Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e Arya.

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Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e Arya.

da Lalli » 23 gennaio 2013, 21:51

Piccola premessa: avevo pensato di pubblicare questa storia solo dopo averla terminata, ma mi sono arresa.
La narrazione è in mano ad Arya, che racconta in prima persona le sue vicende a partire dal rapimento da parte di Durza. Siamo già dopo la fine di Inheritance e tutta la storia è un gigantesco flashback.
Coppia: Crack Pairing. Durza/Arya.
Rating: Arancione, adatto a tutte le età.
Gli eventi dei quattro libri verranno ovviamente manipolati fantasiosamente a favore della trama che ho immaginato, cercando anche di riempire i "buchi" che Paolini ci ha lasciato alla fine di Inheritance.

Arya Dröttningu, ambasciatrice degli elfi, protegge l'unico uovo di drago in possesso alla resistenza; Durza lo Spettro attende da anni l'occasione di impossessarsene e finalmente pare esserci riuscito, ma l'elfa riesce a rovinare miseramente i suoi piani. Allo Spettro non rimane che un'unica soluzione: torturare la sua prigioniera senza pietà, fino a che non confessi il luogo in cui l'uovo è stato trasportato.
Ma se, durante la prigionia, qualcosa di inaspettato fosse accaduto ad Arya? Qualcosa di cui nessuno, a parte lei e Durza, è a conoscenza?
Costretta ad un viaggio avventato e ad un'improbabile alleanza, Arya scoprirà lati insospettabili del suo nemico e si lancerà in una ricerca che getterà i semi del suo destino. Coinvolta in segreti incredibili, finirà per svelare alcuni dei molti misteri che ancora oscurano la bellissima terra di Alagaësia.



Spero vi piacerà. Buona lettura :)


Cara Nasuada,
Se tutto andrà bene come spero, quando leggerai questa mia lettera io sarò molto lontana.
Il mio popolo ti avrà già sicuramente informata delle mie malefatte e della mia fuga. Voglio che tu sappia che non sono pentita di nulla di ciò che ho fatto. Sono solo dispiaciuta di essere stata, indirettamente o meno, causa di così tante morti e sofferenze.
A questa mia lettera allego un flusso delle mie memorie degli ultimi mesi, tutto ciò che mi ha portato alle scelte che ho compiuto. Le confidenze che ho sempre rifiutato di farti.
Scriverti tutto questo potrebbe essere pericoloso, ma voglio che almeno tu sia cosciente delle ombre che questa terra ha nascosto a tutti, e quelle che probabilmente ancora cela. Tu sei regina in un tempo in cui tutto è in precario equilibrio, ancora più che durante il regno di Galbatorix. Ti prego sii prudente, amica mia.
Non rivelare a nessuno l’esistenza di queste parole e distruggile non appena puoi. Le informazioni che contengono trattano anche di persone che sono ancora in vita, alcune anche intorno a te. Se qualcuno venisse a sapere che sono in mano tua, potrebbe decidere di ucciderti.
Che le stelle ti proteggano,
Arya.


