
Non avevo alcun motivo di dubitare delle loro parole e loro non me ne diedero.
Nei giorni seguenti assistetti a diversi lenti movimenti: Nasuada si spegneva come una candela consumata davanti ai miei occhi, distrutta e frustrata dal fermo al quale era stato costretto il suo esercito; Islanzadi mi contattò per dirmi che Taurida era ormai nelle mani degli elfi e che, in capo ad una settimana, il drappello mandato a Teirm avrebbe preso la città; Orik arrivò dopo tre giorni, a capo dell'esercito dei nani, e fu costretto ad unirsi a noi nella frustrante attesa di una soluzione; e in ultimo Glaedr riemerse vigorosamente dal suo esilio, spronato dalle sventate e ammirevoli parole di Blödhgarm e io mi affiancai a lui nel proseguire l'educazione ancora incompleta di Eragon.
Il legame di affetto che mi legava al cavaliere si evolse in una traballante amicizia: da alcuni suoi atteggiamenti, Eragon sembrava ancora infatuato di me, ma in generale manteneva con me lo stesso atteggiamento che esibiva con Orik o con Nasuada. Accettai la situazione così com'era e mi impegnai a dare al giovane tutto l'aiuto possibile, anche se in certi momenti -come quando mi disse di essere riuscito a capire chi fossi o quando mi chiese cosa avessi intenzione di fare una volta terminata la guerra- avrei desiderato scappare via.
Ti vedo.
Eragon vedeva molti aspetti del mio carattere e della mia persona, indubbiamente, ma avrei preferito che non si spingesse oltre nella sua conoscenza.

Più di una settimana dopo il nostro arrivo alle porte di Dras-Leona, quando ormai il morale degli uomini strisciava sotto i loro talloni e le scorte di cibo cominciavano seriamente a scarseggiare, arrivò la tanto attesa soluzione.
Una soluzione chiamata Jeod Gambelunghe.
L'erudito parlò di gallerie, di fogne scavate sotto Dras-Leona più o meno ai tempi in cui mio padre Evandar era salito al trono nodoso. Guardai la mappa disegnata da Othman -autore umano che avevo già letto in passato- e l'immagine si sovrappose alle fitte linee rosse di quella che mi aveva mostrato Durza. Mentre quella dello Spettro rappresentava anche i più piccoli canali di scolo, quella che reggeva Jeod tracciava una semplice linea retta, che tagliava in due la città. Sapevo che i canali di scolo confluivano in un grande tunnel che si gettava nel lago e sapevo che quello stesso tunnel era arredato e colonizzato dai Sacerdoti nella zona sotto la cattedrale, ma non avevo mai sospettato -né la mappa di Durza aveva posto dei dubbi- che il tunnel cominciasse dall'esterno della città, come invece sosteneva Jeod.
Nasuada elaborò rapidamente un piano azzardato e incerto come quelle informazioni e io mi offrii prontamente come volontaria. La scusa ufficiale era che volevo proteggere Eragon, in realtà avevo anche intenzione di mettere a frutto le mie scarne ma forse essenziali informazioni sui Sacerdoti, sui loro ambienti sotterranei e sulle loro Ombre.
Mi rasserenai quando la Venerabile chiese di unirsi alla spedizione e mi dissi che avrei dovuto mettere a parte almeno lei delle mie conoscenze. Sarebbe stato più prudente che tutti sapessero tutto, ma io non potevo divulgare informazioni così preziose fingendo che fossero piovute dal cielo.
Così, non appena la riunione con Nasuada, Orrin, Orik ed Eragon e Saphira fu conclusa, andai alla ricerca dell'erborista, che aveva lasciato il padiglione appena Nasuada l'aveva accettata nell'impresa.
Raggiunsi la tenda di Angela dopo una buona mezz'ora impiegata a chiedere dove si trovasse, dato che non era né vicina alle tende dei guaritori né alle cucine, dov'era stanziata solitamente.
Non percepii alcun suono filtrare dal tessuto, ma picchiai lo stesso contro il palo d'ingresso per accertarmi che non ci fosse nessuno.
La mente di Angela sfiorò la mia. «Adesso sono impegnata, Arya».
La sua coscienza cantava un melodia squillante e insieme cupa e profonda, come un giullare che diventa assassino nella notte.
«Vorrei parlarti di Dras-Leona, Venerabile» risposi. Era ovvio che doveva aver insonorizzato la zona in modo che i suoni non filtrassero all'esterno dato che non percepivo nemmeno il suo respiro.
Mi aspettavo che mi scacciasse o mi facesse entrare, così quando il triangolo di tessuto dell'ingresso di scostò di lato e trovai gli occhi celesti di Alba fissati nei miei, sobbalzai.
«Tu» sputai.
«Che vuoi, Ammazzaspettri
Il nomignolo mi colpì. «Immagino che le voci viaggino veloci come il vento».
«Più del vento, temo. La bella impresa che tu e il cavaliere avete compiuto ha affascinato parecchio quei sempliciotti con cui lavoro alle cucine. Probabilmente la noia di aspettare nelle retrovie mentre l'azione si svolge altrove li sta logorando».
«Non mi pare di averti vista, né a Feinster né a Belatona» osservai.
«Sono una spia, non una combattente».
Angela le comparve improvvisamente accanto. «Entra Arya, vedo che non sarà necessario presentarvi».
La seguii, passando accanto all'elfa. «La conosci?»
Angela annuì compiaciuta. «Da circa due ore, ma la sua storia è parecchio interessante».
«Non c'è alcun bisogno di raccontargliela, la conosce alla perfezione» fece Alba con voce strascicata, chiudendo la tenda e accomodandosi su un piccolo sgabello che somigliava più ad un poggiapiedi.
La Venerabile mi fece cenno di prendere la sua sedia a dondolo, ed insistette quando rifiutai, scoccando un'occhiata significativa alla mia pancia e al cuscino posato a terra.
Finii per assecondarla, ma non mi sfuggì l'espressione perplessa di Alba nell'assistere alla muta discussione.
Angela sedette sul cuscino a gambe incrociate, ritta come un fusto. Era più bassa di me e anche di Alba, eppure, nonostante l'espressione svagata, emanava più autorità e saggezza di noi due messe insieme. E non eravamo esattamente due elfe qualunque.
«Ho intercettato una presenza interessante negli ultimi giorni, ma quando ho individuato la fonte non mi sarei mai aspettata di trovarmi faccia a faccia con un'elfa nera» fece lei allegramente. «Islanzadi non mi ha mai detto nulla riguardo a tutto ciò».
«Non l'aveva detto nemmeno a sua figlia» disse Alba, ricolma di disprezzo.
«E come vi sareste conosciute voi due?» indagò Angela vivacemente, gli occhi nocciola ardenti di curiosità.
Guardai Alba, impassibile, e lei mi restituì uno sguardo leggermente meno composto, quasi spaventato.
«Credo sia meglio non dirtelo, Venerabile» risposi per entrambe. «Ti basti sapere che il nostro incontro non è stato dei più piacevoli e che non scorre buon sangue tra di noi».
«Io la odio» puntualizzò la bionda.
«Non mi stupirei se diventaste buone amiche, un giorno» cinguettò Angela e parve quasi seccata quando si rese conto di aver abbandonato il lavoro a maglia sul tavolo accanto a me.
Glielo porsi, attenda a non sfilare l'operato dall'ago. «Venerabile, volevo che tu sapessi qualcosa prima di stasera, ma non parlerò di fronte a lei, non mi fido». E annuii in direzione di Alba.
L'indovina prese i ferri con piacere e iniziò subito a lavorare quello che sarebbe probabilmente diventato un copri-spalle, vista l'ampiezza dei punti. «Non credo che tu possa dirmi qualcosa che già non so, Älfa. Come ho già detto di fronte a Nasuada e agli altri, ho una faccenda di lunga data in sospeso con i Sacerdoti, specialmente con Abracham. Quelli come me proprio non gli piacciono» concluse con uno sbuffo seccato.
Sbirciai Alba, a disagio e preoccupata dalla sua presenza e da ciò che avrebbe potuto carpire sulla segretissima missione alla cattedrale. «Io ho incontrato brevemente Abracham, circa sei mesi fa» mormorai infine.
L'elfa si irrigidì e Angela parve sorpresa. «Conosci la struttura della cattedrale?»
«Una parte» ammisi cautamente. «Quella subito sotto l'altare».
«Nasuada ed Eragon lo sanno?»
«Ho preferito non dirlo per ovvi motivi».
«Ma lo dici a me».
«Tu sai più di chiunque altro, Venerabile».
Alba scattò in piedi. «Cosa significa tutto ciò?»
«Nulla di rilevante» fu la rapida risposta di Angela. «Quando saremo là sotto faremo in modo che tu guidi la spedizione o mi dia indicazioni con la mente» aggiunse col pensiero.
«Era quello che ero venuta a proporti» assentii, sollevata. Prolungando il contatto con la sua mente, le trasmisi brevemente altre immagini: le Ombre, i cerchi di ametiste, i poteri dei Sacerdoti. Sentii stupore e anche soddisfazione provenire da lei, poi un odio antico e a lungo celato sfiorò i confini della mia coscienza, facendomi tremare di terrore.
L'indovina si ritirò e Alba mi tirò i capelli. «Cosa mi stai nascondendo, maledetta..?»
«Ferma lì!» esclamò l'erborista. «Le brutte parole sono insopportabili, non trovate? Ci sono tanti modi fantasiosi ed eleganti per offendere, senza dover ricorrere a banalità».
Parlò senza alzare gli occhi dal suo lavoro, con un certo brio, eppure riuscì in quel modo a fermare l'azione della mia nemica.
Scacciai la mano di Alba e riassestai la fascetta di pelle sulla fronte. «Vado a riposarmi» dissi, alzandomi in piedi.
«Tu rimani a farmi compagnia, Älfa?» domandò Angela candidamente.
«Hai detto che non avevi intenzione di ingannarmi, Venerabile» sibilò Alba bloccandomi la strada, con l'espressione di un animale ferito.
Non mi stupì il fatto che l'elfa conoscesse il nomignolo che la mia gente attribuiva all'erborista. Poteva negare di esserlo, ma era cresciuta tra gli elfi.
«E io non dico quasi mai bugie. Siedi: devi finire di parlarmi di quel pazzo scatenato di Tenga».
Approfittando della sua esitazione, superai Alba e guadagnai l'uscita della tenda.
«Scoprirò il tuo segreto, principessina» soffiò lei tra i denti.
Con il cuore che batteva accelerato contro le costole, corsi tra le tende fino a quando non mi fui allontanata di una distanza che reputai sufficiente. Una donna castana mi fissò con gli occhi accusatori di Alba, ma essi cambiarono colore -diventando di un pallido verde- non appena strizzai i miei.
Pazza. Stavo diventando pazza.
Raggiunsi i recinti dei cavalli e mi appoggiai alla staccionata con i gomiti, inspirando ed espirando lentamente dalla bocca. La terra sotto i miei piedi sembrava imbrattata di sangue ed impiegai qualche minuto per realizzare che si trattava semplicemente dell'ombra gettata dal legno. Serrai le palpebre.
Calma.
Rievocai i giardini di Tialdarí, illuminati dalla luna e dai bagliori delle lucciole in una notte di mezza estate.
Poi cercai la coscienza di mio figlio e mi beai delle caotiche sensazioni e impressioni mentali che mi trasmise non appena presi a canticchiare una semplice nenia.
Quando riaprii gli occhi il sangue era sparito e nessuno sguardo minaccioso prese spazio nei volti delle persone che incontrai nel tragitto fino alla mia tenda.
Dovevo mantenere la calma e la lucidità. In poche ore, dopo sei mesi di gioie e sofferenze, sarei tornata alla cattedrale dov'era sbocciato l'amore tra me e Durza. E non avrei dovuto permettere a niente e nessuno di distrarmi dal vero obiettivo: aprire i cancelli di Dras-Leona e permettere ai Varden di conquistarla.

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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 13 marzo 2015, 10:24

45. Ritorno alla Cattedrale
Partimmo a mezzanotte dall'accampamento, l'ora in cui le campane della torre campanaria suonavano e Wachter abbandonava la guardia per nascondersi con Delling nella dispensa. Chissà se quella notte avevano appuntamento o no.
I pochi elementi della squadra -io, Eragon, Angela e Wyrden- si avvolsero in mantelli neri per ripararsi dalla pioggia e scacciare il freddo notturno. Dopo circa un'ora di marcia, Wyrden individuò l'ingresso con un incantesimo e, prima di avventurarci al suo interno, non mancammo di notare che qualcuno ne aveva recentemente fatto uso.
Forse erano i Sacerdoti, che si muovevano fino all'Helgrind per adorare il loro Dio? O forse le Ombre che perlustravano i dintorni?
Non avevo percepito presenze durante la nostra marcia, ma ero certa che non avremmo mai potuto evitare uno scontro con le guardie, una volta scesi nelle viscere della terra.
Il basso tunnel in cui ci addentrammo proseguì linearmente per una certa lunghezza. Procedere china era terribilmente scomodo, specialmente per me, ma avrei accettato di buon grado il disagio se solo il passaggio ci avesse condotti direttamente sotto la Cattedrale, invece ci rendemmo ben presto conto che lì sotto si aggrovigliavano tra di loro una serie infinita di labirintici passaggi e corridoi.
La Venerabile mi scoccò diverse occhiate interrogative, ma io non potei fare altro che scuotere la testa. Non conoscevo quella parte sotterranea, tanto valeva proseguire alla cieca ed addentrarsi il più possibile nel cuore della struttura, per poi cercare una direzione con la magia.
Alla fine giungemmo ad una sala circolare, sulla quale si aprivano sette passaggi. Mentre Wyrden e Angela analizzavano il soffitto -che a quanto pareva descriveva la storia del famigerato vate Tosk, che mi era sempre rimasta oscura durante il mio breve periodo di noviziato- io mi spostai sull'orlo delle sette aperture e pronunciai un incantesimo di ricerca dietro l'altro per trovare gli ambienti della cattedrale che conoscevo: la cripta e le stanze di studio dei Sacerdoti. Avevo fatto bene ad accompagnare Eragon, potevo davvero aiutarlo moltissimo se solo avessi trovato la direzione giusta.
Giunta davanti al settimo ingresso, esortai i miei compagni a seguirmi, perché gli altri erano risultati vicoli ciechi. Ma non riuscimmo ad addentrarci nel cunicolo perché il miagolio agghiacciante di Solembum ci trattenne il tempo sufficiente da permettere ad una trentina di Ombre di fuoriuscire dalle loro insidiose aperture murarie. Gli uomini ci saltarono addosso senza un grido e ci impegnarono in un faticoso scontro.
Come ben ricordavo, le Ombre non sentivano dolore ed era necessario decapitarli o colpirli tra gli occhi per ucciderli rapidamente, inoltre erano immuni a quasi tutti gli attacchi diretti. Altri guerrieri uscirono dalle pareti e giunsero in aiuto dei loro compagni. Eravamo quattro abili combattenti e stregoni, ma persino le nostre azioni erano limitate contro un gruppo di uomini che erano immuni al dolore e protetti da buona parte dei nostri incantesimi più letali.
Costretta a fuggire oltre il settimo arco, fui testimone di un orrore dietro l'altro: dapprima la scomparsa della Venerabile oltre una parete, poi l'assurda morte di Wyrden ad opera di cristalli di ametista e infine della messa fuori gioco di Eragon, che perse i sensi non appena varcò un ampio cerchio di pietre violette che non esitai a riconoscere.
Nel preciso momento in cui il Cavaliere si afflosciò a terra, svenuto, mi bloccai sull'orlo del cerchio e scartai di lato, aggirando l'ostacolo. Ma fu presto chiaro che per me non c'era via di scampo: altri dieci uomini comparvero davanti a me e mi ritrovai sospinta all'interno dell'anello di pietre, costretta a fronteggiare diverse decine di Ombre, improvvisamente priva degli incantesimi di potenziamento che avevo applicato ai miei muscoli e anche delle protezioni e dei sostegni al ventre. La luce fatua che avevo sostenuto fino ad un attimo prima si spense.
Mi catturarono e mi stordirono con un colpo alla nuca. Vidi da lontano, come in un sogno, che mi assicuravano i polsi e le caviglie a robuste catene.
Quando la mia visione tornò più nitida, mi assalì un feroce attacco di mal di capo, seguito immediatamente dalla nausea. Sporsi il volto oltre la spalla e vomitai.
«Che schifo!» esclamò qualcuno.
«Io mi ricordo di te» fece una voce un po' gracchiante.
Qualcosa di indefinito mi fluttuò davanti, poi i contorni divennero sempre più chiari, fino a che non misi a fuoco un volto pallidissimo, che tuttavia non riconobbi.
Sputai a terra, ripulendomi la bocca. «Abracham» riuscii ad articolare. «Voglio parlare con Abracham».
«Tu sei quella che è venuta qui con Durza lo Spettro» constatò l'uomo, abbassando la benda nera che gli copriva la bocca.
Per un attimo pensai di mentire, poi mi dissi che probabilmente mi avrebbero comunque riconosciuta e che tanto non avrei avuto nulla da perdere o da guadagnare. «Sono io».
«Sarà il Sommo Sacerdote a decidere se riceverti o no». Poi aggiunse, a voce più bassa: «Non saresti dovuta tornare qui».
Le Ombre legarono il corpo inerte di Eragon a poche iarde da me, poi si dileguarono oltre una massiccia porticina a sinistra dell'altare.
Dopo qualche minuto si presentarono tre novizi, che si chinarono a terra e ripulirono ciò che avevo rigettato senza dire una parola, ma esibendo smorfie di disgusto. Non mi risposero quando chiesi loro dove fossero andate le Ombre e se qualcuno avesse detto ad Abracham che ero lì.
Finii per rassegnarmi al loro silenzio e digrignai i denti per la frustrazione quando sentii il forte movimento del mio bambino e mi resi conto di non poter né raggiungerlo con la mente, né perdermi a cantargli una canzone o a sfiorare l'addome per fargli sentire la mia presenza. Sicuramente non poteva passare inosservato il fatto che ero incinta, non quando gli incantesimi per celarlo si erano dissipati e le candele gettavano lievi luci su di me.
Se fossi uscita viva di lì lo avrei gridato ai quattro venti senza curarmi delle conseguenze.
Le Ombre tornarono e lo stesso uomo di prima si rivolse a me con durezza: «Il Sommo Sacerdote verrà a farvi visita più tardi, ma ha detto che non accetterà di parlare con voi. L'ultima volta che ha cercato un accordo con un intruso, tu e Durza lo Spettro siete fuggiti, uccidendo quattro di noi e portando con voi i nostri segreti. Egli non ripeterà l'errore. Mi ha ordinato di perquisirvi e di imbavagliarvi, nient'altro. Potrai cercare di sedurmi con le tue arti elfiche, donna, ma il mio Dio mi guiderà e io rimarrò sordo ai tuoi lamenti».
Effettivamente cercai di fargli cambiare idea, aggrappandomi ad ogni possibile promessa, ma, come mi aveva anticipato, l'uomo mi ignorò completamente, fino a che non soffocò la mia voce con un involto di stracci. L'impresa gli costò un morso sulla mano, ma mise anche fine alle mie inutili suppliche.
Ormai alla completa mercé di quegli uomini, non potei fare altro che divincolarmi inutilmente mentre mi sottraevano il fodero di Ren e la collana di Durza.
Il Cavaliere subì la mia stessa sorte e poi fummo lasciati nuovamente soli. Strattonai le catene con tutte le mie forze, fino a quando non mi sanguinarono i polsi, poi fui costretta a rinunciare anche a quell'impresa. Mi era difficile respirare, con le braccia sospese sopra la testa e lo straccio che mi ostruiva la gola rendeva l'operazione ancora più complicata. Se mi avessero lasciata lì per una settimana sarei morta lentamente, di auto soffocamento, mentre i muscoli delle spalle si indebolivano sempre di più sotto il mio peso.
Una fine terribile, che non ero assolutamente pronta ad accettare.
Forse due ore dopo Eragon si risvegliò e, sordo -anzi cieco- ai miei avvertimenti, tentò di usare la magia e di liberarsi con la forza, finendo poi per afflosciarsi, sanguinante e stremato.
Possibile che avessi nuovamente sottovalutato i Sacerdoti e il loro potere, dopo tutto ciò che già sapevo su di loro? Non avevo previsto tutte quelle trappole e forse avrei dovuto; ero stata troppo precipitosa e sciocca e la mia negligenza era costata la vita di Wyrden, forse anche quella di Angela.
Rabbrividii. Se la Venerabile fosse caduta nel vuoto sarebbe stata una perdita terribile per Alagaësia, privata a quel punto di uno dei suoi più importanti e longevi guardiani.
I Sacerdoti si presentarono non molto tempo dopo, accompagnati da novizi che reggevano le campane che usavano per i riti all'Helgrind. Il Sommo Sacerdote indugiò su di me qualche istante in più di quanto avesse fatto con Eragon, gli occhi scuri luccicanti che lo facevano sembrare un gigantesco scarafaggio.
Mi dispiacque ferocemente che Sole, il pugnale di Durza, non avesse messo fine alla sua viscida vita, più di sei mesi prima.
Abracham però, parve riservare il suo odio per Eragon, più che per me. Ed in effetti il Cavaliere aveva ucciso i loro dei, un sacrilegio che non doveva avere uguali ai loro occhi. Mi chiesi come potessero continuare a credere in un Dio che sanguina e muore per mano dei suoi nemici, ma la risposta mi giunse più in fretta di quanto mi aspettassi, in tutta la sua orripilante presenza.
Due uova di Ra'zac furono abbandonate davanti a noi e i Sacerdoti si ritirarono prontamente oltre la porte a sinistra dell'altare.
No.
Già in passato avevo rischiato di diventare carne da macello per i Sacerdoti, ma ero comunque abile di muovermi e di combattere, di tentare in ogni modo di salvarmi la pelle.
E sopratutto ero sola, con la mia sola vita in gioco. Il mio bambino non poteva diventare il pasto di quelle creature. Non aveva ancora visto il sole con i suoi occhi e sentito gli odori della terra, non poteva morire divorato da..
Ebbi un conato, ma la bile fu bloccata dallo straccio e mi ridiscese lungo la gola, rischiando di soffocarmi.
No, no, no, NO!
La sua e la mia vita non sarebbero terminate per un così atroce scopo. Solo l'idea mi faceva inorridire e tremare le viscere.
Ispirando furiosamente dal naso, mi guardai intorno alla ricerca di una via di fuga che non c'era. Poi lo sguardo mi cadde sulle strette manette che mi serravano i polsi e mi fu subito chiaro quale fosse l'ultima disperata soluzione a cui potevo fare ricorso.
Il dolore che provai quando la mia mano destra scivolò oltre l'anello di metallo non aveva precedenti e non ebbe seguito in futuro. La sofferenza mi infiacchì le membra e distrusse la mia capacità di ragionare, così rimasi inerte per lunghi istanti, anche perché il solo pensiero di dover ripetere l'operazione per l'altra mano e poi per entrambi i piedi minava seriamente la fermezza delle mie intenzioni.
Accolsi con sollievo l'arrivo dello sciocco novizio che diceva di volerci liberare, ma la nostra fine sarebbe stata comunque ineluttabile se la Venerabile non fosse comparsa preceduta da Solembum, come un sogno bellissimo, dalle labirintiche gallerie che avevamo affrontato poche ore prima.
Mentre Angela rompeva il cerchio di ametiste, io mi lasciai cadere inerte, intontita dal dolore, a malapena cosciente del fatto che Solembum aveva appena ucciso una delle creature che si agitavano nelle loro uova.
Tornai in me solo quando l'erborista mi si avvicinò, nascondendomi in parte alla vista di Eragon e sussurrando qualcosa che non capii. Mi liberò dalle catene e a quel punto sentii la sua mente sfiorare la mia.
«Gli incantesimi per nascondere tuo figlio al resto del mondo, Arya, devi applicarli immediatamente».
Mi tolsi lo straccio dalla bocca ed eseguii automaticamente. Ma solo quando mi guarii la mano e il dolore scemò riuscii a recuperare un poco di lucidità.
Ormai infiacchita dai rapidi e terribili avvenimenti delle ultime ore, mi offrii di portare il novizio mentre gli altri mi aprivano la strada, così da potermi tenere alla larga dagli scontri armati, che sicuramente non erano ancora finiti.
Ed effettivamente venti guardie erano schierate dietro la porta di sinistra. Ebbi il tempo di pensare che forse potevano essere le stesse che io e Durza avevamo visto darsi il cambio alla seconda ora del mattino e che avrei potuto gettare il novizio addosso a loro e poi sottrarre una spada.. Angela pronunciò una serie rapidissima di parole nell'antica lingua, qualcosa che aveva a che fare con il tempo e il suo rallentamento. Poi tutti e venti gli uomini caddero a terra, con una ferita sanguinante sotto la gola, morti.
Per qualche istante regnò il silenzio.
«Venerabile come hai fatto?» domandai, esitante e anche intimorita.
L'erborista lasciò me ed Eragon con un'affrettata spiegazione a proposito di tempo, movimento e calore, poi ci sollecitò a proseguire ed io e il Cavaliere, dopo esserci scambiati un'occhiata avvilita, eseguimmo.
Già dalla prima stanza oltre alla porta, percepii un ambiente che mi parve familiare. Poi capii.
«Venerabile, ora dobbiamo passare oltre a sette stanze» dissi.
«Dimmi tu quale bivio devo prendere» replicò, alzando una sfera luminosa.
Mi guardai intorno, sistemando meglio il mio fardello sulle spalle. Dalle pareti coperte di libri e oggetti preziosi, si aprivano infinite aperture che non ricordavo dalla mia visita precedente e mi occorse qualche istante per realizzare di cosa si trattasse.
«Mantieni sempre una direzione centrale e arriveremo direttamente all'abside della cattedrale. Le aperture laterali portano a corridoi che si diramano paralleli e che forse proseguono in altre labirintiche gallerie. Non so dirti altro».
«Questo è più che sufficiente, per ora».
Eragon si mantenne in testa, ma fu la Venerabile ad intervenire nella scelta della direzione e in pochi minuti mi corsero sotto agli occhi tutte le lunghe sale che io e Durza avevamo sviscerato per settimane, alla ricerca di una soluzione che ormai era perduta.
Oltre all'ultima porta si apriva il breve corridoio sul quale si affacciavano le porte della sala dei tesori e della piscina di sangue, poi quella che ci avrebbe portato alle scale.
Come avevo promesso ad Angela, ci affacciammo direttamente dietro all'altare. La pala con i tre picchi dell'Helgrind non era ancora terminata perché il più piccolo, Teufel, rimaneva solamente abbozzato. Probabilmente la questione sulla sua sacralità era ancora aperta e il pittore era stato licenziato senza poter terminare la sua opera.
L'osservazione mi richiese pochi istanti, anche perché poi fui distratta dai gemiti di dolore dei miei compagni, che stavano affrontando un pugno di Ombre. Vista la luce naturale che filtrava dalle vetrate e il calice caduto in una pozza di sangue, dovevamo avere interrotto i Sacerdoti nel bel mezzo del loro rito del mattino, appena prima che bevessero il sangue del Sommo Sacerdote.
Cercai la mente di Eragon e di Angela, ma solo il cavaliere aprì la coscienza alla mia. Insieme, cominciammo a seminare il panico tra i ventiquattro Sacerdoti, fino a che un buon numero di loro non furono uccisi o fuggirono nella porta che dava sul chiostro. Uno di loro, ferito, barcollò fino alla porta opposta, che sapevo portare al campanile. Stavo per inseguirlo, ma mi dissi che non era il caso di abbandonare i miei amici.
Infine non rimase che il Sommo Sacerdote, che tuttavia ci diede più filo da torcere.
«Mio Dio, indebolisci il mio nemico» sputò ad un certo punto, nell'antica lingua.
Credevo che l'incantesimo fosse diretto a Solembum, che si stava giusto scagliando contro i novizi che reggevano la sua portantina, ma quando vidi Angela traballare sulle gambe realizzai che l'unica ad aver subito danni doveva essere stata lei.
«Venerabile, sei ferita? Posso..»
Non ebbi modo di terminare il pensiero perché un attacco furioso quanto disperato mi costrinse a concentrarmi su me stessa. Canticchiai mentalmente alcuni versi del Du Silbena Datia, seguendo con la coda nell'occhio la massa dei ricci dell'erborista, che pareva l'unica capace di resistere alla mente di Abracham e al contempo di agire.
«Avresti dovuto conoscere la mia fama, lingua mozza», disse con voce terribile, dopo che l'assalto del Sacerdote fu domato, «in quel caso non avresti mai osato opporre resistenza. Lascia che ti spieghi..» Abbassò la voce ad un soffio, ma io ero abbastanza vicina da sentirla, «.. io appartengo a quella razza che la tua setta ha temuto e tormentato dall'inizio dei tempi. Noi siamo i guardiani dell'universo, padroni del tempo e dello spazio, coloro che mantengono gli equilibri». Le sue parole assunsero una cadenza trionfale, «Io sono il Dio solitario».
Il Sommo Sacerdote gridò terrorizzato e per poco non seguii il suo esempio, poi la Venerabile lo pugnalò e le campane iniziarono a suonare.
Egli proibì il contatto anche solo più lontano con l'Illusionista, l'enigmatico, il protettore dell'equilibrio, il multiforme che trova la vita nella morte e che non teme alcun male; colui che cammina attraverso le porte. Il dio solitario che, alla deriva sul mare del tempo, vaga da sponda a sponda, custode delle leggi delle stelle.
Avevo un'infinità di domande sulla punta della lingua, ma alla fine mi concentrai sulla gioia di poter stringere nuovamente Ren tra le mani. Con un breve incantesimo di recupero, la collana di Durza fluttuò nel mio palmo e io la indossai goffamente, impacciata dal peso dell'ossuto novizio su una spalla e dalla presa di Ren nella mano sinistra.
Mi liberai ben presto del mio fardello e continuai a correre in direzione dei cancelli, affiancata da Angela, Eragon e Solembum. Il boato terribile alle mie spalle testimoniava lo scontro senza esclusione di colpi che stava avvenendo tra Saphira e Castigo, che doveva servire da diversivo mentre noialtri aprivamo i cancelli.
Solo quando la terra tremò sotto i miei piedi mi voltai a guardare. Dove prima le guglie della Cattedrale spiccavano contro il grigio cielo autunnale, in quel momento si levava solo una fitta nube di polvere grigiastra.
I miei pensieri corsero in automatico ai monaci che in quel momento dovevano essere impegnati a preparare la colazione della carne di Dio.
Morti.
Probabilmente erano tutti morti.
La vittoria dei Varden su Dras-Leona fu ineluttabile e si concluse con la cattura di Lord Tàbor, il governatore della città. Per un breve momento pensai che non saremmo mai riusciti a sconfiggere i soldati che ci bloccavano l'accesso al portone, ma Eragon decise di sacrificare l'energia custodita in Aren, l'anello di suo padre, per spostare le pietre che lo ostruivano, dando così campo libero all'esercito.
Intorno a mezzogiorno, mentre gli scontri proseguivano in città e io me ne tenevo lontana, vidi due donne correre come due ratti nella strada sotto le mura, dove mi ero ritirata per poter scrutare meglio le attività dell'esercito ed eventualmente intervenire a distanza con piccoli incantesimi. Riconobbi i lineamenti di Augyra e Cantalama e decisi di seguirle, incuriosita e sospettosa insieme.
Le due costeggiarono le mura difensive e infine entrarono in una bottega, che pareva abbandonata da mesi.
«Vi serve aiuto?» domandai loro, facendole sobbalzare.
In attesa di una risposta, gettai una rapida occhiata al piccolo locale, che aveva tutta l'aria di avere ospitato la bottega di un fabbro in un passato non troppo lontano. Memore delle parole di Durza e delle braccia di Athala, intuii che doveva essere la stanza in cui la ragazza aveva incontrato lo Spettro, mandato da Gagnsamr a reclamare la legna per la Cattedrale.
Augyra mi fronteggiò con un cipiglio feroce. «Sono affari che non ti riguardano, ambasciatrice degli elfi».
«Nemmeno se avessi qualche informazione sulle uova dei Ra'zac?» indagai stancamente, spostando il fodero con Ren dalla mano destra alla sinistra, dato che non avevo alcuna voglia di provare ad agganciarla in vita.
Le due si scambiarono un'espressione dubbiosa, poi la giovane si fece avanti. «Che genere di informazioni?»
Senza scendere troppo nei dettagli, raccontai loro di un altro accesso alle gallerie della Cattedrale e delle due uova che i Sacerdoti avevano posto davanti a noi.
«Siete sicuri di avere ucciso le pupe?» si accertò Occhi di Lupo.
«Uno dei piccoli è stato decapitato e l'altro arso vivo. A meno che non debbano essere colpiti in un punto particolare come gli spettri, cosa di cui dubito, allora sono morti».
Augyra mi stupì quando mi afferrò le spalle e mi scosse leggermente. «Ti ringrazio per ciò che hai fatto» disse, grata.
Feci un cenno di assenso, a disagio. In realtà io non avevo fatto un bel niente, impegnata com'ero a scarnificarmi la mano che ancora mi pulsava.
«Avete notizie di altre uova?» chiesi.
La donna parve dubbiosa e mi scrutò con sospetto. «Non credo di potertelo dire».
«Diglielo» intervenne dolcemente Athala.
«Abbiamo i nostri segreti, Cantalama. Non dipende da noi decidere se e con chi condividerli» fu l'aspro rimprovero.
La giovane le posò una mano sulla spalla, con gentilezza. «Lei potrebbe aiutarci e il nostro.. coordinatore è troppo lontano per potere approvare tempestivamente le nostre azioni. Forse dovremo fare un po' di testa nostra per poter liberare l'umanità dalla piaga dei Ra'zac».
Augyra scrollò la sua mano e le scoccò nuovamente un'occhiata aspra, che costrinse Athala ad abbassare lo sguardo. «Non dimenticare ciò che io e molti altri abbiamo fatto per te».
«Non lo dimentico» rispose flebilmente.
A quel punto decisi di intervenire. «Non vi sto chiedendo di mettermi a parte di tutti i vostri segreti, perché so già che non lo farete. Mi avete detto che siete membri di una sorta di setta che aiuta i Varden e, dato che finora non li avete mai danneggiati, vi credo e voglio aiutarvi. Mi basta sapere se sareste interessate a tornare alla Cattedrale o no».
«La Cattedrale è crollata».
«Ma le gallerie forse no» insistetti. «Ed è lì che volevi guardare tu quando ti sei inserita tra i novizi, giusto?»
«Dimmi ciò che sai», concesse Augyra, «ma poi non potrai accompagnarci».
«Avete qualcosa su cui scrivere?»
Le due scossero la testa e dovetti accontentarmi del pavimento di terra battuta, che incisi con uno stiletto che mi porse Cantalama. Disegnai una mappa accennata della parte delle gallerie che conoscevo e che conosceva anche Augyra, poi ripercorsi tutto il tragitto che avevamo compiuto nella notte, a ritroso.
«Non credo che vi convenga addentrarvi là sotto senza l'assistenza di un mago» specificai. «Secondo i miei calcoli restano in vita almeno una ventina di Ombre, forse anche di più, e loro sono ben addestrati e ben protetti, oltre ad essere immuni al dolore. Inoltre mi è parso di capire che molte gallerie non siano altro che spirali di trappole e trabocchetti per impedire agli estranei alla setta di percorrerle impunemente, nel caso trovassero l'ingresso a cui vi ho accennato. Forse potreste provare a guardare tra le macerie della Cattedrale, nella speranza che sia rimasto uno spiraglio, ma non credo, e anche in quel caso dovreste fare ricorso alla magia».
«Per fortuna che esisto io, allora!» fece una voce squillante.
A quel punto fui io a sobbalzare; non avevo sentito Angela arrivare, talmente ero concentrata sul mio discorso.
«Angela ti ho già detto che non possiamo accettare il tuo aiuto fino a quel punto» disse Occhi di lupo, con parecchio rispetto in più di quello che aveva riservato a me, e a ragione.
Guardai l'erborista, come sempre accompagnata da Solembum, e la trovai coperta di sangue e con i ricci ancora più arruffati del solito.
«Lo so, ma forse non ti ho mai detto una cosa, Occhi di Lupo: non c'è alcun bisogno di nascondermi nulla perché tanto so già tutto» rivelò spensieratamente, chinandosi sopra la mia spalla ad esaminare la mappa che avevo inciso nel terreno e approvandola con un cenno della testa.
Augyra e Athala si guardarono nuovamente, più spaventate che sorprese, e io tornai con la mente a poche ore prima, quando Angela aveva messo fine alla vita di Abracham. Gli umani tendevano a sottovalutarla per i suoi atteggiamenti frivoli, ma mi resi conto in quel momento di non essere stata da meno. C'era qualcosa che Angela non sapesse? C'era un'organizzazione, una setta, un'alleanza in cui non fosse coinvolta?
«Tu..?» balbettò Augyra.
«Conobbi il vostro più eminente scrittore, qualche decennio fa».
In una conversazione fatta di sottintesi, cominciai a sentirmi decisamente di troppo.
«Vi lascio sole» dissi, alzandomi faticosamente in piedi.
«Sì, faresti meglio ad andare a risposare» mi sollecitò l'erborista, strizzando amichevolmente un occhio.
«Seguirò il tuo consiglio, Venerabile».
«Perché, era un consiglio?»
Spiazzata, indugiai qualche altro istante sulla soglia, indecisa su come interpretare le sue ultime parole. Erano intese come un'offesa o come un gentile ordine?
Rinunciai a sciogliere la matassa che mi aggrovigliava il cervello e abbandonai le tre donne al loro confabulare. L'ultima parola che riuscii a cogliere fu il nome di una città: Kuasta.
Così, fuori contesto, non significava nulla per me.
Nel primo pomeriggio abbandonai la tenda dove ero andata a rinfrancarmi dopo le fatiche e i traumi della notte per raggiungere gli stregoni elfici che avevano recuperato il corpo di Wyrden.
La cerimonia di addio fu molto breve e frettolosa. La sua era stata una morte così sciocca e così inaspettata che ancora non sembrava vera. Un po' come quella di Durza.
Io e i miei compagni elfi cantammo una quercia sul suo corpo, ma nessuno aveva avuto il tempo o l'ispirazione di comporre poesie o canti in suo onore e ci limitammo a intonare versi già conosciuti. Così Wyrden fu sepolto con la stessa rapidità con cui era caduto nel vuoto.
Era il terzo elfo che avevo visto morire sotto i miei occhi senza poter fare nulla, ma almeno mi fu concesso di presenziare al suo addio e piangerlo in cuor mio, come non avevo potuto fare con Glenwing e Fäolin.
Nasuada ordinò ai Varden di lasciare immediatamente l'assediata Dras-Leona e, dopo un paio d'ore di marcia, piantammo un nuovo accampamento non troppo lontano dalla città. Al viaggio seguì una lunga riunione tra i capi delle varie armate. Vi partecipai in qualità di ambasciatrice e con un incantesimo permisi a mia madre di essere messa a parte delle vicende della giornata.
Per le ore che separavano il giorno dal tramonto, continuai a rivedere, con gli occhi della mente, l'espressione addolorata di Islanzadi alla notizia della morte di Wyrden e a sentire nelle orecchie il velato avvertimento che mi aveva lanciato quando avevo accompagnato Eragon ad Ellesméra: la nostra razza non era invincibile. Eravamo longevi e potenti come poche altre razze, ma nell'ultimo secolo avevamo subito molte perdite, perdite che non saremmo mai riusciti a colmare con la rapidità su cui potevano contare gli umani.
Il mio popolo sarebbe stato il più colpito da quella guerra, alla fine dei conti.
Non volli continuare a pensarci, perché su quell'onda di pensiero mi sembrava di avere sbagliato ogni cosa da quando ero venuta al mondo.
Blödhgarm -dopo avermi gentilmente guarito i tendini della mano- mi chiese se volessi tenere io la fiala di faelnirv di Wyrden.
«Credo che potrebbe farti bene, Arya Dröttningu».
Lo ringraziai, conscia che nella mia condizione avrei dovuto limitare l'uso di parecchio.
Vagai nell'accampamento, godendomi l'aria fresca della sera, monito all'imminente arrivo di un clima più rigido, fino a che non mi ricordai che da pochi giorni doveva essere caduto il centoduesimo anniversario della mia nascita. Le labbra mi si incurvarono in un'espressione amara. Non festeggiavo quella ricorrenza da quando avevo assunto il ruolo di ambasciatrice, settantuno anni prima. Solo Fäolin aveva continuato a regalarmi un fiore ogni volta che si avvicinava l'equinozio d'autunno, e quello era il primo autunno che passavo senza di lui.
Era davvero trascorso quasi un anno? Undici mesi da quando lui e Glenwing erano morti e io avevo desiderato esserlo a mia volta?
Fui travolta dalla tristezza e, svitata la boccetta che tenevo tra le mani, ne bevvi un piccolo sorso. Poi un altro.
Era una di quelle notti in cui ci si sente il peso del mondo addosso, una di quelle in cui è meglio non rimanere da soli, pena il rischio di farsi schiacciare.
All'altezza della tenda di Eragon, fui fermata da un paggio di Nasuada, che mi riferì una convocazione da parte della signora dei Varden per il mattino seguente, forse per discutere con me del futuro punto di ritrovo con l'esercito di mia madre, che doveva avvenire prima dell'arrivo ad Uru'baen.
Il cavaliere mi canzonò per il nomignolo “Ammazzaspettri” che ormai mi era riservato, poi mi chiese se per caso non dovesse chiamarmi principessa, a causa della mia parentela con Islanzadi. In qualsiasi altra situazione avrei ascoltato l'affermazione e risposto con leggerezza, ma quella notte mi sentivo pericolosamente fragile e il solo ricordo della voce di Durza che accarezzava quelle sillabe mi fece male.
Trovai in Eragon un gemello di coscienza, in quel momento, e gli proposi di condividere con me il faelnirv per scacciare l'angoscia. La sera sembrava tranquilla e io mi concessi qualche altro piccolo sorso del liquore, mentre il Cavaliere ne bevve così generosamente che in breve parve totalmente incapace di ragionare lucidamente e parlare con coerenza. Con la mente leggermente intorpidita mi permisi di ridere alle sue espressioni e ai suoi discorsi sconnessi, lasciando le preoccupazioni scivolare fuori dalla tenda.
Come la calma che anticipa la tempesta, ciò che avvenne dopo minò terribilmente la stabilità dei ribelli.
Un manipolo di soldati imperiali irruppe nell'accampamento dei Varden, accompagnati da Murtagh e Castigo. Ebbi il tempo di rendere lucidi me ed Eragon con un incantesimo, poi mi lanciai in direzione della mia tenda per recuperare Niernen, evitando i soldati imperiali che si erano sparsi tra le tende, come pecore indisciplinate, come se non fossero altro che.. un diversivo!
Arrivai troppo tardi alla conclusione. Murtagh strappò Nasuada dalla sua tenda e la portò con sé, alzandosi in volo su Castigo. Conficcai la Dauthdaert nella coda del drago, ma dopo un breve scontro la creatura riuscì a sbalzarmi via con violenza.
Il colpo mi prese sul seno e sulle costole, mozzandomi il respiro e scaraventandomi all'indietro. Prima di perdere conoscenza sentii una forza esterna alla mia rallentare la mia caduta e qualcosa di duro bloccarla definitivamente.
Tornai in me e trovai gli occhi castani di Eragon che vagavano inquieti sul mio viso. Non potemmo fare altro che guardare Murtagh e Castigo che si allontanavano nella notte, portando un preziosissimo fardello con loro: Nasuada, il capo dei Varden, coordinatore delle forze ribelli, mia amica e alleata.
Eragon fu designato come suo successore, dato che la donna aveva avuto la pronta intelligenza di nominarlo tale ancora ai tempi della battaglia delle Pianure Ardenti. Mi assicurai che la discussione sulla nomina avvenisse nella tenda di Orik, che sapevo avrebbe certamente supportato la sua candidatura. Il consiglio degli anziani non fu nemmeno interpellato; tutti sapevano che aveva perso autorità da quando era cominciata la campagna militare contro l'Impero e Nasuada aveva assunto i pieni poteri e nessuno si disturbò di riunirlo per approvare la nomina di Eragon.
L'unico oppositore fu re Orrin, che dubitava delle capacità del giovane e temeva la sua inesperienza, ma le sue incertezze -dettate più dal vino di cui ultimamente abusava che da altro- furono rapidamente dissolte.
Non era ancora sorto il sole e il cavaliere di drago aveva già rinunciato ad esercitare il suo ruolo di capo.
La storia che Eragon mi raccontò quella notte era assurda. Mi parlò del suo primo incontro con Angela l'indovina e delle misteriose parole che Solembum, il gatto mannaro, gli aveva rivolto, qualcosa a proposito di un misterioso aiuto che avremmo trovato quando tutto fosse sembrato perduto.
Di lì a poco si verificarono una serie di strani eventi. Si trattò principalmente brevi momenti di perdita di memoria, che coinvolsero sia me, che Glaedr, che Solembum stesso. Solo Eragon e Saphira sembravano esserne immuni, noialtri faticavamo a ricordare le parole dei due per più di pochi minuti.
Era una sensazione terribile non essere nemmeno padroni dei propri ricordi, ma non era finita lì.
Il gatto mannaro fu grottescamente usato da una forza a noi sconosciuta per indicarci le delle pagine del Domia adr Wyrda che Eragon possedeva. In quelle pagine si parlava di tutto ciò che negli ultimi minuti era sfuggito a noi e che da chissà quanti secoli sfuggiva ad altri.
La rocca di Kuthian o Volta delle Anime, era un edificio situato nel bel mezzo di Vroengard, la perduta dimora dei cavalieri, disabitata da un secolo a causa degli effluvi nocivi che la infestavano.
La nostra situazione era disperata, così Eragon, Saphira e Galedr partirono il giorno seguente, in direzione di Vroengard, incontro alla salvezza o ad una micidiale trappola, non lo sapevamo.
Ma era forse la nostra unica possibilità per poter veramente prevalere sul potere che Galbatorix custodiva ad Uru'baen.

Nei giorni seguenti affiancai gli stregoni comandati da Blodhgarm nel compito di creare e mantenere delle immagini-specchio di Eragon e Saphira che ingannassero sia i nemici che gli amici. Solo le alte sfere e pochi fedelissimi -come Roran, il cugino di Eragon- sapevano della partenza dei due e non potevamo permetterci che la notizia venisse divulgata o ci saremmo ritrovati prede facili per qualsiasi cacciatore del cielo.
In un momento come quello, avere Oromis e Glaedr con noi sarebbe stata una benedizione.
Io, Orik, Orrin e Jörmundur prendevamo le decisioni riguardanti i movimenti dei Varden e poi le comunicavamo ai diretti interessati tramite l'immagine-specchio di Eragon, dando l'illusione che gli ordini provenissero dal nuovo capo dei Varden.
Le mie condizioni fisiche si fecero sempre più insopportabili. Avevo ripristinato gli incantesimi che sorreggevano il peso della gravidanza, ma esso sembrò aumentare esponenzialmente in pochi giorni e fui costretta a migliorare l'efficacia degli stessi incantesimi. E nonostante ciò il costante dolore alla parte bassa della schiena, forse causato dalle lunghe ore che trascorrevo in piedi, non voleva saperne di andarsene.
A questo si associarono presto altri numerosi e terribili incubi. Dovevo avere ucciso meno uomini nella battaglia di Dras-Leona rispetto ai precedenti scontri, ma i loro occhi e i loro sguardi feroci e terrorizzati mi assalirono come avvoltoi su un cadavere. Inoltre vi erano i monaci. Non li avevo uccisi io, non direttamente, ma li avevo conosciuti, avevo avuto il tempo di apprezzarne i pregi e schernire i difetti.
Ed erano morti tutti, schiacciati sotto il peso delle macerie. Anche loro visitarono i miei sogni, chiamandomi a loro con il nome che avevo assunto ai tempi del mio soggiorno a Dras-Leona: Bitr.
Non riposavo bene, vedevo i morti negli occhi delle persone che mi circondavano, ero preoccupata per la salute di Eragon e Saphira e per la misteriosa forza che aveva controllato la mia mente e i miei ricordi; temevo per la sorta di Nasuada e in cuor mio avevo la certezza che fosse già morta tra atroci tormenti. Di quel passo, non sarei nemmeno arrivata ad Uru'baen, figuriamo prendere in considerazione l'idea di partecipare alla battaglia.
Nascosi le occhiaie con la magia e mi sforzai di ignorare le macchie di sangue che vedevo nelle ombre gettate dal sole autunnale. Non erano reali, erano frutto della mia mente ferita e se mi fossi concentrata su altro sarebbero svanite.
Il più delle volte funzionava.

Il terzo giorno di viaggio, mentre consumavo una cena a base di pane e formaggio, seduta a terra nei pressi delle cucine, intravidi un volto noto tra la folla dei soldati in coda per ricevere la loro razione. Una giovane donna dagli occhi azzurri e dai capelli biondi, raccolti in una treccia composta che le incoronava la testa, mi fece un cenno di saluto e si avvicinò con passo sicuro e fluido.
Vidi metà degli uomini girarsi e -a differenza del timore e della curiosità che mi erano da sempre riservati- nei loro gesti e nelle loro parole lessi ammirazione e desiderio. Alba rispose alle provocazioni con un sorriso sfacciato, ma non interruppe la marcia nella mia direzione. Inutile dire che l'attenzione si spostò altrove non appena la bionda mi sedette accanto.
«Cosa vuoi?» domandai bruscamente.
«Tranquilla, Ammazzaspettri, nessuno degli elfi ci noterà. Sono tutti impegnati a seguire la finzione del cavaliere e del suo drago in una presunta battuta di caccia» disse in tono provocatorio.
Alba aveva sempre il viso liscio e la pelle splendente, ma era facile modificare il proprio aspetto esteriore e dalla cupezza che aveva negli occhi capii che qualcosa la preoccupava. Forse nascondersi ai controlli degli elfi e dei maghi del Du Vrangr Gata si stava rivelando più complicato di quanto avesse creduto. Non ero particolarmente felice di rivederla, e non avevo certo fatto mistero.
«Sono venuta a prendermi i ringraziamenti che mi devi» aggiunse di fronte al mio mutismo.
«Non ti devo nulla» la contraddissi di slancio.
«Io ho bloccato la tua caduta nel vuoto, una settimana fa». Sfilò una fetta di formaggio dal mio pane e la masticò di malavoglia, guardandosi intorno circospetta. Decisamente non era tranquilla come voleva farmi credere.
«Che sciocchezza».
Mi sorrise. «Puoi non credermi, ma io ero ovviamente sveglia quando il drago rosso ti ha scagliata via come una freccia partita dalle mani di un arciere maldestro. Ho capito che eri svenuta quando non hai fatto nulla per rallentare la tua caduta e allora l'ho rallentata, permettendo a Saphira di raccoglierti senza difficoltà».
Ricordavo la sensazione di essere bloccata da una forza estranea alla mia, ma sicuramente non avevo intenzione di farmi abbindolare dall'elfa. «Se è così ti ringrazio e rinnovo la domanda iniziale: cosa vuoi?»
Si fece repentinamente seria. «Voglio sapere cosa mi stai nascondendo e se questo qualcosa ha a che fare con Durza».
«Non ho nulla da nascondere».
«E io l'altra notte ho dormito con un urgali» sbuffò.
«Lo hai fatto?»
«No, ma dovrei provare prima o poi. Potrebbero rivelarsi amanti migliori di Durza».
Stavo per ribattere che Durza non era affatto un cattivo amante, ma realizzai appena in tempo che in quella maniera avrei solo assecondato le sue assurdità.
«Vattene, Alba».
«Se è questo il modo in cui ringrazi le persone che ti salvano la vita non mi stupisce che tu non abbia amici».
Lasciai che un sorriso seccato mi increspasse le labbra. «Quindi mi hai salvato la vita solo perché speravi che ti dicessi il mio fantomatico segreto?»
«Ovvio che sì» confermò. «E a questo punto l'unica che merita di ucciderti sono io, non un drago con dolori alle creste caudali».
«Mi hai già detto che hai intenzione di uccidermi, ma ancora non hai mosso un dito al riguardo».
«Prima il re, poi tu, poi tua madre. Ho sentito che gli elfi si aggregheranno alla scampagnata tra qualche giorno».
«È così». Finii l'ultimo boccone del mio pane. «Dovresti andartene» suggerii dopo aver terminato di masticarlo.
Sorrise di nuovo. «Non credo che riuscirei più a tornare da Tenga, non dopo le rivelazioni che la Venerabile mi ha fatto su di lui».
Se stava cercando di stuzzicare la mia curiosità ci stava riuscendo alla perfezione, ma non avrei messo a repentaglio l'esistenza di mio figlio per ascoltare dei pettegolezzi su uno sconosciuto intrigante.
«Allora forse dovresti chiedere a lei di rivelarti anche qualcosa su di me, perché puoi stare certa che io non ti dirò nulla». Mi alzai e le feci un cenno di saluto. «Atra esterní ono thelduin, Aiedail».
Il suo sorriso si fece feroce. «Tieni la fortuna per te, Arya Dröttningu, ti servirà per proteggerti da me. Ci vedremo prima di quanto vorresti, te lo assicuro».
Mi allontanai da lei, ma prima di ritirarmi nella mia tenda decisi di fare una breve visita ad Angela l'erborista, giusto per pregarla di non dire nulla ad Alba.
La trovai in compagnia di Jeod, lo studioso che aveva fornito ai Varden le informazioni necessarie per rubare l'uovo di Saphira e anche quelle per la recente intrusione a Dras-Leona.
I due discutevano animatamente di fronte alla tenda di lei. L’erborista aveva i piedi immersi in una tinozza d’acqua fumante e profumata e stava disegnando sul terreno bagnato con un bastoncino. Jeod, accovacciato lì accanto, indicava i disegni scuotendo la testa. Sentendo un tralcio della conversazione, mi avvicinai incuriosita.
«Come può la terra essere rotonda!» stava dicendo lo studioso. «Non ha senso, è contro ogni logica. Se fosse rotonda noi scivoleremmo lungo i suoi bordi!»
Angela sorrise «Quindi se fosse quadrata cadresti nel vuoto non appena sfiorato il bordo, come se fosse uno strapiombo, giusto?»
«Esatto».
«E ti pare sensato?»
«Più delle tue idee strampalate di sicuro».
«Oh, ciao Arya», disse lei a quel punto, «stavi origliando?»
Accennai un inchino, «Venerabile». Feci un breve saluto a Jeod, «I vostri discorsi mi hanno incuriosita, perdonatemi, se la mia presenza vi disturba me ne vado immediatamente».
«No, rimani!» mi fermò lei allegramente. «Forse qualcuno meno zuccone di costui potrà capire».
Jeod mi interpellò, supplichevole. «Sostiene che la terra sia rotonda! Come può essere rotonda?»
«Questa voce è piuttosto diffusa tra la mia gente» ammisi cautamente.
Lo studioso mi guardò stralunato. «E come sarebbe possibile muoversi sopra?»
«Perché», intervenne Angela, «c’è una forza al centro della terra». Si chinò sul disegno di un cerchio che aveva tracciato a terra e incise un puntino al suo centro. «Come una specie di calamita, magnete, presente due pietre che si attirano e blabla..? È quella forza che ci fa rimanere attaccati alla superficie della terra senza farci cadere». Disegnò un paio di uomini stilizzati, per rendere meglio l’idea.
Fissai il disegno. Sì, era sensato, ma sembrava incredibile.
«Che ne dici, Arya?»
«Che la tua idea mi sembra plausibile, Venerabile» risposi vagamente.
«Quindi se girassimo intorno a questa sfera, potremmo ritornare allo stesso punto di partenza?» chiese Jeod, improvvisamente rapito dall’idea.
«Ce ne hai messo per capire!» rise Angela. «Ma ora devo andare!» Si asciugò i piedi con uno straccio e li posò sulla polvere, sporcandoli daccapo. La guardai stranita. «Non temere, la mia intenzione era di rilassarmi, non di lavarmi» disse, prima di sparire nella sua tenda, sempre sorridendo.
Mi sentii immensamente stupida. Del resto parlare con Angela era sempre sconfortante. Gli uomini potevano permettersi il lusso di credere che fosse solo una povera svampita, io purtroppo sapevo che non era così e dovevo accettare di essere totalmente ignorante in confronto a lei.
«Non è umana vero?» Sussurrò Jeod annuendo in direzione della tenda. «Sa cose, pensa cose che nessuno si sognerebbe mai di prendere in considerazione. La prima volta che l’ho vista doveva essere una ventina d’anni fa, e da allora non è invecchiata di un giorno». Si grattò la radice del naso. «Beh, perlomeno non è una Nana, le dita dei piedi erano solo cinque». Feci un lieve sorriso. «Tu.. sai cos’è lei?»
Scossi la testa. «Dovresti chiederglielo direttamente».
«Mi risponderebbe?»
«No, non credo».
«Sembra che venga da un’altra dimensione» insistette. «Dovrò indagare».
E se ne andò, parlottando tra sé e sé, e senza nemmeno salutarmi. Ma ormai ero abituata all’istintuale maleducazione degli uomini.
Bussai timidamente alla tenda di Angela. «Venerabile, sei impegnata? Posso parlarti un istante?»
Si sporse bruscamente all'esterno. «Consideri dormire un impegno?»
Oh, beh.. «Volevo solo chiederti di tenere il mio segreto con Alba, nel caso venisse a chiedertelo».
«Alba» ripeté lei, soppesando la parola. «Perché quella ragazza non si è tenuta il suo vero nome ancora non lo so, era talmente bello! Comunque stai tranquilla, sono gelosa dei miei segreti e anche di quelli degli altri. Ora, se non ti dispiace, buonanotte!»
Mi ritrai, scuotendo la testa con rassegnazione.

Dopo sei giorni di lenta marcia, i Varden si accamparono a meno di due giorni da Uru'baen. Il giorno seguente, l'esercito elfico si sarebbe unito a noi e a quel punto le forze compatte si sarebbero mosse verso la città per scatenare l'attacco definitivo.
Forse avremmo indugiato qualche giorno, tutto il tempo concesso dai pochi viveri rimasti, ma poi se Eragon non fosse tornato, ci saremmo probabilmente lanciati in un attacco suicida. Non potevamo aspettare in eterno, il ragazzo poteva benissimo avere incontrato una morte orribile senza che nessuno di noi venisse a saperne nulla.
Quella sera, quando mi coricai, doveva essere appena passata la nona ora della notte. Non avevo voglia di addormentarmi e precipitare le vortice di incubi che mi accoglieva sempre non appena chiudevo le palpebre, ma mi sentivo immensamente stanca.
Così giacqui sveglia per almeno un'altra ora, fino a che qualcosa accadde.
Una fitta, lunga e intensa, mi trapassò il ventre, ma sul momento non vi feci caso.
Poi, però, un'altra fitta si ripresentò un'oretta dopo. Poi dopo tre quarti d'ora, poi dopo mezzora.
«Barzul, no..» gemetti.
Feci un frenetico conteggio dei tempi. Trenta, forse trentuno settimane.
Era presto.
Era terribilmente presto.
Ultima modifica di Lalli il 5 giugno 2015, 9:19, modificato 1 volta in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 27 marzo 2015, 12:24

46. Figlia del mattino
Scattai in piedi, ma una nuova fitta mi costrinse a reggermi ad un palo della tenda.
Con una strabiliante prontezza, datami forse dalla disperata certezza che mai e poi mai avrei partorito un cadavere dopo tutto quello che avevo passato, mi misi alla ricerca della sola ed unica persona che avrebbe avuto le capacità di aiutarmi, senza gettare al vento il mio segreto.
Dovetti ricorrere ad un incantesimo per rintracciare la tenda di Angela e quando la trovai mi bloccai sulla sua soglia, ansante e nel bel mezzo di una nuova contrazione.
La Venerabile uscì all'esterno prima di darmi il tempo di bussare.
«Arya? Perché ti trovo sempre sulla soglia della mia tenda?»
«Venerabile, ti prego aiutami» supplicai.
L'erborista ascoltò con gli occhi sgranati le mie affrettate spiegazioni.
«Quanto?»
«Non più di trentuno settimane».
«Maledizione!» sibilò.
«Puoi..?»
«Se posso? Certo che posso, ma non è il momento giusto per sprecare tutte queste energie con la presa di Ilirea così vicina» sbottò, usando l'antico ed elfico nome della città.
Poteva aiutarmi, poteva fare sì che mio figlio vivesse anche se la sua crescita non era ancora completa. Ma non era detto che lo avrebbe fatto, non con il rischio di dover sprecare su di me energie che invece le sarebbero state necessarie in una vicina battaglia.
Mi sentii mancare e caddi in ginocchio. «Se lo salverai avrai la mia eterna gratitudine, Venerabile. Farò tutto ciò che desideri».
«Ovvio che ti aiuto, secondo te lascio morire un bambino?» fece esasperata. Mi afferrò un gomito e fece per tirarmi in piedi, ma io feci in modo di non appoggiarmi su di lei o ero certa che avrei spezzato la minuta donna in due. «Andiamo via dall'accampamento però, anzi..» alzò un indice e si interruppe. «Aspettami» concluse poi, sparendo nuovamente nella tenda.
Spiazzata, rimasi immobile, sentendo movimenti caotici provenire da sotto al tessuto. Angela ne uscì meno di un minuto dopo, con una grande borsa a tracolla e la spada con cui mi aveva salvata nell'Helgrind stretta in mano e ben custodita nel suo fodero.
Mi accorsi di avere effettivamente lasciato tutte le mie armi nella mia tenda e di non essermi nemmeno presa il tempo di indossare gli stivali; mi ero a malapena buttata un mantello sulle spalle e i miei piedi erano gelati.
Uscimmo dall'accampamento dei Varden una buona mezzora dopo e superammo le sentinelle con un incantesimo di invisibilità che l'indovina mi pregò di applicare su entrambe.
«Venerabile, dove stiamo andando?»
Aggrottò la fronte. «Abbastanza lontano da non farci notare dagli stregoni del Du Vrangr Gata e dagli stregoni della scorta di Eragon».
Dalla tenda di Angela, camminammo per tre ore, anche se fummo costrette ad innumerevoli pause per permettermi di riprendere fiato tra una fitta e l'altra. Ci fermammo sulle sponde del fiume Ramr, sotto gli alberi spelacchiati dall'autunno.
«Come ti senti?» mi chiese lei.
«Non è troppo doloroso» riuscii a sibilare.
Davvero, non era più doloroso di molti altri tormenti fisici che mi erano stati inflitti in passato, tuttavia non era esattamente un buffetto sull'addome il dolore sempre più frequente che mi assaliva. Sapevo che se mi fossi rilassata sarebbe stato più facile, ma non vi riuscivo, non con l'idea del mio bambino in pericolo di vita.
Da un certo punto di vista me l'ero cercata. Non avevo voluto ritirarmi finché ero ancora in tempo, avevo sottoposto il mio corpo a sforzi che avrebbero condotto all'aborto qualunque donna umana e avevo rischiato la mia vita impunemente, ignorando quanto fosse in gioco. Non avevo trovato la forza di abbandonare i Varden, ma non avevo mai voluto perderlo.
«Suvvia non mi sembra il caso di piangere» mi rimproverò bonariamente la Venerabile, picchiettando una mano sulla mia spalla e facendomi cenno di sedere a terra.
Mi asciugai le mute lacrime che mi erano colate sul volto e obbedii, stendendo la coperta che mi porgeva sotto di me. A quel punto mi liberai degli incantesimi che celavano la mia gravidanza e mi tolsi il mantello.
Ciò che Angela si impegnò a fare per me e per il futuro del mio bambino esula tuttora dalle mie capacità di comprensione. Mi fece sollevare la camicia e, posate le mani sul mio addome, iniziò a mormorare frenetiche parole nell'antica lingua. Parlava di carne, di sangue, di tendini e muscoli, di cuore, di polmoni, di occhi, di ossa.. e infine parlò di tempo, di settimane perdute e di giorni che scorrevano.
Sentii le energie defluirmi dal corpo quando attinse da me per proseguire il lungo e dettagliatissimo incantesimo, poi l'erba e le piante intorno a me avvizzirono, ingrigendo un poco. Mi morsicai le labbra, ma avrei volentieri sacrificato un'intera vallata per salvare quella vita. Ero troppo egoista per sopportare la scomparsa di mio figlio.
L'indovina parlò per quelle che mi parvero ore, mentre le contrazioni si facevano ormai tanto frequenti da non lasciarmi il tempo di respirare e un liquido caldo mi bagnava le cosce. Mi impegnai a non emettere neanche un suono per non distrarla, ma non sempre riuscii nel mio intento.
Alla fine si staccò da me, fradicia di sudore, pallida come la morte e tremante come una vecchia.
Conficcò la sua spada nel terreno accanto a me e la affiancò alla borsa. «Fammi il sacrosanto favore di farlo uscire vivo di lì» disse fiaccamente. E poi cadde riversa accanto a me, svenuta. La sfera luminosa si spense.
La fissai basita, poi una fitta più forte delle altre mi strappò un ringhio.
Mi presi qualche istante per esaminare le condizioni della donna e, appurato che sembrava stare bene, tornai a concentrarmi su me stessa.
Creai una nuova sfera luminosa di una luce più fioca e dilatai la mente. I sentimenti tumultuosi del piccolo mi travolsero come una forte raffica di vento. Percepii il suo terrore, il dolore, il senso di soffocamento.
E come avevo fatto con Speranza, la figlia di Elain, riversai nella sua coscienza immagini del sole, della bellezza dell'aria fresca nei polmoni, della morbidezza dell'erba sotto le dita, del gorgheggio pacato di un ruscello. Poi guidai la piccola creatura fuori dal mio corpo e la separai da me.
Nella borsa dell'erborista trovai diversi panni morbidi e ve la avvolsi. La mia bambina nacque alla quinta ora del mattino e la prima cosa che vide furono le luci grigie del'alba.
Le liberai le vie respiratorie con un incantesimo e la cullai al seno mentre emetteva qualche timido singhiozzo, nulla a che vedere con i vagiti disperati che solitamente accompagnano i nascituri.
Era più piccola di quanto sarebbe dovuta essere alla nascita, ma comunque più sviluppata di una bambina che ha a malapena raggiunto i sette mesi. Rivolsi uno sguardo ricolmo di gratitudine ad Angela e allungai un braccio nella sua direzione per trasmetterle un poco di energia. L'incantesimo doveva averla stancata un bel po'.
Decisi di lasciarla dormire ancora un poco e sedetti sulla riva del Ramr per lavarmi il sangue e il sudore di dosso e dai vestiti e ripulire anche la bambina.
Il fiume era gelido, così trattenni una bolla d'acqua sulla riva e la resi tiepida con la magia. Al primo contatto con il liquido la bimba iniziò a piangere, con gli strilli sonori dei neonati e io per poco non feci lo stesso, improvvisamente felice e stupefatta al limite della commozione. Mia figlia era viva, era bellissima ed era in salute, nonostante la mia sconfinata stupidità.
Accarezzai la testolina ricoperta da pochi e sottili capelli e seguii con le dita il profilo dei minuscoli tratti del suo volto, sentendo sotto i polpastrelli la delicatezza della sua pelle.
Le scoccai un bacio sulla fronte, ma smise di strillare solo quando le sfiorai la mente con la mia e la avvicinai al petto, dove la tenni stretta per lunghi minuti, beandomi del tepore del suo corpicino mentre si attaccava al mio seno.
Angela si risvegliò una mezz'oretta dopo, schiudendo gli occhi con un grugnito infastidito.
Si alzò a sedere e scrutò con un'ombra di soddisfazione la piccola rannicchiata tra le mie braccia.
«Non so come hai fatto» le dissi gravemente, senza sciogliere la delicata presa con cui cingevo mia figlia, «ma per questo hai la mia eterna riconoscenza e io ho nei tuoi confronti un debito che probabilmente non sarò mai in grado di saldare».
Angela sorrise e immerse un braccio nella sua borsa capiente, estraendo delle barrette di cereali. «Prima o poi potresti raccontarmi le tue disavventure tra i Sacerdoti, sarebbe un buon modo per cominciare a sciogliere il tuo debito» mi propose poi.
Annuii. «Lo farò».
«Mangia qualcosa» mi esortò, porgendomi un paio di quelle strane barrette, «la tengo io».
Le porsi la bambina quasi con timore e addentai il cibo come se non mangiassi da giorni.
L'erborista creò un nuovo globo luminoso, lo tenne sospeso sopra alla testolina della piccola -che riprese a piangere- e la scrutò a lungo.
«Ha i capelli di suo padre» mormorò restituendola alle mie braccia vuote.
Dopo qualche istante passato a cullarla, si placò, riconoscendo probabilmente il mio odore, la mia voce e il battito del mio cuore. A quel punto la guardai anche io, alla rinnovata luce fatua.
Sottili capelli rossicci le spolveravano la testa; le orecchie erano minuscole e terminavano con una punta, ma non erano allungate quanto quelle di un bambino elfico, somigliavano più a quelle modellate dei cavalieri di drago.
È un ibrido tra uno spettro e un'elfa. Ricordai a me stessa.
Era troppo presto per provare a giudicare i minuscoli tratti del viso chiazzato di rosso, ma gli occhietti socchiusi erano di due diverse tonalità di grigio: il sinistro era più scuro, quasi castano, il destro più acquoso. E le pupille sembravano rotonde, non verticali come quelle di un felino.
«Ha gli occhi diversi» osservai, un poco preoccupata.
Mossi un dito davanti alle iridi della piccola e lei parve reagire al movimento. No, non sembrava cieca.
«Alcuni neonati cambiano il colore dell'iride dopo qualche settimana dalla nascita e non è raro che gli occhi abbiano due sfumature leggermente diverse» fece Angela alle mie spalle. «Spera solo che non le spuntino denti appuntiti come rasoi, anche se ammetto che dopo anni di convivenza con Solembum comincio a capire e ad apprezzarne il vantaggio».
«Anche Durza mi disse una cosa del genere, un giorno» dissi distrattamente.
Lei si irrigidii e si sollevò da terra, dove si era chinata per ricomporre la sua borsa.
«Non credo che tu abbia bisogno di consigli, ma immagino che tu sappia bene cosa si prova a crescere senza un padre. Forse il tuo dolore e il tuo senso di perdita ti impediranno per lunghi anni, forse per secoli, di trovare consolazione con un nuovo compagno, ma nel frattempo tua figlia subirà le stesse carenze a cui sei stata condannata tu a causa delle scelleratezze di Galbatorix».
«Al momento non ho tempo per pensare a simili questioni». Tenni lo sguardo puntato sul volto addormentato della bambina. «Lei potrebbe essere costretta a crescere anche senza sua madre».
«Incontrai Durza una ventina d'anni fa» disse Angela di punto in bianco. «Stavo accompagnando Ajihad e la sua famiglia dalla dimora di Enduriel al Farten Dur quando lo Spettro ci sbarrò la strada. Non fui abbastanza svelta da salvare la vita a Nadara, la madre di Nasuada, ma riuscii ad aiutare Ajihad nello scontro contro Durza, che non appena realizzò che non ero esattamente un'umana qualsiasi, fuggì, sanguinante e con un graffio sulla lama».
Distesi i miei lineamenti in un'espressione di neutro disinteresse. «Me ne accennò, ma non avevo capito che l'aiuto misterioso dato ad Ajihad provenisse da te».
Fece un sorriso scaltro. «Non è facile riconoscermi o capire chi sono veramente. Sono brava a confondermi tra gli uomini».
«Ho sentito ciò che hai detto ad Abracham, alla Cattedrale» ammisi. «E so delle loro credenze sul Dio solitario».
Angela mi concesse un'espressione sorpresa. «Io e te dovremmo conoscerci meglio, Älfa. Eragon è il soggetto più interessante da monitorare in queste terre, ma tu non sei da meno, e neanche Elva e Aiedail» proseguì pensierosa.
«A volte sembri parlare di Alagaësia come se tutto ciò che fai qui non sia che una meta di un viaggio più grande, o una parte di una grande ricerca».
«E perché non dovrebbe?» fece con brio, imbracciando la borsa e rinfoderando Trillamorte, che mi ero premurata di lavare nell'acqua gelida. «Sono una viaggiatrice e fermarmi troppo a lungo nello stesso posto potrebbe rivelarsi noioso persino per me, specie quando non ci sono grandi catastrofi in vista. Non servo a nessuno quando non ci sono grandi catastrofi in vista».
Le sue parole, come al solito, finirono per confondermi ulteriormente. «Hai viaggiato anche oltremare?»
Rise e si incamminò lungo il corso del Ramr, un poco traballante. «Anche oltremondo, se è per questo, ma adesso dovresti occuparti di tua figlia, non di una vecchia come me». Si girò e indicò il fagotto stretto contro il mio petto, «Come la chiamerai?»
«Non lo so» sospirai dopo qualche istante. Ed effettivamente non ne avevo la più pallida idea. La nascita non era prevista così presto, o avrei avuto altri due mesi per pensare al nome, alla sistemazione, al futuro della bambina.
La grandezza di ciò che era accaduto in così poche ore mi piombò bruscamente addosso e mi resi conto di essere totalmente impreparata. Non avevo preso contatti con nessuna balia che potesse prendersene cura mentre io ero impegnata in operazioni militari, non avevo pensato al modo in cui avrei potuto introdurre l'argomento a mia madre, una volta che tutto fosse finito -e se fossimo sopravvissute-, non avevo pensato a chi affidare la creatura nel caso io fossi morta nell'imminente battaglia di Uru'baen.
Ero in balia degli eventi, di nuovo.
«Non lo so» ripetei.
Una piccola parte di me aveva sempre pensato -senza una ragione apparente- che avrei dato la vita ad un maschietto, che sarebbe stato identico a lui, che avrei potuto chiamarlo Carsaib e guarire con la sua nascita il dolore della morte di suo padre.
Accarezzai dolcemente la schiena della mia bimba e mi vergognai visceralmente di essere una madre così incapace e indegna dello splendido dono che mi era stato concesso. Mi era stato donato l'incredibile privilegio di vedere la mia creatura sopravvivere ad un parto che normalmente l'avrebbe spenta, eppure, mentre la tenevo tra le braccia, riuscivo solo a pensare a cosa fosse Angela veramente, a come avremmo aggirato le difese magiche di Uru'baen, a cosa avesse trovato Eragon nel suo viaggio, a come saremmo riusciti a sconfiggere Galbatorix.
«Potresti scegliere tu il nome per lei, Venerabile. Non avrebbe mai visto il mondo se non fosse stato per te» suggerii infine.
Angela sbuffò al mio fianco. «E privarti della fatica di sceglierlo tu? No cara mia, i nomi mi piacciono più di quanto riesca ad ammettere, ma non voglio semplificarti la vita. Fai solo in modo che non sia un nome banale e io mi riterrò soddisfatta».
Tornammo all'accampamento quando il sole era già piuttosto alto. Io mi calai il cappuccio sul volto e mi strinsi addosso il mantello per nascondere gli indumenti neri che indossavo.
Appena immerse nel mormorio degli uomini in piena attività, Angela si congedò con un: «Buonanotte ad entrambe!» che mi fece sobbalzare e dimenticare le buone maniere.
Non tornai nella mia tenda. Mi diressi verso i recinti degli animali e vi rimasi per lunghi minuti, assumendo infine il viso e i capelli di Alba, che ormai conoscevo a sufficienza da poter replicare. Continuando a cantare nell'antica lingua, plasmai anche i lineamenti di mia figlia: arrotondai le orecchie e la forma già leggermente affilata del volto. Più che a Durza, sembrava somigliare a me, ma era ancora presto per dirlo definitivamente.
Poi vagai a casaccio per l'accampamento e chiesi ai primi umani che incontrai sul mio cammino dove avrei potuto trovare una balia per la neonata. Mi mossi per un'altra ora prima di trovare finalmente un donna divenuta madre da appena una settimana. Pensai che dovesse avere una trentina d'anni, così mi stupii quando lei mi disse che doveva essere nata circa ventitré primavere prima.
«Non che io sappia bene contare, ma le dita delle mani sono dieci e quelle dei piedi sono altre dieci, quindi io ho passato più anni delle mie dita, ma ho appena ricominciato a contarli in una mano».
Le sorrisi incoraggiante, ma mi chiesi al contempo se non avesse fatto qualche errore di calcolo nel frattempo o se fossero state le fatiche della vita a condurla ad un invecchiamento che mi sembrava precoce.
Alla fine ci accordammo perché lei badasse alla piccola tutti i giorni, tranne le notti, fino a quando non fosse iniziato l'assedio di Uru'baen.
La donna non voleva essere pagata in oro, ma in cibo. Sosteneva che le razioni fornitele dall'esercito erano drasticamente calate e che lei non poteva allattare due bambini con così pochi alimenti. Le chiesi se le andasse bene carne e pesce e lei rispose con entusiasmo, quindi mi dissi che da quel giorno in poi mi sarei dovuta ritagliare qualche minuto al giorno per andare a caccia e mantenere l'umana a cui avevo affidato mia figlia.
Abbandonarla alle sue cure fu una prova più dura di quanto avessi creduto. La bambina iniziò a singhiozzare non appena la staccai dal mio petto e a nulla valsero le dolci parole con cui Màthair la blandì. Solo il breve contatto della mia mente riuscì a placare un poco la sua disperazione, ma gli strilli ricominciarono daccapo non appena mi ritirai.
«Fanno tutti così» mi rassicurò la donna, «crede che tu la stia per abbandonare e purtroppo non c'è modo di farle capire il contrario. Comunque sei sicura di volermela già lasciare? Mi sembra molto piccolina e forse per i primi giorni dovresti tenerla tu».
«Non posso» dissi con voce tremante.
«D'accordo, d'accordo. Basta che tu non abbia intenzione di piantarla davvero in asso perché ti avverto che io non riuscirei a prendermene cura senza il dovuto pagamento. Se non vieni ogni sera con il cibo che mi hai promesso io proverò ad affidarla a qualcun altro e se nessuno la vorrà per sé, allora la lascerò a morire».
«Non ho alcuna intenzione di abbandonarla» protestai indignata.
Màthair si strinse nelle spalle. «Io ti ho avvisata».
«Tu prenditi cura di lei e vedrai che non mancherò un pagamento».
«Va bene. Come si chiama?»
«Ancora non lo so».
Mi guardò stranita. Avevo dimenticato la poca importanza che solitamente gli umani davano ai loro nomi. «Be' dalle un nome! Oggi tira vento, potresti chiamarla Brezza, oppure..» gettò un'occhiata al cielo «Alba, o Rosalba».
Un brivido gelido mi pervase le membra. «Ti dirò il suo nome non appena lo avrò deciso» dissi, poi la salutai e abbandonai la mia bambina, piangente e disperata, per presentarmi alla tenda di Eragon, dove avrei aiutato Blödhgarm e gli altri elfi a realizzare un'immagine-specchio del cavaliere e di Saphira.
Quel giorno passò nel terrore.
Era ormai mezzogiorno quando l'avanguardia degli elfi si avvicinò alle tende dei Varden. Una lieve acclamazione da parte dei soldati accolse il mio popolo e si trasformò in un vero boato non appena i primi guerrieri a piedi entrarono nell'accampamento per annunciare l'imminente arrivo di tutto l'esercito.
Mia madre arrivò circa un'ora dopo, fiera e ritta sul suo cavallo elfico, con indosso un vestito color bronzo dalle rifiniture verdi. Sembrava l'incarnazione dell'autunno.
Dopo una breve riunione tra i capi delle armate, si decise di mettersi in marcia in direzione di Uru'baen e di stabilire l'accampamento a portata di attacco.
Avevo le mani sudate e il battito del cuore impazzito e non avrei desiderato altro che assumere nuovamente l'aspetto di Alba e correre dalla mia bambina. L'avevo abbandonata nelle mani di un'umana indifesa. Poteva accaderle di tutto, poteva già esserle accaduto di tutto.
«È bello rivederti, figlia mia» mi trattenne mia madre, dopo l'incontro.
«Anche per me, madre».
La regina sembrava in buona salute, ma vidi il sangue nei suoi occhi e capii che i combattimenti l'avevano infiacchita quanto me. «Prendi il tuo cavallo ed unisciti a me in testa al nostro esercito. Vorrei parlarti e non so se avrò altre occasioni di farlo, una volta giunti ad Uru'baen» mi sollecitò.
Non potei fare altro che acconsentire. Andai a prendere il mio cavallo elfico dai recinti e tornai alla mia tenda per smontarla, poi assicurai il tutto sul dorso dell'animale, compresa la Dauthdaetr, ben avvolta in un panno scuro per celarla ad occhi indiscreti.
Alba mi passò davanti -alla guida del suo carro- mentre conducevo il cavallo tra gli uomini indaffarati a preparare la partenza e mi lanciò un ghigno sarcastico. Persino da una certa distanza, mi resi conto che era spaventata a morte dall'arrivo degli elfi. Le mani che reggevano le redini erano malferme.
Decisi infine di allungare il giro per controllare in che condizioni fosse mia figlia. Forse avrei dato un po' nell'occhio e vagare tra gli accampamenti dei civili, ma non avrei resistito fino a sera nell'incertezza.
Vidi Màthair salire su un carro guidato da un uomo con un braccio solo -probabilmente un ferito di guerra- con in braccio suo figlio e una specie di zaino di legno e pelli sulla schiena. Da quello zaino spuntava il visetto addormentato della mia piccola.
Alla luce piena del giorno mi accorsi improvvisamente di quanto fosse mortalmente pallida la sua pelle, salvo le chiazze rosse sul viso, che sapevo dovute al pianto. Dubitavo che il pallore fosse dovuto alla nascita prematura e mi dissi che quella sera mi sarei occupata di modificare anche il colore del suo incarnato.
Mi allontanai a malincuore, senza nemmeno tentare di sfiorarle la mente con la mia. Temevo di risvegliare le sue lacrime e non me la sentivo, dato che sembrava dormire così profondamente.
Tagliai in diagonale l'accampamento per raggiungere infine mia madre in testa alle scomposte fila dell'esercito elfico, ma prima di uscirne definitivamente feci un altro incontro che sul momento valutai insignificante, ma che mi tornò in mente più avanti.
Sotto allo sguardo diffidente della moglie, Jeod lo studioso discorreva animatamente con una donna alta dai capelli scuri legati in una severa treccia arrotolata sul capo. Dietro di lei, Athala si tormentava l'orlo del mantello con gli occhi bassi.
Abbozzò un sorriso gentile quando mi vide e le guance le si imporporarono. Strano a dirsi ma il suo imbarazzo mi metteva a disagio. Era più facie essere scettici e sospettosi nei confronti di qualcuno che ti affronta con durezza rispetto a qualcuno che pare intimorito da te.
Anche Augyra mi vide, ma fece finta di nulla quando passai loro accanto.
«Salve, Jeod» dissi piattamente.
Non conoscevo bene l'uomo; avevo discusso con lui del recupero dell'uovo di Saphira, vent'anni prima, ma da allora non ci eravamo praticamente più visti fino al giorno in cui ci aveva illustrato l'ingresso per i cunicoli di Dras-Leona. Però salutarlo non mi costava nulla.
«Oh! Salve a te, Arya!» rispose educatamente.
E si guardarono bene dal riprendere la conversazione fino a quando non mi fui allontanata a sufficienza da non poterli più udire.
Mia madre era in groppa al suo cavallo e sembrava impaziente di continuare la marcia. Accanto a lei, Däthedr scrutava con curiosità il caotico ammasso di uomini che si affannavano a caricare i propri averi in spalla o sui carri, rivolgendosi epiteti che avrebbero rovinato per sempre l'amicizia tra due elfi, ma che sapevo essere intesi in senso affettivo dalla loro razza.
«Piacere di rivederti, Däthedr» lo salutai con un sorriso a fior di labbra.
«Anche per me, Arya Dröttningu. Come va la tua ferita?»
Mia madre si accigliò. Entrambi conoscevano bene le dinamiche dell'assalto a Dras-Leona dato che era costato la vita di Wyrden.
Sollevai la mano destra e mossi le dita. «Molto bene, grazie all'intervento di Blödhgarm».
«Non ho visto né lui, né Laufin, né Yala, né nessun altro degli undici» intervenne Islanzadi, calcando dolorosamente in numero undici. Fino a poco più di una settimana prima si era parlato di loro come i dodici.
«Sono impegnati a mantenere le immagini-specchio di Eragon e Saphira. Credo che tra poco li vedremo volare in testa ai Varden, poi scompariranno per un qualche giro di ricognizione» li informai a voce bassissima.
«Ci sono stati problemi?» indagò lei.
«Con Eragon e Saphira? No, nessuno. Tuttavia non sappiamo nulla del loro viaggio. Eragon mi ha assicurato che sarebbero tornati il prima possibile, ma, stando a quanto mi ha detto Jörmundur, i Varden hanno gli approvvigionamenti sufficienti per altri quattro, massimo cinque giorni».
«E noi non potremmo sostenerli per più di altri due, nel caso finissero le scorte» osservò Däthedr.
«Quindi entro una settimana bisogna superare le mura di Ilirea» concluse mia madre per entrambi. «Ora io propongo di muoverci e di trovare il luogo giusto per accamparci stanotte. Gli altri eserciti ci seguiranno non appena saranno pronti e nel frattempo controlleremo che il luogo scelto non sia infestato di trappole magiche. Più ci avviciniamo ad Ilirea più c'è il rischio di imbatterci in simili stratagemmi».
Cercai la mente di Trianna e le comunicai la decisione di mia madre. La donna mi rispose che sarebbe andata immediatamente a riferire a Jörmundur e scivolò prontamente lontano da me. Non le piacevo affatto, anzi la spaventavo.
Alla quarta ora del pomeriggio il massiccio roccioso che sormontava Uru'baen era in vista tra i vuoti filari di viti. Mia madre mi aveva chiesto di darle qualche ulteriore ragguaglio circa la missione di Eragon, che non avevo potuto spiegare dettagliatamente nei brevi momenti in cui ci eravamo parlate tramite specchi magici.
Non potei dirle più di tanto, dato che l'unica cosa che ricordavo era che il cavaliere e il suo drago erano partiti per Vroengard con l'Eldunarì di Glaedr e che tutti noi eravamo vittime di un incantesimo della memoria.
«Come se la sta cavando il ragazzo?» mi chiese Islanzadi, con un pizzico di preoccupazione.
«Ti ho fatto rapporto praticamente ogni settimana da quando ho lasciato la Du Weldenvarden e mi sembrava di averti già detto che se la sta cavando molto bene».
«Ciò che ti stavo chiedendo è se secondo te sarà in grado di battersi alla pari contro il re nero» specificò.
«Non lo so, ma confido in lui. Eragon è stata una continua sorpresa, dalla sua nascita come cavaliere alla rapidità con cui è cresciuto come persona e come guerriero. Nelle ultime settimane è riuscito a fare notevoli progressi anche nel disciplinare la sua mente e credo che pochissimi altri sarebbero stati capaci di fare ciò che lui ha fatto in così poco tempo. Sarà anche un umano, ma non avremmo potuto desiderare cavaliere migliore come supporto contro Galbatorix».
Mia madre sorrise. «Ti sei affezionata a lui?»
«È davvero difficile non affezionarsi a lui, madre» ammisi.
Due ore dopo, gli elfi avevano piantato una serie ordinata di tende sul fianco dolce di una collinetta. Uru'baen era a poco più di mezzora di marcia da quel punto e presto si sarebbe ritrovata quasi totalmente circondata dai Varden e dai loro alleati.
«Puoi piantare la tua tenda accanto alla mia, se vuoi» mi invitò gentilmente Islanzadi.
«No, madre, credo che rimarrò nell'accampamento degli uomini, dove posso aiutare Blödhgarm e gli altri elfi» dissi. Ma in realtà non vedevo l'ora di andarmene di lì e stringere di nuovo mia figlia. Ero preoccupata e ansiosa e il battito scostante del mio stivale sul terreno doveva esserne una buona dimostrazione.
Mia madre si limitò ad annuire tristemente. «Pensi di partecipare all'attacco al loro fianco?»
«Credo che qualunque cosa succeda rimarrò con Eragon per proteggerlo. Adesso che non c'è più Wyrden manca un elfo alla sua scorta e potrebbe essere più vulnerabile. Inoltre mi sono allenata a maneggiare Niernen e potrebbe essere letale contro Castigo o contro Shruikan».
«Immagino che ne discuteremo il giorno dell'attacco. Nel frattempo vorrei consegnarti un mio dono». Mi fece un cenno e scomparve sotto la sue tenda verde scuro.
La seguii.
Islanzadi mi mostrò un corsetto di metallo, con elmo e bracciali abbinati, il tutto adagiato su una pila di abiti scuri ordinatamente piegati e che sembravano imbottiti e rinforzati nei punti giusti, come sui gomiti e le ginocchia.
«I bracciali, l'elmo e il corsetto li ha fatti Rhunön dietro mia richiesta e li ha già protetti con molti incantesimi che ti saranno utili in battaglia».
«Oh madre, non dovevi. Ti ringrazio molto» dissi, sinceramente stupita e sorpresa.
Mi chinai sul baule che conteneva il dono e sfiorai il corsetto. Era molto bello e decorato con parsimonia, con la semplicità che caratterizzava anche Ren e la mise che indossavo tutti i giorni. Da mia madre mi sarei aspettata qualcosa di più sfarzoso e impreziosito.
«Sono contenta che ti piaccia» disse Islanzadi con un sorriso. «So che non hai mai avuto una vera e propria armatura con te, se non una giubba imbottita, e mi sembrava giusto che arrivassi preparata alla battaglia definitiva».
«È un dono bellissimo, davvero».
L'espressione della regina si fece triste. «Non avrei mai creduto che un giorno ti avrei io stessa messo tra le mani i mezzi per partecipare ad uno scontro armato». Non le risposi e lei sospirò pesantemente. «Sono stanca, figlia mia. Ho partecipato a troppe battaglie negli ultimi secoli, ho preso troppe vite e ne ho perse altrettante e ora credo di avere bisogno di riposo. Non sono sicura di cosa attenda gli elfi dopo Uru'baen, non sono nemmeno sicura che sopravviveremo, ma temo che le perdite offuscheranno un'eventuale vittoria. Finora abbiamo avuto diversi morti, ma l'assedio più sanguinoso è stato quello di Gil'ead e Gil'ead non è nulla rispetto ad Uru'baen». Fece un cenno in direzione della città. «Le mura sono state ricostruite da quando dominavano i Broddring, e sicuramente saranno anche rinforzate con la magia. Non sarà facile nemmeno per noi. Non sarà per niente facile».
«Non credo di poterti contraddire, madre» replicai desolata.
Si portò una ciocca di capelli neri dietro le spalle. Erano lisci e dritti, come quelli di Alba.
«Forse non è di buon auspicio parlarne adesso, ma vorrei che io e te stessimo un po' insieme, non appena tutto questo sarà finito. Non ti dico di rinunciare al tuo incarico, ma di prenderti almeno una piccola pausa e restare un poco ad Ellesméra come me».
Sobbalzai e il mio pensiero corse nuovamente a mia figlia. Islanzadi era diventata nonna e non lo sapeva, non ancora. Ma la vera domanda era: lo avrebbe mai saputo? Avrei mai trovato il coraggio di confessarle che le avevo nascosto la mia gravidanza? Avrebbe mai accettato una nipote figlia di uno spettro?
E sopratutto: come avrei potuto continuare il mio incarico con una bambina a carico?
Islanzadi dovette fraintendere il mio sobbalzo, perché quando tornò a parlare pareva un poco infastidita, oltre che esasperata: «Cosa devo fare per riconquistare la tua fiducia, Arya? Vuoi umiliarmi, denigrarmi, snobbarmi per il resto delle nostre lunghe vite? Dimmi cosa devo fare e io lo farò. Ti voglio bene, ti voglio un infinità di bene e sono pronta a tutto per ottenere il tuo affetto. Merito il tuo disprezzo per il mio comportamento. Ammetto di essere stata una madre terribile e distante e non pretendo che tu torni ad essere la piccola che ha vissuto la morte di suo padre prima di poterlo veramente conoscere. So che quel tempo è passato e non tornerà più, so che non avrò più l'occasione di aiutarti a crescere, ma speravo che almeno avrei potuto conoscere e apprezzare l'adulta che sei diventata, la bella persona che sei diventata. Ti prego, dammi una seconda occasione, io..»
«Madre» la interruppi con voce rotta, «io ti ho già perdonata. So che non puoi cambiare il passato e so che se potessi lo faresti volentieri. Apprezzo le tue parole e il tuo amore per me e lo ricambio».
La strinsi quando mi abbracciò. Da quando l'avevo lasciata ad Ellesméra erano successe molte cose, e in quel momento sentivo di capirla come non mai, perché a me era successo più o meno lo stesso che era accaduto a lei: avevo perso il mio compagno e mi ero ritrovata madre senza poter condividere il gravoso carico con nessuno. Le avevo rimproverato di essere stata una genitrice debole e incapace, ma io non ero stata da meno in quelle poche ore da quando era nata la mia bambina, e probabilmente sarei stata ancora peggiore nei giorni seguenti.
«Ti voglio bene» mugugnai contro la sua spalla. «E quando tutto sarà finito noi saremo una famiglia. Non sprecheremo degli altri anni».
Noi e la mia piccola. Gliela avrei fatta conoscere. Forse non potevo ammettere di avere amato Durza lo Spettro, ma non potevo condannare sua figlia all'oblio, non quando aveva l'occasione di vivere una vita felice. Avrei dovuto ammettere di avere subito una violenza a Gil'ead, ma Islanzadi avrebbe capito la mia ritrosia a liberarmi di una vita non appena avesse stretto la mia creatura tra le braccia, ne ero sicura.
Mia madre dovette asciugarsi le lacrime dal volto e ispirare profondamente per recuperare un po' di stabilità.
«Grazie, figlia mia».
«Grazie a te, madre».
Ci sciogliemmo infine dall'abbraccio e, non appena i Varden stabilirono il loro accampamento, mi allontanai con la mia nuova armatura sottobraccio, lasciando il mio cavallo insieme ai suoi fratelli elfici. Montai la mia tenda con la magia; non avevo alcuna voglia di perdere tempo nel lavoro manuale. Nascosi Niernen sotto la branda, lasciai Ren e il dono di mia madre a terra e uscii, lanciando un ultimo incantesimo per proteggere la tenda da incursioni indesiderate.
Poi cominciai a correre.
Mi calai il cappuccio del mantello sul viso e recitai le formule che avrebbero plasmato il mio volto, trasformandolo in quello di Alba. Mi fermai solo al carro delle salmerie, per rubare un po' di cibo con la magia, poi continuai la mia corsa.
Non avevo tempo di andare a caccia. L'indomani avrei pescato qualcosa e riparato al mio piccolo furto, ma in quel momento volevo solo rivedere mia figlia.
Màthair accolse con soddisfazione il cibo che le porgevo e mi disse che la piccola stava dormendo.
«Non ha fatto altro che dormire e frignare tutto il giorno!» mi informò, guidandomi all'interno della sua tenda.
Quando il dolce peso della mia bimba mi riempì le braccia e il suo torace si mosse contro il mio, al ritmo del suo respiro, fui sommersa da un sollievo così violento che sentii venirmi a meno le forze.
Scoppiai a piangere come una folle. Anche la bambina fu contagiata dalle mie lacrime, ma smise ben presto e si addormentò sul mio seno, esausta. L'avevo abbandonata e lei aveva pianto tutto il giorno, povera piccola.
Màthair mi fissò sconvolta per qualche minuto e io mi affrettai ad asciugarmi le lacrime con la manica del farsetto e a balbettare che sarei tornata il mattino dopo con la bambina.
La mia tenda era vicina a quella di Eragon e quindi a Blödhgarm e gli altri undici, non potevo tornarvi, ma non volevo nemmeno restare con Màthair nella sua. Forse avrei potuto chiedere ospitalità ad Angela, ma ero certa che avrebbe finito per guardare mia figlia con la curiosità che si riserva ad una pietra rara e che di conseguenza mi sarei sentita terribilmente a disagio in sua presenza.
Così camminai per l'accampamento per buona parte della notte, evocando un incantesimo per proteggere me e la piccola dal freddo e fermandomi di tanto in tanto a riposare e ad allattarla. Le parlai a lungo, le dissi cose che non poteva capire e le cantai canzoni che non avrebbe mai ricordato.
Non ero certa che sarei riuscita a dormire e in ogni caso non volevo. Quelli erano i primi, ma forse anche gli ultimi giorni che passavo con lei e volevo godermi tutto il tempo possibile.
Se dovevo incontrare la morte ad Uru'baen volevo farlo con il cuore straziato da dolore per non poter vedere crescere mia figlia; mischiato alla gioia profonda di averla avuta; di avere combattuto per lei e per darle un futuro migliore, un futuro da donna libera e non da schiava della tirannia.
All'alba ero inebetita dalla stanchezza, ma anche dalle terribili e bellissime sensazioni che avevo provato nel prendermi cura della bimba, nel toccare la sua mente piena di suoni e odori, nell'accarezzare i pochi capelli rossicci che le ricoprivano la testa.
Attesi ancora qualche ora prima di riportarla a Màthair e ne approfittai per modificare il colore della sua pelle in uno più rosato e circondarla di piccoli incantesimi di protezione, compreso uno che mi avrebbe avvisata se stesse subendo qualche dolore fisico.
Separarmi da lei fu penoso e in un attimo sentii tutte le mie intenzioni riempirsi di crepe e la mia fermezza vacillare. Una parte di me non voleva abbandonarla mai più, nemmeno per un istante.
Eppure mi costrinsi a farlo.
«Ci vediamo stasera, piccolina» le sussurrai all'orecchio.
Tornai nella mia tenda e indossai l'armatura e le vesti regalatemi da mia madre, poi afferrai Ren e raggiunsi Blödhgarm e gli altri dieci elfi.
In fondo non sarebbe stato così male vedere mia figlia ogni notte, non mi bastava, ma era comunque qualcosa.
Però quello stesso pomeriggio tornò Eragon e la breve e relativa stabilità che avevo appena creato andò a pezzi.