1. Fäolin
Mi strinsi forte alla coperta imbottita, avvicinandomi ancora un po’ al fuoco. Dannazione al freddo!
Lo odiavo da sempre, e non mi risparmiai di odiarlo neanche quella notte. L’inverno si stava avvicinando, e io dovevo arrivare alla mia città, Ellesméra, prima della caduta della prima neve, e portarvi al sicuro la bisaccia che avvinghiavo a me anche mentre dormivo. Ero la custode dell’ultimo e unico uovo di drago in possesso alla resistenza, l’uovo di zaffiro.
Da quindici anni ormai la mia vita era un continuo ritmo cadenzato. Ellesméra-Tronjheim. Tronjheim-Ellesméra. Restavo un anno in ciascuna delle due città, nella speranza che l’uovo si schiudesse per qualcuno, o umano o elfo che fosse. Ma ormai si stavano perdendo le speranze, il drago non dava il minimo cenno di collaborazione, e io continuavo ad attraversare Alagaësia a vuoto.
Non che mi dispiacesse, ovvio. Per avere quell’incarico avevo rinunciato a tutto e tutti. Persino a mia madre, colei che più di tutti si era accanita contro di me e la mia decisione, la donna che mi aveva dato la vita e che si era poi affrettata a ripudiarmi non appena avevo deluso le sue aspettative.
Scacciai in fretta quel pensiero velenoso, mi gelava le ossa, e non ne avevo certo bisogno in quel momento.
Mi accoccolai ancora più stretta al tesoro che giaceva tra le mie braccia, alla ricerca di una maniera decente per addormentarmi, invano. Ero troppo agitata quella notte e non seppi spiegarmi il perché.
Mi alzai a sedere di scatto, sospirando scocciata capendo che sarebbe stata una notte insonne. I miei occhi si andarono a scontrare contro una figura scura, accucciata di fronte a me.
«Scusami» sussurrò Fäolin, «ti ho svegliata».
Sorrisi appena. «Figurati».
Fäolin ed io eravamo amici fin da quando io ero bambina. Di trent’anni più vecchio di me, lui era stato l’unica luce della mia triste e desolata infanzia, stipata di impegni, lezioni, etichetta. L’unico, oltre alla mia nutrice, ad avere provato sincero affetto per me, mentre tutti i cortigiani non facevano altro che elargire consigli e sollecitazioni al solo scopo di prepararmi al mio futuro di regnante. L’unico ad avermi offerto un sorriso o una parola gentile, quando mia madre passava per i corridoi salutandomi appena, troppo impegnata a soffrire per la morte del mio valoroso padre Evandar. Padre che non avevo nemmeno mai conosciuto.
Quando avevo ottenuto l’incarico di ambasciatrice degli Elfi, lui mi aveva seguito nei miei viaggi, non prima di avermi confessato di amarmi profondamente.
Allora lo avevo ferito. Imbarazzata e completamente ignorante della situazione, avevo iniziato a trattarlo con più freddezza, allontanandolo da me. Con il passare degli anni e dei viaggi attraverso il paese, sempre insieme, il nostro legame era diventato più forte che mai, e io avevo capito la portata del profondo affetto che sentivo per lui. Tanto che quella notte potevo benissimo definirmi innamorata di lui.
E lui lo sapeva, glielo avevo confessato un mesetto prima, mentre aspettavamo novità sulla schiusa dell’uovo, che poi non era avvenuta. Non che da allora fosse cambiato molto tra di noi, eravamo sempre in missione, sempre all’erta, sempre con Glenwing a guardarci le spalle. E a toglierci ogni possibilità di restarcene un po’ per i fatti nostri per più di cinque minuti. Ma ogni tanto, come quella notte ad esempio, riuscivamo a ritagliarci un angolino di solitudine.
«Non dormi?» mi chiese, interrompendo il flusso dei miei pensieri.
«No» borbottai distratta, «è freddo».
Mi sorrise premuroso. «Vuoi che aumenti il fuoco, Arya?»
Scossi il capo. «Vado a fare una passeggiata».
Mi alzai in piedi di scatto, uscendo dal cerchio luminoso creato dalle fiamme.
«Aspetta». La sua mano si serrò sicura sul mio braccio. «Non possiamo abbandonare il nostro compare». Annuì in direzione di Glenwing, che russava rumorosamente.
Ecco perché non dormo. Mi ritrovai a pensare, piccata.
«Resta con lui» dissi tranquilla.
Scosse la testa. «Non puoi certo andare in giro da sola con il tesoro più prezioso che abbiamo attaccato al collo».
«Giusto» mi arresi, tornando a sedermi accanto alle fiamme.
Mi raggiunse silenziosamente, sedendosi accanto a me.
«Senti Arya» cominciò incerto, «stavo pensando.. una volta finita questa missione che ne sarà di noi?»
Quella era una domanda che mi ponevo anche io da tanto, tanto tempo, ma che confinavo rapidamente ai margini del mio cervello, per non poterla prendere in considerazione in alcun modo. Cosa avrei mai fatto dopo che la mia vocazione si fosse estinta? Forse per allora mia madre avrebbe perdonato le mie scelte, che riteneva tanto sbagliate? L’idea della schiusa dell’uovo e della sconfitta del re era troppo lontana perché io potessi prendere in considerazione il mio futuro.
«Non saprei» risposi vaga. «Troveremo qualcos’altro da fare.. potremmo continuare a combattere per l’esercito o..»
«Non intendevo quello» mi interruppe con dolcezza.
«Cosa allora?» Gli domandai, increspando la fronte.
«Intendo cosa accadrà tra noi due» specificò.
Sorrisi. «Hai qualche idea?» mi informai curiosa.
«Beh io vorrei chiederti ufficialmente come mia fidanzata» disse convinto, prendendomi una mano.
«E io credo che allora accetterò» lo rassicurai.
Sgranò gli occhi. «Davvero?»
Risi. «Sì!» Sembrava un bambino.
«Quando finisce tutto, allora sarai la mia fidanzata?»
«Quello dipende».
«Da cosa?»
«Da te».
Lo vidi farsi pensieroso. «Io chiederei la tua mano in questo stesso istante, Arya, sappilo, ma non so se tua madre sarebbe d’accordo».
«Io non ho mai avuto una madre» lo informai con amarezza.
«Non dire così».
«Sii realista» ribattei risoluta. «Meno mi vede, meglio sta. Ed è reciproco».
«Ma non è vero..»
«Basta!» lo zittii piuttosto freddamente.
Glenwing grugnì disturbato nel sonno.
«Scusami». Tornai a parlare in un bisbiglio, per non svegliarlo. «Ma devi capire che lei non ha alcuna influenza nella mia vita. Se devi chiedere qualcosa, chiedilo direttamente a me».
«Tu vorresti essere la mia fidanzata?»
Accennai un sorriso «Magari prova a domandarmelo quando saremo ad Ellesméra, potrei anche dirti di sì».
«Non sai quanto mi rendi felice» mormorò al mio orecchio.
Si ritrasse lentamente da me, sfiorando le mie labbra con le sue, a tradimento, per un brevissimo istante. Sobbalzai. Non mi aveva mai baciata, mai.
«Dovresti scioglierti un po’» mi informò ridacchiando.
«Che dici?»
«Sul serio Arya». Avvicinò di nuovo il viso al mio. «Non puoi essere nervosa come una ragazzetta al primo bacio». Mi strinse la nuca e premette ancora le sue labbra sulle mie.
Mi irrigidii ma poi finii per arrendermi alle sue labbra morbide. Socchiusi gli occhi, restituendo quel bacio leggero.
Fäolin si staccò da me e rise. «Arya la donna di ghiaccio, non mi sarei mai aspettato una simile reazione da una come».
«Fäolin!» esclamai ammonitrice.
«Come non detto» alzò le mani in segno di resa. «Arrivati ad Ellesméra annunceremo il nostro fidanzamento. Tua madre e gli altri membri del Consiglio lo accetteranno prima o poi. Del resto il tempo non sarà un problema per me, né per te». Mi sorrise. «Abbiamo un’eternità.»
«Sempre che non finiamo ammazzati prima» ironizzai macabramente.
«Sciocchezze..!» ribatté con sicurezza, scatenando un ennesimo grugnito del povero Glenwing.
Mi affrettai a sigillargli la bocca con una mano, bloccando il flusso delle sue parole e impedendogli di svegliare il nostro amico e segnalare la nostra posizione all’intero esercito imperiale.
«Controllati» sibilai.
Sorrise con aria innocente. «Perdonami, mia signora».
«Ci devo pensare» sbottai.
Sospirò. «Attendo con impazienza il giorno in cui uscirai dal tuo guscio, mia cara, perché quello sarà la volta buona che il cielo ci cadrà in testa».
«Buonanotte Fäolin» mi congedai.
Rise di nuovo «Buonanotte Arya Dröttningu».
Non potei trattenere un sorriso.
Non riuscii a dormire.
Nonostante quella chiacchierata che mi aveva scaldato la coscienza, nonostante la certezza che Fäolin era di guardia, nonostante la sicurezza datami dal cerchio magico che ci proteggeva, mi sentivo inquieta.
E quell’inquietudine mi tormentò, impedendomi di scivolare nell’incoscienza. Quando il mio uomo mi scosse, all’alba, non avevo chiuso occhio.
Riprendemmo il nostro viaggio a cavallo. Il mio battito cardiaco era accelerato, senza alcun motivo valido, e non riuscii in alcun modo a placarlo.
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da smeraldina96 » 25 gennaio 2013, 15:16