«Sono tornati» disse Blödhgarm, con la voce incrinata per l'eccitazione e il sollievo.
E mi riferì il desiderio di Eragon di incontrare me, mia madre, Orik, Orrin, Jörmundur e Roran in segreto, prima di presentarsi all'accampamento dei Varden.
«Vado ad avvertire Islanzadi» mi congedai frettolosamente, ansiosa di rivedere il cavaliere e scoprire cosa avesse trovato nel suo viaggio.
«Avverto gli altri e vengo con voi, Arya Dröttningu» mi disse Blödhgarm.
Circa mezzora dopo io, mia madre e l'elfo dalla pelliccia blu ci presentammo al luogo dell'appuntamento, dove trovammo Eragon e Saphira in buona salute e apparentemente nemmeno stanchi per il forzato viaggio appena compiuto. I due rifiutarono di darci spiegazioni e dovemmo attendere un'altra mezzora abbondante prima che cominciassero l'incredibile racconto.
«Aprite la mente» ci invitò Eragon con un sorriso raggiante.
Lo feci, cautamente, e una miriade di voci e immagini si riversò nella mia mente. Caddi a terra, stringendomi la testa.
Sentii le parole frettolose dell'incantesimo che avevo pronunciato la notte dell'imboscata e una forza misteriosa deviare l'uovo di Saphira dalla sua originaria meta, finendo ai piedi di un ragazzino castano con le guance arrossate dal freddo.
Vidi me stessa, distesa sanguinante nella mia cella a Gil'ead. Vidi le ferite della mia carne rimarginarsi dolcemente, i lividi sparire, e sentii l'energia fluire nelle mie membra.
Vidi gli occhi sgranati di Durza di fronte al mio corpo sanato e udii la sua voce imperiosa e gelida: «Come hai fatto?»
Sentii l'inquietudine delle coscienze che stavano sfiorando la mia alla vista dell'allarmismo dello Spettro e la conseguente ritirata, per timore di venire scoperte.
Vidi un nuovo avvicinamento, lo stupore di ritrovarmi viva, l'irrequietezza nel venire al corrente della mia alleanza con Durza.
Poi una maledizione compiuta con cento e più menti congiunte. Vidi immagini rivangate dai miei ricordi formarsi nella mia mente rilassata dal sonno e imprigionarmi in un'orribile visione.
Un avvertimento.
Non dovevi fidarti di lui. Lui voleva distruggerci, distruggere i nostri fratelli ad Uru'baen.
Mi scorsero davanti immagini di me stessa incatenata e sanguinante, mandate in sogno ad Eragon, e immagini rassicuranti del ragazzo, Saphira e Brom comparire nei miei occhi. Vivide, calde, rassicuranti.
Dobbiamo fare in modo che la portino via con loro.
Vidi Durza confessarmi i suoi piani e fare cadere la sua maschera, vidi me stessa allontanarmi da lui e riprendere il mio atteggiamento scettico, percepii l'approvazione delle cento menti. Poi di nuovo la loro rabbia nel vedermi con lo Spettro al Covo, il terrore nel vedere Durza leggere la pergamena fornitagli dall'uomo che aveva ridotto ad una macchina.
Dobbiamo fare un incantesimo di memoria..
Non sullo Spettro, se ne accorgerebbe.
Il ragazzo, usiamo il ragazzo.
Eragon arrivava a Gil'ead, e io svenivo davanti ai suoi occhi, Eragon affrontava Durza ed era quasi sconfitto, Eragon mi vedeva scendere con Saphira, Eragon era troppo debole, troppo..
Un torrente improvviso di energia, lo sforzo di alzarsi in piedi, il movimento del braccio, il cuore di Durza.
Doveva morire, sapeva troppe cose, aveva fatto troppo male. Non poteva distruggerci.
Gli occhi mi bruciarono di lacrime bollenti e un singhiozzo penoso scivolò tra le mie labbra.
«Lo avete ucciso!» gridai con la mente, con tutta la rabbia e il dolore che mi stavano montando nel petto. «Mi avete torturata per mesi con quelle orribili visioni, mi avete manipolata, avete manipolato Eragon.. Ucciso. Lo avete ucciso!»
«Era per il bene di Alagaësia, Älfa, lo sai anche tu».

Altre immagini e sensazioni fluirono nella mia mente. La malinconia di una razza in estinzione, di cui ormai restavano solo i ricordi, il dolore per coloro che Galbatorix aveva piegato. L'odio per Durza, che lo aveva aiutato.
Il disperato tentativo di impedirne la distruzione, la speranza di poterli salvare.
Sull'orlo di un attacco di panico e disperazione, mi separai da tutte quelle voci ed esse non fecero nulla per trattenermi.
Tutto quello che avevo scoperto era.. troppo grande, troppo bello e troppo terribile per poterlo reggere tutto in una volta. E inoltre sentivo anche di capire le azioni compiute dai cuori dei cuori, nonostante al momento fossi accecata dal dolore.
Mi asciugai le lacrime prima di rialzarmi in piedi e cercai gli occhi di Eragon. Solo a quel punto mi avvidi di quanto quel breve viaggio lo avesse cambiato.
Sembrava più vecchio, più saggio, più consapevole, più malinconico.
Forse gli Eldunarí avevano influenzato il suo essere, trasformandolo? Non lo sapevo ma volevo accertarmene.
Hanno ucciso Durza.
Scacciai il pensiero dalla mia mente. Non ancora, non ancora..
Mi sovvenne una frase biascicata dallo Spettro nel suo delirio, quando era tornato da Uru'baen.
«Tu lo hai aiutato a schiavizzare Shruikan!»
«Quello e molto altro, e molto peggiore, anche»

Gli Eldunarí. Aveva aiutato il re nelle sue azioni perverse e aveva pagato con la vita.
Mia figlia non aveva un padre perché loro avevano deciso che la vita di Durza non valeva abbastanza. La rabbia mi bruciò le membra.
Avrebbero potuto cancellargli la memoria di quelle poche righe lette. Avrebbero potuto fermarlo in qualsiasi altro modo, ma non ucciderlo. Durza lo Spettro non si era guadagnato la possibilità di redimersi, ai loro occhi.
Tu che avresti fatto al loro posto?
Le orecchie mi ronzarono e il mio cuore si scontrò ferocemente contro le costole. Intorno a me qualcuno stava parlando, ma io non lo sentivo.
Ispirai profondamente e cercai con tutte le mie forze di concentrarmi sul presente.
Eragon stava per illustrare il suo piano per attaccare Uru'baen e io non potevo assolutamente perdermene nemmeno un passaggio, perché volevo e dovevo parteciparvi pienamente.
L'idea non era complicata in sé: gli eserciti attaccavano le mura e affrontavano i soldati, mentre un gruppo di scelti sarebbe andato direttamente a fronteggiare il re. Era folle, azzardato e audace, come tutti i piani di assalto dei Varden. Così fantasioso che poteva anche funzionare, specie grazie alla nuova potenza dataci dagli Eldunarí di Vroengard.
Mia madre espresse la sua preoccupazione non appena resi chiara la mia intenzione di aggregarmi al gruppo che avrebbe accompagnato Eragon.
«Non morirò» le dissi, nell'antica lingua, con una convinzione che a tratti sentivo e a tratti no.
Prima che nascesse la mia bambina, avevo deciso che mi sarei semplicemente unita all'esercito di mia madre, così da non rischiare la sua e la mia vita in modo estremo. Ma ormai lei era una creatura separata da me e la sua vita e la sua morte non dipendevano più strettamente dalle mie scelte. Potevo tornare a rischiare senza il cieco terrore di dovere fare pagare a lei le mie decisioni.
E la mia scelta, dopo tutto quello che avevo speso contro Galbatorix, era alquanto scontata.
Tuttavia avrei dovuto prendere misure per assicurarmi che la figlia di Durza vivesse, indipendentemente da quanto fosse successo il mattino seguente.
Se avessimo fallito e il re avesse provato ad asservirmi, allora avrebbe comandato un cadavere. Se invece mi avesse uccisa, non si sarebbe posto il problema.
Mi trattenni anche quando gli altri si ritirarono, per chiedere ad Eragon cosa lo avesse trasformato in quei pochi giorni.
Mi stupii quando rivelò di aver scoperto il suo vero nome e rimasi seriamente colpita quando disse di volerlo condividere con me.
Non sapevo se il suo gesto fosse stato dettato dall'incoscienza, da un residuo trasporto nei miei confronti o da sincera e disarmante fiducia nella mia persona, ma mi commosse quasi alle lacrime.
Rifiutai, com'era ovvio. Era rischioso per via dell'imminente scontro con Galbatorix e in tutta sincerità non ero sicura di volerlo sapere. Accettare la sua confessione -qualunque fosse il suo movente- mi sembrava sbagliato e anche ingiusto nei suoi confronti, sia perché non ero sicura che fosse totalmente consapevole dei lunghi anni che lo aspettavano e delle molte persone che avrebbe incontrato, sia perché poteva sembrare un incoraggiamento da parte di un'amante crudele che poi lo avrebbe rifiutato.
Dietro sua richiesta, gli raccontai di come avessi scoperto il mio vero nome, parecchi anni prima, poi mi congedai, dando voce a ciò che realmente provavo per lui: simpatia, affetto, amicizia e anche orgoglio per ciò che era diventato.
Mentre mi allontanavo in direzione dell'accampamento ripensai a quello che sapevo essere il mio vero nome. Non lo pronunciavo da anni e avevo avuto un'intuizione.
Me lo sussurrai tra me e me.
Niente, non provavo niente.
Quella era solo una conferma del dubbio: il mio vero nome era cambiato, da qualche parte nel mio recente passato.

Tornai nella mia tenda e mi disfai della mia tenuta da combattimento. Il giorno dopo avrei sputato sangue nella città del dolore, ma per il resto del giorno non avevo intenzione di fare nulla, se non passare ogni istante possibile con mia figlia.
Indossai i miei abiti neri e mi avvolsi nel mantello.
Il futuro della mia creatura mi stava a cuore più di quanto riuscissi ad ammettere a me stessa e se c'era qualcosa che poteva distogliermi dai miei intenti, era lei. Tuttavia sentivo di poter fare ciò per cui mi ero offerta meglio di qualunque altro guerriero e se fossi rimasta nascosta avrei finito per morire di impazienza e trepidazione. Era il punto di arrivo della mia ricerca, la meta per cui camminavo da anni. Se avessi assolto quel mio ultimo dovere, forse avrei finalmente trovato la pace per tutto ciò che avevo commesso.
Dissi a Màthair che forse non avrei avuto più bisogno dei suoi servigi e che, nel caso, mi avrebbe rivista all'alba, altrimenti quello era un addio.
La donna mormorò un «Buona fortuna», poi si affrettò a prendere la sua ricompensa -nuovamente un furto dalle cucine- e a tornare nella sua tenda. Probabilmente sperava di non vedermi mai più, doveva credermi una pazza.
Baciai la mia bambina sulla fronte e la strinsi tra le braccia, quasi nascondendola nel mio mantello. Dormiva, e il movimento non la disturbò.
Mi mossi alla ricerca dell'unica persona a cui avrei potuto affidare la vita di mia figlia, nel caso qualcosa fosse andato storto. Non era la più affidabile, non la più materna, non la più vicina a me, ma era la sola persona che conosceva il mio passato e condivideva il mio affetto per Durza.
Riacquistai il mio aspetto naturale e, giunta nei pressi delle cucine, fermai un uomo dagli spessi baffi neri, striati di grigio.
«Sto cercando una ragazza che lavora nelle cucine. Si chiama Alba, ha i capelli biondi e gli occhi azzurri». Se non usava un altro nome, ovvio.
L'uomo mi squadrò con sospetto. In quel momento ero di nuovo un'elfa. «Chi la cerca?»
«La sua amica di Gil'ead» improvvisai.
Alba uscì dal tendone delle cucine pochi istanti dopo, con la treccia di capelli biondi stranamente scompigliata.
«Che vuoi, principessina?» sibilò seccata. Poi i suoi occhi caddero al fagotto che stringevo al petto. «Cos'è quello?» indagò aggrottando la fronte.
«Questa» la corressi, «è il mio segreto».
Sul viso dell'elfa si rincorsero diverse espressioni in pochi istanti: confusione, incredulità, scetticismo, e altre che non riuscii a definire.
«Non è vero» soffiò. «È quello che penso?» aggiunse sconvolta.
«Non parliamone qui».
Indicò un punto alle mie spalle. «Quella è la mia tenda».
Entrammo e io mi premurai di insonorizzare l'ambiente.
Alba fissò con sospetto la mia piccola, come se potesse morderla.
«Lo sapevo che mi nascondevi qualcosa» disse, quasi distrattamente, «ma in effetti non avrei mai creduto che..» Tacque.
Non sapevo da dove cominciare, così restai in silenzio anche io, ma la mia pena doveva essermi stampata in volto.
«Ho frainteso o quella è la figlia di Durza?» azzardò infine.
«Non hai frainteso» dissi, svolgendo il mantello e rivelando il volto della bambina, che stava ancora dormendo.
La bionda parve improvvisamente sospettosa. «Perché mi avresti rivelato il tuo segreto? Stai cercando di incastrarmi in qualche modo per caso? Quella marmocchia è veramente di Durza o ne hai rapita una a caso per.. fare non so bene cosa?»
Guardai nervosamente il visetto della piccola. «Non ti sto ingannando, né mentendo, è davvero sua e mia» la rassicurai, nell'antica lingua.
Alba si sporse su di lei e il sospetto nei suoi occhi si intensificò. «Non gli somiglia. A parte i capelli, forse». Fece per allungare una mano, forse per sfiorarli, ma bloccò il movimento di scatto.
«E il colore della pelle» aggiunsi. «Adesso il suo aspetto è modificato, dato che l'avevo affidata ad una balia umana».
«Ancora mi sfugge il perché tu la stia mostrando a me».
«Domani» dissi con lentezza, «ci sarà l'assedio di Uru'baen e contemporaneamente un attacco al re. E io vi devo partecipare».
«Non vorrai..?»
«Devo andare. E non so se tornerò». La voce mi si ruppe.
Alba deglutì. «Io non posso badare a tua figlia fino a quando non potrà provvedere a se stessa».
«Sei l'unica che possa farlo».
«Non so come dirtelo, principessina: a me non piacciono i bambini. Piangono, sono impegnativi e sono da lavare e cambiare ogni ora. Non credo proprio che riuscirei a tenerne uno per più di tre ore senza resistere alla tentazione di soffocarlo, figuriamoci crescerlo».
«Allora lei morirà».
Fece un gesto spazientito. «Perché non la affidi a tua madre, per esempio?»
«Non ne sa nulla e domani sarà ad Uru'baen con me. La sua vita è in pericolo quasi quanto la mia, mentre tu non hai intenzione di combattere, giusto?»
Scosse la testa. «Non sono mai stata brava con le armi. E nemmeno ad uccidere, a dire il vero. Ma non sono nemmeno brava a fare la balia, credimi».
Le porsi la bambina. «Vuoi tenerla?»
Ridacchiò nervosamente. «Perché ho la sensazione che tu stia per raggirarmi? Una volta tenuta in braccio non riuscirò più a sopportare che muoia, non è vero?»
«È quello che spero» ammisi.
Allungò le braccia. «Non so nemmeno come si tenga una neonata» borbottò impacciata.
«Basta che tu le sostenga la testa» la istruii, sistemandola nelle sue mani.
La piccola si svegliò e iniziò a piangere. Alba le sfiorò il piccolo viso con leggerezza, come se avesse paura di rovinarla.
«Ha gli occhi diversi» osservò.
«Uno più chiaro e uno più scuro, lo so, ma immagino che si riassesteranno con la crescita».
«Come si chiama?»
«Non ha ancora un nome».
«Sei un'elfa. Dovresti conoscere l'importanza dei nomi» osservò con sarcasmo, ma la sua espressione era intenerita.
«Se tornerò viva gliene darò uno immediatamente, in caso contrario ti cedo il compito».
«Non ti ho ancora detto di sì». Prese a cullare mia figlia dolcemente, e lei parve calmarsi un poco. Capii che Alba aveva raggiunto la sua mente con qualche immagine o suono rassicurante, come avevo spesso fatto io già da quando era nel mio ventre.
«Ma acconsentirai».
«Come fai ad esserne sicura?»
«La piccola ti piace. E ti senti ancora in debito con Durza per averti salvata in passato».
«Vero» cedette. «Ma sono la persona meno adatta per crescere una bambina».
«Sei l'unica che sa di me e Durza, oltre alla Venerabile, ma non me la sento di affidarla a lei. Temo che la considererebbe una specie di esperimento, come quelli che fa con le sue erbe».
«E come credi che la considererei io?»
«Come la figlia di un tuo caro amico e come la sua ultima eredità su questa terra» risposi con sicurezza.
Alba fece una smorfia. «Sei più intelligente di quanto pensassi. Ora capisco perché sei venuta da me: perché conosco i suoi natali e saprei nascondere eventuali segni della sua discendenza da uno spettro e da un elfa, se dovesse rivelarsi necessario; perché sai che, nonostante odi te e tua madre, ho voluto molto bene a Durza e non avrei mai il coraggio di fare del male al sangue del suo sangue; perché sai che, se le cose si mettessero male, sarei abbastanza egoista da fuggire il più lontano possibile da Uru'baen, senza curarmi di coloro che lascerò indietro. Sei una codarda».
«Sì» la assecondai. «Non ho il coraggio di abbandonare la mia battaglia, nemmeno per mia figlia».
«Se accetterò lo farò per lei e per Durza, non per te» specificò.
«Questo mi basta».
«Non mi esporrò con tua madre per farle sapere che ha una nipote».
«Non lo pretendo».
«Le mie intenzioni nei tuoi e nei suoi confronti non cambieranno ora che so che siete rispettivamente madre e nonna» proseguì in tono di sfida.
«Non ho mai creduto che questo avrebbe cambiato le cose».
La sua aria irriverente si spense e i suoi occhi corsero di nuovo alla creatura che teneva ancora tra le braccia. La bambina aveva smesso di piangere.
Me la restituì. «Dovresti tenerla tu, almeno fino al sorgere del sole».
«Abbiamo un accordo?»
«Hai la mia parola» rispose nell'antica lingua.
Abbracciai la piccola e scoprii un seno per nutrirla.
«Se Galbatorix vincesse..»
«So cosa fare. Se invece vincerete, ormai sai dov'è la mia tenda».
Le lacrime tremarono sull'orlo delle mie palpebre e poi scivolarono dolcemente fino alla mascella. «Parlale di suo padre, se vuoi parlale anche di me. Dille che le volevamo bene e che non avremmo mai voluto abbandonarla, dille che..»
«Basta!» mi bloccò Alba. «Sei patetica». Ma la sua voce era arrochita.
Tacemmo per qualche minuto e le lacrime mi raggiunsero il mento.
«Puoi restare qui fino all'ora della partenza» disse poi. «Io credo che andrò a fare una passeggiata e a consolare con parole dolci i soldati che domani moriranno in battaglia».
«Elrun ono, Aiedail». Grazie, Aiedail.
Ebbe un tremito. «Non usare quel nome, quella non sono più io. È un nome che appartiene ai morti e che solo i morti potranno usare con me».
E se ne andò, nella luce soffusa del crepuscolo, lasciandomi sola con la mia bambina e la mia disperazione.
Ultima modifica di Lalli il 5 giugno 2015, 9:44, modificato 1 volta in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 7 aprile 2015, 19:17

47. Orfana di madre, madre di un'orfana
Le luci grige del mattino schiarivano timidamente il cielo quando Alba scostò la stoffa della tenda ed entrò. La notte era stata tormentata, specialmente perché Shruikan si era fatto vedere in lontananza e io avevo temuto di dover correre nella mia tenda a prendere Niernen e abbandonare prima del tempo la mia bambina.
«Ti ho portato qualcosa da magiare» annunciò l'elfa con indifferenza, porgendomi un quadrato di tessuto annodato.
Lo presi con la destra e tenni la mia bimba con il braccio sinistro.
Era ben sveglia e muoveva le manine in modo sconnesso. Non piangeva, ma non sembrava tranquilla e io mi chiesi se per caso non fosse a causa della mia inquietudine.
Mangiai con lentezza il pane con miele che mi aveva dato Alba e la fissai negli occhi spenti dalla stanchezza. Io stessa non dormivo da tre notti, ma l'eccitazione e l'ansia per la giornata mi mantenevano sveglia e attiva, almeno per il momento.
Finito il pane, pronunciai qualche parola di potere e restituii a mia figlia il suo aspetto originario.
«Dalle l'aspetto che preferisci» dissi. «L'importante è nascondere..»
«..Le orecchie, lo so» completò per me.
Contrassi la bocca in una smorfia amara. Le avevo sempre visto l'aspetto di un'umana addosso, doveva sapere meglio di me quali fossero i dettagli da nascondere.
«Bene, allora».
«Devi andare adesso?»
«Sì. All'alba devo essere con Blödhgarm e gli altri in un punto preciso. Ho sì e no un'ora di tempo e devo ancora prepararmi».
Mi alzai in piedi, accarezzai le manine della bambina e le baciai ripetutamente, poi la baciai anche sulla fronte e la strinsi un'ultima volta.
«Sii forte, figlia mia» le dissi con la mente.
La avvolsi nel mio mantello e la depositai sulla branda dove avevo trascorso la mia notte di veglia, canticchiando nenie e parlando alla piccola di tutto ciò che mi passava per la mente, consapevole che nulla di quella conversazione sarebbe rimasto nella sua memoria.
«Tieni questa» dissi, sfilandomi la collana di Durza e porgendola ad Alba. «Impedirà a chiunque di divinarti».
Lei sorrise amaramente e la indossò. «Lo so».
«L'anello di ametiste non serve più a nulla, fanne ciò che vuoi».
I suoi grandi occhi, azzurri come il cielo estivo, si alzarono solennemente su di me.
«Torna, Principessina, io non sono capace».
«Tornerò» dissi con poca convinzione, «ma te fai lo stesso del tuo meglio».
«Ovviamente».
Avevo mille parole sulle labbra, ma me le morsi e me ne andai, dopo avere gettato un'ultima occhiata alla creaturina che si agitava sulla branda.
Corsi in direzione della mia tenda e quasi mi scontrai contro Angela l'erborista, che camminava insieme ai primi soldati che uscivano dalle loro tende, con la sua armatura verde indosso e il bastone a doppia lama serrato in una mano.
«Venerabile» ansimai.
«Arya!» esclamò lei. «Allora come procede?»
«Lei è con Alba».
«Ah sì?» I suoi occhi guizzarono di consapevolezza. «Non potevi fare scelta migliore».
«Era l'unica dopotutto» minimizzai.
«Vero anche questo. Ma cosa fai ancora qui? Dovresti andare a prepararti! Eragon e gli Eldunarí sono già in allerta su quella collina lassù e c'è anche Elva con loro».
Sobbalzai. «Tu sai di loro?»
«Certo che sì! Ne conosco parecchi. Ho realizzato una cosetta per loro, un centinaio di anni fa, una specie di uomo di metallo, ma non mi chiedere a cosa servisse perché al momento non me lo ricordo». Scosse la mano in un gesto frivolo. «Sto invecchiando. Io vado in battaglia con gli uomini, ci vediamo al più tardi domani, devi ancora parlarmi del tuo incontro con i Sacerdoti!» si congedò, con una tale allegria che per qualche istante fui totalmente sicura che sarei sopravvissuta.
«A domani, Venerabile» la assecondai.
E proseguii nella mia corsa, tuttavia le sorprese non erano finite.
Davanti alla mia tenda mi attendevano due donne. Entrambe indossavano una giubba imbottita e una di loro aveva una spada alla cintura, l'altra ne aveva addirittura due.
«Ambasciatrice» mi salutò Augyra.
Athala si dondolava sulla punta dei piedi alle sue spalle. Quella ragazza sembrava sempre desiderosa di scomparire dietro alla sua compare.
«Non ho tempo, devo vestirmi!»
«Noi no, siamo già pronte e ti stiamo aspettando da un'ora. Facci entrare con te, dobbiamo parlarti» insistette Augyra.
«Prego» borbottai, cogliendo lo sguardo interrogativo di Laufin, mentre passava accanto alla mia tenda.
Feci entrare le due donne e tolsi le mie cose dalla branda, così che potessero sedere su qualcosa di più comodo della nuda terra.
«Non posso concedervi più di pochi minuti» annunciai, afferrando gli abiti donatemi da mia madre e cominciando a cambiarmi rapidamente.
«D'accordo» disse Augyra, impassibile, «sarò breve. Non sappiamo come si svolgerà la strategia di attacco di oggi, ma supponiamo che il cavaliere e i suoi elfi guardiani vadano ad affrontare Galbatorix e che forse tu andrai con loro».
Allentai i lacci del corsetto e lo indossai. «Corretto».
«E vorremmo che tu facessi qualcosa per noi».
«Trattabile».
«Secondo le informazioni che abbiamo trovato nelle gallerie di Dras-Leona, il re custodisce quattro uova di Ra'zac nella sua stanza del tesoro. Ti stiamo chiedendo di distruggerle per noi, nel caso riuscissi ad arrivare fin lì, perché siamo certe che comunque finisca questa guerra noi non riusciremo ad averne accesso dato che saranno sicuramente protette con la magia».
Allacciai Ren a cintura e rivolsi alla donna uno sguardo severo. «La mia prima missione è occuparmi del re. Potrei fare ciò che chiedete solo dopo che avrò finito con lui».
«Certamente».
«E non è finita qui». Sentii un sorriso aleggiarmi sulle labbra. «Voglio sapere per chi lavorate».
Stranamente, nessuna delle due parve sorpresa alla mia richiesta, anzi, sembravano aspettarsela. Athala aveva un'aria quasi soddisfatta e Augyra sembrava in procinto di sputare una bacca acerba, tuttavia acconsentì: «D'accordo, ma voglio che tu giuri nella tua lingua che non riferirai quanto detto ad altri».
«E come fai a fidarti del mio giuramento se non conosci la mia lingua?»
«Cosa ti fa credere che io non conosca la tua lingua?»
Alzai un sopracciglio. «La conosci?»
«In parte. In misura sufficiente per sapere quali sono le parole necessarie per un giuramento».
«Allora sappi che mi impegnerò a mantenere il tuo segreto, ma con un limite: mi prendo la libertà di rivelarlo se dovesse risultare necessario per il benessere di Alagaësia».
Occhi di Lupo annuì e io pronunciai il giuramento, vincolandolo nell'antica lingua.
«Conosci il Domia adr Wyrda?» domandò la donna.
«Sì, lo lessi qualche decennio dopo la morte di Heslant il monaco».
«Allora sai che Heslant faceva parte di una setta religiosa di Kuasta, Arcaena. Bene, anche noi» disse controvoglia.
«Arcaena esiste?» indagai, scettica.
«Certo che sì e ha dato parecchi impulsi ai Varden, negli ultimi decenni!» fu la secca risposta.
Scossi la testa lentamente, incredula, mentre il mio cervello cominciava a mettere insieme diverse tessere del mosaico. «Jeod. Anche Jeod Gambelunghe è dei vostri, non è vero?»
«Jeod ormai non è più pienamente coinvolto nelle nostre attività, ma è un amico prezioso e un grande studioso. E noi valutiamo la conoscenza al di sopra di ogni altra cosa».
Certo. E gli impulsi di Arcaena ai Varden era sempre avvenuti tramite l'uomo: le informazioni per intrufolarsi ad Uru'baen e anche quelle per entrare a Dras-Leona. E lo avevo anche visto discutere con le due donne, due giorni prima..
«Se valutate la conoscenza al di sopra di tutto, perché voi girate armate e cercate di portare una razza all'estinzione?»
«Perché i Ra'zac sono pericolosi per gli esseri umani» disse Augyra semplicemente. «E perché si possono assumere diversi ruoli all'interno della setta. Non abbiamo propriamente un Dio, come i Sacerdoti dell'Helgrind, noi crediamo nella ragione e nello sviluppo dell'intelligenza dell'uomo e ci operiamo affinché la società non sprofondi nella decadenza». Rabbrividì. «Un giorno il mondo come lo conosciamo finirà nel fango e se qualcuno non si premurerà di conservare memoria della civiltà, gli uomini non risorgeranno più dalla melma. Anche per questo combattiamo i Ra'zac e Galbatorix: per rallentare l'inesorabile avvicinamento della decadenza».
Rimasi impassibile, ma il mio scetticismo stava aumentando ulteriormente. Certo la loro religione sembrava molto più logica di molte altre, tuttavia aveva un fondamento di follia, come tutte.
«E se un giorno decideste che gli elfi sono pericolosi per gli uomini?»
«Cercheremmo di eliminarvi» disse, tagliente. «Ma non accadrà fino a che non ci farete esplicitamente del male».
Non credevo che sarebbero mai riusciti a sconfiggere gli elfi, non finché avevamo la Du Weldenvarden dove poterci rifugiare.
«Quindi voi due siete una specie di corpo armato, come le Ombre. E gli altri cosa fanno, se non hanno un Dio a cui rivolgere preghiere?»
«Noi non abbiamo un corpo armato» mi contraddisse lei, «noi abbiamo delle spie, degli Occhi e delle Voci, ci chiamiamo così. Ciascuno di noi fa ciò che riesce al limite delle proprie capacità: alcuni passano giorni e giorni in polverose biblioteche; altri si mettono al servizio di un nobile o di un generale, lo spiano per decenni e scrivono regolarmente rapporti per la sede centrale; altri si ritirano nel reliquiario in meditazione; altri trascrivono i rapporti e ne fanno dei libri; altri cercano la conoscenza annidata nei posti più nascosti; altri si impegnano con le armi per preservare la civiltà».
Augyra aveva fatto un po' di tutto, allora: aveva cercato le biblioteche segrete dei Sacerdoti, li aveva spiati e ormai era una cacciatrice di Ra'zac.
«Ancora non capisco che ruolo abbia lei, oltre ad essere un fabbro» insinuai, additando Athala.
La giovane non si fece avanti, ma mi rispose: «Io faccio parte di Arcaena da pochi mesi e in modo indiretto, Ambasciatrice. Augyra e il suo amico mi hanno salvato la vita e io non avevo alcun posto dove andare, mentre me la cavavo bene con le armi. Così ho deciso di accompagnarla nella sua missione senza fare troppe domande e dopo pochi mesi sono stata ammessa». Si bloccò, notando l'espressione ammonitrice della sua compagna.
«Chi sei?» domandai, guardandola direttamente negli occhi.
Lei scosse la testa e mi parve spaventata. «Oggi non è il giorno giusto per rivelarti questo segreto».
Decisi di non insistere, almeno per gentilezza nei suoi confronti.
«Grazie per le vostre confessioni» dissi invece.
Occhi di Lupo assunse la solita espressione di animale feroce e braccato. «Se rivelerai queste informazioni ad altri metterai in pericolo anche le nostre vite: abbiamo concesso ad Angela l'erborista di accompagnarci nei sotterranei di Dras-Leona e abbiamo dato nuove informazioni a te perché tu agisca a Uru'baen. Secondo le nostre regole, non era permessa la collaborazione di terzi e se qualcuno venisse a sapere che qualcosa di assurdamente simile ad un Inarë e un'elfa sono stati coinvolti nei nostri affari, verremmo nel migliore dei casi espulse dalla setta, nel peggiore avvelenate nel sonno».
Inarë?
Mi morsi la lingua per non tempestare le donne di ulteriori domande e allungai una mano per afferrare Niernen. Ero pronta per l'assalto di Uru'baen.
«Vi ho dato la mia parola e ovviamente la manterrò».
«Grazie» disse Athala.
«Grazie» le fece eco l'altra.
«Devo andare e mi pare che anche voi dobbiate partecipare agli scontri, vista la vostra mise. Che le stelle vi proteggano!»
«Pensi di tornare?» si accertò Augyra.
Se pensavo di tornare? Il sole stava sorgendo, il sangue mi ruggiva nelle vene, i muscoli si flettevano svelti ai miei comandi, Niernen roteava pigramente tra le mie dita, avevo una figlia, avevo amato Durza, avevo avuto Glenwing e Fäolin, avevo una madre, avevo amici come Däthedr ed Eragon e Galbatorix avrebbe almeno tremato, quel giorno. Ero viva, e amavo troppo la vita per pensare di potermene già separare.
«Certo che sì!» ringhiai, con rinnovata energia.
Quella notte, con mia figlia tra le braccia, avevo creduto che non l'avrei rivista mai più, ma in quel momento, forse grazie alla luce del sole, mi sentivo più ottimista.
«Che la tua spada resti affilata» mormorò Augyra, «e anche la tua lancia, effettivamente».
«Così come le vostre» risposi.
Raggiunsi Blödhgarm e accettai l'ultimo saluto di mia madre, che mi corse incontro e mi baciò la fronte con tale leggerezza che quasi non me ne accorsi. Poi, senza dirmi una parola, si allontanò per mettersi in testa all'esercito elfico.

Tutti gli addii a cui mi ero dedicata quella mattina si rivelarono quasi totalmente inutili, dato che io sopravvissi indenne. La morte di Galbatorix, invece, fu rapida quanto la sua ascesa.
Alla fine l'uomo più potente di Alagaësia fu sconfitto da se stesso. Da quei demoni che albergano nel cuore di ogni essere che ha avuto la presunzione di stroncare una vita. E lui ne aveva stroncate tante.
Non realizzai immediatamente che il re nero era scomparso. Conficcai la Dathdaert in profondità nell'occhio di Shruikan e restai a guardare attonita le macchie di sangue sfrigolante sui miei vestiti.
Poi tutto cominciò a crollare.
Realizzai che mi ero presa un impegno con Athala e Augyra e mi rivolsi a Murtagh. La mente del giovane sfiorò la mia e mi indicò tramite immagini il tragitto per la sala del tesoro, la fugace immagine di un grande scrigno e quella altrettanto fugace di quattro uova dal colorito malsano.
Corsi in quella direzione, evitando calcinacci e pietre, e riflettendo al contempo sulla solitudine e la sconfinata tristezza che avevo percepito nel breve contatto con il cavaliere che, in un modo o nell'altro, aveva permesso la sconfitta del suo aguzzino. Galbatorix doveva essere stato bravo a procurarsi alleati, ma non a mantenerli tali.
La sala a cui arrivai dopo aver abbattuto la porta a spallate era bassa, con il soffitto coperto da volte a crociera fortemente costolonate. Se fossi stata fortunata, se anche fosse crollato il palazzo, quella stanza avrebbe resistito.
L'intero ambiente era illuminato da poche torce, ma risplendeva di mille bagliori dorati. Non avevo mai visto così tante ricchezze ammassate tutte insieme.
Per prima cosa raggiunsi le uova di Ra'zac e le fracassai con quattro colpi ben assestati di spada, poi mi misi alla ricerca dello scrigno, mentre intorno a me si udivano rombi e forti tonfi e il terrore di morire sepolta tra le macerie prendeva piede nel mio cuore.
Trovai infine il prezioso contenitore e mi accertai del suo contenuto, poi lo presi sottobraccio e mi accinsi a cercare un'uscita. Peccato che la porta da dove ero venuta fosse ormai totalmente inaccessibile.
Trovai una scala di pietra umida che sembrava sparire nel ventre della terra e la imboccai, accendendo un globo luminoso per farmi strada. Camminai per diversi minuti prima di imbattermi in diversi respiri affannati. Cominciai a correre e non mi fermai fino a che non udii la voce quasi ringhiante di Blödhgarm gridare: «Arya!» Con un tale entusiasmo che dimenticò l'appellativo Dröttningu.
Mi accertai che tutti stessero bene e -mentre guadagnavamo faticosamente l'uscita tramite incantesimi per orientarci negli stretti corridoi, incantesimi per liberare passaggi dalle macerie e proteggerci dalla caduta di altre- ascoltai il loro racconto e loro ascoltarono il mio. Erano rimasti immobili, prigionieri dei loro stessi corpi, in una stanza sotterranea, fino a che la morte di Galbatorix non li aveva liberati dai vincoli magici. Poi si erano spostati a casaccio nella direzione dai cui ero venuta io e avevano recuperato tutti gli Eldunarí tenuti sotto il controllo di Galbatorix, che in quel momento fluttuavano davanti, dietro e intorno a noi.
Riemergemmo dopo un tempo che mi parve interminabile, sudati, ansimanti e coperti di polvere.
Eragon ci accolse con sterminato entusiasmo e, dopo aver visto il tesoro che tenevo tra le mani, raccontò a me e agli altri di avere trovato molte altre uova a Vroengard e che la rinascita dei draghi e dei loro cavalieri non era una possibilità così remota come si credeva.
Nel preciso istante in cui le parole di Eragon tacevano e le esclamazioni degli undici riempivano l'aria, vidi -dietro di Eragon- Murtagh e Nasuada. Erano molto vicini e i loro nasi quasi si toccavano. Il cavaliere stringeva delicatamente la punta delle mani di Nasuada e la fissava con una tenerezza e una vergogna che mi fecero sprofondare il cuore per la pietà.
«Tornerò, lo giuro» disse pianissimo.
Poi saltò in groppa a Castigo e spiccò il volo. Eragon lo seguì subito dopo e Nasuada reagì con orrore alla vista della consapevolezza che doveva brillare nei miei occhi.
Forse non ero un'esperta di questioni amorose, ma avevo riconosciuto l'espressione del volto di Murtagh: era la stessa che aveva avuto Durza prima che Eragon comparisse a Gil'ead, quando era costretto a farmi del male e l'idea di sfiorarmi anche solo un istante con le stesse mani con cui mi torturava lo nauseava.
E riconoscevo anche l'espressione sul volto della signora dei Varden perché rifletteva la frenesia e l'attenzione con cui avevo celato al mondo il segreto che condividevo pienamente solo con Durza. L'amore in qualche modo sbagliato che avevo provato per il mio carceriere.
Nasuada scostò lo sguardo e il momento di riflessione terminò.
All'improvviso realizzai che tutto era finito.
Blödhgarm -che dopo aver raccolto gli Eldunarí abbandonati da Murtagh si era immobilizzato in piedi accanto a me- sembrava stupefatto in ugual misura.
«Abbiamo vinto, Arya Dröttningu».
Galbatorix era sconfitto e io ero viva. Sarei tornata da mia figlia e non l'avrei lasciata mai più.
«Oh sì» soffiai, con la voce che vibrava di eccitazione. «Abbiamo vinto».
Gli altri elfi si ammassarono intorno a noi, gli occhi brillanti di gioia e stupore e i volti illuminati da sorrisi che brillavano più del sole.
«Abbiamo vinto!» gridò Yaela.
«Vittoria!» le facemmo eco gioiosamente, liberando una cascata di risate.
Mi unii al loro entusiasmo, ma colsi con la coda nell'occhio la figura di Nasuada, fragile e tremante al margine del mio campo visivo.
Mi avvicinai a lei e le presi una mano tra le mie. «Bentornata Nasuada. Sono immensamente felice di ritrovarti viva».
La donna rise nervosamente. «Non sono ancora sicura che sia davvero successo. Non è una visione, vero?» soffiò implorante. E i suoi occhi corsero al cielo vuoto, nella direzione in cui era volato Murtagh, in groppa al rosso Castigo. Sembrava aver dimenticato il nostro scambio di sguardi e si guardava intorno con la disperazione di chi sa che sta per svegliarsi nel bel mezzo di un sogno bellissimo.
Sentii di capirla ad un livello terribilmente profondo. Entrambe prigioniere di guerra, entrambe forti e insieme volubili, entrambe portate sul baratro tra vita e morte, salute e follia, entrambe innamorate del nostro aguzzino, entrambe costrette a vivere.. e morire lontano da lui.
Forse io e Nasuada saremmo guarite, prima o poi. Avremmo dimenticato gli orrori che ci eravamo lasciate alle spalle a ci saremmo costruite una nuova vita. Probabilmente lei sarebbe diventata regina del mondo degli uomini e io avrei continuato a essere l'ambasciatrice degli Elfi. Entrambe avremmo finito per accompagnarci ad un altro uomo, un aristocratico che ci desse potere, forse. Forse lei avrebbe avuto molti figli, io non ero per nulla certa di poter sopportare una seconda volto il terrore, il panico, la solitudine e la gioia che avevo provato nel mettere al mondo la mia. Ne sarei morta.
Questo pensavo, mettendo a confronto la mia vita e quella della figlia di Ajihad.
Ancora non sapevo fino a che punto le nostre esistenze fossero diventate simili.
La signora dei Varden iniziò a tremare e io mi permisi di stringerla delicatamente in un abbraccio. Era più bassa di me e sentii le sue lacrime colarmi sul petto mentre il suo corpo si scuoteva in pochi, profondi singhiozzi.
«Ti accompagno nella tua tenda, vuoi?» dissi morbidamente.
Lei annuì e recuperò il suo contegno con rapidità incredibile, anche se l'incertezza e il terrore rimanevano evidenti nei suoi occhi spalancati.
Dissi a Blödhgarm di occuparsi dei preziosi tesori che avevamo recuperato dal palazzo, presi Nasuada a braccetto e insieme ci incamminammo verso le mura esterne.
Non avevamo fatto più di un centinaio di iarde quando ci imbattemmo in Jörmundur e Däthedr.
L'uomo si illuminò di gioia e corse ad inginocchiarsi davanti alla sua signora, mentre Däthedr mi si fece vicino, con gli occhi arrossati dal pianto e un'espressione funerea in volto.
Disse poche parole, piano, quasi spaventato.
All'inizio decisi di non crederci, mi voltai dall'altra parte e mi tappai le orecchie in un gesto infantile che non mi s'addiceva.
Semplicemente non potevo accettarlo, era un dolore troppo forte da riuscire anche solo a immaginarlo. Galbatorix era sconfitto, io non potevo passare la mia esistenza accanto all'unico uomo che avevo amato, ma non importava. Ormai andava tutto bene, le morti erano finite, nessuno doveva più morire. Saremo una famiglia, madre, ma adesso basta scherzi.
Ma la notizia mi fu ripetuta, più e più volte, con spietata crudeltà.
«Tua madre è caduta, Arya Dröttningu».
Mia madre è cosa? Avevamo detto basta agli scherzi e ai silenzi. Madre adesso ci dobbiamo volere bene, dobbiamo diventare una famiglia.
Qualcuno mi scosse delicatamente per le spalle.
NO, BASTA SCHERZI!
Non me ne resi conto, ma probabilmente urlai perché vidi i presenti scrutarmi con espressioni terribilmente preoccupate, già incupite in un'espressione contrita.
Loro non sanno dello scherzo. Mi dissi scioccamente.
Nasuada fu la prima a riprendersi e mi tirò da parte, lontana dai due uomini. «Mi dispiace per il tuo lutto, so cosa si prova a perdere un genitore, hai tutto il mio appoggio e la mia comprensione» mormorò, la voce ancora incerta dal pianto.
Sarai un'ottima regina, Nasuada, la tua gente ti vorrà bene e tu la renderai felice e consolerai tutti per le loro perdite. Ma non me, ti prego, non di nuovo.
«Non mi importa» dissi invece, aspramente. «Lei non era mia madre. Mi ha odiata con tutta se stessa, mi ha considerata alla stregua di un oggetto atto ad abbellire la sua corona. In me vedeva solo la sua erede, un semplice strumento per proseguire la sua linea di sangue. Lei non ha mai sentito il minimo affetto per me. Mai. Nemmeno quando mi credeva morta. Era solo arrabbiata perché avevo fallito la mia missione e quando sono tornata a casa è stata quasi compiaciuta di rinfacciarmelo. Si è anche scusata con me, ma lo ha fatto solo per convenienza, per cercare di trattenermi a palazzo e proseguire con la mia educazione. L’unica aspettativa di me che ha avuto è stata vedermi sul trono di Ellesméra. Io non potrò mai perdonarla per ciò che mi ha fatto. Per colpa sua ho perso tutta la mia infanzia ed è un tempo che non tornerà mai più. Per questo.. per tutto questo io non sento dolore, non mi importa niente».
Avrei voluto vedere l’espressione di Nasuada, ma non potevo. I miei occhi erano appannati.
Mi tremarono le labbra. «Non è vero» gracchiai subito dopo, «non è vero niente». Le lacrime si riversarono sulle mie guance.
Mia madre è morta! Singhiozzai. Prima che ci fosse dato di volerci bene.. lei è morta! MORTA!
Mi coprii il volto con le mani e ispirai profondamente, cercando di dominarmi.
«I-io» balbettai.
Nasuada mi strinse una spalla, ma non disse nulla. Il gesto fece traballare ulteriormente le mie resistenze.
«Vado» riuscii a biascicare, e corsi via.
Corsi per le strade ricolme di sangue e morti, scudi spezzati e frecce ancora integre. Poi trovai una porta aperta e mi intrufolai all'interno, sbattendola alle mie spalle, lasciando la luce del sole dietro di me.
Caddi a terra con violenza, ferendomi le ginocchia.
Mia madre era entrata nel vuoto. La stessa madre che mi aveva sorriso, promettendomi comprensione e baciandomi la fronte con delicatezza, quasi con paura. La madre che era sempre stata poco più di un'estranea per me, che mi aveva lasciato intravedere un bagliore di comprensione, la possibilità di riaprire i rapporti ormai congelati.
Piansi amaramente le occasioni perdute, il tempo sprecato, i litigi frequenti e i pochi confronti. Cercai di rievocare un'immagine piacevole di Islanzadi, ma non potevo.
Perché il Fato, Dio, Destino, Caso o qualunque altra vigliaccata non mi avevano dato il tempo di crearmene una.
Maledetta. Dovevo essere maledetta. Le persone intorno a me morivano come fiori sradicati da una tempesta. Arrivavo a malapena a concedere parte del mio affetto a qualcuno che quello mi era subito strappato via. Era successo con tutti. TUTTI! Dovevo andare via per sempre o avrei ucciso altre persone innocenti, dovevo raggiungere mia madre e..
Mia figlia! Io avevo una figlia!
Appena raggiunta quella consapevolezza, il mio stomaco si ribellò a tutto ciò che avevo appena vissuto.
Rigettai in un angolo e il sapore acido mi pizzicò spiacevolmente la gola, lasciandomela secca e ruvida.
Menta.. Comprami anche delle foglie di menta, fresche mi raccomando!
Battei le palpebre e mi imposi di tornare alla realtà. Brutta, lurida, insopportabile realtà. In quel momento volevo essere chiunque tranne che me stessa, ma le persone che conoscevo non rappresentavano valide alternative di una vita migliore.
Tutte cose spezzate gli eroi di Alagaësia.
Digrignai i denti. Dovevo concentrarmi.
Mia figlia. Lei era viva, da qualche parte fuori da Uru'baen. Lei respirava e aveva i capelli di Durza.
Tornai a correre, evitando tutto e tutti, e non mi fermai fino a quando non raggiunsi la tenda di Alba.
L'elfa era sulla soglia, con le braccia incrociate sul petto e un'espressione lugubre. Doveva già sapere tutto, le voci arrivavano all'accampamento insieme ai feriti.
Non cercai nemmeno di asciugare le lacrime che mi imbrattavano il volto, scavando probabilmente una scia sulla mia pelle impolverata.
«Ti rimango solo io adesso» dissi, vibrando come una corda d'arco e percependo io stessa il tono ridicolmente pietoso della mia voce.
«I conti che avevo in sospeso con tua madre sono estinti, Arya Dröttningu» disse Alba passandomi accanto. «Mi dispiace per la tua perdita. La tua bambina è dove l'hai lasciata stamane».
E fece per andarsene.
«Ora non vuoi più uccidermi?!» gridai istericamente.
Volevo che ci provasse. Mi sentivo ricolma di orrore e disperazione e avevo assoluto bisogno di liberarmi di quelle orribili sensazioni. In quel momento mi sarei volentieri gettata in uno scontro all'ultimo sangue.
La bionda si voltò nella mia direzione e mi parve di leggere frustrazione nella sua espressione. «Io non ti avrei mai e poi mai uccisa, Principessina, probabilmente non sarei nemmeno riuscita ad uccidere tua madre. Io ho paura della morte, io odio vedere gli altri morire. Credi davvero che sarei mai stata capace di stroncare una vita? Io non c'ero cento anni fa, ad Ilirea. Ero troppo codarda per partecipare ad una battaglia, troppo debole per stare nel bel mezzo della mischia ed ignorare il dolore dei morenti, troppo ingenua per capire che Solus avrebbe potuto incontrare la morte in quello scontro!» Scoprì i denti in un'espressione feroce e mi puntò dolorosamente un indice al centro del torace. «Tu ora stai soffrendo e sei furiosa, ma non ti permetterò di usarmi per scaricare la tua rabbia. Non ti ucciderò né oggi né mai e se hai intenzione di aggredirmi e di pestarmi, allora sappi che mi lascerò ammazzare piuttosto che assecondarti».
Conclusa la sua sfuriata, ritrasse il dito -che mi aveva scavato un solco tra le costole- e batté rapidamente le palpebre per asciugare gli occhi umidi.
Dal canto mio, sentii la mia ira sgonfiarsi, subito soppiantata dalla sofferenza.
Ero una sciocca. Una sciocca patetica.
E non ero nemmeno andata a rendere omaggio al corpo di mia madre, accecata com'ero dall'enormità di ciò che era successo.
Un dolore martellante alle tempie mi fece barcollare. Alba mi afferrò prontamente un braccio e mi guardò con occhi duri come lapislazzuli, gli occhi limpidi di un guerriero.
«Va' da tua figlia e tienila tra le braccia. Tu non sei sola, tu hai qualcuno che ti aiuterà a superare anche questa perdita, hai qualcuno per cui vivere il futuro senza doverti necessariamente aggrappare al passato. Sotto questo punto di vista, sei stata più fortunata te di me».
«Alba io..»
«Odio le smancerie, quindi puoi evitare!» sbottò. Mi spinse leggermente in direzione della tenda. «Vai».
Rischiavo di emulare il terribile crollo emotivo che avevo subito quando ero arrivata ad Ellesméra, dopo la battaglia del Farthen Dur, e non era quello il momento. C'erano ancora mille cose da fare, anche se Galbatorix era morto.
Per l'ennesima volta, mi dissi che il momento per strapparsi i capelli e graffiarsi il volto sarebbe venuto poi.
Entrai nella tenda di Alba e il respiro della mia piccola mi riempì le orecchie. La strinsi fortissimo, fino a farla piangere. Poi le chiesi stupidamente perdono, tempestai la sua testolina di baci e le mormorai parole dolci per placarla, mentre nuove lacrime si scavavano una loro via sul mio volto.
Quando infine riuscii a calmare il battito furioso del mio cuore, mi sentivo a pezzi, esausta e al limite della sopportazione. Lasciai che la manina della mia piccola si stringesse con forza inaspettata intorno al mio indice e trassi conforto da quel semplice e rassicurante gesto.
Non doveva essere passata neanche un'ora quando tornai a rivolgere la parola ad Alba, che era seduta a terra al centro della sua tenda, a poche iarde da me, con lo sguardo perso nel nulla.
«Puoi tenerla per qualche altra ora?»
«Vai pure».
Cercai la mente di Blödhgarm, ma non la trovai. Intercettai Däthedr, invece.
«Däthedr ti chiedo perdono per il mio comportamento».
«Non devi chiedermi perdono, Arya Dröttningu».
Mi passò per la mente il pensiero che il titolo Dröttningu non mi era più dovuto, ormai. Cercai di tenere per me quella considerazione, ma dovette filtrare anche nella mente dell'elfo.
«Il corpo di Islanzadi Dröttning è stato portato nella sua tenda, insieme all'uovo verde, se desideri renderle omaggio». Sentii il suo cordoglio penetrare insieme alle sua parole.
«Ti trovo lì?»
«No, sono nella mia tenda. Tra poco avrà inizio un consiglio con i comandanti del nostro esercito. Sei la benvenuta, se ti senti di venire».

Andai al consiglio. I capi dell'esercito stavano discutendo dei futuri movimenti degli elfi e anche della posizione da assumere riguardo al futuro sovrano degli uomini. Sicuramente avevano il diritto di sceglierlo da sé, ma gli elfi dovevano almeno dire la loro.
Stabilirono che l'avanguardia dell'esercito si sarebbe messa in marcia già dal mattino seguente. Le nostre armate marciavano in maniera scomposta per non inaridire il terreno, quindi un ritorno in gruppo nella Du Weldenvarden era da evitare.
Rimasi in silenzio per buona parte del tempo e mi feci avanti solo quando chiesero il mio parere sull'integrità morale e fisica di Nasuada, assicurando loro che era la sola candidata che avrei mai potuto proporre come futura regnante.
Tutti mi trattarono con rispetto e delicatezza, ricordandomi in continuazione ciò che era accaduto a mia madre. La sua stessa assenza sembrava palpabile in quella tenda.
Quando la riunione era ormai terminata, Eragon si mise in contatto con me per informarmi degli ultimi sviluppi e mi trasmise un dolce pensiero di cordoglio.
Non riuscii a ringraziarlo.
Prima di presentarmi alla seconda e ultima riunione della giornata, restai per lunghe ore al capezzale di mia madre.
Era stata distesa nella sua tenda e ripulita dalle fatiche della battaglia. Aveva indosso un vestito rosso, come bacche di agrifoglio, e le sarebbe stato d'incanto addosso, se solo le sue labbra non fossero diventate così pallide. Le ciglia serrate ombreggiavano gli zigomi alti e i capelli erano sciolti sotto di lei, lisci e neri come un mantello di seta.
Era bella come lo era stata fino a poche ore prima, ma non respirava, il suo viso non aveva colorito e il suo cuore non batteva. Era un guscio vuoto, privato di energia e della coscienza che aveva fatto di lei ciò che era.
Sfiora la fronte di Islanzadi. Era fresca, ma non ancora gelida. Poteva sembrare addormentata.
Däthedr mi raggiunse e, dietro mia richiesta, mi raccontò di come fosse avvenuta la dipartita di mia madre.
Fui invasa da una furia selvaggia quando venni a sapere che era dovuta a Lord Barst, lo stesso deplorevole individuo che era venuto nella mia cella a Gil'ead, mesi e mesi prima.
Era morto, e forse era meglio così. Perché se mi fossi nuovamente imbattuta nella sua faccia, squadrata come quella di un urgali, non avrei resistito alla tentazione di ucciderlo, con molta lentezza e poca pietà.
No. Dovevo smettere di lasciare che simili pensieri mi prendessero. Se avessi continuato su quella via, il desiderio di vendetta avrebbe ucciso ogni briciola della mia umanità, com'era successo con Durza e con Alba, prima che entrambi rinunciassero -per un motivo o l'altro- alle loro pretese.

L'elezione di Nasuada avvenne all'unanime, ma Orrin tirò fuori gli artigli, mostrando infine un certo desiderio di occupare il trono appartenuto a Galbatorix. Nasuada riuscì a moderare le sue richieste e a spuntarla, ma non mi sarei stupita se il re del Surda avesse avanzato nuove pretese, in futuro. Forse avrebbe proposto a Nasuada di sposarlo, come contratto politico, ma la donna avrebbe certamente rifiutato, sapendo bene che la presenza di un marito avrebbe ridotto drasticamente il suo potere. Forse un'unione tra i loro rispettivi figli avrebbe finito per riunificare i due regni, e forse sarebbe stata una saggia soluzione per evitare futuri scontri armati.
Quando finalmente mi trascinai fuori dalla torre ero esausta e non vedevo l'ora di coricarmi. E i miei compagni sembravano condividere il mio stesso desiderio perché ci congedammo rapidamente, con pochi saluti e auguri di una felice notte.
Tuttavia il mio riposo doveva attendere ancora qualche tempo, come capii non appena vidi Athala, in piedi davanti alla torre, con le due spade ancora alla cintura, gli abiti sporchi di sangue e uno stretto bendaggio sulla fronte. La giovane si dondolava ancora sulla punta dei piedi e mi rivolse un esitante cenno di saluto.
«Vuoi che ti accompagni alla tenda, Arya?» chiese Däthedr premurosamente.
«No, ti ringrazio. Prima di coricarmi vorrei parlare con un'amica e riferire alla Venerabile la decisione della nomina di Nasuada. Suppongo che ci vedremo domattina».
L'elfo annuì. «Pensavo di portare ad Ellesméra il corpo di Islanzadi dopo la nomina di Nasuada, se sei d'accordo».
«Sei tu il reggente» gli ricordai senza malizia, «ogni tua decisione è legge».
«Devi decidere tu, si tratta di tua madre».
«Sono pienamente d'accordo con te, purché si attenda il mio ritorno per la cerimonia di addio. Credo che io rimarrò qui per qualche altro giorno, per accordare le ultime cose con Nasuada in qualità di ambasciatrice».
«Certamente».
«Allora bella notte, Däthedr».
«Bella notte, Arya».
Mi avvicinai ad Athala, che alzò infine gli occhi nei miei, ma non resse lo sguardo per più di qualche istante.
«Hai combattuto bene?» le chiesi piano.
Fece un cenno di assenso. «La ferita è una sciocchezza» si affrettò a spiegare, non appena vide i miei occhi fissi sulla sua fronte.
«Vuoi che te la guarisca?»
«No, ambasciatrice».
«Dov'è Augyra?» chiesi, ricordando di avere incrociato la donna mentre mi avvicinavo alla torre in vista della riunione. Mi aveva rivolto un gesto interrogativo e io avevo risposto con un cenno di assenso, chiarendo di avere eseguito ciò che mi avevano chiesto.
«Lei non sa che sono qui» disse Cantalama in tono supplichevole. «E spero che mai lo saprà, non approverebbe».
«Allora cosa posso fare per te?» chiesi, sentendo nuovamente un dolore sordo martellarmi le tempie.
Non dormivo da tre notti e in quel breve lasso di tempo era successo di tutto e di più.
«Chi è stato nominato sovrano di queste terre?» domandò tutto d'un fiato, come se avesse messo tutto il suo coraggio in quella domanda.
«Nasuada» dissi, laconica.
Athala parve compiaciuta. «Era l'unica a meritare quel titolo, sarà una buona regina». Mi parve che la giovane fosse sul punto di aggiungere altro, ma si morse le labbra e tacque.
«Come mai questo interesse per il nuovo sovrano?»
«Perché sarò un suo suddito, dato che..» Si morse nuovamente le labbra. «Puoi mantenere un segreto?»
«Mi sono già impegnata a non parlare di Arcaena, direi che ormai sono uno scrigno di segreti».
La mia asprezza non le piacque e si ritirò in se stessa come una chiocciola spaventata.
Sospirai. «Perdonami, sono solo molto stanca. Puoi dirmi qualunque cosa e io la porterò con me nel vuoto». Anche se non capivo perché dovesse confidare qualcosa a me.
«Non voglio che lo porti con te nel.. vuoto» replicò con inaspettata energia. «Voglio che tu ne parli a qualcuno, non appena io non ci sarò più, voglio che tutti sappiano chi sono quando ormai non potranno più nuocermi. Così almeno la mia famiglia non cadrà totalmente nell'oblio».
«E perché io?»
«Perché tu vivrai per molti secoli e hai l'autorità per essere creduta».
Annuii. «Sta bene. Mi impegno a mantenere il segreto fino alla tua morte, a meno che non si riveli dannoso per il benessere delle razze di Alagaësia». Non giurai nell'antica lingua, ma la giovane sembrava soddisfatta.
La sentii inspirare profondamente, prima di parlare: «Io sono l'ultima erede dei Broddring».
Diamine! «Davvero?»
«Davvero. La mia bisnonna aveva il mio stesso nome, Athala, ed era la sorella minore del re Letznig, colui che Galbatorix ha deposto. Il tiranno non poteva permettersi che la mia stirpe sopravvivesse, nessuno poteva minacciare il suo potere, ma lasciare dei Broddring in vita era comunque un rischio che non valeva la pena di correre, così ci diede la caccia e ci sterminò. Athala però si trovava a Teirm, a quel tempo, ed era in procinto di combinare un matrimonio con un nobile della città. Le dame che la accompagnavano furono abbastanza pronte da sostituire la principessa con un'altra bambina di dieci anni e due di loro fuggirono con lei dalla città, fino a Kuasta. Lì vissero in segreto fino a che la natura non fece il loro corso e morirono, ma la principessa era ormai diventata un'adulta e, ormai sull'orlo della vecchiaia, decise di accettare la proposta di un povero pescatore. Non lo amava, ma aveva avuto notizia della morte dei suoi parenti e aveva intenzione di proseguire la stirpe. Mise al mondo un solo figlio, Dietfried, e morì un pugno di anni dopo, non prima di averlo segretamente educato sulle sue origini. Dietfried imparò il mestiere di fabbro e sposò a sua volta una popolana, una lavandaia, ed ebbe da lei tre figli: Ehren, Kerta e Ragnol. Il maggiore morì molto giovane, Kerta, la secondogenita, morì dando alla luce suo figlio, mentre Ragnol sopravvisse. Sulle sue spalle cadeva l'oneroso compito di portare avanti la linea di sangue dei Broddring, ma il peso del compito lo rese paranoico e, temendo di essere stato scoperto, si rifugiò a Dras-Leona. Qui si unì ad una donna chiamata Volga, mia madre, e la sposò. Da quell'unione nacqui io e fino ai quindici anni di età vissi con i miei genitori, imparando da mio padre il mestiere di fabbro. Poi Ragnol morì di febbri durante il duro inverno che corse quell'anno e Volga, dopo tre anni di vedovanza, sposò un altro uomo, il mio patrigno. L'uomo che tu immagino abbia visto a Dras-Leona». Il tono della sua voce si fece duro. «Lui era un pazzo ubriacone e non appena mia madre si lasciò sfuggire qualche parola di troppo sul conto mio e di mio padre si spaventò a morte.. Lui la ammazzò di botte».
Per parecchi minuti non trovai le parole per esprimermi su quella frettolosa storia. «Il tuo racconto è incredibile» mi decisi infine, «e anche terribile».
Athala fece un sorriso. Era bella, quando sorrideva, il suo viso si illuminava tutto. «Devo sembrarti una pazza».
«No, non credo che nulla potrebbe più sembrarmi folle». Non dopo aver perso tutte le persone che amavo per colpa di un folle, non quando l'unica famiglia che mi era rimasta era la figlia di uno spettro che avevo amato profondamente.
«Non posso darti la certezza assoluto che ciò che ti dico sia vero, ma credo che se si cercasse nelle genealogie si troverebbe Athala, sorella minore di re Lastnig. Io porto il suo stesso nome, che dovrebbe significare “di stirpe nobile”, o qualcosa del genere» quasi si scusò.
Ricordai il giorno in cui la giovane mi aveva detto di non potermi confessare la sua vera identità. Quel giorno avevo pensato che io l'avevo nascosta tra i Varden per non mettermi in pericolo, e incredibilmente lei aveva fatto lo stesso.
«Posso verificare, se vuoi, ma non ci sarebbe nessun motivo, da parte dei tuoi antenati, di inventarsi una simile storia. E per cosa poi? Per rischiare di essere perseguitati e uccisi da Galbatorix? No, non credo. Per quanto incredibile, il tuo racconto mi sembra reale» la rassicurai. «Tuttavia mi chiedo il perché della tua scelta. Sono certa che Nasuada ti accoglierebbe nella sua corte se le rivelassi la tua identità, non cercherebbe certo di ucciderti se non avanzerai pretese al trono -e neanche in quel caso, credo- e potresti vivere una vita agiata dopo tutte le fatiche che hai attraversato».
Athala sorrise di nuovo. Il sorriso sereno di chi sa di aver trovato il suo posto nella vita. «Questo inverno raggiungerò i venti anni. Quindici di questi li ho passati sotto le pressioni di un padre che riusciva solo a pensare alla stirpe, al sangue, al diritto al trono e al regno. Altri tre sono trascorsi sotto la tristezza di mia madre, prima e sotto le botte del mio patrigno, poi. Alla fine è arrivata Augyra, e lei mi ha strappato da quella vita che mi stava soffocando. Non voglio il regno, non voglio la corte e non voglio il mio titolo. Forse sarebbe il mio posto, per diritto di sangue, ma io non sono come i miei antenati, io sono una persona nuova, io ho dei sentimenti e dei pensieri che vanno al di là delle voci dei morti. Se diventassi regina non ne sarei mai capace e ne odierei ogni istante. Non ho l'attitudine al comando, non mi so muovere nella politica, non sono abile nelle sottigliezze di linguaggio e di pensiero». Si fermò e guardò le prime stelle che sorgevano in cielo. «Augyra proseguirà la sua caccia ai Ra'zac. Dobbiamo perlustrare ancora Gil'ead e Ceuron e allora forse avremo finito. Questa vita non è forse quella che la mia bisnonna aveva prospettato per i Broddring, ma a me piace, mi fa sentire viva e parte di qualcosa più grande. Arcaena non risolverà i problemi dell'umanità, ma ci prova, muovendosi a piccoli passi, e io sono fiera di farne parte».
La capii perfettamente. I suoi pensieri erano i miei. Stava traducendo in parole tutto quello che avevo provato quando avevo deciso di diventare ambasciatrice degli elfi.
Sollevai un braccio e le strinsi il polso quando lei serrò il mio. «Capisco il tuo punto di vista e lo rispetto. Sei una donna di grande valore, Athala, nonostante tu ti nasconda dietro una maschera di timidezza».
Arrossì. «Sei troppo gentile».
«Quindi Augyra ti ha salvata dal tuo patrigno?»
«Circa.. diciamo che lui aveva parlato alle persone sbagliate delle mie origini e aveva attirato l'attenzione di alcuni soldati. Augyra mi aveva consigliato di andarmene prima che il dubbio si consolidasse e così ho fatto, la sera in cui sono andata a scioglierla dall'altare sotto il monte nero». Ridacchiò. «In quel caso si è rivelato utile essere un fabbro».
Sentii un sorriso affiorarmi alle labbra, insieme ad una strana tenerezza per quella ragazza così giovane, così provata dalla vita eppure così positiva.
«Terrò fede alla mia promessa» rinnovai. «Ovunque tu vada, ti auguro buona fortuna».
«Ti ringrazio infinitamente» disse, con un nuovo sorriso. «Addio! E che la buona sorte assista anche te, ambasciatrice».
Lasciò la mia mano e fece qualche passo. Poi si fermò, come se avesse ricordato qualcosa all'improvviso, e parlò: «So che avete perso la vostra regina. Mi dispiace».
La gola mi si serrò. «Già, è una grave perdita per noi elfi, ma la supereremo».
Lei non sapeva che Islanzadi era mia madre o le sue condoglianze sarebbero state probabilmente più sentite, ma in un certo senso preferivo così. Sarei stata circondata da espressioni contrite per parecchi mesi a seguire e non ero certa di volerle sopportare.
Poi mi sovvenne una nuova rivelazione: ero viva.
Fäolin, Glenwing, Durza, Ajihad, Oromis, Glaedr, Wyrden, Galbatorix e mia madre erano morti. Ma io no. E nemmeno la mia piccola, la creaturina di pochi giorni che univa in sé il sangue di un'elfa e di uno spettro, che chiunque avrebbe temuto e disprezzato, se si fosse conosciuta la sua identità.
La guerra era finita e io potevo tornare a casa. Non con l'amarezza che mi aveva accompagnata dopo la battaglia del Farthen Dur, ma con la malinconia delle perdite che avevo subito e la lieve gioia di un futuro.
Casa. Persino quella parola sembrava dolce-amara.
Casa non è il posto dove viviamo, dove siamo nati noi o i nostri antenati, dove sono seppelliti i nostri morti, o dove troviamo successo e ricchezze. Casa è il luogo dove sono le persone per cui varrebbe la pena di vivere. E morire.
E io sarei stata a casa con mia figlia, come lo ero stata con Durza. Lei era lui, me, noi. Era la prova che si può risorgere dalle ceneri e sperare sempre in qualcosa, anche quando tutto sembra scivolare tra le dita. Era la mia famiglia, la mia piccola famiglia.
Forse guardandola crescere avrei recuperato la mia serenità.
Con questi pensieri rassicuranti, mi diressi verso la tenda di Alba e le chiesi ospitalità per la notte. Ma a dispetto di ciò che avevo appena constatato, i morti non mi abbandonarono nemmeno per concedermi un sonno sereno.
La mia notte fu funestata dagli incubi e addolcita dal pianto della mia bambina.