ciao, wow sono la prima a commentare..che posso dire? bravissima! bella pensata di parlare di quella parte della storia, mi piace molto! e tanti per cominciare, ti dico che scrivi molto bene, e il test è scorrevole, molto brava, anche nei particolari tra Arya e Faolin :D !! ti saluto, complimenti, continua così e posta presto!!!
ah, e poi mi stavo chiedendo, cos' ha combinato Arya :sospettoso: ?? domanda rotica, non credo che me lo dirai, e poi adoro la suspance!!!!
Ultima modifica di smeraldina96 il 27 gennaio 2013, 10:14, modificato 1 volta in totale.
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Asmar » 26 gennaio 2013, 13:45

Complimenti, davvero un gran bel capitolo. :applauso:
Scrivi molto bene, e non vedo l'ora di leggere il resto. Spero solo che questa non sia una delle FF abbandonate dopo pochi post. Sarebbe un peccato sprecare un'idea così originale. Mi chiedo anch'io cosa abbia combinato Arya, e perché mai debba scappare da Ellesméra. :uhmm:
L'uomo è causa di se stesso.
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 28 gennaio 2013, 14:33

2. Prima della tempesta
Il viaggio continuò con una tranquillità quasi inquietante, nonostante la mia irrazionale paura, che i miei compagni si divertivano a beffeggiare con affettuosa ironia.
Il paesaggio scorreva fluido sotto gli zoccoli dei nostri veloci cavalli elfici e io non potevo fare a meno di provare un certo sollievo ad ogni lega bruciata, ad ogni passo più vicino alla mia foresta.
Fäolin continuava a baciarmi, di nascosto, di sfuggita, la mattina quando mi alzavo, mentre accendevo il fuoco, non appena avevo finito di mangiare, prima che mi addormentassi.
E io sorridevo come un’ebete quando lo vedevo avvicinarsi con quello sguardo complice e adorante che tanto mi piaceva. La situazione mi imbarazzava un po’, specie se Glenwing era troppo vicino e c’era il rischio che ci vedesse. Ma ogni bacio valeva abbastanza da rischiare di farsi scoprire e stuzzicare da lui.
Quando ci avvicinammo a Daret decisi di viaggiare solo di notte, non era il caso che qualche popolano ci vedesse e riferisse al suo re, rivelandogli il nostro tracciato per trasportare l’uovo. I miei compagni protestarono sonoramente. Gli elfi amano la luce e loro erano fermamente convinti che non avremmo incontrato difficoltà di alcun tipo in quel viaggio, come sempre, ma io fui irremovibile.
Non era certamente la prima volta che passavo per quelle strade, ma il mio istinto mi diceva che c’era qualcosa che non andava.
Ci accampammo a mezza giornata dalla Du Weldenvarden, al sorgere del sole. L’ultimo giorno fuori casa. Sospirai sollevata, sedendomi pesantemente a terra.
«Sei nervosa come un gatto prima del temporale» mi informò una voce canzonatoria alle mie spalle.
L’alba nascente incorniciava la figura longilinea di Fäolin, esaltando il suo incarnato color del miele, illuminando i suoi lunghi capelli biondissimi della luce delle stelle e schiarendo il blu profondo dei suoi occhi.
Era bello, Fäolin. Probabilmente rappresentava l’uomo che ogni fanciulla elfica avrebbe mai voluto al suo fianco come compagno. Era di poco più alto di me, con un fisico esile e magro; la pelle era piuttosto chiara per la media elfica, aristocratica, così come i lineamenti, che comprendevano un naso dritto e regolare, le labbra morbide e piene, gli occhi grandi e a mandorla del blu scuro di un lago a mezzanotte. Aveva in sé le caratteristiche della perfezione elfica: era cortese, gentile e attento, amava perdersi a guardare le stelle, suonava il flauto benissimo, alle canzoni che intonava rispondevano i cinguettii degli uccelli, inoltre era un abilissimo mago delle piante. Sapevo di essere l’unica ad aver mai avuto l’onore di ricevere in dono un fiore creato da lui e la cosa mi faceva piacere più di quanto fosse lecito ammettere.
Ma non era solo il suo essere impeccabile che lo rendeva particolarmente piacevole. Rispetto agli altri elfi maschi che avevo conosciuto, Fäolin aveva un atteggiamento più rilassato, talvolta quasi giocoso.
Si legava i capelli sotto la nuca in tre-quattro sottili treccine, tenute ferme da perline di legno azzurre e aveva tre orecchini, due nel lobo destro e uno sulla punta di quello sinistro, da cui di solito pendevano piume o pietre colorate. E quelle sue piccole libertà lo scostavano un po’ dal suo essere terribilmente perfetto, dandogli un’aria quasi malandrina, caratteristica che in fondo ogni elfa sognava nel proprio uomo.
«Pronta a tornare a casa Arya Dröttningu?»
Le sue parole mi riportarono bruscamente alla realtà.
«Uhm» borbottai incerta.
Rise piano, cercando di non svegliare il nostro compare che, come al solito, ronfava della grossa. Ma che razza di Elfo era?
«Hai paura?» domandò serio, stringendomi il mento tra le dita.
Tentai un sorriso, ma ottenni solo una smorfia stirata malamente sulle labbra. «C’è qualcosa che non mi convince in questo viaggio».
«È per il fidanzamento vero? Hai cambiato idea?»
«No» risposi sicura.
Mi fissò dubbioso, come stesse riflettendo se potessi essere capace di mentirgli o meno.
«Io sono felice per noi». Lo fissai negli occhi, sfidandolo a contraddirmi.
Annuì. «Ti credo» mormorò.
«E se ci stessero seguendo?»
Mi scoccò uno sguardo obliquo. «Ci avrebbero già attaccati e ce ne saremmo già accorti. Questo compito ti sta stressando Arya. Dovresti prenderti una pausa, lasciare a qualcun altro il peso di tutto questo e ritirarti, per un annetto o due magari».
«Che dici!» sbottai.
«Uniamo i nostri cuori, Arya».
Sobbalzai. Mi affrettai a cercare il viso del mio interlocutore e lo fissai, alla ricerca dell’ironia che sicuramente ci sarebbe stata nella piega delle sue labbra. Ma Fäolin era serio, come non l’avevo mai visto.
Ispirai forte. «Ti rendi conto di quello che hai appena detto?»
«Sì» rispose fermo.
Unire i nostri cuori? «Non è un po’ presto?» Azzardai.
Ero abbastanza convinta di amare il mio eterno compagno di avventure, ma il mio era un sentimento giovane, appena scoperto. Non ero pronta ad un passo importante come l'unione dei cuori. Mi sentivo totalmente inadeguata a quella situazione, ero come una bambina che si affacciava su un mondo sconosciuto. E quella proposta mi aveva fatta precipitare. C’erano troppe cose che all’improvviso mi assalirono il cervello, troppe novità, troppi cambiamenti.
Tra gli elfi il rito dell'unione dei cuori corrispondeva vagamente al matrimonio tra gli uomini, ma aveva un significato diverso. Prevedeva lo scambio di promesse di amore e devozione e aveva come conseguenza l'istallazione della coppia in una casa tutta loro, in previsione di un futuro e ambitissimo figlio. L'unica differenza con il matrimonio umano stava nel fatto che non aveva valenza a vita, anche se si supponeva che restasse valido almeno un secolo dal giorno in cui le promesse venivano scambiate. In effetti a quel punto i veri nomi dei due interessati erano probabilmente cambiati e le promesse non erano più valide, anche se non era escluso che la relazione proseguisse anche per millenni.
Però tutto quello supponeva una certezza totale dei sentimenti che provavo per Fäolin.
«Non sei obbligata» mi informò lui piattamente, ma nei suoi occhi vidi l’ombra viscida della tristezza.
«Io..» mi interruppi, alla ricerca delle parole che mi avrebbero permesso di esprimere le mie idee senza ferirlo troppo, «..non credo di essere pronta.»
Fäolin sospirò rumorosamente. «È il tuo carattere così freddo e rigido che te lo impedisce?»
«No» risposi secca.
Non amavo che mi si rinfacciasse il mio modo di fare, e lui lo sapeva. La mia freddezza era venuta da sé, dopo l’indifferenza di mia madre, dopo le assillanti attenzioni della sua corte riguardo la mia educazione come principessa, dopo le mille critiche di ogni persona che mi circondava riguardo alle mie convinzioni sul mio ruolo di ambasciatrice, prima, e custode, poi. Non poteva e non doveva osare rimproverare il mio carattere, dato che lui stesso conosceva i fatti che mi avevano temprata.
«Scusami» sussurrò sedendosi di fronte a me.
«Non fa niente» mentii.
«Possiamo unire i nostri cuori anche tra mille anni». Sorrise. «Io non vado da nessuna parte».
Alzai le sopracciglia. «Pensi di poter sopportare questa missione ancora a lungo? Mi sembri un po’ stressato..» lo citai con palese ironia.
Scoppiò a ridere fragorosamente, facendo rivoltare Glenwing nel sonno.
«Contieniti dannazione» sibilai.
Si portò una mano alla bocca, soffocando l’ennesimo attacco di risa.
Inaspettatamente, mi prese entrambe le mani tra le sue e il blu dei suoi occhi incontrò i miei.
«Voglio che tu sappia che per te sopporterei tutto questo per la vita intera. Potrai sempre contare su di me, Arya, perché io ti amo e sarà così sempre. Non mi importa nulla se tu oggi mi rifiuti la mia proposta, riproverò tra dieci, cento, mille anni. Io voglio che tu sia nella mia eternità, perché altrimenti non varrebbe la pena di essere vissuta».
Rimasi attonita di fronte a quelle parole, che mai mi sarei aspettata di sentirmi rivolgere. Non seppi cosa rispondere, perché quello che sentivo dentro, semplicemente, non aveva parole che potessero esprimerlo. Mi chinai lievemente in avanti e lo baciai sulle labbra, sorridendo.
Mi rasserenai, perché lui era una sicurezza nel mio futuro. Io, che mai avevo avuto certezze.
Il suo amore per me era confortevole come niente al mondo.
«Ti proteggerò da tutto. Siamo insieme da quando siamo piccoli, e lo saremo per sempre» mormorò stringendomi tra le sue braccia.
E io mi abbandonai a quelle parole, che nonostante sembrassero rivolte ad una bambina, mi facevano sentire bene e terribilmente al sicuro. La strana tensione accumulata nei giorni precedenti si sciolse all’improvviso, liberando quel senso di oppressione che mi aveva invaso il corpo e la mente.
Vicino a lui, il mondo aveva nuovi colori.