Non vidi più né Cantalama né Occhi di Lupo. Non sapevo se fossero alloggiate da qualche parte in città o se fossero già partite in direzione di Gil'ead, ma mi sembrava che con la loro scomparsa si fosse chiusa una grande fase della mia vita.
Tre giorni dopo la sconfitta di Galbatorix, Nasuada fu ufficialmente incoronata regina di.. dell'Impero? Più che un impero era ormai un regno, dato che una buona fetta era passata ad Orrin e la figlia di Ajihad non era intenzionata ad usare nessuna terminologia che rimandasse al secolo buio di Galbatorix.
Nasuada mi parlò della sua intenzione di sottomettere i maghi dell'intero regno. Capivo il suo timore e la sua incertezza al riguardo, ma ero altrettanto certa che non sarebbe mai riuscita ad applicare un controllo effettivo su tutti coloro che praticavano la magia.
Il giorno dopo la sua incoronazione, Däthedr condusse nuovamente gli elfi nella Du Weldenvarden. Portavano con loro i corpi di molti morti, compreso quello di mia madre.
Il giorno seguente partirono anche Eragon e Saphira, ma io non ero certamente sola, dato che passavo buona parte della mia giornata con la mia bambina tra le braccia, affidandola ad Alba quando qualcosa di impellente richiedeva la mia presenza.
L'elfa era alloggiata con me in una stanza di un'ex caserma e continuava a lamentarsi dei continui piagnistei notturni di mia figlia, ma se fossi riuscita a farle un Fairth mentre guardava la bambina, avrei potuto ricattarla a vita. Non andavamo propriamente d'accordo e ci scambiavamo sì e no una decina di parole al giorno, ma qualcosa era cambiato dal momento in cui mi aveva praticamente consolata per la perdita di mia madre e aveva confessato di non volermi affatto uccidere.
Non avevo intenzione di trattenermi più del necessario ad Ilirea, ma prima volevo assicurarmi che Blödhgarm e gli altri elfi fossero in grado di gestire gli Eldunarí che erano stati costretti a servire Galbatorix, poi volevo accordarmi con Nasuada circa il destino dell'ultimo uovo di drago, quello verde.
Il giorno che mi presentai al suo cospetto, nel ricco palazzo che aveva assunto come momentanea residenza, mi trovai di fronte ad una donna forte che celava negli occhi un'ombra scura di sofferenza sopita. Chissà se anche lei si svegliava in piena notte, zuppa di sudore gelido, con la sensazione dei ferri roventi sulla pelle. Avevo avuto quel genere di incubi, quando Durza mi torturava.
La figlia di Ajihad mi concesse senza storie di portare con me l'uovo, assicurandomi che gli elfi sarebbero stati ripagati per il loro aiuto non appena i tesori sepolti sotto il palazzo di Galbatorix fossero stati portati alla luce.
«Il vostro reggente aveva una gran fretta di andarsene» mi disse, un po' incerta.
«Lord Däthedr non aveva intenzione di offenderti» le assicurai. «Il mio popolo ha solo fretta di allontanarsi dal sangue e dalla sofferenza. Se devi trattare qualcosa con noi puoi rivolgerti a me, sono ancora l'ambasciatrice».
La regina parve rasserenarsi. «Mi avete già dimostrato la vostra amicizia quando mi avete sostenuta nella mia candidatura alla corona, e per ora non chiedo altro che essa sia forte e duratura».
«Lo sarà».
«Lasciateci» mormorò, rivolgendosi ai Falchineri in piedi intorno e dietro al suo modesto trono.
Loro eseguirono e Nasuada si alzò per venirmi incontro. Era ancora ben visibile la sua magrezza eccessiva, diretta conseguenza dei giorni di prigionia sotto le grinfie di Galbatorix. Le ferite erano state curate e le cicatrici cancellate da Trianna in persona, anche se mi aveva detto che la donna aveva voluto a tutti i costi mantenere quelle della prova dei lunghi coltelli.
«Come ti senti?» le chiesi automaticamente, prima di potermi fermare. Era ovvio che non stava ancora bene e che avrebbe impiegato mesi per tornare in piena forma, com'era ovvio che, per orgoglio, mi avrebbe detto che tutto andava alla perfezione.
«Vorrei che tu mantenessi per te ciò che hai sentito fuori dal palazzo di Galbatorix» disse invece. «Ciò che è accaduto tra me e Murtagh è qualcosa di strettamente personale e sarebbe meglio che non si sapesse in giro. Murtagh è malvisto da molti uomini e io non posso e non voglio mettere in pericolo la mia posizione».
«Puoi fidarti di me».
Forse si aspettava un rimprovero, o almeno delle domande, perché parve sorpresa alla mia pronta risposta.
«I cavalieri sono immortali, non è vero?» chiese infine, retoricamente.
«Sì» le dissi comunque.
Le tremò il mento. «Non tornerà mai più, non è vero?»
Esitai. «Ha subito violenze inimmaginabili. Più di quante ne abbia dovute subire Eragon o io o te. E inoltre la gente è lenta a dimenticare. Non posso dirti se Murtagh manterrà la sua promessa, Nasuada, ma temo che non lo vedrai tornare prima di un decennio».
«Non sono una debole» si affrettò a giustificarsi. «Non lascerò che una sciocchezza come l'amore annebbi il mio giudizio e metta a rischio ciò che ho conquistato. Credo di poter essere una buona regina e so che per esercitare questo mio ruolo non potrei mai e poi mai sperare in un'unione con Murtagh».
«Non ufficiale, almeno».
Nasuada mi parve un poco scandalizzata dal mio commento, ma poi lo sconvolgimento lasciò spazio a nuovo dolore. «Io non mi sposerò mai, Arya. Mai. Forse mi priverò delle gioie che ogni donna anela, ma non voglio essere come tutte le altre. Ci sono avventure molto più grandi di quella di sposarsi e avere figli e io sarò sempre e prima di tutto una regina».
«Questa è una scelta che ti fa onore, ma fossi in te non sarei così precipitosa. Sei ancora molto giovane».
I suoi occhi scurissimi si socchiusero. «A volte ti invidio. Te e ogni altro elfo. Voi avete davanti l'eternità, a me sembra di avere così poco tempo a disposizione per realizzare tutto ciò che ho in mente. Io posso vivere una vita sola, con un'unica direzione, mentre voi avete anni e anni per potervi reinventare un'infinità di volte».
«Chi vive di più ha più tempo per soffrire» osservai.
«E più tempo per dimenticare».
Le regalai un cenno ammirato. «Hai ragione, ma sono sicura che riuscirai a fare grandi cose nei pochi anni che ti restano da vivere».
«E tu? Cosa farai una volta tornata ad Ellesméra?»
«Vorrei continuare a fare da tramite tra i due popoli, ma non è escluso che io mi prenda qualche anno di riposo. Sono settant'anni che corro incessantemente da un angolo all'altro di Alagaësia e credo di volermi fermare, per un decennio o due».
Così da crescere mia figlia adeguatamente, magari.
Aggrottò la fronte. «Mi piacerebbe che tu mi confidassi ciò che mi nascondi da mesi, prima o poi».
«Forse un giorno lo farò».
«Allora spero che il nostro prossimo incontro avvenga molto presto. Parti pure quando vuoi. E porta alla tua gente i miei ringraziamenti e i miei omaggi».
«Sarà fatto».
«Che le stelle ti proteggano, Arya» disse, ricordandomi all'improvviso che ero stata proprio io ad insegnarle le formule di saluto del mio popolo.
«Lo stesso per te».
Riferii a Blödhgarm la mia intenzione di dirigermi a mia volta verso la Du Weldenvarden, poi andai alla ricerca di Angela, per salutarla. L'incontro finì per durare almeno un'ora, perché la Venerabile insistette affinché le raccontassi le mie disavventure tra i Sacerdoti.
Lo feci, ma mi concentra molto sugli aspetti della dottrina che avevo imparato da Gagnsamr e poco sulle persone che avevo conosciuto. Cercai di parlare il meno possibile di Durza e non accennai proprio ad Athala ed Augyra. Fui sul punto di chiederle se fosse un Inarë e nel caso di una risposta affermativa, cosa fosse. Ma poi mi dissi che avrei solo rischiato di mettere in pericolo Augyra e Arcaena, anche se l'erborista sembrava conoscere bene la setta, dato che aveva detto di conoscere il suo più eminente scrittore -che doveva essere Eslant. Mi fidavo del giudizio di Angela, ma temevo anche la sua ira, quindi mi cucii la bocca.
«Buon viaggio Arya! Fai la brava e non invischiarti in cose che preferiresti non fare».
«D'accordo» replicai, incerta. «Buona permanenza ad Ilirea».
«Le hai dato un nome, alla fine?» domandò scuotendo la selva di ricci.
«Non ancora, ma un giorno te la presenterò come si deve» promisi.
«Perfetto! A presto allora! Ah e salutami Alba, era molto allegra quando è venuta a trovarmi, ieri sera».
Tornai alla stanza che mi era stata assegnata, nella vecchia caserma dei soldati imperiali.
«Sei pronta a partire, principessina?» fece Alba, con il suo solito tono annoiato.
Non so chi dei due avesse trasmesso l'abitudine all'altro, ma era un modo di parlare che aveva in comune con Durza.
«Partirò domattina. Ho chiesto a Däthedr di lasciarmi due cavalli elfici nelle scuderie» dissi, poi rimasi in silenzio, aspettando che l'elfa assimilasse l'informazione.
«Due» ripeté dopo un po'. «Ma la tua bambina non sa ancora andare a cavallo, che io sappia».
«Mia madre è morta e con lei il tuo esilio. So che hai covato rancore nei confronti degli elfi per decenni, ma in realtà nessuno di loro -a parte il Consiglio- è al corrente di ciò che hai tentato di fare. So che i membri del Consiglio avrebbero preferito una soluzione meno estrema per te e sono sicura che se tornassi non ti scaccerebbero, non dopo tutte le perdite che abbiamo subito in questa guerra».
Pensavo ad una simile soluzione dal giorno seguente alla sconfitta di Galbatorix. Oramai mi sentivo in debito profondo con Alba e anche ancora un poco in colpa per il trattamento che la mia defunta madre le aveva riservato. Ogni suo passato tentativo di farmi del male era dimenticato.
Tuttavia Alba non sembrava entusiasta dell'idea. «Mi stai parlando di “se” e “forse”. Non voglio rischiare assolutamente che si replichi ciò che mi è già accaduto in passato, quindi capirai che non posso accettare la tua proposta, non finché non avrò la certezza che non mi sarà fatto alcun male». Mi guardò di sbieco. «Io e te non siamo amiche, lo sai, vero?»
Accennai un mezzo sorriso. «Lo so bene di non piacerti. Ma da ciò che mi hai detto mi pare di capire che non ti disgusti l'idea di tornare ad Ellesméra».
«No» confessò, pettinandosi i capelli biondi tra le dita e cominciando ad acconciarli sulla testa. «Ma prima di tutto voglio tornare a far visita a Tenga, poi se mi dirai che posso tornare in tutta sicurezza, potrei anche pensare di raggiungerti ad Ellesméra». Alzò gli occhi su di me. «Immagino che diventerai regina».
«Alba io non diventerò regina, non voglio» spiegai, al limite della pazienza. Perché tutti sembravano tanto ansiosi di darmi il titolo che era appartenuto ad entrambi i miei genitori?
Si strinse nelle spalle. «Come vuoi tu. Pensi di riuscire a metterti in contatto con me?»
«Parlerò con Däthedr e gli chiederò di sottoporre la tua questione al Consiglio. Quando avranno emesso il loro verdetto ti manderò un messaggio con una barchetta d'erba».
«Ma davvero?» mi sfotté con una smorfia.
«Sono molto brava» mi difesi scherzosamente.
«Non ne dubito. Come farai con la bambina?» chiese annuendo nella direzione della piccola.
«Non la nasconderò, ma credo che continuerò a mentire. Dirò che mi occupo di lei, ma che non sono sua madre. Il racconto delle sue origini sarebbe troppo complicato e potrebbe costarle il futuro».
Alba legò l'estremità della treccia con un legaccio. «Sarà dura mentire dovendo parlare nell'antica lingua».
«Me la caverò».
«Il secondo cavallo elfico.. Posso usarlo?» I suoi occhi scintillarono. «Non ne cavalco uno da decenni».
Le feci cenno di accomodarsi. «È rimasto qui solo per te. Lo riporterai nella sua patria quando verrai ad Ellesméra».
«Allora sbrigati a mandarmi la tua fantomatica barchetta, Principessina». Rise.
Mi chinai su mia figlia e la strinsi a me. «Buon viaggio!»
«Aspetta, ho un regalo per te» mi bloccò, rovistando sotto al pagliericcio. Mi porse uno strano insieme di stecche di legno e pelle, poi lo aprì e capii finalmente di cosa si trattasse.
«Uno zaino per la bambina?»
«Così la porterai più comodamente. Gli umani sono geniali in queste cose».
«Grazie».
«Non voglio più nemmeno questa» bofonchiò sfilandosi la collana di Durza.
La riaccolsi con gioia e indossai addirittura l'anello di ametiste, che da mesi non mi cingeva più l'indice sinistro. «È bello riaverla».
«E trova un nome a quella marmocchia o lo farò io al posto tuo!»

Partii il mattino seguente, quando il sole non era ancora sorto e Aiedail brillava nel cielo. Avevo lasciato a Nasuada una lettera da consegnare ad Eragon e poi avevo deposto l'uovo verde in una bisaccia di pelle che mi ero messa a tracolla. Come facevo un tempo con quello di Saphira.
Speravo che il Cavaliere non considerasse presuntuosa la scelta di prendere con me l'uovo, ma ritenevo che il mio popolo avesse diritto al primo tentativo.
Usai lo zaino di Alba per trasportare la mia bimba e mi premurai di avvolgerla bene in coperte imbottite. L'inverno era alle porte e il freddo cominciava a calare. Entro un mese le prime nevi avrebbero coperto le regioni settentrionali di Alagaësia.
A quasi un anno dalla mia cattura da parte di Durza, la mia vita era totalmente rivoluzionata, ma ancora non era finita.
Era il tramonto del dodicesimo giorno di viaggio quando, dopo essermi occupata di mia figlia, misi sulle ginocchia l'uovo verde e lo sfiorai con la malinconia, saggiandone la superficie liscia sotto i polpastrelli.
L'intento era quello di rilassarmi un poco in vista della nottata che mi attendeva: gli incubi non mi avevano ancora abbandonata e spesso la piccola si svegliava nel bel mezzo della notte.
Quando l'uovo iniziò a tremare non riuscivo credere a ciò a cui stavo assistendo. Lo posai a terra, sbigottita, fino a che il tremito non divenne convulso, la superficie piana fu solcata da crepe e una testa serpentina emerse dai frammenti.
Ultima modifica di Lalli il 5 giugno 2015, 9:54, modificato 1 volta in totale.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 12 maggio 2015, 19:07

48. La Regina e l'Elfa nera

La creaturina sputacchiò e si scrollò con un movimento vagamente simile a quello di un cane bagnato. Poi i suoi occhietti si fissarono nei miei, teneri e sicuri. Erano di un colore bellissimo e intenso, che ricordava vagamente quello dell'ambra, ma un poco più chiaro.
Incantata e sopraffatta dallo stupore, allungai automaticamente la mano sinistra nella sua direzione e il draghetto abbassò il capo, permettendomi di posarla sulla sua testa.
Una scarica elettrica mi percorse tutta, provocandomi dolore e profonda gioia allo stesso tempo.
Annaspai un poco e i miei occhi caddero sul mio palmo, dove un ovale argentato risplendeva brillante nella luce soffusa della sera.
Era accaduto tutto così in fretta che mi ritrovai a fissare le sue squame verdi con un'espressione che doveva incarnare la più pura stupidità.
I resti dell'uovo giacevano a terra e la creatura che aveva celato si muoveva incerta accanto al mio ginocchio.
L'uovo si era schiuso.
Io, cavaliere di drago.
Vidi la piccola coda del drago falciare l'erba e mi resi improvvisamente conto che mia figlia era adagiata a terra lì accanto. Proiettai il mio allarme all'esterno, con un grido mentale talmente potente che il draghetto schizzò via di qualche iarda e si accucciò a terra, spaventato a morte.
Mi accucciai vicino alla mia piccola e gettai un'occhiata guardinga al drago. Non aveva avuto intenzione di attaccarla per nutrirsi, vero?
Allungai un tentacolo mentale e percepii il suo spavento e la sua incertezza. Sembrava si stesse pentendo di avermi scelto come sua compagna, dopo la violenza con cui l'avevo respinto.
Il mondo gli era nuovo e si sentiva indifeso e affamato, ma mai e poi mai avrebbe osato attaccare mia figlia, dal momento che ormai sapeva quanto la sua vita significasse per me.
Era un cucciolo. E aveva paura del mondo e della vita quanta ne aveva avuta la mia creatura prima che io la stringessi al petto per la prima volta.
Gli trasmisi pensieri rassicuranti e, intenerita, lo raccolsi tra le braccia, accarezzandolo come avrei fatto con un gatto. Emise un mugolio che effettivamente ricordava delle fusa, i suoi muscoli si sciolsero e il suo spavento si dissipò, subito sostituito da una gioia vivace.

Due settimane dopo arrivai ad Ellesméra di notte, come una ladra.
La mia piccolina aveva più di un mese, aveva perso da tempo il laccio che l'aveva tenuta legata a me ed era cresciuta. A quel punto i suoi occhietti erano bene aperti, però mantenevano ancora i colori diversi. Erano un poco grottesche le sue iridi così colorate, ma quando la vedevo seguire con gli occhi i tratti del mio viso, riconoscerli e poi rivolgermi un sorriso sdentato, sentivo sciogliersi dentro di me un nodo che troppo spesso si formava all'altezza dello stomaco.
Persino i capelli rossi si erano un poco infoltiti ed era ormai chiaro che sarebbero diventati dello stesso colore di quelli di Durza, così come la sua pelle.
La bimba gorgogliava in mia presenza, si attaccava volentieri al mio seno e piangeva un'infinità di volte al giorno. Era la mia salvezza e io la adoravo e la amavo come non avevo mai amato niente e nessuno.
Anche il draghetto era già cresciuto dopo quelle poche settimane di vita. Ero stata costretta a cacciare un cervo per dargli della carne di cui nutrirsi ma confidavo che prima o poi sarebbe stato in grado di procurarsi il cibo da solo.
Era di un verde brillante, che si sarebbe facilmente confuso con il colore della foresta in primavera e i suoi occhi vivaci e insieme indomiti mantenevano il liquido colore ambrato. Aveva un carattere particolare, timido e giocherellone insieme e i pensieri che mi trasmetteva erano sempre di gioia e di stupore. Nonostante fosse nato dopo mia figlia, era già parecchi passi davanti a lei nello sviluppo.
Inutile dire che non lo lasciavo avvicinarsi a lei, non troppo perlomeno. Ero un po' troppo apprensiva nei confronti del mio sangue, ma mi proponevo di migliorare quella mia chiusura in futuro.
La notte che arrivai nella mia città natale, il cucciolo -che era un maschio- aveva già il suo nome: Fírnen.
Avevo passato un'intera mattinata a cullare la mia bambina tra le braccia e a sfilare una lista infinita di nomi, tutti quelli che mi venivano in mente tra quelli che avevo sentito da quando ero venuta al mondo. Aveva rifiutato Fäolin, Glenwing ed Evandar, per mio lieve disappunto, accettando infine il nome appartenuto ad un mio vecchio precettore. Era colui che mi aveva dato approfondite lezioni sulla storia dei draghi e dei loro cavalieri, quando ero ancora una bambina. Avevo saputo da Däthedr che aveva perso la vita a Gil'ead, ma, nonostante avessi un gradevole ricordo di lui, non avrei mai sospettato che il mio drago potesse affezionarsi al suo nome al punto da decidere di adottarlo come suo.
Non mi fermai in città quella notte. Invitai il mio cavallo a compiere un ultimo sforzo e lui mi assecondò docilmente. Doveva essere la seconda ora del mattino quando giunsi alla rupe di Tel'naeír e aprii la porta del capanno di legno di Oromis.
Inspirai l'odore di legno e resina, mischiato a quello di abbandono, poi raggiunsi il giaciglio che era stato del saggio dolente e mi coprii con le coperte che mi avevano accompagnata nel mio viaggio, stringendo mia figlia tra la braccia e sentendo Fírnen accoccolarsi ai miei piedi.
A un anno dalla mia cattura e dalla morte di Glenwing e Fäolin, sognai l'ultimo sguardo che mi aveva lanciato Durza, subito prima di morire. Al mio risveglio, avevo gli zigomi bagnati di lacrime
Quando il mattino seguente Däthedr si presentò alla rupe e mi vide, con una bimba in braccio e un draghetto sulle spalle, al povero elfo per poco non venne un accidente.
Decisi di partire dal racconto della schiusa di Fírnen, perché nonostante tutto era la storia più facile da raccontare, poi passai a mia figlia. Restai sul vago: mi limitai a dire che era una mezz'elfa, che aveva sangue umano nelle vene e che mi stavo occupando di lei. Avevo modificato il suo aspetto e la sua pelle era ambrata e i suoi occhi azzurri.
Come quelli di Alba.
E fu proprio lei l'argomento successivo che sottoposi al mio amico, prima che potesse insistere ulteriormente sulle origini della bambina. Gli parlai dell'elfa che mia madre aveva esiliato e gli dissi di averla incontrata ad Ilirea pochi giorni prima della mia partenza dalla capitale degli uomini. Riferii che chiedeva di essere reintegrata nella nostra società e che era pentita di ciò che aveva fatto.
Däthedr mi ascoltò con molta attenzione e mi promise di proporre la questione al Consiglio il più presto possibile. Era ovvio che ricordava l'esistenza di Alba e che la questione era rimasta pesante sul suo cuore per tutti quei decenni.
Confidavo che nel giro di una settimana Alba avrebbe avuto il permesso di entrare nuovamente nella Du Weldenvarden, con probabili e dovuti limiti e precauzioni del caso.
Ma per il momento faticavo a capire chi, tra Fírnen e mia figlia, sconvolgesse di più il reggente degli elfi.
Quello stesso pomeriggio avvenne la cerimonia di addio a Islanzadi.
Lasciai Fírnen al capanno di Oromis perché non attirasse troppi sguardi curiosi, ma già la presenza della mia piccola, adagiata sulla mia schiena nello zaino che mi aveva regalato Alba, era un ottimo elemento di distrazione. Un neonato non passava certamente inosservato ad Ellesméra, specialmente se sulle spalle dell'ambasciatrice, notoriamente non accompagnata e ancora più notoriamente impegnata nella battaglia contro Galbatorix fino a poche settimane prima.
Ringraziai mentalmente l'abituale discrezione del mio popolo e l'affetto profondo che in qualche modo li aveva legati alla loro defunta regina, che in quel momento occupava pienamente i loro pensieri.
La cerimonia durò parecchie ore, ma io mi allontanai ben prima. Era stata scavata una buca rotonda non troppo lontano dall'acacia che era stata piantata per Evandar, ai tempi della battaglia di Ilirea, e lì fu deposto il corpo senza vita di mia madre, ancora perfettamente conservato grazie alla magia di Däthedr.
Mi chinai su di lei e, portando le dita alle labbra, pronunciai parole d'addio, a voce sufficiente alta perché tutto il nutrito gruppo di elfi intorno a me potesse sentire.
Questa è mia figlia, madre. Aggiunsi nei miei pensieri. Nelle sue vene scorre il sangue di Evandar e del suo assassino e sono sicura che l'avresti amata con tutto il cuore. E sono cavaliere, adesso. Mi prenderò cura della nostra gente, come hai sempre fatto tu.
Ero la parente più stretta di Islanzadi, così fui io a scegliere che albero fare sorgere sui suoi resti, dopo che Däthedr ebbe annullato l'incantesimo che li preservava.
Così un salice piangente affiancò l'acacia e i rami dei due alberi si sfiorarono in una eterna carezza, la cui vista mi fece lacrimare nostalgicamente gli occhi.
Non pronunciai alcun discorso e non cantai alcuna canzone in memoria di mia madre. Non ero riuscita a dare voce al mio dolore e in fondo non mi sentivo degna di cantare la sua scomparsa, quando avevo goduto così poco della sua presenza, quando ancora viveva.
Lasciai ad altri il compito. Däthedr recitò una poesia che mi strinse il cuore dal dolore e anche la breve canzone di Rhunön -cantata con la sua voce roca- colpì duramente la mia coscienza ferita.
Poi la mia bambina si mise a piangere sonoramente nel bel mezzo dei dolci suoni della cerimonia e io mi allontanai cullandola gentilmente, per non disturbare ulteriormente la celebrazione.
Ascoltai il resto da lontano, dondolando pigramente le gambe dall'alto ramo di un albero e chiedendomi se per caso non dovessi dare a mia figlia il nome che un tempo era appartenuto a mia madre.
Mi risposi immediatamente: era meglio di no, o a quel punto sarebbe stato ovvio che era una creatura mia.
Alla fine tornai alla pacifica solitudine della Rupe di Tel'naeír e lasciai che la gaia coscienza di Fírnen mi circondasse come in un abbraccio.
Ero un'elfa adulta che trovava consolazione solo nella presenza di due cuccioli. L'idea mi faceva sorridere.

Cinque giorni dopo Däthedr si inerpicò fino alla Rupe per informarmi che il Consiglio avrebbe accettato il rientro di Aiedail solo se qualcuno si fosse preso il compito di tenerla d'occhio, almeno per qualche mese.
«Ho detto loro che sei già abbastanza occupata a crescere il tuo drago e a prenderti cura di una neonata, ma dato che sei stata tu a sostenere la sua causa hanno insistito perché sia tu a controllarla. Potrebbe farlo qualunque membro del Consiglio ma per le prossime settimane saremo impegnati per trovare il nuovo candidato al trono nodoso e non credo che riusciremo a permetterci distrazioni. Te la senti, almeno per un po'? In caso contrario potrei trovare qualcun altro che si assuma la responsabilità..»
«Non è di alcun disturbo» lo interruppi. «Potrà restare qui con me».
«E a tal proposito vorrei chiederti quanto a lungo hai intenzione di mantenere il tuo isolamento. Gli elfi hanno perso molto in questi ultimi scontri, ma nessuno ha perso tanto quanto te, e lo capisco perfettamente. Tuttavia la solitudine potrebbe finire per danneggiarti».
«Non devi preoccuparti per me, Däthedr. Ormai il ruolo di ambasciatore è passato a Vanir e io non devo più traghettare l'uovo verde, dato che ormai è schiuso. Mi piacerebbe restare qui e prendermi cura di Fírnen per un po', tutto qui. I fatti di Ilirea mi hanno sfinita e ho bisogno di un po' di riposo».
L'elfo parve sul punto di dirmi qualcosa, ma poi cambiò palesemente soggetto. «Se non sono troppo indiscreto vorrei chiederti cosa farai con la bambina che tieni con te».
«Ho promesso a qualcuno che l'avrei cresciuta con tutto il mio impegno e ho intenzione di mantenere la mia promessa». Certo che l'avevo promesso. A me stessa, e anche a lei.
Däthedr decise di non insistere, ma indugiò qualche istante sul volto paffuto della piccola. «Mi piacerebbe moltissimo avere un figlio» sospirò. «Ti lascio al tuo meritato riposo, Arya Dröttningu».
In quell'occasione l'errore fu palese e il mio amico si affrettò a fare un gesto di scuse, che ricacciai con un lieve sorriso che voleva essere noncurante.
«Manderò un messaggio ad Aiedail» lo informai.
E lo feci. La barchetta lasciò le mie mani non più di mezz'ora dopo e Alba giunse ad Ellesméra in due settimane. Non potei fare a meno di notare che, vista la rapidità con cui era arrivata, doveva essersi da tempo messa in viaggio in direzione della Du Weldenvarden.
Gilderien il Saggio era già stato informato del suo arrivo e le concesse facilmente il passo. E finalmente vidi Alba nella sua vera forma, anche se lei sembrava essere un po' a disagio nei panni di un'elfa. La sua altezza era invariata e rimaneva un poco più bassa di me, ma i capelli erano più chiari, del biondo lucente della mia razza e celavano malamente grandi orecchie a punta. Il più grande cambiamento era tuttavia nei tratti del volto: gli occhi rotondi erano obliqui, e il viso un tempo pieno più scavato e allungato.
Non ricevette propriamente una festosa accoglienza. I membri del Consiglio vollero riceverla immediatamente e la costrinsero a giurare nella nostra lingua che non avrebbe più tentato di compiere le nefandezze del passato.
Feci una smorfia nell'udire quell'ultimatum. Non disapprovavo totalmente la loro previdenza, ma se mi avessero avvisata in anticipo, avrei potuto comunicarlo alla diretta interessata prima che facesse il suo ingresso nella capitale.
Alba non disse nulla, ma la sua espressione era tormentata. «Non proverò mai più a resuscitare Solus» disse serenamente, e persino uno stupido avrebbe capito quanto le stava costando pronunciare quelle parole.
Non appena le mostrai il capanno di Oromis mi disse immediatamente che non avrebbe dormito in quella -parole sue- “topaia” e così le offrii la piccola dimora dove mi ero rifugiata per qualche tempo dopo la rottura con mia madre.
«Hai delle orribili occhiaie violette» mi disse, al posto di ringraziarmi. E, un po' per vendetta, un po' perché prima o poi avrei dovuto avvisarla della sua presenza, indussi Fírnen a saltarle alle spalle, spaventandola a morte.
Volle sapere da dove avessi pescato un drago e il racconto la lasciò a bocca spalancata. Ma poi si affrettò a dirmi che in fondo c'era da aspettarselo, vista la mia infelice abitudine di buttarmi a capofitto in azioni suicide pur di salvare gli altri.
«Il tuo drago ha pessimo gusto in fatto di persone, ma sarai un buon cavaliere».
E sapevo che detto da lei era un grande complimento.
Alba ebbe a sua volta la sua vendetta non appena venne a sapere che mia figlia non aveva ancora un nome. Inizialmente cominciò a chiamarla con il nome di Islanzadi, ma smise non appena la supplicai -in lacrime- di non farlo. A quel punto le affibbiò il nome che era appartenuto a lei: Aiedail, minacciando di continuare ad usarlo fino a che non mi fossi data una mossa a trovare qualcosa di meglio.
Sentendola rivolgersi continuamente alla piccola con quel nome, finii per farlo anche io, a più riprese, accettando infine quella soluzione temporanea.
«È provvisorio!» specificai, con l'intento di cancellare il ghigno sfottente dalle labbra di lei.
Passarono così una decina di giorni. Io vivevo nel capanno, giocavo con Fírnen e bevevo la sua allegria come fosse Faelnirv, crescevo la mia bambina e ricevevo regolari visite da Alba.
Le brutte fantasie della mia mente si erano un poco placate. Facevo ancora sogni orribili di morte e di morti, ma erano meno nitidi. Qualche volta vedevo ancora macchie di sangue nei posti più impensabili, ma mi bastava strizzare gli occhi per dissipare la visione.
Venne la neve e in pochi giorni ricoprì Ellesméra di uno spesso strato candido. Fírnen esitò a lungo prima di osare uscire dal capanno, ma alla fine lo fece e un pugno di muti dopo si stava rotolando spensieratamente in quel candore, trasmettendomi ondate di gioia così profonda che scoppiai a ridere. Reggendo la mia piccola tra le braccia, uscii a mia volta, non prima di averle coperto la testolina con un cappuccio di lana.
I fiocchi di neve volteggiavano lenti nei suoi occhi spalancati. Agitò le braccia e aprì e chiuse debolmente le piccole mani, cercando di afferrarli e sbuffando stupita quando questi si scioglievano a contatto con la sua pelle.
La solitudine, l'aria fresca dell'inverno, la prima neve di Fírnen e di mia figlia.. Sentivo calare su di me una pace pacata che probabilmente non avevo mai sentito in tutta la mia vita.

Poi un giorno arrivò Däthedr, accompagnato dagli altri anziani, e l'idillio si ruppe.
Con molte premesse e molti giri di parole, mi fece capire che la scelta degli anziani del Consiglio per il nuovo regnante era caduta su di me.
«Non voglio» dissi subito, più seccamente di quanto avessi intenzione.
Non volevo diventare la sovrana degli elfi. Era un ruolo che mi avrebbe assorbita completamente per decenni e decenni e per di più sentivo che non mi sarei mai trovata a mio agio in un simile status. Un po' come aveva detto Athala, preferivo lasciare il compito ad altri più capaci e decisamente più entusiasti di me.
Ma Däthedr e gli altri non si lasciarono abbattere dalle mie parole.
Tornarono ogni giorno per una settimana, riempiendomi la testa di suppliche e incoraggiamenti.
Finalmente capivo perché Däthedr mi era sembrato tanto preoccupato per il mio isolamento: mia madre aveva lasciato indicato me come suo successore. E il Consiglio non aveva trovato nulla in contrario alla mia candidatura.
Era vero che la mia casata era al potere da parecchi secoli, ma era anche vero che si erano sempre dimostrati buoni regnanti, motivo per cui altre casate potenti e antiche avevano facilmente rinunciato alle loro pretese sul trono nodoso.
Però non si trattava solo della sgradita eredità lasciatami da mia madre. A quanto pareva ero la candidata perfetta sotto molti punti di vista: la mia gente mi conosceva, conosceva il mio nome, conosceva le mie gesta e la mia fedeltà agli elfi, sapeva che ero sempre stata disposta a donare tutta me stessa per la causa che stavo servendo. La mia fedeltà era incisa ad inchiostro violetto nella mia carne.
Inoltre avevo viaggiato molto e avevo intessuto rapporti, anche personali, con le maggiori potenze di Alagaësia; ero amica del grande Eragon Ammazzatiranni, di Nasuada, conoscevo Orik e Orrin; Oromis era stato mio maestro e io stessa ero diventata cavaliere di drago.
Senza che me ne rendessi conto, ero diventata degna di rispetto e ammirazione tra gli elfi.
E non volevo. Non volevo assolutamente.
Ma la mia era una battaglia persa in partenza. Non ero il tipo di persona che lascia cadere le proprie responsabilità. E sapevo che, vista la mia nuova condizione, quella di diventare regina era ormai una responsabilità.
Altri avrebbero potuto raccoglierla per me, anche se probabilmente avrei passato anni e anni a mordermi le labbra, logorata dai sensi di colpa e dalla sensazione di non essere stata abbastanza.
Quello che il Consiglio degli anziani mi stava offrendo era una sorta di ricatto al quale non potevo non cedere.
Dopo una settimana di insistenze, accettai, legando per sempre il mio destino a quello della Du Weldenvarden e dei suoi abitanti. O almeno così credevo.
L'incoronazione avvenne due giorni dopo e fu organizzata con una tale fretta che fui certa che tutti temessero una mia improvvisa fuga.
Quel mattino mi costrinsi ad affidare mia figlia e Fírnen ad Alba e mi recai al palazzo di Tialdarí, dove ogni parete e suppellettile sussurrava qualcosa che io avrei certamente preferito non ascoltare. Parlavano di solitudine, di spensieratezza, di dura consapevolezza, di rabbia, di amicizia, di perdita..
La presenza di Islanzadi, o meglio la sua assenza, aleggiava nelle sale come aria velenosa, pronta a soffocarmi nella morsa dei ricordi e del dolore. Gli occhi neri di mia madre parevano fissarmi severi dal Fairth in cui era rappresentata a braccetto di mio padre Evandar.
Non scelsi nulla di troppo elaborato per la cerimonia. Mia madre era stata un modello di grazia ed eleganza per tutti e io non avevo intenzione di soffiarle il primato, anche perché non ne sarei mai stata capace. Così indossai un abito verde con ricami arancioni e dorati, mi feci aiutare per acconciare i capelli e unsi le ciglia per renderle più lucide. L'elfa che mi aveva aiutata nei preparativi mi dissuase dal portare Ren con me, e per i minuti che seguirono mi sentii completamente indifesa.
In piedi davanti al trono nodoso, ricevetti da Däthedr una semplice fascia dorata, che tenni tra le mani mentre gli anziani sfilavano davanti a me, uno ad uno, mormorando la formula di rito e sfiorando il monile con le dita.
«Il tuo popolo ti ha scelta come sua protettrice» dissero con voci solenni e melodiose.
E mentre mi passavano davanti sentivo il battito del mio cuore accelerare e raggiungere ritmi talmente selvaggi, che sicuramente lo avrebbe sentito re Orrin da Aberon.
All'improvviso non ero più tanto sicura di quello che stavo facendo. Potevo aiutare moltissimo gli altri, ed era mia dovere farlo, ma quanto di me stessa avrei dovuto sacrificare in quel ruolo?
Anche quello di ambasciatrice era stato un incarico serio e impegnativo per me, ma in fondo aveva sempre assecondato una parte fondante della mia natura: la mia curiosità, la mia sete di avventure e di scoperte, il mio desiderio di viaggiare e di libertà.
Poco di quello sarebbe rimasto mio se fossi diventata sovrana degli elfi. L'unico vantaggio che mi si presentava era che avrei potuto continuare ad agire sugli eventi di Alagaësia dall'alto di una carica ben più autorevole. E avrei potuto influenzare quegli eventi molto più profondamente che in passato.
Quando tutti ebbero parlato e toccato la corona, me la posai lentamente sulla fronte.
Non potevo tirarmi indietro. Sarebbe stata una vigliaccata. Diventavo regina per lo stesso motivo per cui avevo combattuto ad Uru'baen: avevo la presunzione di essere migliore di altri in quella situazione ed ero certa che con il mio intervento avrei potuto contribuire a migliorare il mondo in cui mia figlia sarebbe cresciuta e vissuta.
«E io scelgo il mio popolo» completai, dopo qualche istante di troppo di esitazione.
Lo stesso popolo che per un mese non aveva fatto altro che cantare piante sui cadaveri o disperdere ceneri, con dolci e strazianti lamenti di dolore.
Io avevo perso moltissimo, ad Ilirea, ma era il mio popolo ad aver perso una guida.
E da quel momento in poi io avrei dovuto soffrire per ciascuno di loro e per nessuno, non credere in niente perché ciascuno potesse credere a ciò che preferisse, fidarmi solo di me stessa ma fare ciò che consigliavano gli altri, avere un'identità forte ma dimenticarla nella massa.
Era un compito terribile e gravoso. Ma mia madre lo aveva retto. Lo aveva retto per più di un secolo, un lungo secolo difficile e travagliato. Non potevo essere da meno.

Nonostante mi fossi formalmente impegnata ad essere la nuova sovrana degli elfi, non assunsi immediatamente l'incarico. Chiesi a Däthedr di continuare a sostituirmi in qualità di reggente per qualche altro mese e di non dire nulla a Vanir, per concedermi di trascorrere tutto il tempo possibile con Fírnen e mia figlia.
Volevo occuparmi di loro fino a quando non sarebbero stati quasi totalmente indipendenti da me, almeno per quanto riguardava il cibo.
Per Fírnen fu una questione di pochi mesi. Era abile nella caccia quanto lo era Saphira, ma sembrava ricavarne meno piacere della dragonessa. Mancava della sua ferocia e della sua maestosità, mantenendosi invece più mite e riflessivo.
Forse poteva essere interpretato come un segno di debolezza da parte sua, ma per me Fírnen si rivelò il perfetto compagno di mente e cuore. Era capace di darmi serenità e voglia di vivere ad ogni tocco della sua coscienza e l'euforia che mi incendiò le vene quando finalmente riuscimmo a fare il primo volo con la sella che avevo fabbricato era pari solo a quella che avevo provato nel bel mezzo delle battaglie ormai lontane.
Con la sua crescita fisica si accompagnò ben presto anche una crescita cognitiva e pochi mesi dopo la sua nascita riuscivo già ad avere un fitto scambio di pensieri e opinioni con lui, che rese la mia solitudine meno estrema e per questo più piacevole.
Con la mia bambina aveva intessuto un rapporto particolare: sentivo che si scambiavano qualche pensiero semplice, di tanto in tanto, e ben presto mi ritrovai a dover mettere il mio drago al corrente di tutto ciò che inizialmente avevo cercato di celargli. Così gli mostrai i miei ricordi di Durza e discussi con lui dei rischi che correva la piccola, se si fosse saputo chi fosse il padre. Fírnen si lasciò sfuggire una nota di disapprovazione quando seppe che mi ero unita ad uno spettro, ma poi non mi giudicò e approvò tutte le mie scelte per il futuro della sua creatura, assicurandomi che non avrebbe mai divulgato ad altri i miei segreti.
Mia figlia cresceva invece a ritmi più lenti. Cominciò a reagire più prontamente ai movimenti e, se mi nascondevo il volto tra le mani, per poi svelarlo un attimo dopo, scoppiava a ridere. Amavo alla follia la sua risata sdentata.
Cominciò anche a cercare di afferrare e portare alla bocca tutto ciò che la circondava e, quando Alba le portò una rudimentale bambola di stoffa, la riempì in pochi minuti di saliva. Alba non parve turbata, non lo era mai quando si trattava della figlia di Durza.
L'elfa trascorreva lunghe ore in meditazione sotto le radici dell'albero di Menoa, ma era tutt'altro che serena. Sembrava evitare la compagnia e aveva addirittura riacquistato i lineamenti da umana, poche settimane dopo il suo arrivo; insomma sembrava sentirsi decisamente fuori posto. Fui più volte tentata di chiederle cosa la turbasse, ma sapevo che non mi avrebbe mai risposto.
Mi limitai quindi ad accettare la sua regolare visita alla settimana e a fare commenti blandi sul freddo, le stelle e le previsioni per la primavera.
Alba non aveva commentato la mia scelta di accettare la corona. Si era limitata stendere sul volto un sorriso saccente e a offrirsi di tenere mia figlia per la cerimonia e il banchetto che era seguito.
Oltre a crescere i miei cuccioli, mi ritagliai anche qualche istante per me e in una delle lunghe riflessioni notturne, tra un sonno agitato e un altro, riuscii a definire nuovamente il mio essere, indovinando il mio vero nome.
Chiesi a Rhunön se per caso potesse forgiarmi una spada da cavaliere con lo stesso metodo che aveva usato con Eragon, ma l'elfa-fabbro mi disse che non aveva più riserve di acciaioluce, né sapeva dove trovarle.
Così finii per presentarmi a Lord Fiolr della casa di Valtharos, per chiedergli di modificare e avere in consegna la sua lama a tempo indeterminato. L'elfo era restio, ma alla fine acconsentì, pregandomi di curarla come una figlia.
Sorridendo tra me e me per il paragone, promisi che ne avrei avuto la massima cura e gli lasciai Ren come pegno della mia parola. Speravo con tutto il cuore di non dover mai macchiare Támerlein di sangue, ma chiesi delle modifiche a Rhunön per renderla adatta al mio stile di combattimento.
Mentre attendevo le tre ore che l'elfa aveva promesso di impiegare per la sistemazione della spada, mi diressi quasi distrattamente al palazzo di Tialdarí, dove vagai senza meta nelle stanze di mia madre -ormai mie- e nella camera dove avevo vissuto un'eternità prima.
Trovai i miei averi perfettamente in ordine. Sfiorai il dorso dei libri scaffalatati e le mie unghie corte rasparono sulla copertina ruvida del Domya adr Wyrda, scatenando un brivido di fastidio lungo la spina dorsale.
Estrassi il libro dallo scaffale e lo sfogliai, perdendomi in pensieri su Heslant il monaco, Athala, Augyra, Arcaena, Inarë e Angela la Venerabile. Quando tornai al capanno di Oromis, portai il libro con me e quella notte -e quelle seguenti- regalai qualche ora al sonno per sfogliarlo pigramente.
Trova infine ciò che cercavo. In un capitolo sulle credenze popolari degli uomini, diviso in sottocapitoli per le varie zone di Alagaësia, trovai un breve trafiletto sugli Inarë:
La leggenda degli Inarë ha l'incredibile caratteristica di non avere una terra d'origine, ma di essere comune a tutte, motivo per cui la riporto al termine di questo capitolo.
Secondo le antiche credenze dei nostri avi, il mondo era principalmente governato da forze buone e forze malvagie. Il punto d'incontro di queste due realtà era dato da un creatura dal potere e dalle conoscenze senza limiti, antica come la vita stessa e come essa immortale. Questo custode non aveva né sesso né aspetto prestabilito, ma poteva assumere qualsiasi forma desiderasse al fine di agire più liberamente su quanto lo circondava. Il suo compito era infatti quello di vigilare sugli equilibri e di mantenerli intatti, impedire la più totale distruzione del genere umano e delle altre razze di Alagaësia.
I suoi poteri erano vari come i suoi volti, ma per la sua abilità nell'agire sul tempo e sullo spazio, egli fu anche chiamato il Viaggiatore solitario. Viaggiatore, perché non era mai sazio di muoversi, scoprire e impedire catastrofi. Solitario perché ultimo -e forse anche primo- della sua specie.
Questo essere poteva squarciare i veli del tempo e dello spazio e muoversi tra di essi come più gli piaceva. La spada poteva ferirlo e anche ucciderlo, ma egli sarebbe inevitabilmente rinato, forse con un altro volto, ma integro nella propria essenza.
Riporto questo singolare mito perché mi sembra incredibile che possa vantare un'origine comune a tutte le regioni del regno, caratteristica che appartiene a questo soltanto. Ovviamente si tratta di una superstizione di sciocchi villici analfabeti, ma conserva un fascino che non ho riscontrato in nessun'altra credenza.
A chi non piacerebbe sapere che c'è un essere onnipotente che viene da altri mondi e da altre epoche, pronto a vegliare su di noi come solo un dio potrebbe?
Richiusi il libro, sentendo le mani intorpidite a causa della presa troppo forte che avevo applicato sulle pagine.
«Potrebbe trattarsi effettivamente di una superstizione» osservò Fírnen, con la sua voce profonda come il mare.
Gli mostrai alcuni lampi dei miei ricordi su Angela. «Ammetterai che però sembra incastrarsi tutto alla perfezione».
Non mi contraddisse e nei giorni che seguirono cercai di togliermi dalla testa Angela e le supposizioni appena lette.