______________________________________________________________________

Smeraldina: Ti ringrazio per la gentilezza immeritata :D come hai già capito non posso dirti cos’ha combinato Arya sennò tutta la storia va a farsi benedire xD

Asmar: Ti assicuro che non ho la minima intenzione di abbandonare questa storia. L’idea l’ho già completa, devo solo buttarla giù! Grazie per il commento e anche a te rispondo che non posso ovviamente rivelare nulla ;)
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da smeraldina96 » 28 gennaio 2013, 17:18

bellissimo post Lalli, allora Faolin ci stava proprio.....brva, continua così!
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Asmar » 29 gennaio 2013, 14:40

Complimenti, davvero un post stupendo. Allora Faolin faceva sul serio :sospettoso:
Sarebbe stato interessante ricevere l'invito alla partecipazione per il matrimonio.:laugh: Anche l'idea delle piume appese alle orecchie, da a Faolin l'aria più di un vagabondo, che di un elfo serioso e composto... e sicuramente ad Arya serve più il vagabondo giocherellone, basta lei per la sezione "statue di marmo". E il povero glewing, costretto a rimanere il terzo incomodo. Ma la domanda è... dormiva veramente :sospettoso:
Non vedo l'ora di leggere il resto!
L'uomo è causa di se stesso.
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 31 gennaio 2013, 20:37

3. La cattura
Stavamo attraversando una piccola valle, verde di alberi. Eravamo ormai vicini alla foresta e il fatto che i tronchi fossero fitti e il sentiero così stretto da costringerci a proseguire in fila indiana, ne erano una chiara dimostrazione.
Fäolin cavalcava davanti a me, i capelli biondi persi nel vento.
Fissavo la sua schiena da quando eravamo partiti, non appena il sole era sceso, e non riuscivo proprio a togliermi dalla testa le parole che mi aveva rivolto quella mattina.
Sorrisi lievemente quando si voltò a guardarmi, come per assicurarsi che io fossi ancora lì.
Neanche la terra potesse inghiottirmi. E poi c’era sempre Glenwing dietro di me, riservato e silenzioso, ma attento ad ogni singolo rumore.
Entro l’alba saremmo arrivati alla foresta, e di lì il viaggio sarebbe proseguito con la massima calma.
Le mie dita si spostarono istintivamente all’anonima bisaccia di cuoio che portavo a tracolla. Sospirai soddisfatta sentendo la superficie liscia e fredda dell’uovo di zaffiro sotto i polpastrelli.
Andava tutto al meglio. Ero viva, stavo per diventare la compagna di Fäolin e la missione proseguiva senza il minimo intoppo.
Mi ritrovai a sorridere di nuovo, dopo tanti problemi e sofferenze, la mia vita sembrava finalmente aver preso la piega giusta. Dovevo essere l’elfa più fortunata al mondo, non c’era nulla che avrei potuto desiderare, che io non avessi già.
Fäolin si girò di nuovo. «Possiamo invertirci i posti di guardia, mia signora?» mi domandò, con rispetto farcito di ironia.
Adoravo quello sguardo complice e velato di tenerezza che mi rivolgeva di sottecchi.
«Scambiatevi» ordinai con voce atona e un tono imperioso, stando al suo gioco.
Fäolin scivolò alle mie spalle.
Sentii i suoi occhi bruciare in maniera strana sulla mia nuca, alzai il mento e mi guardai intorno altezzosa, fingendo indifferenza al suo sguardo che in realtà mi provocò un lieve brivido lungo la colonna vertebrale. Repressi un ennesimo sorriso.
Superammo in silenzio un gruppo di cespugli nascosti dalle tenebre. Continuai a cavalcare tranquilla, il vento che mi sferzava il viso. Un brusco cambiamento della sua direzione mi fece scivolare i capelli sugli occhi, oscurandomi la vista. Li spostai stizzita passandomi una mano sul volto. Il mio braccio si bloccò a mezz’aria. C’era uno strano odore animale nell’aria. I cavalli nitrirono agitati.
«Fäolin» sussurrai implorante, voltandomi all’indietro.
Ti prego ridimi in faccia e dimmi che era una sciocca e infondata sensazione, ti prego guardami negli occhi e dimmi che il pericolo non c’è, ti prego parlami e dimmi che arriveremo presto sani e salvi ad Ellesméra.
Lo guardai in viso e le mie speranze si infransero come cristallo di fronte all’espressione stravolta di lui. Le sue iridi, illuminate di ferma determinazione, mi scrutarono con disperata urgenza, quasi a voler memorizzare ogni mio singolo particolare.
«Vai Arya, vai!» gridò schiaffeggiando poderosamente il fianco del mio cavallo.
L’animale si allontanò rapidamente dai compagni.
La terribile realtà mi cadde addosso come una cascata gelata.
Un agguato.
Ero stata una stupida. Come avevo potuto abbassare la guardia! Come avevo potuto lasciarmi accecare dalla sicurezza che tutto sarebbe andato bene!
Cercai di non pensare all’ultimo sguardo di Fäolin. Perché in fondo agli occhi blu di lui avevo letto una parola che mi faceva male anche solo a pensarla. Una parola che mi lacerava.
Addio.
Battei velocemente le palpebre, dissipando le lacrime che mi offuscavano la vista.
La missione veniva prima di tutto e tutti e io mi ero impegnata a portarla a termine, ma un forte magnetismo mi tentava in continuazione di girarmi e raggiungere Fäolin, e morire con lui.
Scossi la testa, cacciando, per quanto possibile, quella possibilità.
Lui se la sarebbe cavata.
Spronai il mio cavallo ad andare ancora più veloce, anche se il mio cuore sanguinante mi ordinava tutt’altro.
Una voce riempì improvvisamente l’aria, fredda e carezzevole come un velo di seta che nasconde un pugnale tra le sue pieghe.
«Garjzla».
Una sfera di luce colpì il mio cavallo, che stramazzò a terra. Riuscii a saltare dal suo dorso evitando ogni danno. Maledizione! Avevano uno stregone con loro! Quello avrebbe complicato le cose, avrei dovuto darmi una mossa per sfuggirgli.
La stessa voce di prima risuonò tra gli alberi. «Prendetela! È lei che voglio!»
Si trattava del capo, sicuramente.
Ma perché i miei compagni tardavano tanto?
Mi sfuggì un gemito e una morsa di ghiaccio mi strinse il cuore quando i miei occhi corsero nella loro direzione.
Fäolin giaceva a terra, il collo delicato trapassato da una freccia nera, gli occhi chiusi e il torace immobile.
Per un attimo mi sembrò che tempo e spazio fossero scomparsi, smisi di essere la principessa Arya e rimasi semplicemente una donna di fronte al corpo senza vita di una persona che amava. Mossi istintivamente un passo nella sua direzione. Non poteva essere vero, era solo uno dei suoi scherzi, sicuramente. In un attimo si sarebbe alzato di scatto, ridendo, e saremmo scappati insieme da quell’incubo. Ma lui rimase ostinatamente immobile.