Quando arrivò il sesto mese di vita della mia piccolina, era ormai giunta la primavera e la lettera che Eragon mi aveva mandato con la magia cominciò a rovinarsi sotto le molteplici riletture che aveva subito.
Mia figlia aveva iniziato a mangiare anche cibi solidi e a bere del latte che non fosse quello fornito dal mio seno. Ormai potevo permettermi di lasciarla anche per qualche settimana, senza temere per la sua nutrizione e la sua salute, dato che Alba mi aveva assicurato che si sarebbe occupata di lei.
Era giunto il momento di prendere residenza fissa nel palazzo di Tialdarí, rendere ufficiale la presenza di Fírnen e presentare i miei omaggi ai sovrani delle altre razze di Alagaësia, oltre che informare Eragon di essere ormai parte del suo stesso ordine.
Partii un paio di settimane dopo essermi trasferita al palazzo di Tialdarí, dove mi ero spostata insieme ad Alba, che ufficialmente mi affiancava come mia cameriera personale.
Il congedo dalla mia bimba fu lungo e doloroso. Scrutai a lungo i suoi occhietti, che andavano definendosi in due colori completamente distinti. Il destro era verdino e sarebbe probabilmente diventato dello stesso tono dei miei, mentre il sinistro tendeva al color sangue, come quelli di Durza. Ed erano dello Spettro i capelli color fiamma e la pelle nivea.
Il nasino, invece, era sottile e tendeva leggermente all'insù, come quello di Islanzadi. Non avevo saputo definire le lievi macchie che erano comparse sulle guance della piccola e Alba era giunta in mio aiuto, informandomi che gli umani chiamavano quelle piccole macchie “lentiggini” e che probabilmente sarebbero aumentate con la sua crescita e con l'esposizione al sole, ma non erano segno di nessuna malattia.
Spinsi all'indietro i lisci capelli rossi della piccola e la baciai sulla fronte. Gorgogliò e spalancò la bocca in un sorriso, mettendo in mostra i primi dentini che le stavano forando le gengive.
«Abbi cura di lei» raccomandai ad Alba.
«Lo farò. Ma te torna presto» rispose lei, e mi parve un poco preoccupata.
«Non piange più come una volta. Adesso dorme parecchio la notte» dissi a mo' di scuse.
L'elfa sollevò le sopracciglia. «Non ho paura di una marmocchia».
«Andiamo?» intervenne Fírnen, impaziente.
Non aveva mai volato oltre i confini di Ellesméra e sopratutto non aveva mai incontrato un suo simile. L'idea di conoscere Saphira lo emozionava e le immagini di Alagaësia che aveva visto nei miei ricordi lo rendevano desideroso di esplorarla di persona.

L'incontro con Eragon avvenne pochi giorni dopo e fu più doloroso di quanto avessi creduto. Mi aspettavo di ritrovare lo stesso ragazzino entusiasta che avevo accompagnato ad Ellesméra un anno prima, dato che la tensione dello scontro con Galbatorix era ormai esaurita, invece mi ritrovai davanti un guerriero, un uomo responsabile pronto a sacrificare tutto se stesso per Alagaësia e per l'ordine a cui era a capo.
Il primo incontro tra Saphira e Fírnen, invece, fu folgorante per entrambi. Mentre la coscienza del mio drago grondava dubbi e timore, lo incoraggiai a lasciarsi andare, memore delle piacevoli occasioni in cui avevo diviso il letto con Durza lo Spettro.
Li guardai allontanarsi con un sorriso lieve sulle labbra, ragionando quanto fosse veloce il raggiungimento dell'età adulta nei draghi.
Alla loro partenza seguì uno scambio con Eragon. Quando il Fairth che mi rappresentava scivolò sotto i miei occhi, capii di avere sottovalutato i sentimenti che il Cavaliere provava per me. Forse fu per chiedergli perdono che decisi di rivelargli il mio vero nome, o forse per spiegargli la mia reticenza, non lo so. Mi fidavo ciecamente di lui, eppure gli avevo e gli stavo ancora nascondendo moltissimi segreti e sentivo il bisogno di condividere almeno una parte di tutto quello con lui.
Era un nome pieno di contraddizioni e chiaroscuri, il mio. Vi era la determinazione come principale ossatura del mio essere, accompagnata in parallelo da una fragilità che poteva apparire insignificante, ma che nasceva da una serie di crepe che costellavano il sentiero sul quale avevo camminato e che mi portava a continuarlo sul sottile baratro della follia.
C'era il vuoto di un'infanzia vissuta senza un padre; l'irrequietezza di chi non può restare a guardare con le mani in mano il mondo che si sgretola; c'era la rottura violenta con mia madre e la tristezza desolante di non essere mai riuscita a ricucire i rapporti; c'erano altri baratri, dovuti alle morti ravvicinate di Fäolin, Glenwing e Durza; c'era la paura, i nuovi amici e le nuove avventure; c'era la consolazione e la pace che avevo raggiunto nell'ultimo periodo e c'era l'incertezza per il mio futuro.
Eragon condivise con me il suo nome e io capii di lui molte cose che avevo sottovalutato e che lui stesso mi avrebbe dimostrato di lì a pochi minuti. Gli dissi di avere bisogno di tempo, gli confermai che provavo una certa simpatia per lui, ma che essa avrebbe impiegato anni prima di potersi trasformare in qualcosa di più profondo.
Ma il Cavaliere non aveva tempo.
Eragon e Saphira avevano deciso di lasciare Alagaësia, perché erano ormai troppo potenti. Eragon non mi spiegò le motivazioni della sua scelta nei dettagli, ma le intuii da me.
Aveva bisogno di un luogo dove proteggere gli Eldunarí e crescere i draghi al sicuro. Un posto del genere avrebbe potuto trovarsi in qualunque angolo di Alagaësia, ma avrebbe implicato pericolose interferenze dei draghi nell'equilibro della fauna del territorio. Un'altra scelta poteva essere Vroengard; ma liberare l'isola dagli effluvi nocivi e poi proteggersi dalle pericolose creature che si erano sviluppate sarebbe stato troppo dispendioso persino per gli Eldunarí e al momento era meglio mantenere le loro forze per proteggersi e proteggere i futuri cavalieri con i loro draghi.
Senza contare il peso politico che Eragon esercitava ormai su tutte le razze di Alagaesia. Era l'eroe delle nostre terre, l'Ammazzatiranni, colui che aveva mantenuto ogni promessa e esaudito le infinite aspettative che si avevano su di lui. Se avesse provato ad interferire nella politica degli uomini, Nasuada avrebbe dovuto ubbidirgli, o metà del suo popolo si sarebbe rivoltato contro id lei. E lo stesso valeva per il Surda e re Orrin.
Se Eragon avesse provato ad interferire nella politica dei nani e degli elfi, probabilmente pochi avrebbero seguito il Cavaliere, ma viste le sconfinate forze di cui disponeva, avrebbe potuto costringerci tutti a fare ciò che desiderava.
E come resistere alla tentazione di mettere a posto le cose quando esse sembrano andare per il verso sbagliato?
Era come chiedere ad un adulto di non rimproverare un bambino scorretto.
Capivo il timore di Eragon a tal proposito, ma mi sembrava talmente assurdo che lui e Saphira dovessero lasciare tutto perché ciascuno di noi fosse libero..
In quell'istante mi fu chiara la grandezza del giovane e lo sconforto per la sua vicina partenza mi punse acutamente il petto. Dopo tutti i morti e gli allontanamenti, avrei finito per perdere anche l'ultimo dei miei amici.

Prima di riprendere il viaggio fino ad Ilirea, Eragon mi rivelò il Nome dei Nomi. La sua era un decisione ponderata e disse che aveva voluto affidarmi quell'informazione affinché la impiegassi al meglio per il bene di Alagaësia. Il Nome mi mise per le mani un potere che non ero certa di poter capire fino in fondo, e ne ero un poco intimorita.
Nasuada costatò con sorpresa che il nuovo sovrano degli elfi ero effettivamente io. La regina non se lo aspettava e percepii un lieve cambiamento nel suo atteggiamento, che si fece meno aperto e più distaccato.
Certo, se all'amicizia si mischiava la politica, Nasuada era sempre pronta a tirare fuori gli artigli. Non ero più un'amica -quasi una confidente- ma la regnante di un popolo molto potente che sapeva fin troppo di lei e delle sue debolezze.
Fu organizzato un banchetto in mio onore e, mentre Fírnen si staccava dalla mia coscienza per condividere altri momenti con Saphira, io mi imbattei in Angela l'erborista, la quale mi chiese allegramente come mai fossi stata così stupida da accettare l'incarico di regnante.
«Perché è stato il mio popolo a chiedermelo» risposi guardinga, memore delle recenti letture sugli Inarë.
«E se ti chiedessero di buttarti giù da una rupe?»
«Lo farei, se potesse servire a qualcosa» dissi, asciutta, nascondendo a fatica il mio desiderio di andarmene.
L'erborista fece guizzare gli occhi nei miei, con un sorriso beffardo. «Mi hai scoperta, non è vero?»
Sentii le mie membra farsi di ghiaccio. Allarmata, cercai la coscienza di Fírnen, ma era troppo lontano per sentirmi.
«Non avere paura!» esclamò l'erborista, affabile. «Credo che tu possa conoscere questo piccolo segreto almeno per ora». Si strinse nelle spalle e sorrise. «Ma se lo riferirai ad altri allora dovrò uccidervi tutti, o cancellarvi la memoria.. Non so decidermi su quale sia il destino peggiore».
«Venerabile..» iniziai, ma lei marciò energicamente verso le stanze del palazzo, ignorandomi.
«Verrò presto a trovarti ad Ellesméra, Arya Dröttning. Nel frattempo salutami Aiedail». Mi strizzò l'occhio da sopra la spalla sinistra. «Tutte e due».
Annuii, il gelo ancora nelle ossa.
Quella stessa notte sentii anche il contatto delle cento menti degli Eldunarí.
«Ti ringraziamo per il tuo contributo, Älfa» disse Umaroth con dolcezza. «So che alcuni dei nostri provvedimenti possono apparirti fin troppo spietati, ma siamo certi che con il tempo riuscirai a valutare le nostre azioni con più raziocinio e capirai che ciò che abbiamo fatto era per il bene di tutti».
«Lo capisco» ammisi controvoglia. Ed era la verità.
La mancanza di Durza era ancora acuta in me, ma sapevo che chiunque si fosse preso il disturbo di giudicarlo avrebbe finito per condannarlo a morte.
Avevo sempre approvato quel genere di sentenza, quando ero ancora giovane e inesperta, perché ai miei occhi chiunque osasse spezzare impunemente vite umane e non umane doveva pagare con la stessa moneta.
Poi io ero diventata un'assassina e il provvedimento aveva cominciato ad apparirmi vuoto e privo di significato. Con la morte di Durza mi faceva semplicemente orrore. Lo Spettro doveva pagare per i suoi crimini, era giusto così, ma la morte era una soluzione troppo irreversibile e troppo crudele.
Forse, se fosse vissuto, Durza si sarebbe riscattato, avrebbe aiutato tante persone quante ne aveva uccise e alla fine avrebbe in qualche modo addolcito il carico di morti che portava sulle spalle.
Finché io fossi stata regina, nessuno sarebbe mai stato condannato a morire. Mai. Avevo la fortuna di governare un popolo dall'indole mite e ragionevole.
Però Durza non era stato sottoposto alla mia giustizia e capivo che per molti la sua morte poteva dare soddisfazione, anche se mi straziava il cuore.
«Avrei una domanda per voi» dissi, cambiando discorso.
«Chiedi pure, cucciola d'elfo».
«Nasuada mi ha parlato di un uomo che delirava, dopo la battaglia delle Pianure Ardenti..»
«Sì, si è trattato di un nostro sbaglio. Come ben sai abbiamo cercato di seguire gli eventi esplorando le menti degli abitanti di Alagaësia e in quel caso alcuni di noi si erano inseriti nella mente di un uomo, per seguire meglio le dinamiche della battaglia. Un colpo ha ucciso tutti coloro che gli erano intorno, ma il più giovane dei nostri, travolto dal suo panico e dal suo orrore, ha sostenuto la vita del vecchio, attingendo alle nostre energie. Purtroppo qualche cosa di troppo è filtrato in quel contatto e siamo stati costretti a fare addormentare l'uomo per sempre, perché non rivelasse tutto al momento sbagliato».
Trasmisi un pensiero di assenso. Se ripensavo all'intera vicenda, capivo che non potevano essere stati che loro a trasmettere simili capacità e informazioni al vecchio.
Era un altro mistero risolto.
Mi congedai dagli Eldunarí e mi ritirai per la notte.
Sognai di tornare ad Ellesméra, solo per scoprire che mia figlia era stata inghiottita dalle radici dell'albero di Menoa, diventando in tutto e per tutto simile a Linnea.
Mi svegliai in preda al terrore e non riuscii a riprendere sonno. A nulla valsero i pensieri consolatori di Fírnen.
«Era solo un brutto sogno, Arya. Torna a dormire».
Per non turbarlo eccessivamente, tenni per me la mia inquietudine, isolandola dai suoi pensieri.
Ma i giorni seguenti furono un eterno tormento per me e non mi diedi pace fino a che io e Fírnen non tornammo ad Ellesméra, accompagnati dall'ingombrante peso di Roran, Katrina e la loro figlioletta Ismira, di pochi mesi più piccola della mia.
Impiegammo quasi un paio di settimane perché prima dovetti presentarmi ad Orik nei panni di regnante, ma per mia fortuna il sovrano dei nani non mi trattenne per più di due giorni. Il tempo necessario per organizzare un banchetto in mio onore e rinnovare la sua dichiarazione di amicizia nei confronti degli elfi. Gli chiesi anche di poter legare il mio specchio incantato al suo, per poter comunicare più rapidamente con lui ed egli acconsentì con entusiasmo.
Svolsi il mio compito con pacatezza, ma dentro di me scalpitavo dal desiderio di tornare immediatamente a casa dalla mia piccola. E la continua vista di Ismira non mi aiutava a placare le mie ansie e i miei timori.
Durante il viaggio mi ritrovai mio malgrado a conversare con Roran e Katrina. Entrambi mi conoscevano come l'amica di Eragon e l'elfa che aveva aiutato Elain a partorire Speranza. Furono gentili con me, ma Roran era palesemente inquieto per il semplice fatto che io ero intessuta di magia. Katrina sembrava più rilassata sotto questo punto di vista e, saputo che avevo una conoscenza piuttosto profonda della vita, mi chiese anche dei consigli su come prendersi cura della sua bambina.
Quando riabbracciai la mia, ad Ellesméra, sentii un macigno immenso sciogliersi dal mio petto e non mi abbandonai in sciocche farneticazioni solo perché Alba era davanti a me e mi stava scrutando con attenzione.
Eppure mi ritrovai ad abbandonare nuovamente mia figlia, quando Eragon mi disse che sarebbe partito il giorno seguente. Alloggiava ad Ellesméra da due settimane e in quel breve lasso di tempo aveva compiuto un incantesimo che avrebbe rivoluzionato per sempre i Cavalieri e il loro ordine.
Avrei potuto salutarlo e addurre come scusa i miei impegni di regnante, ma in realtà ci tenevo davvero a passare gli ultimi istanti della sua vita in Alagaësia con lui. Forse avrei potuto continuare a tenere regolari contatti con il Cavaliere, tramite gli specchi magici, ma non sarebbe mai stato lo stesso, ovviamente.
Impiegammo tre giorni per arrivare al lago di Ardwen e da lì vi furono altre due settimane di navigazione sulla Talíta prima di giungere a Hedarth, dove Orik e il suo seguito ci tesero una sorta di agguato. Ci trattenemmo un giorno intero a banchettare con loro, poi la notte del giorno stesso, venne il momento dell'addio.
Non sarei mai riuscita ad andarmene dopo la prima ansa del fiume, se Fírnen non fosse sceso a portarmi via con sé.
Mentre seguivo dall'alto il lento percorso della nave e il ruggito addolorato di Saphira e Fírnen mi riempivano le orecchie, sentii un dolore sordo stringersi sul mio cuore.
Eragon e Saphira avevano lasciato Alagaësia per sempre. Dopo tutto ciò che avevano fatto per quelle terre, le abbandonavano per proteggerle ancora una volta, da se stessi.
Era tutto così ingiusto.
La desolante sensazione di perdita e solitudine che Fírnen mi trasmise rese ancor più pesante la mia pena.
Sarei stata felice se il tempo si fosse fermato, dopo, ma come al solito il suo scorrere mi costrinse a tornare prontamente alla realtà. Tornai a prendere Roran e lo trasportai ad Ellesméra con me, lasciando la mia scorta elfica indietro.
Dopo tutte quelle emozioni, mi sentivo sola e svuotata. Se non ci fosse stato Fírnen a condividerle con me e a sostenermi, non sarei mai riuscita a reagire con tanta energia alla partenza di Eragon e Saphira.
Roran stesso era molto triste per la perdita del cugino, che era stato come un fratello per lui, e non riacquistò il sorriso fino a che le braccia dell'amata non si avvolsero intorno alle sue spalle larghe.
Trovai a mia volta consolazione nel rivedere mia figlia sana e salva, intenta a compiere i suoi primi tentativi di gattonare per le stanze del mio palazzo.
A quel punto avrei dovuto chiedere a Fírnen di trasportare la famigliola fino alla Dorsale, ma l'idea di separarmi dal mio drago, anche solo per qualche giorno, mi gettava nel panico più totale. Da quando era nato, io e Fírnen avevamo trascorso ogni ora insieme, o al massimo a pochi minuti di distanza, e non ero sicura di volerlo lasciare andare e separarmi dal contatto mentale che rimaneva uno dei pochi baluardi della mia sanità mentale. Temevo per la sua sorte, e anche per la mia.
In quella situazione, la chiamata di Nasuada, giunse al momento perfetto.
La regina degli uomini, mi disse che l'ex governatore di Gil'ead aveva raccolto intorno a sé un gruppo di uomini ancora fedeli a Galbatorix, che non accettavano il governo dei Varden. Non era il primo problema del genere che si presentava, ma era la prima volta che Nasuada si rivolgeva a me e parve terribilmente in imbarazzo.
«Non voglio darti l'idea di volerti sfruttare, Arya, ma ora che Eragon è lontano io non riesco ad intervenire tempestivamente in Alagaësia e..»
«Me ne occupo io» la rassicurai. «Ucciderò o catturerò i loro capi e lascerò a te il compito di disperdere le loro armate. È sufficiente?»
«Sarebbe un aiuto molto importante. Hai nuovamente la mia sconfinata gratitudine».
Dissi a Roran e Katrina che non avevo scelta e che avrei dovuto farli proseguire a cavallo. Roran grugnì, ma poi mi ringraziò per la mia gentilezza e lo stesso fece Katrina.
L'azione mi impegnò per non più di dieci giorni, ma mi portò ad un incontro incredibile.
Individuai immediatamente l'accampamento ribelle, nella tenuta un tempo appartenuta a Lord Barst, ma decisi di agire con una certa prudenza. Attesi la notte e mi avvidi che la sorveglianza era piuttosto scarsa, quindi mi intrufolai tra le tende, spostandomi fino a quelle più grandi. Fírnen mi attendeva a poche iarde di distanza, pronto ad intervenire se avessi subito un attacco fisico o mentale.
Quello che compii quella notte fu un piccolo massacro. Cinque erano le tende più grandi e cinque furono le mie vittime, colte tutte nel bel mezzo del sonno e uccise senza nemmeno svegliarle.
Quasi tutte. L'uomo nascosto nell'ultima tenda era sveglio e stava annotando qualcosa su un rotolo di pergamena. Faticai parecchio a riconoscere Hillr.
Gli occhi rotondi e sporgenti come quelli di un pesce erano rossi, incorniciati da rughe profonde che ricordavo molto più superficiali e la curva della bocca si era fatta più severa.
Gli andai alle spalle senza che lui si accorgesse di nulla. Sbirciai oltre la sua spalla e lessi alcune righe di quello che doveva essere un resoconto di ciò che stava facendo contro il governo di Nasuada.
Poi pronunciai alcune parole nell'antica lingua e vidi l'uomo portarsi una mano alla gola. A quel punto gli passai accanto e mi inginocchiai davanti a lui, portando gli occhi allo stesso livello dei suoi.
«Ti ricordi di me?» domandai flebilmente.
L'uomo sgranò ulteriormente gli occhi e per un attimo credetti che sarebbero usciti dalle cavità delle orbite. «Scrivi» gli dissi, indicando la pergamena. «E non provare a scappare, ti catturerei e ti ucciderei prima che tu possa avvertire qualcuno».
L'uomo provò ad urlare e a parlare, ma si arrese a riprendere in mano il calamaio quando si rese conto che la sua voce era fuori gioco.
“Credevo che fossi morta insieme al mio Signore” scrisse.
«No, non era ancora il momento giusto per me. Non dirmi che hai preso tu il suo posto al governo di Gil'ead».
Annuì.
«Quindi sei tu a guidare questa ribellione».
Annuì di nuovo.
«Perché?»
“Perché quella che si fa chiamare Regina ha preso il potere con l'aiuto di creature demoniache come te.” scarabocchiò con furia.
Trattenni la mia irritazione, e decisi di non rivelargli che Alba -sua vecchia alleata- era un'elfa ed era rimasta nella capitale degli elfi a prendersi cura della figlia di Durza al mio posto. No, sarebbe stata un'inutile crudeltà da parte mia.
«Durza mi ha detto tutto sul tuo passato» mormorai. «Mi dispiace per le tue perdite, ma la mia gente non è cattiva, è la tua ad essere troppo precipitosa nei suoi giudizi e nelle sue condanne». Feci una pausa e vidi i suoi occhi da pesce riempirsi di lacrime di terrore. «Se vuoi posso imprigionarti e lasciare che Nasuada ti giudichi. Sicuramente sarai condannato e impiccato pubblicamente. Se invece preferisci morire adesso, ti ucciderò in modo che tu non soffra».
L'uomo deglutì più volte, spaesato, poi raccolse la penna d'oca con mani tremanti.
“Uccidimi” vergò. “Ho paura della sofferenza” aggiunse dopo poco.
Sapevo cosa intendesse. Anche io avevo temuto ogni istante di vita, quando Durza mi aveva catturata. Avevo desiderato che tutto finisse il prima possibile, e allo stesso tempo che mi fossero concessi altri minuti e ore di vita.
«Deya» dissi.
E così finì Hillr il Siniscalco, figlio di Moira la strega.

Restai anche per i giorni seguenti, quando si presentarono gli uomini mandati da Nausada, mettendo infine a tacere la sollevazione. Ma la regina sembrava intenzionata a spremermi fino all'ultimo finché mi trovavo fuori dalla Du Weldenvarden e mi chiese se io e Fírnen potessimo indagare per lei a proposito di un eremita che doveva trovarsi tra l'Helgrind e le Pianure Ardenti, un certo Tenga.
Accettai senza battere ciglio, perché ero veramente curiosa di conoscere finalmente lo stravagante vecchietto, ma la mia missione si rivelò un fallimento, perché egli era sparito e non riuscii a rintracciarlo con la magia. Trovai però i cadaveri dei quattro maghi mandati in precedenza dalla sovrana degli uomini.
Nasuada -quando le feci rapporto con lo specchio incantato- mi informò con disappunto che anche Angela l'erborista era svanita, poi mi ringraziò del mio aiuto e mi augurò buon ritorno ad Ellesméra.
Non vedevo mia figlia da pochi giorni, eppure una parte di me era certa che non l'avrei ritrovata mai più.
Fírnen non voleva tornare nella Du Weldenvarden. Avrebbe voluto volare fino ai confini del mondo e tenere impegnato il corpo per mettere la mente a tacere e spegnere i pensieri su Saphira.
Tuttavia ebbe il suo bel daffare a sostenere la mia, di mente. Le vite a Gil'ead erano le prime che prendevo da dopo la battaglia di Uru'baen e risvegliarono tutti i miei disturbi sopiti.
Il cibo che masticavo sapeva di carogne, l'acqua di sangue e l'aria era soffocante.
Non riuscivo a dormire e nel caso mi svegliavo sudata fradicia, con la visione del piccolo corpo della mia bambina immobile e gelido nella morte.
Preoccupato per la mia condizione, Fírnen non si permise che poche soste, al fine di arrivare ad Ellesméra il prima possibile e permettermi finalmente di accertarmi della salute di mia figlia.
Era viva, ovviamente, e rise forte quando la presi in braccio.
Alba non condivideva la sua allegria, anzi aveva un'espressione livida come una tempesta.
«Principessina c'è qualcosa che non va» mi disse senza mezzi termini. «Riguarda l'albero di Menoa».
«Cos'è successo?»
«Speravo potessi dirmelo tu. È da mesi che passo molte ore sotto i suoi rami, cercando di parlare con l'elfa che nasconde, ma senza risultati. Invece pochi giorni fa Linnea mi ha risposto e ha detto.. Di avere rubato qualcosa ad Eragon il Cavaliere».
Mi venne in mente l'orribile sogno in cui avevo visto la mia piccola scomparire sotto l'albero e, istintivamente, la strinsi più forte.
«Cosa gli avrebbe rubato?»
«Stando a quanto mi ha detto lei, il ragazzo aveva un debito nei suoi confronti. E per ripagarsi gli ha portato via la possibilità di avere una discendenza».
Gemetti. «Perché?!»
Fece un cenno vago. «Vendetta nei confronti degli uomini? Non lo so. Non ha voluto rispondermi e dopo si è ritirata».
Riflettei, indignata. Con che diritto l'albero di Menoa aveva sottratto ad Eragon un dono tanto prezioso? Poi ricordai che il Cavaliere aveva promesso “qualsiasi cosa” in cambio dell'Acciaoluce. E Linnea doveva averlo preso alla lettera.
«Dobbiamo avvertirlo!» esclamò Fírnen, addolorato.
«No!» replicai, proiettando i miei pensieri anche alla mente di Alba. «Eragon dovrà scoprirlo da sé. È inutile dargli un dolore tanto grande fino a che non lo interesserà direttamente. Forse a quel punto riuscirà anche a.. guarirsi, ma fino ad allora credo che starà meglio a vivere nell'ignoranza».
«Per quello che m'importa» sbuffò Alba. «Sella il tuo lucertolone un po' troppo cresciuto, piuttosto, devi partire».
Sollevai un sopracciglio. «Partire? Torno adesso da un viaggio di giorni! Vorrei che mia figlia si ricordasse il mio volto, almeno».
«Oh, ma dovrai portarla con te» disse, con una smorfia che pareva di dolore.
A quel punto ero piuttosto confusa. «Non porterei mai mia figlia in missione con me, potrebbe farsi male».
«Non è propriamente una missione. Diciamo che c'è una persona che vuole parlare con te e probabilmente vorrà vedere tua figlia per assicurarsi che sia davvero tu».
«Hai detto a qualcuno..?!»
«No, lo sapeva già» mi interruppe.
«Perché sono scettica al riguardo?»
«Perché sei te, Principessina».
«O forse perché sei te».
Sorrise, ma a fatica. «Fidati di me, solo per questa volta».
«Dimmi chi devo incontrare o non andrò da nessuna parte».
«Invece andrai» fece con sicurezza. «Si tratta di un viaggio di pochi giorni e in ogni caso sarai al sicuro fino a che ci sarà Fírnen vicino a te».
«Perché non puoi dirmi cosa mi aspetta?»
«Non posso e basta» bisbigliò tristemente. «Posso solo dirti che questo incontro ti cambierà la vita, spero in meglio».
Realizzai che stavamo parlando nell'antica lingua e che quindi le sue parole non potevano essere menzognere, o almeno non del tutto.
«Potrebbe succedere qualcosa di male alla mia bambina?»
«No, non le farei mai del male e lo sai».
«Dove devo andare?»
Un nuovo sorriso increspò le labbra della mia interlocutrice e i suoi occhi si macchiarono di nostalgia.
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 7 luglio 2015, 23:19

49. Casa
«A Tronjheim, sotto Ididar Mithrim».

Alba si era rifiutata di darmi ulteriori spiegazioni. Mi aveva semplicemente sollecitata a partire e portato due bisacce già cariche di cibo e qualche coperta leggera, insieme allo zaino per trasportare la mia bambina.
Aiedail non aveva mai volato e non ero certa di volerle fare provare già l'esperienza, avrebbe potuto soffrirne e non volevo che stesse male per.. Mi sarebbe tanto piaciuto poter sapere per cosa.
Tuttavia di fronte all'espressione grave dell'elfa e alla sua insistenza, cominciai a prendere seriamente in considerazione l'idea di assecondarla, anche se temevo per la mia salute e quella di mia figlia. Seguendo un filo di congetture, cominciai a credere che sarebbe stato Tenga la persona che dovevo incontrare. Era l'unico individuo plausibile con cui Alba poteva essere in contatto e che poteva avere qualcosa di interessante da comunicarmi.
Avevo ancora indosso il corsetto di metallo e gli indumenti regalatemi da mia madre, quando andai a cercare Däthedr per informarlo della mia partenza.
«Sì, Aiedail mi aveva già anticipato tutto» mi disse lui, ma era ovvio che non era stato sicuro di nulla fino a che non gli ero apparsa io di persona a confermarglielo.
Däthedr non aveva mai preso l'abitudine di aggiungere l'appellativo Dröttning al mio nome. Sapevo che avrei potuto considerarlo un segno di scortesia e di mancanza di rispetto, ma capivo la difficoltà dell'elfo nel vedere la sua regina sostituita, dopo tanti decenni passati al suo servizio. Inoltre non ero particolarmente ansiosa di sottolineare la mia carica, visto lo scarso entusiasmo con cui mi ci ero approcciata.
«Sarò di ritorno in non più di due settimane. Nel caso qualcosa andassi storto.. troverai un documento al mio scrittoio. Ho designato te come mio successore e sono certa che il Consiglio ti accetterà».
L'elfo sobbalzò e i suoi occhi cerulei -così simili a quelli di Alba- si colmarono di tristezza. «Non dovresti andare se la tua vita è in pericolo, Arya. Puoi almeno dirmi di cosa si tratta? Sia io che i consiglieri ne siamo all'oscuro e molti di loro avrebbero preferito che tu non accorressi così prontamente agli ultimi ordini di Nasuada. Tagliarci fuori dalle tue decisioni non è una mossa saggia».
Mi sforzai di sorridergli. «Nemmeno io so nulla di più, le mie sono solo precauzioni. Ti chiedo solo di sorvegliare un poco Aiedail nei prossimi giorni e ti prometto che al mio ritorno farò un rapporto dettagliato al Consiglio».
Däthedr mi parve molto incerto, forse anche un poco offeso, ma alla fine mi augurò buon viaggio e si ritirò per la notte.
Mancava un'ora alla mezzanotte. Ero ad Ellesméra da poco più di mezz'ora e mi preparavo a lasciarla di nuovo, senza nemmeno indossare per qualche ora la corona di regnante. Fírnen, dal canto suo, ne pareva felice, anche se non nascondeva la preoccupazione per le parole criptiche di Alba.
Avevamo scambiato anche un paio di opinioni riguardo a quanto ci aveva detto sull'albero di Menoa. Linnea non aveva risposto al mio appello e i pensieri di entrambi erano inevitabilmente caduti su Eragon e Saphira: forse saremmo partiti per le terre oltreconfine prima di quanto ci fossimo aspettati, anche solo per informare il Cavaliere di quanto era successo. L'idea quasi mi rassicurava.
Alba mi aiutò ad assicurare le bisacce alla sella di Fírnen e mi mostrò le nuove cinghie che aveva aggiunto allo zaino, che avevano lo scopo di evitare alla mia piccola cadute fatali. Non mi ero cambiata gli abiti e non avevo nemmeno avuto il tempo di concedermi un bagno caldo, quindi mi liberai del sudore e del sudiciume con un incantesimo efficace, ma decisamente meno gratificante, e creai sulla mia pelle un aroma di aghi di pino. Era il mio preferito da quando Durza mi aveva detto che l'odore era simile al mio naturale.
Nella radura ad un centinaio di iarde dall'albero di Menoa, Alba ci salutò.
«Hai un colore sempre più orribile, lucertolone» fece, rivolta ovviamente a Fírnen.
«Anche io ti trovo un'amica fantastica».
«Quello era sarcasmo?»
«Me l'hai insegnato tu. Arya non avrebbe mai potuto farlo».

Mandai un pensiero di rimprovero ad entrambi. Possibile che anche il mio drago si coalizzasse contro di me?
«Dovresti sbrigarti a salire in groppa al tuo lucertolone sarcastico, mia regina» disse Alba con un sorriso sbilenco. Poi si chinò sulla mia bambina e la baciò sulla testa. «Sé ono Waíse ilia» mormorò. Che tu sia felice.
Mi si chiuse lo stomaco. «Alba cosa stai..?»
«Puoi farmi un favore Principessina?»
«Cosa?»
Annuì in direzione della mia bimba. «Chiamala davvero Aiedail. L'ultima stella della notte e la prima del mattino, quella che consegna le tenebre alla luce del giorno, la speranza degli afflitti, la guida dei naufraghi. Mi sono sempre piaciute le stelle. Scontato, lo so, ma è così. Aiedail, mia regina, mi raccomando».
«Alba..» ritentai.
«Vai, Arya. Viaggia con calma se desideri, ma entro due settimane devi essere sotto Isidar Mithrim, a mezzanotte esatta, ricorda».
Socchiusi gli occhi. «Ho capito, ma non mi è chiaro cos'hai intenzione di fare tu qui ad Ellesméra».
«Non nuocerò al tuo popolo, stai tranquilla. Credo che andrò a riposarmi, invece» fece allungando le membra.
«Ci vediamo tra non più di due settimane» quasi ordinai.
«Certo» fu la sicura risposta.
Lentamente, con estrema cautela, presi in braccio la piccola e misi in spalla la sua culla. Poi mi avviai verso il punto in cui mi aspettava Fírnen.
Quando mi voltai in direzione di Alba trovai i suoi occhi puntati su di me. Persino da una certa distanza osservai che erano lucidi di lacrime e che l'elfa aveva le unghie conficcate nei palmi.
Stirò un sorriso tremante sulle labbra e poi alzò un braccio in segno di saluto.
Colta in flagrante, sollevai la manina della mia bambina e la agitai. Alba allargò il sorriso, poi mi diede le spalle e si incamminò in direzione dell'albero di Menoa, con la schiena curva come se reggesse il peso dell'intero mondo.
Per un lungo momento fui tentata di correrle dietro e di abbracciarla.
Il momento passò e alla fine mi costrinsi a lasciarla in pace e a preparare la mia partenza
«Fírnen, te la senti di viaggiare? Sarai molto stanco per colpa mia».
«Avevi bisogno di tornare da tua figlia e io sono abbastanza riposato per volare almeno fino all'alba».
«Vuoi mangiare qualche torta al miele?»
«Sai che non mi piacciono».
«Bugiardo».
«D'accordo»
si arrese.
Grondando gratitudine per l'immenso sforzo che aveva fatto per me, mi diressi verso le cucine e frugai nella dispensa, poi sedetti accanto al mio drago mentre inghiottiva una buona quantità di dolci, approfittando dei minuti guadagnati per legare bene la mia bimba nel suo zaino.
«Ma'!» borbottò lei all'improvviso, guardandomi con i suoi obliqui occhi elfici -momentaneamente azzurri- e scalciando.
Sfiorando la sua coscienza, seppi che il breve suono emesso non aveva alcuna relazione con la parola “mamma”, come avevo inizialmente creduto, ma mi portò comunque sull'orlo delle lacrime. Risi gaiamente, come non facevo da settimane, stringendo goffamente la piccola da dentro lo zaino rigido e riempiendo la sua testolina di baci.
Lei rise a sua volta e seppi all'improvviso che avrebbe provato a ripetere il monosillabo in futuro, sapendo quanto la cosa mi aveva rallegrata.
Fu proprio in quel momento di gioia totale che successe.
Una luce bianca esplose dal punto in cui si trovava l'albero di Menoa e mi accecò. Senza riflettere più di tanto, imbracciai lo zaino e scattai in quella direzione, sballottando malamente la mia piccola, che si mise a piangere.
L'albero di Menoa era sempre al suo posto, ma era un poco avvizzito, come se stesse appassendo. Mi avventurai alla ricerca di Alba, ma non impiegai molto a trovarla.
Era stesa a terra, sotto i rami dell'albero, con le membra rigide e il volto pallido. La luce della luna piena riempiva macabramente i suoi occhi azzurri spalancati. Vitrei. Il suo petto era immobile. Il suo cuore taceva.
I miei passi si affrettarono ancora, fino a che non divennero una corsa folle.
«Alba!» strillai raggiungendola e cadendo in ginocchio al suo fianco.
Mi rifiutai di accettare il fatto, ma non c’era più nulla che potessi fare per restituirle la vita e nascondermi all’orrore.
Le afferrai un polso e lo strinsi per ascoltare il battito del suo cuore, ma la mia mano era talmente malferma e le grida di mia figlia così forti che non vi riuscii. Allora mi chinai su di lei e posai un orecchio al centro del suo torace, ascoltando il silenzio che lo riempiva. Il suo petto non si sollevava e la sua coscienza non c'era più. Sparita. Come se non fosse mai stata.
Mi staccai da lei e la scossi. Più volte. Urlai il suo nome fino a perdere la voce. La supplicai di svegliarsi.
Il suo viso era contratto, trasfigurato da un terrore che non potevo comprendere. Gli occhi parevano incapaci di abbandonare totalmente la vita e restarono ostinatamente fissi, a rimirare le stelle alte e lontane. Luci indifferenti.
Aideail. L'ultima stella della notte e la prima del mattino, quella che consegna le tenebre alla luce del giorno, la speranza degli afflitti, la guida dei naufraghi. Mi sono sempre piaciute le stelle. Scontato, lo so, ma è così. Aiedail, mia regina, mi raccomando.
La prima luce del mattino, quella che non avrebbe mai più brillato nei suoi occhi vuoti.
No, Alba non era morta. Alba era una di quelle persone che sopravvivono a tutto. Non poteva lasciarmi anche lei dopo tutte le morti che avevo già dovuto affrontare.. Era troppo.. crudele.
«Arya si avvicinano altri elfi» disse Fírnen. La sua confusione era pari solo alla mia.
Dovevo arrivare ad Isidar Mithrim entro due settimane. Perché? Cos'era mai successo? Cosa o chi aveva ucciso Alba?
«Andiamocene o avranno timore di lasciarci partire!»
«Aspetta! Non possiamo lasciarla qui!» gridai, abbracciando il corpo vuoto di quella che negli ultimi mesi era diventata l'amica e la sorella che non avevo mai avuto. Non potevo abbandonarla, non quando lei aveva fatto così tanto per me. E poi era così fredda.. dovevo portarla al palazzo e accendere un fuoco per lei, metterle tra le mani un infuso bollente e dirle quanto profondamente la stimavo per quanto aveva dovuto sopportare, quanto ammiravo il suo amore per la vita, quanto apprezzavo i suoi rimproveri taglienti, quanto le ero grata per essersi presa cura della mia bambina, quanto sarei stata orgogliosa di darle il suo stesso nome..
Fírnen mi raggiunse e mi spinse con il muso in direzione del suo dorso, separandomi da Alba definitivamente e facendomi inerpicare fino alla sella. Poi spiccò il volo, mentre sotto di noi la radura si riempiva di volti sconvolti di elfi. Incrociai lo sguardo atterrito di Däthedr prima che la terra schizzasse lontano dai miei piedi e il pianto di mia figlia diventasse stridulo dalla paura
Gilderien il Saggio mi sfiorò la mente per informarmi che qualcosa di terribile era accaduto accanto all'albero di Menoa, che un incantesimo nefando era stato compiuto.
Non gli risposi, isolai la mia mente, mi strinsi il volto tra le mani, graffiandomi le guance, e lasciai che Fírnen mi portasse via nella notte.
Non ero propriamente svenuta, ma impiegai diversi minuti per riprendere il contatto con la realtà, nonostante il pressante richiamo di Fírnen.
«Cos'è successo?» gli chiesi, supplichevole. Con lo stesso tono con cui mi ero rivolta a Fäolin, la notte dell'agguato.
«Abbiamo appena passato le difese di Ellesméra e adesso stiamo riprendendo quota» fu la pronta risposta di Fírnen.
«Alba!»
«Lei è morta»
mi ricordò delicatamente. «Ci ha detto che qualcosa ci aspetta nel Farthen Dur e poi è morta».
«Forse abbiamo fatto male ad andarcene così in fretta. Non ho idea di cosa ci aspetti laggiù e potrebbe essere pericoloso e inoltre..» Deglutii. «L'abbiamo lasciata sola».
Fírnen mi abbracciò con le mente e poi mi ricordò che mia figlia era ancora legata sulla mia schiena. Assicurai le cinghie delle gambe e poi abbracciai la mia piccolina, che stava ancora singhiozzando a causa della corsa folle ad Ellesméra, della mia pazzia e del primo volo compiuto a dorso di drago.
Toccando la sua coscienza, trovai solo terrore. Ritenni di stare agendo per il suo bene, quando la addormentai con una parola di potere.
Solo a quel punto Fírnen tornò a parlarmi. «Secondo te si è uccisa?»
La domanda mi spiazzò. «Perché avrebbe dovuto?»
«Non lo so. Ma hai visto anche tu che l'albero di Menoa era avvizzito, come se qualcuno avesse attinto dalle sue energie per.. fare qualcosa».