Ingoiai le lacrime. Non poteva lasciarmi così. Lui mi aveva promesso..
Qualcosa nella mia testa aveva già accettato l’orribile realtà. Due parole mi rimbombarono nel cranio.
Mai più.
Delle figure nere si avvicinarono al mio campo visivo: Urgali.
Urgali?
Che ci facevano gli Urgali insieme ad uno stregone del re?
Beh, non avevo il tempo di rifletterci troppo.
Imprecai sonoramente nella loro direzione e corsi nel fitto della foresta con tutta la velocità che il peso della pietra al mio fianco mi consentiva. Sfilai la bisaccia da tracolla, tenendola con una mano sola per liberarmi del suo intralcio.
Mai più.
Colsi un bagliore lontano, la foresta stava andando a fuoco. Mi bastò fare due più due per capire che non erano sicuramente fiamme naturali.
Solo un mago molto potente avrebbe potuto fare una cosa simile, anzi, a giudicare dalla portata dell’incantesimo poteva trattarsi del re in persona.
Spalancai gli occhi, atterrita da quel pensiero, che mi affrettai a respingere con tutte le mie forze.
Ben presto sentii il fiato puzzolente dei mostri cornuti soffiarmi sul collo. Mi voltai di scatto, snudando la spada con una mossa fulminea, e la conficcai fino all’elsa nel torace dell’Urgali appena dietro di me. Solo nell’atto dello sfilarla mi resi conto che i miei inseguitori erano così vicini che ne avevo uccisi due in un colpo solo. Tagliai la gola al terzo ancor prima che potesse riprendersi dalla sorpresa.
La loro vista scatenò in me rabbia e il desiderio di distruggerli, pezzo per pezzo.
Una delle loro maledette frecce aveva ucciso Fäolin.
Una delle loro maledette frecce mi aveva privata di metà del mio cuore.
Sputai sui cadaveri e mi affrettai a proseguire la mia fuga
Notai uno sperone di granito dominare sul bosco e mi ci indirizzai alla ricerca di un posto in cui nascondermi e portare in salvo ciò per cui i miei compagni avevano dato la vita.
Ero quasi arrivata quando una figura nera atterrò agilmente davanti a me, come piovuta dal cielo. Riuscii a capire che non si trattava di un Urgali -la corporatura e i capelli rossi che gli coprivano il viso lo identificavano come un essere umano- prima di voltarmi e dirigermi nuovamente sul sentiero.
Forse quello era il capo della spedizione. Ma com’era possibile che gli Urgali lavorassero per gli uomini del re? Era lui che aveva dato ordine di tirare sui miei compagni? Per colpa sua Fäolin era..
Il filo dei miei pensieri venne interrotto all’improvviso. La mia fuga verso lo sperone era stata la mia trappola. I mostri mi avevano raggiunta. Mi guardai intorno un’ultima volta, cercando disperatamente una via di fuga che non c’era. Maledissi tutti gli dei umani e del popolo dei nani che mi venivano in mente ma poi realizzai che non avrebbe aiutato a rimediare alla mia stupidità.
Ispirai profondamente e tornai a concentrarmi sull’uomo, le membra distese in una calma che non era mia.
Volevo vedere in viso l’assassino del mio amato.
Seguii il profilo di un corpo snello ma muscoloso, un guerriero probabilmente, fino alle ampie spalle dell’uomo, per poi giungere infine al suo volto.
Non riuscii ad impedire ad un fremito di orrore di squassarmi il corpo.
Di fronte a me, un ghigno compiaciuto a scoprire i denti aguzzi, c’era uno Spettro. Gli Spettri erano i flagelli di Alagaësia, lo sapevo, me lo avevano sempre detto. Insieme al fatto che, se mi fosse mai capitato di incontrarne uno, difficilmente sarei andata a raccontarlo in giro
Mi sentii piccola e indifesa sotto lo sguardo di sufficienza dei suoi occhi cremisi.
«Prendetela» ordinò con un tono quasi annoiato.
Non c’era più tempo. Fäolin era morto per quella missione e se fosse successo anche a me, beh sarei stata ben lieta di seguirlo.
Brom.. era nascosto in un paese su quelle montagne!
Estrassi rapidamente la pietra dalla bisaccia e, alzatala sopra la testa, bisbigliai frenetica le parole che l’avrebbero portata lontano da lì, al sicuro. Probabilmente lo sforzo della magia mi avrebbe uccisa, ma ormai non era più importante. Fissai spavalda le pozze di sangue che lo Spettro nascondeva tra le ciglia.
Se io dovevo fallire, allora lo avrebbe fatto anche lui.
I suoi lineamenti si deformarono in una maschera di stupore e disperazione quando capì le mie intenzioni.
«Garjzla!» gridò precipitosamente.
Sentii il peso dell’uovo sparire dalle mie dita mentre un globo di fuoco mi raggiungeva fulmineo e mi colpiva al petto. Il terreno mi venne incontro e caddi sull’erba bruciacchiata dalle fiamme fatue dello Spettro.
Forse ora ti rivedrò Fäolin. Ma non volevo morire.
I miei occhi rimasero incatenati un ultima volta ai tizzoni ardenti della creatura maligna che mi aveva colpita.
Lessi l’Ira danzargli nelle iridi.
Un ultimo, beffardo, sorriso di sfida mi increspò le labbra.
Chi aveva vinto alla fine!?
Poi le palpebre mi si chiusero e persi coscienza di me.

____________________________________________________________________________________
Per chi seguisse anche il topic di poesie su Durza e Arya che ho aperto diversi mesi fa, si renderà conto che c'è un POV di Arya piuttosto simile, se non praticamente uguale, a questo capitolo. Mi scuso per la ripetizione, ma non ho potuto farne a meno :)

Smeraldina: Grazie ancora per i comlimenti ;)

Asmar: Il tuo commento mi ha fatto rotolare dal ridere :laugh: La “sezione statue di marmo”. Ahahah. Se Glenwing dormisse o meno rimarrà un mistero :sospettoso:

A presto! :P
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da smeraldina96 » 1 febbraio 2013, 14:54

ciao, ancora tanti complimenti Lalli m piace molto.... attento Brom, una consegna in arrivo!!!!!
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 6 febbraio 2013, 12:25

4. Durza

Mi sembrava di galleggiare, tutto intorno a me era privo di consistenza e pensieri confusi facevano a pugni nella mia testa, tanto da darmi l’emicrania.
Dove diamine sono finita?
D’un tratto la sensazione di qualcosa di duro, umido e freddo sotto la mia schiena mi catapultò nella realtà.
Aprii gli occhi, lentamente, per poi tornarli a chiudere subito dopo, feriti da una luce alla quale non ero pronta. Quando finalmente il bagliore non mi diede più fastidio, cominciai a prendere coscienza di me.
Ero distesa sul terreno nudo e semi ghiacciato di un bosco, sopra di me un cielo che prometteva neve si stagliava oscuro e opprimente, come solo una notte invernale poteva renderlo. Voltai appena la testa a sinistra, per individuare il fuoco che qualche istante prima mi aveva accecata.
Nonostante il tepore che emanava, avevo freddo. E continuavo a sentirmi confusa, come se una nebbia densa e vischiosa avesse avvolto la mia coscienza.
Piano, piano presi consapevolezza del mio corpo, ma quando feci per tirarmi a sedere mi bloccai. Non potevo aiutarmi con le mani, legate dietro la schiena da una corda grossa e ruvida.
E questo spiega il male a spalle e braccia. Pensai.
Rotolai su un fianco e riuscii ad alzarmi. Ero tutta indolenzita.
Ero in una minuscola radura, circondata da un bosco che non era nemmeno lontanamente simile alla mia foresta.
Annaspai alla disperata ricerca delle mie facoltà mentali, ma venni interrotta dalla vista di un uomo che sedeva di fronte a me sul tronco di un albero caduto, dall’altra parte del fuoco.
«Finalmente ti sei svegliata», mormorò con voce vellutata.
Strinsi gli occhi, mettendo a fuoco la sua figura, senza riuscire a capire chi fosse e perché fosse lì.
Io ero in viaggio con Fäolin e Glenwing. Perché in quel momento mi trovavo in compagnia di un perfetto sconosciuto, legata e con la sensazione che qualcosa non andasse?
Mi gettai un’occhiata addosso: la bisaccia di cuoio in cui custodivo la pietra era scomparsa, insieme alle mie armi. Un attacco di panico mi si riversò addosso.
«Ti ho trovata a terra nel bosco». La voce melliflua dell’uomo mi riscosse nuovamente. «Sei un’Elfa» specificò, come se quello potesse spiegare perché mi avesse legata.
Analizzai con attenzione lo sconosciuto davanti a me. Non doveva avere più di venticinque primavere, secondo il tempo degli uomini e il suo viso non recava la minima traccia di barba, doveva essersi rasato al più tardi qualche ora prima.
I suoi piccoli occhi avevano un taglio leggermente allungato ed erano dello stesso colore marrone scuro delle castagne nella stagione dei venti. Mi scrutavano senza la minima vergogna, registrando ogni singola variazione della mia espressione, quasi scavandomi dentro, mettendomi a disagio e scatenandomi allo stesso tempo un brivido di inquietudine sul cuoio capelluto.
Le sopracciglia folte e arcuate gli davano un’aria ancora più inquisitoria, di un rosso appena più scuro dei capelli corti che gli ricadevano sulla fronte, resi brillanti dalle fiamme del fuoco, ma sporchi di terriccio, ad indicare che sicuramente non era la prima notte che dormiva all’addiaccio.
Le labbra pallide e troppo sottili erano sollevate leggermente da un lato in un sorrisetto che di rassicurante non aveva nulla e si sposavano alla perfezione con il viso ovale, con un naso aquilino ad evidenziare ulteriormente il suo taglio da rapace.
La pelle resa giallastra dal riflesso del fuoco aveva qualcosa di profondamente inquietante, quasi si trattasse di un morto ritornato dalle ombre.
Nel complesso aveva un’aria pericolosa e sfuggente, tanto che non ero ancora riuscita a decidere se fosse un semplice umano o no, nonostante parlasse la loro lingua senza inflessioni e le orecchie che i capelli lasciavano scoperte fossero inequivocabilmente rotonde.
«Non voglio farti alcun male, voglio solo che tu te ne vada senza uccidermi» disse ancora.
Tirai un impercettibile sospiro di sollievo. Era un umano, senza dubbio, solo loro avevano la stupidità di credere gli elfi creature malvagie che traevano piacere nell’uccidere intere popolazioni avvelenando le fonti, spalmando unguenti infetti sulle porte delle loro case e rapendo i bambini in fasce per sostituirli con sosia che non erano altro che incarnazioni dei demoni. Sciocche superstizioni.
«Che cosa mi è successo?» mi informai cautamente.
Le labbra sottili si schiusero in un sorriso, scoprendo denti dritti e bianchi, segno che il loro proprietario se ne prendeva cura almeno una volta al giorno con impasti di erbe e foglie di salvia.
«Eri stesa a terra in un bosco poco distante da qui, intorno a te c’erano delle impronte di zoccoli di cavalli e di Urgali. Devi essere stata attaccata da loro».