«O come se qualcuno avesse scagliato un incantesimo in quel punto, prosciugando tutte le energie di Alba e parte di quelle dell'albero di Menoa».
«E quella luce? Sono confuso».
«Anche io. Abbiamo decisamente sbagliato a scappare, così ci siamo resi colpevoli. A questo punto non possiamo fare altro che proseguire e tornare ad Ellesméra con una spiegazione».
«Allora mettiti comoda».
E per una volta non percepii la solita giocosità che lo accompagnava ogni volta che si prospettava un volo.
Arrivammo a destinazione otto giorni e molte pause dopo.
Ero straziata dai dubbi e tormentata per la brusca fine di Alba. Continuavo a ripassare nella mia mente l'immagine dell'elfa, sciupata, pensierosa e stanca, ed ero convinta di essere stata incredibilmente stupida, o almeno in misura sufficiente da non capire che qualcosa stava accadendo in lei. Qualcosa che doveva averla spinta a fare un incantesimo, qualcosa che solo la famigerata persona con cui avevo appuntamento poteva spiegarmi.
Faticai a chiudere occhio e giunsi a destinazione al limite delle forze, sia fisiche che mentali.
Non seguii esattamente le istruzioni di Alba. Chiesi a Fírnen di aspettarmi fuori dal Farthen Dur, in modo da passare inosservati, e di dare l'allarme agli abitanti della montagna se non mi avesse vista tornare entro due giorni.
Portai Aiedail con me, ma non appena entrai a Tronjheim, con il cappuccio abbassato sul volto, cercai una balia a cui affidarla fino a mezzogiorno del giorno seguente. Se non fossi venuta, aveva il compito di portarla all'esterno del Farthen Dur, dove qualcuno -non dissi che si trattava di Fírnen- sarebbe venuto a prenderla.
La mia bambina non fu affatto contenta di separarsi nuovamente da me, specie quando la sua balia non era Alba, che aveva imparato a conoscere molto bene.
Quando ebbi pagato la nana in anticipo, con l'anello di ametiste che tanto amavo, mancavano una manciata di minuti a mezzanotte e mi diressi immediatamente sotto Ididar Mithirm, decisa a risolvere il mistero della morte di Alba e a farle giustizia.
Il luogo sembrava deserto, ma non appena abbassai il mantello sulle spalle, mi resi conto di non essere sola.
C'era un uomo incappucciato al limitare della piazza. Non riuscii a vederlo in volto, ma fui certa che mi stesse guardando perché staccò le spalle dal muro e mi venne incontro non appena vide che mi avviavo nella sua direzione. Tra le lunghe dita pallide reggeva una delle lanterne senza fiamma che illuminavano l'intero Farthen Dur
«Chi sei?» domandai cautamente, posando la mano sul pomolo di Támerlein. «Sei tu la persona che devo incontrare?»
«Arya Ammazzaspettri» rispose egli con voce fredda, suadente, accarezzando ogni lettera. «Dovrò guardarmi da te d'ora in poi».
Un tremito mi squassò le membra. Conoscevo quella voce, la conoscevo alla perfezione; quante volte l'avevo rievocata, nel mio dolore e nei miei più insperati sogni?
Ma non era possibile, non poteva..
Mi sporsi in direzione dell'uomo, alzandomi quasi in punta di piedi, e gli abbassai il cappuccio, svelando un volto affilato, dal severo naso aquilino e dai piccoli occhi felini, rossi come sangue, incorniciato da lisci capelli scarlatti.
Durza mi scrutò come se potesse ingoiarmi e poi sorrise, snudando i denti appuntiti.

Avevo sognato una cosa del genere un milione di volte nell'ultimo anno: che l'uomo che amavo tornasse, che ci fosse concessa una seconda occasione, che una nuova vita potesse finalmente cominciare.
Eppure quando mi ritrovai a fissare il suo volto, la prima cosa che sentii fu la sensazione di non sapere più respirare. Mi allontanai bruscamente di un paio di passi, stringendomi le costole con una mano e annaspando alla ricerca disperata dell'aria che avrebbe dovuto fluire regolare nei miei polmoni.
Quando l'uomo mi seguì, tendendo le mani nella mia direzione, mi affrettai ad estrarre Támerlein dal fodero e puntargliela alla gola. Solo allora si fermò, sollevando le mani in segno di resa e trasformando il sorriso in un'espressione ferita.
Restammo in quella instabile posizione fino a che la mia crisi di panico non fu passata. Conscia di avere le membra fradice di sudore gelido, strizzai gli occhi con tutte le mie forze per scacciare l'illusione e tornai a guardare di fronte a me, ma l'immagine che vedevo non era cambiata di un pollice.
Una furia cieca mi bruciò il petto.
Afferrai l'uomo per il mantello e lo sbattei violentemente contro la parete, avvicinando nuovamente la lama al suo collo.
«CHI SEI?» sbraitai, sentendo gli occhi riempirsi pericolosamente di lacrime e la voce inerpicare su quelle semplici parole.
I suoi occhi parvero svuotarsi di ogni luce.
«Arya» sussurrò con voce melliflua. «Non mi riconosci? È passato così tanto tempo da..?»
«T-tu non puoi essere qui» balbettai. «Io ti ho visto morire, io ti ho ucciso, io ho seppellito il tuo pugnale e assistito al rogo dei tuoi abiti, io ho passato mesi a piangere la tua scomparsa. Tu non puoi essere qui».
L'uomo sorrise con una malinconia profonda. «Non ho scelto io di tornare, Principessa» disse nell'antica lingua. «Ma non voglio farti del male, né farti soffrire, quindi se mi concedi qualche minuto ti spiegherò tutto ciò che so».
Abbassai l'arma lentamente. «Durza» gracchiai, incredula, sconvolta e spaventata.
«Sono io, piccola elfa».
«Tu sei morto» protestai, sull'orlo di una seconda crisi di panico.
«Vieni con me, ti spiegherò tutto davanti ad una tazza di vino. Sei pallida come un cadavere». E mi tese una mano bianca.
Cadavere.
La fissai così a lungo che l'immagine si sdoppiò sotto i miei occhi.
Poi ricordai in successione: mia figlia affidata a una balia, il mio drago, così lontano da non percepire nemmeno la sua presenza.. e Durza era morto, morto!
Non poteva.. Non poteva tornare dopo tutti quei mesi, uguale a come lo avevo lasciato, mentre io nel frattempo avevo attraversato di tutto. Non era reale, non era possibile e non era naturale.
A quel punto realizzai chi fosse il vero artefice di tutto: Alba. Ma ancora non sapevo il come o il perché. E volevo delle risposte.
Così posai la mano sulla sua, senza riuscire a fermarne il tremore. Riconobbi la ruvidezza della sua pelle quando me la strinse vigorosamente, accarezzandone il dorso. Le gambe non mi ressero più e sarei caduta a terra se l'uomo non mi avesse stretta a sé, sollevandomi tra le braccia come una bambina.
Mi parlò, ma io sentivo il sangue ruggirmi nelle orecchie e rimasi sorda alle sue parole, eppure il ritmo e il peso dei suoi passi li ricordavo alla perfezione, così come ricordavo l'odore della sua pelle.
Durza.
Sentii dita agili sciogliere i lacci del mio corsetto e liberarmi dalla sua morsa, ma tornai pienamente in me solo quando mi schiaffeggiò dolcemente in viso. Rughe di preoccupazione gli increspavano la fronte e io non riuscii a trattenermi: posai le dita sul suo volto e le spianai, toccandolo con una tale leggerezza che non dovette sentire più pressione di quanta ne avrebbe fatta una farfalla.
«Stai bene, Principessa?»
Annuii, sopraffatta dalla confusione.
Mi aveva adagiata su un grezzo sgabello di legno e mi stava sostenendo la schiena affinché non cadessi all'indietro. La piccola stanza comprendeva un camino, un tavolo, un letto e qualche scaffale, ma sembrava troppo spoglia per essere abitata.
Pochi minuti dopo sedevo eretta, con Támerlein posata sul tavolo davanti a me, una tazza stracolma di vino tra le mani e Durza lo Spettro seduto, vivo e vegeto, su uno sgabello accanto a me.
Strinsi convulsamente la tazza e la prosciugai del suo contenuto. Durza me la riempì nuovamente e non smise un attimo di scrutarmi con gli occhi penetranti che ben ricordavo.
Restituii lo sguardo con intensità ancora maggiore, incapace di fissarlo su un qualunque punto del suo corpo per più di qualche istante consecutivo. Volevo guardarlo nella sua interezza eppure ogni dettaglio mi distraeva. Un po' come aveva fatto la cattedrale di Dras-Leona la prima volta che l'avevo osservata alla luce del giorno.
«Non è un sogno, vero?» mormorai. «O una visione? Non sei il trucco di qualche mago malvagio, qualcuno che vuole incastrarmi?»
Lo Spettro abbassò gli occhi con aria infelice. «Sono io in carne e ossa. E te lo posso provare; ricordo tutto quello che ci è accaduto prima che il cavaliere venisse a Gil'ead. La notte che ti ho catturata, le settimane passate a torturarti, la nostra alleanza, la prima volta che abbiamo fatto l'amore..»
E parlò per lunghi minuti, riesumando dettagli che solo il vero Durza poteva effettivamente conoscere. La mia diffidenza si dissipò, ma quando cercò di sfiorarmi la mente, mi rinchiusi categoricamente in me stessa, impedendogli l'accesso.
Visto il mio atteggiamento sospettoso, decise di passare al vero e proprio resoconto.
«Quel giorno, mentre mi scontravo con il Cavaliere, avevo lasciato un po' troppo spazio ai miei spiriti ed ero piuttosto coinvolto nella loro violenza. Il ragazzo era riuscito ad entrare nella mia mente e allora loro tre hanno fatto un incantesimo. Non credo di riuscire a capire cosa, ma quando l'ho colpito alla schiena, ho riversato nelle sue ossa una sorta di maledizione, qualcosa che lo avrebbe fatto soffrire a lungo».
Annuii, ricordando gli attacchi di dolore di Eragon.
«Il tuo arrivo con il drago mi ha distratto» continuò lui. «Sono tornato in me, ma ormai era troppo tardi. Ho a malapena visto l'ombra della spada del Cavaliere, poi mi sono sentito come tirare per il mantello e la lama mi è penetrata tra le costole, trapassando anche la placca di metallo, e perforandomi un polmone. Mi sono sentito strappare le membra in mille pezzi e tutto è finito nel nulla, com'era già successo a Gil'ead». Si strofinò le costole, un poco a disagio.
«Ti ha colpito al cuore» lo contraddissi, in un sussurro strozzato. «Ti ha colpito al cuore e tu sei morto. Ho visto i tuoi spiriti uscire da te e disperdersi nell'aria. Il tuo corpo è diventato polvere e..» mi interruppi. La mia voce si era spenta e la mia testa era piena d'aria. Temevo di svenire da un momento all'altro e mi concentrai per qualche secondo sul movimento delle mie, di costole, perché sembravo avere disimparato a respirare.
Durza fece l'espressione di qualcuno che è sul punto di vomitare. «Già. Deve essere quello l'ultimo ricordo che hai di me, ma non è andata così». Bevve una buona sorsata della sua tazza e io lo imitai. «All'improvviso ho sentito di nuovo dolore, un dolore atroce, paragonabile solo a quello che ho sentito quando mi sono rigenerato, a Gil'ead. È iniziato dalla testa e poi si è diffuso in tutto il corpo; ed era strano perché prima che il dolore le raggiungesse non ero certo di avere tutte quelle parti del corpo, come se comparissero mano a mano che scendeva. Per farla breve: mi sono ritrovato sotto a quella maledetta pietra a forma di rosa -di nuovo intatta-, solo e senza abiti. Mi ha recuperato un tale che sembrava passare di lì per caso. Non ha fatto commenti sul mio aspetto, mi ha dato il suo mantello e mi ha portato qui, a casa sua. Ha detto di chiamarsi Tenga, di essere in viaggio e di conoscere una persona che doveva essere mia amica e che si faceva chiamare Aiedail». A quel punto alzò gli occhi su di me, con fare interrogativo.
«Lei non c'è più» rantolai, sopprimendo un singhiozzo.
Durza si afflosciò su se stesso e chiuse gli occhi. «Lo so».
Si alzò in piedi, rovistò in un cassetto e tornò con un pezzo di carta così sgualcito da rendere indubbie le molteplici riletture che aveva subito. Stirai la lettera -perché di quello si trattava- con mani tremanti e iniziai a leggere.

Durza, amico mio, ti scrivo questa lettera per dirti un paio di cose che ti saranno necessarie per sopravvivere.
Primo: cambia la tua fisionomia e fa' in modo di poter essere scambiato per un umano.
Secondo: Non rivelare a nessuno la tua identità -Tenga sa già tutto- e rimani nascosto.
Terzo: Presentati ogni notte sotto lo Zaffiro Stellato e rimani lì da mezzanotte alla quarta ora del mattino. Quando arriverà la persona che stai aspettando sono più che certa che la riconoscerai, ma se non si presentasse nel giro di due settimane, scappa, vai più lontano che puoi e se gli dei esistono che abbiano pietà della tua vita infelice e della tua solitudine.
Quarto: Sono successe parecchie cose dall'ultima volta che hai camminato sul suolo di Alagaësia; Tenga potrà dirtene alcune, altre te le racconterà Arya, quando e se verrà.
Quinto: Non credo che ci rivedremo mai più e occupo questo ultimo punto per prendere finalmente congedo da te, in pace. Ti ho voluto molto bene, Durza, e per anni sei stato tutta la famiglia che avevo. Di questo ti ringrazio infinitamente, perché eri simile a me e perché mi sono davvero sentita a mio agio in casa tua.
Ho compiuto diverse ricerche negli ultimi mesi e, se tutto andrà come credo, entro breve tu avrai preso il mio posto. Tenga mi ha aiutata molto in tutto ciò e credo che senza il suo aiuto e quello della Venerabile non sarei mai riuscita ad elaborare il corretto incantesimo. Se ti stai chiedendo chi siano costoro: temo di non riuscire a risponderti completamente.
Tenga non parla mai di sé, nemmeno se incoraggiato a farlo, ma da quello che ho scoperto nei mesi passati con lui, posso supporre che egli sia forse l'ultimo esponente di una razza antichissima e potente: il Popolo Grigio. Conosce la magia ad un livello profondissimo e mi ha insegnato quasi distrattamente incantesimi che potrebbero portare rovina ovunque. Mi ha detto che saprà quando farsi trovare da te e che dopo se ne andrà, ma non so quale sarà la sua meta, né lui sembra intenzionato a condividerla con me.
In ogni caso, guardati da lui. Sembra un vecchietto un po' folle, ma è un essere pericolosissimo e sopratutto imprevedibile. So che sta cercando il Nome dei Nomi e non escludo che ci riesca prima o poi, come non mi stupirei se, in futuro, riuscisse a creare più problemi lui di quanti ne ha creati Galbatorix.
Riguardo alla Venerabile, so che adesso si fa chiamare Angela l'erborista, ma che in passato è stata Silvarì l'Incantatrice e che ancora prima aveva altri nomi. Dalle tue descrizioni, suppongo che sia la stessa donna che ti ha impedito di uccidere Ajihad e ti ha rovinato la spada, colei che mi hai detto essere stata per decenni, l'oracolo sotto Ilirea. Guardati anche da lei, perché è pericolosa quanto Tenga, anche se molto più saggia ed equilibrata.
Tornando al discorso originario: Angela mi ha suo malgrado fatto capire che il tempo e lo spazio possono essere plasmati e modificati a piacimento, anche se con un grosso dispendio di energie. Tenga mi ha messo tra le mani la soluzione finale: ora so come viaggiare nel tempo e come modificare avvenimenti passati, anche se io, con la mia sola energia, non potrei mai compiere grandi cambiamenti.
Non so se ricorderai il giorno della tua morte, Durza, ma sappi che se qualcuno ti avesse afferrato il mantello e ti avesse spostato di pochi pollici, il colpo del Cavaliere ti avrebbe semplicemente sfiorato il cuore, per poi permetterti di rigenerarti. E pensa se qualcuno fosse comparso al tuo fianco, ti avesse tirato di lato, avesse creato l'illusione della fuga degli spiriti dal tuo corpo, per poi tornare, dodici ore dopo la tua scomparsa, nel luogo della tua presunta morte, per trasportare il tuo corpo rigenerato in quello che per te sarebbe un futuro? Si tratta di fare piccoli saltelli nel tempo e in sé non sarebbe un incantesimo mortale, e potrei benissimo sopravvivere con l'energia che spero di ottenere dall'albero di Menoa, ma ho capito che ci sono regole che la natura stessa non permette di rompere. Una vita per una vita.
Mi sembra un prezzo piuttosto onesto.
Perché lo faccio?
Perché questo non è il mio posto, non più. Nonostante tutto l'affetto che mi avete dato tu, Arya e un'altra piccola personcina, una ferita dentro di me non si è mai richiusa: la morte di Solus mi ha distrutta e ha portato con sé un pezzo di me che non tornerà mai più.
Alla fine l'ho scoperto, il modo per farla tornare in vita. Ma poi ho realizzato che non si è mai trattato di lei, ma solo di me. Volevo riavere la mia gemella perché ero sola, questo era il punto, non si è mai trattato di volerle dare una seconda occasione, ma solo e unicamente di me stessa. Se l'avessi davvero riportata in vita l'avrei condannata all'infelicità, costretta in un'esistenza che avrebbe considerato sacrilega ed immorale, ogni istante sarebbe stato una sofferenza per lei e prima o poi si sarebbe privata di ciò che io ho cercato tanto a lungo di restituirle.
So che in parte comprenderai questo mio egoismo e l'idea mi consola, mi fa sentire meno smarrita per la decisione che ho preso. Un'altra speranza è che tu sia ancora lo stesso uomo che ho lasciato a Gil'ead, dalla morale elastica e dal cuore forte, perché altrimenti ciò che ti darò sarà una condanna almeno quanto lo sarebbe stato per Solus.
Ti prego, accetta il mio dono -o la mia maledizione- e vivi per me e la mia gemella. Qualcuno ha bisogno di te, in questo presente, costruisci la tua felicità con le persone che ami, perché senza di loro non sei niente.
Per sempre tua amica,
Alba.
Ps: La mia scoperta morirà con me; credo che nelle mani sbagliate sarebbe troppo pericolosa, anche se suona molto ridicolo detto da me.
Pps: Ricorda ad Arya che mi deve un favore. Un altro piccolo pensiero egoistico, ma credo di meritarmelo. Ah e dille che, nonostante tutto, non è la frigida altezza reale che credevo. Le colpe di sua madre non sono le sue, e non mi deve nulla.


Riposi la lettera e una lacrima cadde dalle mie palpebre, andando a infrangersi contro la mia mano. Nel silenzio il suono fu quasi assordante.
«Mi ha riportato in vita» disse Durza con la voce che tremava. «Quando ho letto queste parole per poco non mi sono ucciso dalla paura».
«Progettava tutto da mesi.. Io l'ho aiutata senza saperlo, le ho suggerito di tirarti per il mantello, l'ho lasciata tornare da Tenga senza farle domande, non ho interpretato la sua malinconia, ho ascoltato le sue raccomandazioni distrattamente.. Io ho creduto che stesse impazzendo».
Lo Spettro alzò un sopracciglio. «Non vi ricordavo così amiche» osservò.
«Questa è una lunga storia».
«E io vorrei che tu me la raccontassi».
Scossi la testa lentamente. Alba era morta perché io non ero stata abbastanza intelligente da capire i velati indizi che mi aveva mandato a più riprese.
La promessa di non tentare di resuscitare Solus.. Mi era sembrata serena quando aveva pronunciato quelle parole. Era perché aveva già deciso di sacrificare la sua vita perché mia figlia potesse avere un padre.
Le lunghe conversazioni con Angela, le parole della Venerabile quando aveva ucciso le Ombre a Dras-Leona, quelle del suo incantesimo quando aveva salvato mia figlia.. Tempo. Era una soluzione semplicissima eppure dispendiosa.
E Alba aveva dovuto attingere all'albero di Menoa per realizzarla.
In quel momento mi era tutto chiaro. E la perdita di Alba era più amara che mai.
Alzai gli occhi dalla lettera e incontrai le pupille verticali di Durza. Ancora era tutto irreale, troppo irreale per poterlo prendere in considerazione.
Perché lui? Non era giusto che lui vivesse e altri mille no.
«Che avevi in mente il giorno in cui.. in cui sei morto?»
«Stavo cercando te. Il re mi aveva ordinato di inseguire il Cavaliere e io mi ero reso conto che il mio vero nome era cambiato, perché riuscivo ad oppormi ai suoi ordini. Così ho finto di ubbidirgli e sono venuto qui con l'idea di prelevare te, il cavaliere e il figlio di Morzan e portarvi con me ad Uru'baen, dove in qualche modo avrei trovato il modo di sconfiggere Galbatorix, una volta che fosse rimasto distratto da tre prede così interessanti. E a tal proposito..»
«Lo so».
«Lo sai?»
«So degli Eldunarí. Ce n'erano altri nascosti a Vroengard ed è con il loro aiuto che Eragon è riuscito a spingere Galbatorix al suicidio».
«Che fine ingloriosa» disse con disprezzo. «Se la meritava tutta. Ma che ne è stato degli Eldunarí? Nonostante i miei sforzi, non ricordo il metodo con cui avrei dovuto distruggerli e mi sento parecchio idiota».
Aggrottai la fronte. «Eragon ha lasciato Alagaësia e li ha portati con sé. Potrebbero aver lanciato un incantesimo di memoria, dato che lo avevano già fatto per nascondere la loro esistenza a Vroengard». Socchiusi gli occhi con sospetto. «Non starai pensando di riprendere in mano il tuo vecchio piano ed impossessarti degli Eldunarí, vero? Non funzionerebbe. Eragon ha dalla sua anche il Nome dei nomi, non credo che ci sia qualcuno, in Alagaësia o fuori, che sia in grado di batterlo».
Durza sorrise. «Vedo che in fondo non mi hai mai dimenticato. Non temere, non ho intenzione di commettere sciocchezze, ma vorrei farti ragionare sulle tue stesse parole: nessuno è in grado di battere Eragon. Ti ricorda niente?»
«Eragon non è Galbatorix. È una delle persone più moralmente integre che io abbia mai conosciuto e non si lascerà scivolare nelle tenebre» risposi con sicurezza.
«Hai conosciuto molto bene il mio assassino a quanto vedo..»
Alzai il mento. «Mi ha corteggiata per mesi».
Durza chinò il capo. «E tu?»
«L'ho respinto» ammisi. «Ero ancora legata a te. Su questo hai ragione: non ti ho mai dimenticato».
«Un ciclo» disse, assorto. «Siamo al ripetersi di un ciclo. Non vedi? Anche la tua vita è un ciclo: l'uomo che uccide il tuo amato è poi destinato a diventare il tuo corteggiatore».
«Smettila».
«Prova a prendermi sul serio, Arya. Eragon ha assunto il ruolo di Galbatorix, ed è un tiranno buono, d'accordo, ma immagino che prima o poi dovrà morire. Che ne sarà degli Eldunarí a quel punto? Passeranno al nuovo capo dei cavalieri dei draghi, suppongo, e così via, nei secoli e nei millenni, fino a che non capiteranno tra le mani di una creatura che coverà lo stesso seme di follia di Galbatorix. E allora?»
«Allora niente. Pace e guerra sono nel ciclo naturale delle cose e per quanto possiamo cercare di evitare la guerra, essa tornerà sempre, inevitabilmente. È una cosa che possiamo solo accettare».
«Tu hai sacrificato la tua vita per porre fine ad una tirannia che sai già che ritornerà?»
«Sì. Io ho speso tutta la mia vita in questo perché altrimenti la tirannia sarebbe stata eterna. Non dico che non ritornerà, ma almeno con le nostre azioni abbiamo regalato un momento di pace. È come salire e scendere una scala, all'infinito. Tutto ciò che ha fatto la ribellione è stato salire di un gradino».
Aggrottò la fronte. «Abbiamo sofferto così tanto per un gradino?»
Annuii. «Temo di sì».
Si riempì nuovamente la tazza di vino. «Diamine, preferivo non saperlo».
«Che suggerimento avresti? Riguardo al troppo potere di Eragon, intendo» indagai.
Scosse la testa. «Non ne ho. Distruggere gli Eldunarí sarebbe sciocco credo, non si sa mai quali forze superiori esistano oltre al mare. E se qualcuno minacciasse Alagaësia, suppongo che Eragon interverrà per il meglio, almeno per ora. Ma credo che sarebbe un bene che il Nome venisse dimenticato dopo la morte del Cavaliere, è troppo pericoloso».
Non gli dissi che anche io possedevo quell'informazione. «Non ti ricordavo interessato al benessere generale».
«Sono vivo e dovrò viverci, in queste terre, quindi vorrei campare un paio di secoli in pace» disse, guardandomi con espressione indecifrabile. «Immagino che i nostri progetti non siano più validi».
Tremai.
«Ora sei regina, cavaliere di drago. Hai un sacco di responsabilità e ruoli importanti» proseguì, scostando lo sguardo. «Nessuno dovrebbe essere costretto a mantenere le promesse fatte ai morti».
Tacqui.
«C'è un altro uomo?»
«Non essere ridicolo» ribattei con asprezza. «Ti ho già detto di no».
Incassò la testa nelle spalle. «Dunque che ne sarà di noi adesso?»
«Non posso fingere che gli ultimi mesi della mia vita non siano mai passati, Durza. In confronto, quei tre mesi di felicità che io e te abbiamo speso insieme sembrano di una tale piccolezza..»
Lo Spettro annuì bruscamente. «Forse Alba avrebbe fatto meglio a lasciarmi nelle ombre».
«Non voglio che tu..» muoia di nuovo. «Ho bisogno di tempo per capire cosa sta succedendo qui» finii per dire.
Fece un gesto vago. «Salvo nuovi imprevisti dovrei avere parecchi secoli».
Non fugai i suoi dubbi, non sapevo nemmeno io cosa sarebbe accaduto da quel momento in poi, ma ero certa che c'era almeno un particolare che avrei dovuto confessargli.
«Devo dirti una cosa. Riguarda la promessa che ho fatto ad Alba».
Gettò uno sguardo fugace alla lettera abbandonata sul tavolo. «Riguarda anche me?»
«Me, te.. Alba ha dato la vita perché a noi tre fosse concessa una seconda possibilità, quindi direi che le dobbiamo almeno un favore».
Annuì. Poi parve ripensare alle mie parole e i suoi occhi si strinsero nel dubbio, poi si dilatarono nella consapevolezza. «Tre?»
Le labbra mi tremarono quando le separai per sorridere. «Ha i tuoi capelli. Avrei dovuto dirtelo quando siamo tornati a Gil'ead, ma non ne ho avuto la forza. Ho creduto che sarebbe cresciuta senza un padre, e io non potevo abbandonare la mia battaglia, così ho fatto del mio meglio, ma finora non sono stata migliore di mia madre».
Mi interruppi quando mi resi conto che Durza aveva smesso di respirare, l'intero volto deformato in un'espressione sconvolta. «Noi..?»
«Il favore che devo ad Alba riguarda lei. Non volevo darle un nome, non sapevo decidermi e così lei ha preso a chiamarla Aiedail, sostenendo che era un bel nome da dare ad una bambina e che le dava speranza. Quindi immagino che ora.. Nostra figlia si chiami Aiedail».
Durza imprecò oscenamente, poi deglutì e infine mi guardò negli occhi. «Non è vero» sentenziò. «Diamine! Ho perso così tanto» aggiunse subito dopo. «Dov'è?» balbettò infine.
Non ci avrebbe creduto fino a che non l'avesse vista con i suoi occhi, e forse nemmeno allora. Deve essere dura addormentarsi, svegliarsi all'improvviso e ritrovarsi -nel giro di poco più di una settimana- con tutti gli equilibri sconvolti e una figlia che non sapevi di avere concepito.
«L'ho affidata ad una balia, non sapevo chi avrei dovuto incontrare e volevo lasciarla al sicuro».
«Ah».
«Posso portarla qui se vuoi» gli proposi dolcemente.
Scosse violentemente la testa. «Aspetta. Aspetta un attimo». Si massaggiò le tempie. «Arya non voglio apparirti rude o idiota, ma ho bisogno che prima tu mi racconti tutto. So che ho perso molte cose e Tenga ha già provveduto a raccontarmi i fatti principali avvenuti in Alagaësia, ma ora voglio sentirlo da te, tutto quello che hai fatto dopo Gil'ead, inclusa la parte in cui diventi una cacciatrice di Spettri». E concluse la frase con un sorriso abbozzato.
Così gli raccontai tutto. Quasi tutto. C'erano segreti che avevo promesso di mantenere e non li avrei mai offerti a nessuno, se non fosse stato necessario, nemmeno a Durza.
Parlai fino all'alba e poi fino a mattino inoltrato. Lo Spettro si alzò solo per andarmi a prendere dell'altro vino e idratare la mia gola secca per il lungo parlare, poi sedette nuovamente sullo sgabello accanto a me.
Quando finalmente chiusi la bocca, Durza aveva l'espressione confusa di chi ha ricevuto troppe informazioni tutte insieme e sta cercando disperatamente di riordinarle nella propria mente.
«Mi dispiace tanto» disse alla fine.
«Per essere morto?»
«Per essermi fatto sconfiggere come un idiota e averti lasciata da sola ad affrontare tutte quelle difficoltà».
«Me la sono cavata, no?» mi difesi.
«Splendidamente. Molto meglio di quanto sarei mai riuscito a fare io» disse.
Tacemmo per lunghi minuti, ognuno immerso nei propri rumorosi pensieri, poi la presenza dello Spettro mi risucchiò come un vortice e le mie riserve si sciolsero un poco. E se mi fossi risvegliata all'improvviso? Avrei potuto sopportare un simile dolore? Forse era meglio mettere subito fine all'illusione.
Allungai una mano e gli accarezzai la nuca, facendo scivolare le dita tra i suoi corti capelli rossi. Durza non scomparve, e mi sfuggì un sospiro di sollievo.
Mi sfiorò il braccio, guardandomi con tenerezza mista a pietà e ammirazione. «Posso baciarti, Principessa?» domandò stupidamente.
Mi chinai in avanti sullo sgabello, fino a portare il viso all'altezza del suo, poi mi spostai di pochi pollici e toccai le sue labbra. Erano sottili, screpolate e sapevano di menta. Non sapevo se scoppiare a ridere o a piangere.
Lo Spettro socchiuse languidamente gli occhi e rispose al mio bacio, assecondando l'esasperante lentezza con cui assaporavo la sua bocca, con la prudenza di chi ha paura di rompere un oggetto prezioso.
Feci scivolare i polpastrelli sul suo volto, saggiandone la concretezza. Percorsi la linea delle folte sopracciglia, il naso severo, la curva decisa della mascella e della mandibola. Poi li spostai sul suo collo. Durza rabbrividì e io sentii il corpo accendersi di scintille.
Il suo calore e il suo odore mi avvolsero completamente e il tocco incerto delle sue mani sulla mia vita mi fece tremare.
All'improvviso volevo afferrare i suoi capelli rossi e baciare le sue labbra sottili con più violenza di quanta ne avessi mai messa in tutte le battaglie da me combattute, affondare le dita nella sua pelle e stringere a me il suo corpo nudo, fino a distruggere quel bellissimo sogno o togliere ogni dubbio sul fatto che non fosse fatto di ombre del passato, ma di carne e sangue.
«Mi sei mancato immensamente» ansimai, stringendogli la testa tra le mani, senza fiato per lo sconvolgimento che si agitava dentro di me.
«Anche tu» soffiò, quasi stordito.
Tornai a baciarlo, leccando le sue labbra e invitandolo a separarle. Mi graffiai la lingua contro la punta dei suoi denti e il sapore di sangue si mescolò a quello di menta, mentre i suoi occhi si spalancavano su di me, cupi e indagatori. Un vuoto mi scavò lo stomaco.
Lo Spettro mi strinse come per abbracciarmi, ma non era un abbraccio che volevo. Lo tirai giù dallo sgabello e entrambi scivolammo a terra.
Mi staccai dalle sue labbra e gli strappai la casacca di dosso, con malagrazia. Durza mi restituì un'occhiata perplessa e un poco preoccupata, vagamente simile a quella che aveva avuto la nostra prima notte a Dras-Leona, eppure, quando gli sbottonai la camicia, lui scosse bruscamente le spalle, facilitandomi nell'impresa e facendola scivolare via. Nessuna cicatrice spiccava sulla sua pelle pallida, non c'era alcun segno del punto in cui Eragon lo aveva colpito. Lo toccai, poi mi sporsi a baciarlo di nuovo, per nascondere il tremito delle mie mani.
«Arya non è necessario» mi informò lui, insinuando al contempo le mani sotto il mio farsetto e sfilandomelo faticosamente dalla testa.
«Ti desidero» replicai, premendo una mano contro il suo petto, spingendolo all'indietro sulla schiena e spogliandomi a mia volta. Lo Spettro non rimase ad aspettare che finissi da sola.
Sorrise alla vista del medaglione a forma di sole che mi pendeva tra i seni e, dopo aver attorcigliato la catenella tra le dita, finì per lasciarlo dov'era.
Le sue mani vagarono leggere sulla mia pelle e a quel tocco io mi sentii rinascere, come se effettivamente tornassi a vivere dopo mesi di mera sopravvivenza. Riempii le sue spalle di baci frettolosi, poi il viso, il collo, il torace; assaggiai voracemente il sapore della sua pelle.
Ma non avevo il tempo, la pazienza, il bisogno di esitare oltre in quelle tenerezze.
Sentii un lieve bruciore quando lo guidai dentro di me. Sussultai, ma il fastidio scemò prima che riuscissi a lamentarmene.
Durza strinse le dita sui miei fianchi fino a farmi quasi male alle ossa e gettò il capo all'indietro, gemendo scompostamente e strisciando i capelli rossi nella polvere.
Mi mossi su di lui, puntellando le mani a terra e baciando talvolta la sua gola scoperta e le sue labbra, spegnendo i suoi gemiti contro la mia bocca.
Precipitai in una voragine di emozioni, dove tutto svaniva a favore di Durza, che finì per incatenare gli occhi sgranati ai miei, per non lasciarli più andare. Persi totalmente la percezione di me stessa nelle spire cremisi delle sue iridi, che grondavano di gioia feroce, e il piacere che mi invase fu talmente intenso che fui costretta a premermi una mano sulla bocca per non gridare.
Lo Spettro scoprì i denti aguzzi e si abbandonò con un singulto. Mi sciolsi da lui e gli caddi addosso, tremante di soddisfazione.
E a quel punto realizzai diverse cose tutte insieme: che il corpo aderente al mio era rovente, che il cuore che lo irrorava di sangue batteva irregolare -come un tamburo colpito distrattamente- sotto il mio orecchio, che le dita ruvide che giocavano con i miei capelli e disegnavano pigri cerchi sulla mia schiena nuda mi erano familiari almeno quanto le mie, che l'odore di menta del suo respiro mi invadeva prepotentemente le narici.
Avevo appena giaciuto con Durza. E Durza era vivo.
Una strana sensazione mi si strinse alla gola, al punto di farmi sentire sopraffatta. Era un’emozione incontenibile, una via di mezzo tra tenerezza e commozione. Un singhiozzo mi scosse le spalle, poi un altro, poi gli argini del mio orgoglio si ruppero e scoppiai definitivamente a piangere, inondando in suo petto di lacrime.
Lo Spettro mi avvolse completamente nelle sue braccia. «Io ti amo» bisbigliò.
E me lo ripeté all'infinito, come una dolce litania, fino a che le parole non persero il loro significato e i miei singhiozzi lo contagiarono.
Così ci ritrovammo a piangere come due sciocchi, aggrappati l'uno all'altra, quasi temendo che una voragine improvvisa potesse aprirsi sul grezzo pavimento di terra, separandoci una seconda volta.
Durza era vivo. Forse avrei faticato ad accettarlo, ma era così. E non ero né inorridita né disgustata.
Avevo passato infinite sofferenze, ma non avevo mai smesso di amarlo e in quel momento stavo semplicemente scoppiando di gioia e di incredulità
Durza era vivo. Avrei potuto baciare infinitamente le sue labbra e ridere di nuovo alle sue sciocchezze. Mia figlia avrebbe avuto un padre a crescerla e io un compagno a darmi affetto.
Durza era vivo, per il Wyrda di Alagaësia, Durza era vivo!

Ci alzammo dal pavimento solo quando i nostri corpi cominciarono a raffreddarsi. Ci rivestimmo e restammo abbracciati ancora per lunghi minuti, mischiando capelli, lacrime e respiri.
«Credo sia ora di presentarti qualcuno» mormorai infine, schiudendo le labbra in un sorriso.
La mia bambina gorgogliò di gioia quando mi rivide arrivare e tese le manine per farsi prendere in braccio. La condussi con me alla casetta dove mi aspettava Durza, cullandola dolcemente e sussurrandole qualcosa a proposito del padre che stava per conoscere.
Lo Spettro era seduto sullo sgabello dove lo avevo lasciato e si stava asciugando i palmi delle mani sui pantaloni.
Gli sorrisi, intenerita dal suo atteggiamento teso e dall'espressione emozionata che assunse non appena posò gli occhi su sua figlia.
«Lei è Aiedail» mormorai.
Durza tese le mani e io gli misi la bambina tra le braccia.
Lo Spettro scrutò il visetto pallido di Aiedail a lungo e lei lo guardò con i suoi speciali occhi diversi, con curiosità. Era tranquilla e una scintilla di consapevolezza sembrava accendere il suo sguardo, come se in qualche modo sapesse perfettamente chi la stesse tenendo.
«Ciao piccolina» disse poi Durza, scompigliando i sottili capelli della bambina, rossi come i suoi. «Sono tuo padre. Sei uguale alla tua mamma e sei bellissima».
Rise deliziato quando Aiedail borbottò imbronciata, poi alzò la testa e mi guardò, gli occhi sgranati, smarriti, commossi.
«Arya», gracchiò, «è..»
Mi sporsi a baciarlo sulle labbra. «Lo so».
Restammo seduti al tavolo per lunghi minuti. Se io non riuscivo a smettere di guardarlo e toccarlo per accertarmi che fosse reale, Durza pareva incapace di staccarsi da Aiedail. Se ne era innamorato, indubbiamente.
Poi alla fine la piccola si addormentò e lo Spettro la depose gentilmente nella sua culla. Lo sguardo adorante che mi rivolse poco dopo lo conoscevo, lo avevo visto sui volti dei monaci, quando invocavano il loro dio a Dras-Leona, nei gesti che si scambiavano Roran e Katrina, nel sussurro disperato di Murtagh quando aveva lasciato le mani di Nasuada..
«Arya» bisbigliò Durza, posando le mani sulla mia schiena e attirandomi a sé.
Mi abbracciò, mi sollevò da terra e mi depositò sul basso pagliericcio a poche iarde di distanza.
Sentii la pelle fresca della sua mano quando mi aprì il farsetto e mi strinse un seno da sotto la fascia, baciando al contempo le mie labbra. Poi spostò la bocca all'altezza del mio orecchio e mormorò una serie di sfacciate e sensuali promesse che mi fecero fremere di desiderio.
Una scia di baci scivolò sul mio collo, sul petto, sullo stomaco.. Lo Spettro non si fermò e i suoi capelli mi solleticarono le cosce. Mi ritrovai con entrambe le mani strette sulla bocca, nel goffo tentativo di bloccare i sospiri.
Prima che il sole salisse a picco per il mezzogiorno, facemmo l'amore altre due volte.
Durza posò la testa sulla mia spalla e chiuse gli occhi, asciugando con il suo respiro affannato il sudore che mi velava il collo. Esausta e ancora incerta su quanto fosse reale e quanto parte di un bellissimo e crudele sogno, voltai il viso a guardare i capelli rossi della mia bambina, mentre quelli del padre mi scivolavano tra le dita della mano destra.
Le mie due fiaccole.

[Durza]
Non appena si mosse per rivestirsi sentì la schiena bruciargli per i segni sanguinolenti che dovevano avergli lasciato le unghie della sua amante. Possibile che, con quelle unghie corte e rovinate, fosse riuscita a graffiargli la pelle a tal punto?
Li avrebbe cancellati con la magia, ma il lieve dolore portava con sé piacevoli ricordi, quindi preferì tenerseli. Rievocò gli occhi lucidi di Arya, i suoi capelli di tenebra che lo coprivano come la notte mentre era chinata su di lui, la stretta convulsa delle sue mani, la forza delle sue labbra mentre le premeva sulle sue, la voce arrochita che mormorava il suo nome e lo supplicava di prenderla di nuovo.
All'inizio aveva pensato anche di fermarla, perché più che desiderio, lo sguardo smarrito dei suoi occhi scatenava la sua pietà. Avrebbe voluto cullarla dolcemente, non stringerla nella presa della passione. Eppure lo aveva toccato e baciato con abbandono, bella come una dea, e alla fine lui aveva ceduto completamente al bisogno di averla sua.
Non lo aveva mai amato con così tanto ardore, mai.
Per lei sei morto un anno fa, idiota. Si rimproverò spietatamente.
Ma era la verità. Per lui era passata poco più di una settimana da quando aveva visto Arya l'ultima volta, invece erano trascorsi mesi su mesi. Un anno intero.
E in quell'anno era successa un'infinita quantità di cose, ovviamente. Il tempo non si era fermato per lui, lo aveva semplicemente buttato fuori e poi recuperato un po' più avanti, come se nulla fosse mai stato. Era tornato alla vita, ma era rimasto indietro.
Non aveva visto la propria donna per otto giorni e, quando era tornata da lui, l'aveva ritrovata fragile e provata, spaventata e profondamente cambiata.
E aveva una figlia. Non l'aveva vista nascere, non l'aveva vista crescere, non era stato vicino a sua madre mentre la portava in grembo.
Quando aveva visto Arya avvicinarsi sospettosa a lui, la notte precedente, aveva riconosciuto nelle sue movenze e nei suoi atteggiamenti la stessa donna che aveva lasciato per farsi un viaggetto tra i morti. Il suo primo istinto era stato quello di stringerla tra le braccia e affogare nell'odore della sua pelle, ma non appena lei l'aveva respinto aveva immediatamente capito che non poteva essere così facile come aveva sperato.
L'elfa aveva vissuto e sofferto senza di lui e, in confronto, il tempo passato insieme era una bazzecola insignificante.
Aveva ascoltato il racconto delle sue peripezie con la bocca spalancata dallo stupore, chiedendosi come una persona sola potesse sopportare tante pressioni. Certo, c'erano cose che Arya si era guardata bene dal rivelargli, lo aveva percepito.
«Ci sono segreti che ho promesso di mantenere e rivelare solo in caso di estrema necessità. E questo non è un caso di estrema necessità» aveva replicato freddamente, non appena glielo aveva fatto notare.
Certo. In fondo era sempre lei.
Il suo più grande timore era che non riuscisse ad accettarlo mai più nella sua vita, dato che il suo ritorno era opera di un incantesimo di magia nera. Non voleva dirle addio e non voleva dire addio a sua figlia.
Al suo risveglio sotto alla pietra a forma di rosa, aveva effettivamente creduto di essersi rigenerato dopo un colpo stranamente deviato.
Poi era arrivato quel bizzarro ometto di nome Tenga, gli aveva gettato un mantello addosso e lo aveva intimato di seguirlo. Lo aveva assecondato, troppo spaventato e confuso per potersi rifiutare.
L'uomo non aveva speso molte parole con lui, aveva detto di chiamarsi Tenga, di avere fatto un favore ad un'amica e che doveva assolutamente ripartire per una meta che si rifiutò di rivelare. A quel punto Durza aveva chiesto spiegazioni e l'uomo ne aveva fornite. Secche e raggelanti.
«Tu sei morto da un anno. Un cavaliere e un drago hanno ucciso un re e adesso c'è una donna sul trono. E nessuno che voglia dirmi il Nome! Bah!»
Aveva provato ad insistere, ma era palese che l'uomo non sapesse granché. Sembrava aver vissuto per anni nel più totale isolamento e non sapere nemmeno con certezza chi fosse Galbatorix.
Gli aveva messo distrattamente nelle mani una lettera e poi se n'era andato, per non tornare più. Dopo aver letto le parole di Alba, lo Spettro era inorridito ed era andato nel panico più totale.
Era rimasto chiuso in quella casa per un giorno, fino a che non si era deciso ad uscire nella notte per rubare qualche vestito e qualcosa da mangiare. Aveva presto realizzato che era circondato da nani e che di umani ce n'erano ben pochi, così aveva impiegato altre due notti di pellegrinaggio prima di trovare dei vestiti, anche se corti per lui, in una casa che pareva abbandonata.
Poi aveva cominciato a raccogliere informazioni. Piano, piano, discretamente, sfiorando qualche ignara mente qua e là.
La gente raccontava la scena della sua morte ad opera del grande Cavaliere, la scomparsa di Ajihad e la guida assunta da sua figlia, il tradimento del figlio di Morzan, le campagne militari, l'alleanza con gli Urgali, l'uccisione dei Ra'zac, Roran fortemartello, l'attacco ad Uru'baen, la scomparsa di Galbatorix, la nuova regina, la nuova regina degli elfi..
Alla fine aveva saputo tutto.
E non sembrava possibile che qualcosa di simile fosse avvenuto mentre lui era semplicemente scomparso.
Aveva riletto la lettera di Alba infinite volte. Aveva pianto, vergognandosi di sé come mai prima, perché non piangeva da quando era un ragazzo e si era ripromesso di non rifarlo mai più.
Quello che la sua amica aveva fatto sembrava incredibile e impossibile allo stesso tempo: era tornata indietro, lo aveva spostato dalla traiettoria dell'arma del Cavaliere e poi si era spostata di una dozzina d'ore, prelevandolo dal passato e portandolo nel presente. Un ultimo sforzo che le era stato fatale.
Le spiegazioni complete erano venute con Arya. Era lei che aveva aspettato per il resto della settimana, aggrappandosi disperatamente alla piccola scritta del suo nome, nella lettera di Alba.
Avevano giaciuto insieme, ma lei non gli aveva dato il beneficio di nessuna garanzia per il loro futuro. Era diventata una donna potente e influente e non poteva e non voleva pretendere che si allontanasse da tutto solo per poter giocare alla famigliola felice con lui.
Durza sentì le lacrime pungergli gli occhi e si infuriò con se stesso, perché sapeva di non averne alcun diritto. Non aveva il diritto di soffrire, non aveva il diritto di piangere il passato perduto, non aveva il diritto di temere il futuro. Non aveva nemmeno il diritto di guardarla, non dopo tutto quello che aveva dovuto affrontare.
Se solo non l'avesse abbandonata nella sua cella, quella notte..
Se solo non si fosse lasciato trascinare dall'odio e dai sussurri degli spiriti, durante l'attacco al Farthen Dur..
«Oh, Durza» lo rimproverò Arya dolcemente. «Smettila o impazzirai».
Sarebbe stato il momento perfetto per fare una battuta sarcastica, ma non gli riusciva. Aveva a malapena la forza mentale per impedirsi di scoppiare in singhiozzi.
Ormai completamente rivestito, sedette di nuovo accanto a lei e la strinse, accettando di buon grado che lo sfiorasse con mani tremanti, quasi ad accertarsi che fosse ancora reale e non fosse sul punto di sparire.
«Ti amo» le disse. E avrebbe voluto dirglielo altre mille volte, perché le fosse chiaro quanto dolorosamente profondo e reale fosse lo struggimento che provava nei suoi confronti.
Arya crollò come un muro di vetro sotto un deciso colpo di martello.
Ascoltò le sue parole.
Le ascoltò, ma sapeva già tutto. Lo aveva visto sin dal primo istante, quando gli aveva abbassato il cappuccio del mantello e puntato la spada verde alla gola, aveva visto che qualcosa in lei si era spento e spezzato.
Ma la amava. La amava forse più di quanto l'avesse amata in passato.
L'amava e voleva aiutarla, voleva sostenerla, voleva colmare i suoi vuoti e recuperare il tempo perduto, renderlo una piccolezza di fronte ai lunghi decenni passati insieme; voleva baciare la sua bocca seria e asciugare le sue lacrime; voleva vederla sorridere alla loro bambina e sentirla dargli dell'idiota.
Questo.. e molto altro.
Ma non era affatto certo che anche lei avrebbe voluto.

[Arya]
Quando Durza mi ripeté quelle due piccole parole, sentii nuovamente qualcosa dentro di me crollare.
«Io sono malata» confessai.
«E non possiamo fare nulla per guarirti?» chiese allarmato.
Scossi la testa e gli occhi mi si colmarono di lacrime. «Sono malata qui dentro» specificai, ticchettando l'indice sulla fronte.
Durza parve confuso e anche un po' spaventato. «Cosa significa?»
«Sono pazza. Fuori di testa, instabile, matta come un cavallo. Vedo cose orribili dove spuntano i fiori; ho paura di dormire; sento le grida degli uomini che ho ucciso e rivivo il loro terrore e il loro dolore; trovo macchie di sangue nel più candido dei lenzuoli e sotto alle mie unghie, anche se le ho appena ripulite; il cibo ha il sapore di carne in putrefazione e ogni volta che mi allontano dalla mia bambina mi viene da vomitare perché sono certa che non la rivedrò mai più».
Sputai fuori tutto, come un torrente che rompe gli argini, facendo però attenzione a non lasciare cadere le lacrime sul mio viso.
Durza mi guardò dapprima sconcertato, poi inorridito, poi pietosamente e infine con tenerezza.
Mi baciò tra le sopracciglia. «Io ti amo».
«Tu ami la donna che hai lasciato un anno fa».
«E tu sei la stessa donna».
«No» negai con sicurezza. «Non riuscirai a nascondermi la mia condizione, non sono così mal ridotta da non accorgermene da me».
«Sei malata» disse con semplicità. «E io ti aiuterò a guarire».
«Troverò il modo di farti stare accanto a tua figlia senza che tu debba prenderti il carico gravoso di assistere una folle».
«Amo Aiedail, ma amo anche te e le tue non sono che scuse per nascondermi la verità. Lo so che hai i tuoi impegni e i tuoi doveri, ma per una volta potresti lasciare agli altri il compito di risolvere i problemi di tutta Alagaësia. Non voglio forzarti a lasciare la tua vita per me, Principessa, ma ti prego: permettimi di starti accanto, di scacciare i tuoi incubi e gli orrori, di condividere il tuo dolore. Permettimi di prendermi cura di te, anche nell'ombra, anche di nascosto se preferisci. Alba mi ha riportato in vita e non sprecherò questa mia seconda occasione lontano da te a meno che non sia tu ad ordinarmelo». Parlò con passione e con sicurezza, gli occhi puntati nei miei ricolmi di affetto disarmante.
Ma ciò che mi proponeva era irrealizzabile. Io avevo dei doveri verso me stessa, ma ne avevo prima di tutto verso il mio popolo. Non sarei mai e poi mai riuscita a farlo entrare di nascosto nella Du Weldenvarden; i Guardiani avrebbero percepito la sua presenza e quella degli spiriti che trascinava con sé. Forse avrei potuto trovargli una sistemazione a Ceuron o a Gil'ead, e passare con lui ogni notte, ma quanti anni o anche solo mesi sarebbero passati prima che qualcuno si accorgesse che c'era qualcosa che non andava? Se Durza fosse stato scoperto, sarebbe stato ucciso. Se fossi stata scoperta io sarei stata espulsa per sempre da Alagaësia o forse condannata insieme a lui. E a quel punto che ne sarebbe stato di nostra figlia?
Stavo per dirgli tutto questo quando la mia piccola iniziò a piagnucolare.
E mi colpì una rivelazione. Forse i doveri che avevo verso il mio popolo erano più alti di quelli che avevo nei miei confronti, ma erano davvero più alti di quelli che avevo verso mia figlia?
Lo Spettro si alzò prima che potessi farlo io e sollevò la bambina dalla sua culla, mormorandole parole rassicuranti.
Risi piano, quasi temendo che il mondo esplodesse al suono della mia risata.
Durza mi guardò con aria di sfida, sollevando un sopracciglio e inarcando le labbra sottili. «Non sbattermi in faccia la tua superiorità in materia, Elfa».
«Ha solo fame» lo informai candidamente.
Sedette di nuovo sul giaciglio e me la porse. «Come non detto, pensaci tu».
Aiedail si lasciò imboccare il cibo che avevo con me nella bisaccia e si calmò.
Durza mi strinse una mano e la baciò con devozione.
Io guardai prima lei, poi lui e poi sorrisi di nuovo.
Dopo tanto vagare, finalmente ero a casa.

Cara Nasuada,
Ieri siamo arrivati sul mare e Aiedail ha provato a mangiare un pugno di sabbia. Dovrò tenerla d'occhio finché staremo qui. È la prima volta che vedo il mare e nessuna descrizione o Fairth è riuscito a rendergli pienamente giustizia. Durza, invece, lo aveva già visto in passato, ma mi ha confidato che non gli è mai piaciuto più di tanto, quindi suppongo che la malia che io provo nei confronti di questo luogo sia scritta nel mio sangue.
Come avrai intuito, è stato Fírnen a portarci fin qui. Non appena ha toccato la mia mente, al mio ritorno da Tronjheim, ha capito immediatamente. Così come io ho capito, non appena ho toccato la sua.
Come drago e cavaliere, noi due siamo un'accoppiata perfetta -e non potrebbe essere altrimenti- ma stare insieme significa rinunciare ad una fetta di felicità che per il momento non ci sentiamo di abbandonare, dato che sarà di breve durata. Se io non mi godrò mia figlia adesso, non lo farò mai più, così come Fírnen dovrà godere della passione per Saphira fino a che essa non si sarà spenta. Il ché, dato che i draghi sono molto più soggetti all'istinto e in genere non hanno un compagno per la vita, potrebbe avvenire prima che sia riuscito a viverla veramente.
Mi vergogno infinitamente, ma ammetto di essere io la vera causa della nostra separazione e della mia fuga. Sono troppo debole e provata per essere regina, eppure, se rimanessi in Alagaësia, non riuscirei a farmi da parte. In questo, la mia partenza è del tutto simile a quella di Eragon e lascia le nostre terre completamente sguarnite da draghi e cavalieri. Non so se sia un bene o meno, Nasuada, ma molti sono scettici riguardo alla rinascita dell'ordine, visti i molti problemi che ha portato, al mio popolo prima di tutti.
Forse ciò che sta facendo Eragon è un anacronistico tentativo di recuperare qualcosa che non può più rispondere alle esigenze di Alagaësia, o forse no.
Suppongo che solo il tempo ce lo dirà.
Quanto al tuo controllo sui maghi, credo di poter capire il tuo timore, anche se ai miei occhi è inconcepibile un mondo in cui si deve chiedere il permesso per usare la magia. È comprensibile la tua diffidenza nei confronti di qualcosa che non sai gestire, ma con i tuoi provvedimenti finirai per uccidere la magia nel mondo degli uomini, visti gli ostacoli che imponi per utilizzarla. Sii molto prudente con le tue scelte.
Per quanto riguarda gli elfi, sono quasi sicura che Däthedr prenderà il mio posto.
Non aspettarti eccessivo trasporto dal mio popolo; un nostro grande difetto, che io ho in parte superato solo diventando ambasciatrice, è quello della nostra superbia nei confronti delle razze mortali. Fino a che non li provocherete, gli elfi non vi nuoceranno, ma nemmeno usciranno dalla Du Weldenvarden o vi inviteranno ad entrare. Cerca di non indisporre il mio popolo, o temo che a quel punto, nonostante siamo ormai in pochi e le nostre nascite siano sempre meno, solo Eragon potrà salvarvi dal massacro.
Come ti ho già accennato in apertura, ciò che è successo ad Alba e all'albero di Menoa sarà probabilmente imputato a me e Fírnen. Sta a te scegliere a quale versione affidarti. Dal canto mio, non temo per la mia salute fino a che sarò lontana e non temo per quella del mio drago, fino a che sarà con Eragon e riuscirà in qualche modo a giustificare la mia assenza.
Forse ti starai chiedendo che ruolo avrà Durza in tutto questo, ed eccoti la risposta: sarà il mio compagno e il padre di mia figlia, almeno fino a quando lei non avrà più bisogno di noi. Non so dirti cosa accadrà allora.
Una parte di me continua a rifiutare l'idea che Durza viva. Su questo credo di avere una sorta di conflitto di interessi: vorrei ucciderlo, perché la sua vita è innaturale e sputa in faccia a tutte le morti irreversibili a cui ha portato questa guerra, ma al contempo sono certa di amarlo ancora, di un amore che potrà solo crescere in futuro. Forse Alba ha compiuto il più sacrilego degli incantesimi, ma non smetterò mai di esserle grata per avermi restituito l'uomo che ogni notte mi scuote dai miei incubi e ogni giorno mi sommerge di commenti sarcastici e gesti premurosi.
Inoltre ho un dovere verso la mia piccola. Non potrei mai guardarla negli occhi, un giorno, e ammettere di avere ucciso suo padre una seconda volta perché “era giusto così”. Quindi mi tengo il mio Spettro e mia figlia e mi allontano per qualche decennio da Alagaësia. Posso solo dirti che non andrò ad est, perché gli Eldunarí vorrebbero certamente disfarsi del mio uomo, se sapessero che è tornato.
A questo punto credo di dovermi reputare fortunata per il fatto di essere un'elfa, dato che avrò il tempo di vivere la vita banale e forse noiosa di madre e compagna, ma potrò sempre tornare ad essere cavaliere e riabbracciare il mio Fírnen, un giorno, o chissà, magari spiegherò agli elfi che è stata tutta colpa di Alba e tornerò ad essere la loro regina. Solo con questi pensieri nella mente ho trovato il coraggio di abbandonare le mie responsabilità, questo e perché sento di avere un dovere più alto nei confronti di Aiedail. Se fossi stata solo io, probabilmente avrei finito per rifiutare momentaneamente Durza per mantenere i miei impegni, anche se non sarei mai riuscita ad ucciderlo. Invece ho capito che se voglio vivere una parte della mia vita con lui e con la nostra bambina, allora devo farlo adesso, senza ulteriori indugi.
Un giorno tornerò, Nasuada. Non posso prometterti che ci rivedremo, vista la brevità della vita umana alla quale sei condannata, ma sono sicura che tornerò.
Ti consiglio, se dovessi nuovamente trovarti faccia a faccia con Angela l'Erborista, di fingere di non sapere nulla di lei, o rischieresti la vita.
Riguardo a Tenga, non so più di quanto ho già scritto, ma temo che possa rivelarsi pericoloso se scoprirà il Nome dei Nomi. Non mi farò problemi a scriverti, se venissi a sapere dove si è nascosto lo stregone.
Con questo chiudo questo mio interminabile rapporto. Ti lascio in custodia i miei ricordi, alcuni di Durza e altri di Hillr, scivolati nella mia mente prima della sua morte. Ammetto che tutto questo ha principalmente lo scopo di giustificarmi a tuoi occhi, in modo che tu possa prendere seriamente i miei avvertimenti e non perdere la fiducia nella persona che sono.
Se hai o hai avuto un minimo di rispetto per me, distruggi queste pagine senza parlarne a nessuno, ti prego. Abbi cura di te e trova la felicità in ciò che fai,
Arya.


Fine.

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Cari lettori,
Non credo che questa storia interessi ancora a qualcuno, ma ormai che è finita, vorrei ringraziare chiunque si è preso il tempo di leggerla ^_^
Ammetto che quando ho iniziato a pubblicare la fanfiction -più di due anni fa- non avevo la minima idea di dove sarebbe andata a parare. Avevo una passione per la coppia Durza/Arya, un'amore sconfinato per il personaggio di Durza, adorazione per i libri di Paolini e un po' di amarezza per i misteri lasciati aperti dall'autore al termine di Inheritance, il tutto condito da un caotico insieme di supposizioni.
Di certo l'interruzione di un anno non ha giovato a rendere la storia migliore, ma credo di essere riuscita a prenderla in mano abbastanza decentemente, nonostante nel frattempo sia cambiata io, il mio modo di scrittura, i miei pensieri sulla vita e le mie supposizioni sul Ciclo dell'eredità.
Per quanto riguarda questo lunghissimo capitolo conclusivo, capisco benissimo che alcuni di voi avranno storto il naso di fronte al ritorno dello Spettro. Credo di aver fatto capire che Arya avrebbe potuto benissimo vivere e morire senza di lui, ma che lo accetta nuovamente nella sua vita perché le si è presentata l'occasione e perché ama lui e la loro bambina, non per altro.
Non nascondo che il destino scelto per lei da Paolini non mi ha mai entusiasmata, altrimenti non avrei mai cercato di cambiarlo. Mentre la partenza di Eragon era amara, ma insieme esaltante, la prigionia di Arya nel ruolo di regina degli elfi mi ha davvero fatto sprofondare il cuore. Per una come lei, dal carattere indomito, solitario, intraprendente, quello di costringerla sul trono è stato davvero un colpo basso. È vero che la fedeltà alla sua gente e il suo senso del dovere sono molto radicati in lei, ma dopo tutto ciò che ha passato in guerra, merita un futuro di serenità e di libertà, non altri secoli di sacrifici per gli altri.
Questo è ovviamente il mio umile parere di lettrice appassionata, ma ciascuno di voi avrà il suo e io li rispetto tutti!

La storia è conclusa, ma prima di inserirla nelle concluse vorrei aggiungere un'appendice o due!

Grazie per essere stati con me. Sé onr sverdar sitja hvass!
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Re: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 19 agosto 2015, 13:01

Appendice 1: Studio dei nomi

*Hillr (Antico Norreno)= Leale. È buffo perché in realtà la scrittura corretta sarebbe “Hollr” ma devo avere avuto una grande svista al momento della prima scrittura e mi sono resa poi conto che il suono mi piaceva di più, quindi l'ho mantenuto.
Nadua = Questo è il nome che ho inventato per lo spettro sconfitto da Laetri l'elfo -dato che Paolini non ce l'ha mai detto- ma non ha un significato. È semplicemente un rimaneggiamento del nome “Nuada”, re della mitologia irlandese.
*Praéll (Antico Norreno)= Vittima. È l'uomo incontrato da Durza a Taurida, quello che gli da le informazioni e che lui uccide azzannandogli la gola.
Bitr (Antico Norreno)= Coraggiosa. Nome scelto da Durza per Arya, in modo da viaggiare in incognito a Dras-Leona.
Natt (Antico Norreno)= Oscuro. Nome scelto da Arya per Durza, in modo da viaggiare in incognito.
*Svella = Rimaneggiamento di Vesall (Antico Norreno), che significa “miserabile”. È la donna che accompagna Arya da Gamall l'erborista.
*Gamall (Antico Norreno)= Vecchio. È l'erborista incontrato da Arya a Dras-Leona e poi condannato dai Sacerdoti.
*Gagnsamr (Antico Norreno)= Utile. Come dimenticare l'amico Gagnsamr, il monaco che inizia Durza e Arya al culto dell'Helgrind? Mi sembra incredibile che un nome tanto astruso significhi semplicemente “utile”. All'arrivo dei nostri eroi, l'uomo ha cinquantatré anni.
*Fuilteacha (Gaelico)= La sanguinosa. Qui era da intendersi come “La persona sanguinosa”. È il nome assunto dal Sacerdote che viene accolto nel culto la sera in cui Durza e Arya si appostano all'esterno della Cattedrale per origliare i suoni della cripta. Il nome apparteneva ad un adepto del culto famoso per aver sacrificato tutto se stesso al suo Dio, fino a morire.
*Helsa (Finlandese)= Dedicata a Dio. È la monaca dall'aria infelice che fugge dalla Cattedrale. Abbandonata dai genitori -che avevano fatto voto di donare a Dio la seconda figlia se il primogenito fosse sopravvissuto- la giovane entra nel monacato all'età di dodici anni. Ormai sulla soglia dei trent'anni, riceve l'ultima visita di sua madre, che riesce a dirle che suo padre è morto di stenti e suo fratello in un incidente in un cantiere, per poi spegnersi a sua volta tra le sue braccia. Tre anni dopo, Durza e Arya arrivano alla Cattedrale e la giovane mostra ben presto la sua fragilità e la sua insofferenza nei confronti del dio crudele che non ha saputo salvare la sua famiglia, nonostante il suo sacrificio, finendo per fuggire per la disperazione.
*Gefion (Finlandese)= Colei che dona ricchezza. Originaria di una famiglia di ricchi carpentieri, riceve una buona educazione. Unica figlia della coppia, che aveva a lungo cercato di avere un figlio, invano, rifiuta diversi pretendenti ed entra nel Culto all'età di ventuno anni, fiera e convinta della sua scelta. Vista la sua buona educazione, conosce alcuni rudimenti della cura con le erbe.
*Elin (Finlandese)= Dio è la mia luce. Figlia di primo letto di un consigliere alla corte del governatore Tàbor e della figlia di uno speziale, viene presto esclusa e denigrata dai figli che il padre ha con la seconda moglie. La matrigna è ben contenta di incoraggiare il suo fervore religioso e la ragazza entra nel Culto prima di raggiungere l'età da marito. Non ricorda molto della madre, ma ha letto molti dei suoi libri e dei suoi appunti e conosce il mestiere dello speziale.
*Delling (Finlandese)= Affascinante. Il padre è uno spaccapietre, la madre si occupa della casa, ma spesso vende il suo corpo per esigenze economiche. Maggiore di quattro fratelli e una sorella, Delling finisce per diventare a sua volta prostituta. Ha ventidue anni quando prova ad adescare un monaco, Gagnsamr, non riconoscendolo per ciò che è. Il vecchio la porta alla Cattedrale e le parla di Dio e del suo disegno, incantando la giovane donna. Tornata a casa dalla famiglia, li informa che ha deciso di farsi monaca e li lascia a cavarsela da soli, abbracciando il culto dell'Helgrind. Due anni dopo trova un membro delle Ombre nella dispensa, mentre torna dalle latrine, in piena notte. Dopo mesi di innocenti incontri, i due finiscono per diventare amanti. Delling è davvero innamorata di Wachter, che invece sembra più attratto dal suo aspetto, ma che comunque la rispetta.
*Wachter (Tedesco)= Guardiano. L'Ombra amante di Delling che sventa i piani di Augyra e che riferisce i sospetti dell'amante su Durza e Arya al Sommo Sacerdote.
*Tove (Finlandese)= Buona. Il padre era un macellaio, la madre intrecciava e vendeva cesti di vimini. Si sposa giovane, all'età di quindici anni, ma il marito muore stupidamente: una baracca di legno della periferia di Dras-Leona gli crolla addosso mentre cammina per la strada. Tove mette al mondo un figlio, che tuttavia muore dopo poche ore e, dopo mesi di lacrime, trova consolazione in Dio e nei suoi compagni monaci.
*Broder (Finlandese)= Fratello. Ultimo figlio maschio di un'antica famiglia nobiliare, decaduta dopo l'ascesa di Galbatorix. Originario di Uru'baen, viene in contatto con la religione sin dai vent'anni, ma ne attende altri cinque prima di recarsi a Dras-Leona, il tempo necessario per assicurarsi che le tre sorelle abbiano trovato un buon marito e conducano una vita felice. Benché né ricchi né nobili, i suoi genitori sanno leggere e scrivere e fanno i banchieri, non gli trasmettono il mestiere, ma la capacità sì.
*Elof (Finlandese)= Erede. Il padre è un vassallo di Lady Alarice e come d'uso lascia tutto in eredità al figlio maggiore, benché totalmente incapace. Il secondogenito fugge di casa indignato e trova una dignitosa soluzione nell'entrare nel culto dell'Helgrind.
*Gillis (Finlandese)= Bambino. Vive in un minuscolo villaggio sul lago di Leona con la sua famiglia. I genitori osteggiano fortemente la sua scelta di entrare nella chiesa dell'Helgrind, ma alla fine il giovane lascia la casa paterna e si dedica finalmente a Dio. È il più giovane dei monaci.
*Mikell (Finlandese)= Simile a Dio. Cresciuto in un orfanotrofio, non ha mai conosciuto i suoi genitori e si vergogna molto delle sue radici invisibili. Sa che l'unica gloria che potrà mai avere sarà al servizio del suo Dio e questo fa di lui un fedelissimo, ma dopo trent'anni al servizio del Culto, ancora non è riuscito a prevaricare su Gagnsamr ed è molto geloso di lui, per quanto lo rispetti.
*Rasmus (Finlandese)= Amato. È il secondo più giovane dei monaci e non ha ancora venticinque anni. Di bell'aspetto e cordiale, era un famoso rubacuori a Belatona, sua città di origine.
*Stian (Finlandese)= Vagabondo. La madre era del Surda ed è fuggita con suo padre, che ha sposato ad Arughia. Hanno avuto tre figli, Stian è il mezzano, ma se ne va non appena il padre prova ad imporgli di imparare il suo mestiere di calzolaio, per poter ereditare la bottega, un giorno. Ha l'incredibile capacità di inventarsi storie e di convincere gli altri che sono vere. Con questa capacità è sopravvissuto un annetto, vagando per la parte meridionale di Alagaësia, poi ha saputo del culto dell'Helgrind ed è riuscito a diventare monaco e a togliersi dalla strada. È il meno credente di tutti, è visceralmente attratto da Helsa, anche se è uno dei pochi fatti che non racconta in giro, e talvolta frequenta qualche prostituta, pagandole con le offerte che rubacchia dall'altare.
*Trygg (Finlandese)= Affidabile. Come Broder, ha quarantadue anni quando Arya e Durza arrivano alla Cattedrale. È figlio di contadini, e particolarmente disponibile e responsabile.
Augyra (Antico Norreno) = Auga [occhio] + Heyra [orecchio]. Ho inventato un ruolo all'interno di Arcaena e un nome per la donna che Paolini ci presenta come Occhi di Lupo. Le parole “occhio” e “orecchio” sono un riferimento alla sua attività di spia.
*Bidelia (Irlandese)= Esaltata. La sacerdotessa che si strappa un braccio all'altare dell'Helgrind e viene poi uccisa da Durza e Arya con il Fricai Andlat, dopo avere colto i due mentre lasciavano gli ambienti sotterranei, in piena notte.
Abracham (Irlandese)= Padre di una moltitudine. È il Sommo Sacerdote dell'Helgrind, detto anche monco o lingua mozza, ucciso da Angela nell'assedio di Dras-Leona. Il nome, come si può ben facilmente intendere, è un derivato del nome “Abramo”.
*Solus (Antica lingua di Paolini)= Sole. Stiamo parlando della gemella di Alba, identica a lei sotto ogni aspetto e morta nella battaglia di Ilirea a causa di un colpo di spada al costato. Sul suo corpo fu cantato un salice piangente, lo stesso albero che Arya sceglierà per Islanzadi, pur non sapendo che Alba aveva cantato lo stesso sul corpo della gemella. Mi piaceva il gioco notte/giorno che creavano i due nomi accostati, infatti Aiedail è una stella, visibile sopratutto di notte, ma è anche quella che sopravvive abbastanza da incontrare il giorno, e quindi il sole.
*Damali (arabo)= Bella visione. Nome dato alla madre di Durza.
*Urien (irlandese)= Nascita privilegiata. Nome dato al padre di Durza.
*Rahi (arabo)= Primavera. Nome dato alla sorellina di Durza.
*Ziya (arabo)= Splendore della luce. Nome dato al fratellino nato morto di Durza.
Geerten (Irlandese)= Abile con la lancia/ Fortelancia. Il capitano inviato a Gil'ead da Galbatorix, con precise istruzioni di catturare Eragon e Saphira, se gli si fosse presentata l'occasione.
Athala (Antico Germanico)= Nobiltà di stirpe. Il nome, come anche il ruolo di ultima erede dei Broddring, sono una mia invenzione. Paolini ci aveva solo fornito una descrizione fisica e il misterioso nome di Cantalama.
*Màthair (Irlandese)= Madre. È la balia che si prende cura della bimba di Arya e Durza, i giorni immediatamente successivi alla sua nascita.
*Dietfried (Tedesco)= Protettore del popolo. Nome dell'unico figlio di Athala, sorella minore di re Angrenost.
*Ehren (Tedesco)= Onorevole. Figlio maggiore di Dietfried, morto a nove anni.
*Kerta (Tedesco)= Guerriera. Secondogenita di Dietfried, morta a diciassette anni con il figlio che portava in grembo.
*Ragnol (Tedesco)= Saggio. Terzogenito di Dietfried, nonché unico dei tre figli sopravvissuto. Ha una sola figlia, Athala/Cantalama.
*Volga = Gioco di parole con “volgo”, da intendersi come “popolana”. È la madre di Athala/Cantalama, uccisa dal secondo marito dopo avergli rivelato qualcosa sulle origini reali della figlia.

*Personaggi inventati da me.


La fine del Culto dell'Helgrind

Il crollo della Cattedrale di Dras-Leona colpì un po' tutti coloro che si muovevano entro le mura della città. I non credenti si videro mancare un pezzo molto importante dell'ambiente cittadino: un punto di orientamento e anche uno per fare affari. I credenti faticarono effettivamente ad accettarne la distruzione.
Avevano visto un drago scontrarsi contro creature orribili sulla montagna sacra al loro Dio, solo pochi mesi prima, e da allora i doni e i sacrifici non erano più stati reclamati dalla divinità. Già era difficile vedere il proprio Dio sanguinare e mantenere intatta la fede, ma il crollo dell'edificio che ospitava il suo culto, la chiesa madre.. Non era uno spettacolo che si accetta senza mettere in dubbio nemmeno per un istante l'esistenza del Dio che avrebbe dovuto reggere la baracca.
Inoltre, dalle macerie della cattedrale, furono estratti solo cadaveri. E come si poteva pensare di mandare avanti il culto, senza sacerdoti che celebrassero i riti?
Cero, tre dei monaci erano sopravvissuti, ma di sicuro non sarebbero stati in grado di ricostruire il credo, dato che ignoravano gran parte dei suoi misteri, e non si poté attingere agli archivi scoperti nei tunnel sotterranei perché i documenti furono quasi totalmente distrutti dal crollo e dai scellerati soldati Varden. I pochi scritti sopravvissuti, vennero venduti dai monaci per sopravvivere e un uomo li portò con sé a Kuasta, anche se nessuno seppe mai cosa intendesse farne.
I tesori custoditi dai Sacerdoti divennero parte della cassa reale e furono usati per riparare alcuni danni di guerra e le gallerie furono ristrutturate e adeguate alla loro funzione originaria: fognature.

Il giorno del crollo, Gagnsamr aveva accompagnato Elin e Stian al mercato. Vi andava raramente, perché le sue vecchie ossa lo preferivano seduto in preghiera su una scomoda panca, piuttosto che in giro tra la folla a prendersi gomitate sulle costole e a farsi pestare i piedi ossuti.
Tuttavia quel mattino era avvenuto un piccolo incidente in cucina: Tove, un poco distratta, aveva totalmente carbonizzato il pane destinato alla colazione dei Sacerdoti e ovviamente non c'era stato il tempo necessario per farne lievitare dell'altro entro l'ora del pasto, quindi si erano avventurati in città alla ricerca di qualche pagnotta calda, poco prima che i Sacerdoti entrassero in chiesa per il rito del mattino.
Poi avevano visto i draghi. Gagnsamr aveva una paura terribile di quelle creature e dei loro cavalieri. La loro stessa esistenza era un insulto e una minaccia al potere del suo Dio.
Le due bestie avevano cominciato a scontrarsi e la folla del mercato si era caoticamente dispersa tra grida di terrore. Stian era riuscito a trascinare via lui ed Elin dalla folla impazzita e tutti e tre erano rimasti ad assistere da lontano alla distruzione della loro chiesa, pietrificati.
Erano riusciti ad avvicinarsi alle macerie solo quando era calata la sera, ed Elin vi si era gettata sopra, urlando, piangendo e spaccandosi le unghie contro le pietre, mentre scavava alla disperata ricerca dei propri compagni. Qualcun altro aveva cominciato già ad estrarre i primi corpi da sotto le massicce pietre che avevano sorretto l'edificio, tutti coordinati da un gruppo di soldati Varden e surdani.
Il primo Sacerdote fu ritrovato tra i resti del campanile, gli altri nella navata centrale, colti sicuramente dai loro nemici nel bel mezzo del rito del mattino e massacrati senza pietà.
Gagnsamr capì che non avrebbe più rivisto nessuno dei suoi compagni nel momento stesso in cui gli riferirono che l'altezza della cattedrale era crollata verso la parte sinistra dell'abside. Il muro di mattoni rossi che aveva delimitato il chiostro era stato sepolto dalle macerie.
Completamente.
Se anche qualcuno fosse sopravvissuto, lì sotto, non sarebbero mai riusciti a tirarlo fuori prima che morisse soffocato o di stenti.
Lui, Elin e Stian si operarono insieme ai cittadini per sgomberare la grande piazza. Impiegarono settimane, ma alla fine recuperarono tutti i morti, tranne il Sommo Sacerdote. Di Abracham non vi era traccia, come se si fosse volatilizzato.
Seppellirono i corpi fuori dalla città, ai piedi dell'Helgrind e lì vi trovarono solo desolazione e abbandono. Se un Dio aveva abitato in quella montagna, ormai non ve n'era più traccia.
Nel frattempo, Alagaësia sembrava come impazzita: il re Galbatorix era stato ucciso e una donna, il capo dei Varden, aveva preso il suo posto. I tesori che le gallerie segrete avevano contenuto erano stati portati via dai guerrieri dei Varden, buona parte degli scritti bruciati dagli stessi soldati, travolti dall'euforia della notizia della sconfitta del re nero. Alcuni dei cavatori impegnati nello sgombero delle macerie avevano consegnato a Gagnsamr alcuni manoscritti sopravvissuti, contenuti in delle casse. Il monaco li aveva concessi ad un uomo di Kuasta, il quale gli aveva detto di essere un amante della conoscenza e di poter conservare gli scritti in un luogo sicuro.
Con il denaro ottenuto, lui e gli altri due sopravvissuti tirarono avanti per i mesi seguenti. Il giorno che Elin gli chiese, tra i singhiozzi, cosa ne sarebbe stato di loro, Gagnsamr non seppe rispondere o darle consolazione.
Già altre persone si erano rivolte a lui, chiedendogli di rifondare la chiesa e di parlare loro di Dio, ma il vecchio non ne era stato capace.
Dove prima c'era il suo Dio, in quel momento vi era solo il vuoto. Dio non aveva protetto la cattedrale, non aveva protetto Broder, Delling, Elof, Mikell, Gefion, Rasmus, Gillis, Tove, Trygg..
Loro erano stati i figli e i fratelli che lui -abbandonato dai genitori- non aveva mai avuto. Ed erano perduti.
Dio era stato ucciso, o peggio, non era mai esistito.
La nuova certezza lo gettò in una crisi profonda, che si protrasse per tre lunghi mesi. Lui, Elin e Stian avevano trovato asilo nella sede dei mastri scalpellini, che li ospitavano per pura pietà, in cambio di qualche semplice lavoretto e del poco denaro che potevano offrire, quello ottenuto dall'uomo di Kuasta.
Ma nessuno dei tre fu in grado di rievocare un canto a Dio, e per mesi, non appena si accennava ad uno dei compagni scomparsi, lacrime di dolore rigavano i loro volti sconvolti.
Quando un giorno, ormai vicino alla primavera, sentì Elin gridare, Gagnsamr si precipitò all'esterno della sede degli scalpellini e la vide abbracciata in lacrime ad una donna dalla pelle abbronzata, con corti capelli tra il biondo e il rosso e gli occhi color sabbia tremanti di incertezza, come anche le mani arrossate che stringevano la schiena di Elin.
Quando finalmente riconobbe Helsa, Stian era già corso incontro all'ex monaca, l'aveva sollevata da terra e, ridendo come un bambino, l'aveva baciata più e più volte sulle labbra.
Quello fu l'inizio di una vecchiaia lieta, per Gagnsamr. I quattro si stabilirono nella casetta di Helsa e trovarono un impiego.
L'altezzosa Elin prese in custodia la piccola bottega di un erborista, un certo Gamall condannato a morte dai Sacerdoti più di un anno prima; Stian si unì ai cavatori e Gagnsamr divenne precettore di alcuni ricchi rampolli di mercanti. Helsa faceva la lavandaia da quando era fuggita dalla Cattedrale, e Gagnsamr non si sarebbe stupito troppo se, prima della fine dell'anno, avesse unito la mano a quella di Stian.
Tutti insieme, rievocavano i compagni perduti e, lentamente, cominciarono ad accettare la loro dipartita, per quanto dolorosa.
Non erano più monaci ormai, le macerie della Cattedrale erano ordinatamente ammucchiate e venivano trasportate fuori città. Ciò che aveva avuto per tutta la vita era scomparso, ma finché lui insegnava loro a leggere e scrivere, Elin preparava buon cibo per tutti, Stian cantava ballate e raccontava storie e Helsa sorrideva con l'espressione di chi non crede alla propria fortuna, Gagnsamr poteva definirsi il vecchio più felice di Alagaësia.
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