Come se le mie memorie venissero da un sogno, ricordai l’improvviso fetore di carne rancida che mi era giunto alle narici e il nugolo di frecce nere che aveva riempito l’aria.
«Non c’era nessuno con me?» Dov’erano finiti i miei compagni?
Scosse la testa lentamente. «Eri sola. E stringevi questa tra le dita». Sollevò da accanto a sé la mia bisaccia di cuoio, visibilmente vuota.
Il mio cuore fece una capriola, mentre una corazza di lucida logica prendeva il posto del panico che mi aveva stretta fino a quel momento.
Probabilmente una banda di Urgali aveva attaccato me e la mia scorta, costringendo Fäolin e Glenwing ad abbandonarmi nel bosco dopo essere stata disarcionata. E i miei compari dovevano aver preso la pietra con loro.
C’erano solo un paio di cose che non tornavano.
Perché gli Urgali si trovavano così in profondità nel territorio dell’impero? Perché erano riusciti a coglierci alla sprovvista e addirittura batterci? Perché non mi avevano uccisa per conquistare gloria presso la loro tribù? Perché Fäolin non era tornato indietro a cercarmi, come mi aspettavo avrebbe fatto? Perché se cercavo di fare chiarezza nella mia mente vedevo solo.. fiamme? Una foresta in fiamme.
E rosso, un colore che mi avvolgeva fino a soffocarmi.
Cielo rosso. Alberi rossi. Occhi rossi. Capelli rossi.
Annusai con discrezione i miei vestiti, constatando che erano impregnati dell’odore acre del fumo. L’uomo non mi stava dicendo tutta la verità.
Feci per usare i miei poteri e liberarmi della corda, ma mi accorsi con un certo orrore che non ricordavo la mia lingua madre. Più cercavo di arraffare una semplice parola che potesse formare un incantesimo, più quella pareva fuggire.
«Perché non mi liberi?» domandai candidamente, accennando un sorriso melenso. Avevo bisogno di guadagnarmi la fiducia di quello sconosciuto, prima che capisse quale fosse lo stato di confusione che albergava nella mia mente e ne approfittasse per vendermi a qualcuno degli uomini imperiali.
Abbassò la mano che stringeva la bisaccia. «Avevi una pietra con te o sbaglio?»
Mi irrigidii immediatamente.
«Vedi, mi basta sapere dove hai mandato quella pietra e ti lascerò andare per la tua strada, non ho alcun interesse a trattenerti qui».
«Non so di cosa tu stia parlando» replicai tranquillamente, sopprimendo la mia ansia sotto una fredda maschera di indifferenza.
«Oh io credo di sì invece» rispose senza esitazione.
Tormentai le corde che mi legavano i polsi, ma mi resi conto di essere troppo debole per poter anche solo sperare di scioglierle. E che l’uomo di fronte a me non era certamente uno sprovveduto, e tanto meno un amico. Doveva avermi drogata.
«Non ci riuscirai» mi informò, notando i miei movimenti. «La pietra, Elfa. Voglio solo quella stramaledettissima pietra e poi potrai tornartene nella tua foresta».
Gli occhi castani furono oscurati da un lampo di impazienza e seppi con assoluta certezza che si trattava di un fedele all’impero.
Di fronte al mio mutismo, parve perdere l’atteggiamento rilassato che lo aveva accompagnato fino a quel momento. Si alzò agilmente in piedi e girò intorno al fuoco, estraendo un pugnale lungo quanto il mio avambraccio dal mantello nero e avvicinandosi a me.
Dovetti fare uno sforzo per rimanere immobile e impassibile mentre si inginocchiava di fronte a me, portando il viso a una spanna dal mio, puntandomi nuovamente addosso i suoi occhi penetranti. La parte del viso che non era illuminata dalle fiamme pareva così pallida da essere trasparente. Sentii che c’era qualcosa di sbagliato in lui, di oscuro.
«Parla».
Un forte odore, acuto e pungente mi soffiò addosso. Sembrava menta selvatica.
Quell’odore ebbe il potere di spazzare via la nebbia che mi oscurava il cervello e i ricordi dell’imboscata tornarono, con vivida e dolorosa chiarezza.
Lui era uno Spettro. Gli Urgali avevano attaccato perché lui lo aveva ordinato. Ero a terra perché lui mi aveva colpita non appena avevo tentato di mettere in salvo la pietra di zaffiro. Fäolin e Glenwing non erano con me perché lui aveva stregato le frecce nere affinché potessero superare con tranquillità le nostre protezioni. E li aveva uccisi. I miei compagni di viaggio non esistevano più.
Una bestia feroce si scatenò dentro di me, donandomi una scarica di energia incredibile. Con un movimento brusco, mi sporsi in avanti per dargli una testata nello stomaco, ma lo Spettro mi afferrò prontamente per le spalle.
«Peccato» disse, ghignando, «temo che l’armistizio finisca qui».
Sotto i miei occhi, vidi le sue iridi diventare dello stesso colore rosso e denso del sangue, le pupille si fecero leggermente verticali, come quelle di un felino, ed erano da felino i denti appuntiti che fecero capolino dalle labbra sottili e crudeli.
Uno Spettro. Ero nelle mani di uno Spettro.
Un lieve tremore tradì l’orrore che si era impossessato di me.
Ero stata ampiamente istruita sulle creature malefiche -sia quelle estinte, sia quelle esistenti- dalle quali avrei dovuto starmene ben lontana se tenevo alla mia vita. E sapevo con esattezza che, in tutta la storia di Alagaësia, solo Laetri l’elfo e Irnstad il cavaliere erano riusciti a sconfiggere uno Spettro, accompagnati ovviamente da una buona dose di fortuna, oltre che di indiscussa abilità. Erano creature malefiche e potenti, abili maghi e combattenti capaci. Fino a che uno Spettro calpestava il suolo di quel regno, non poteva esservi pace, dato che era risaputo che praticassero le forme più sacrileghe e oscure della magia, aiutati dagli Spiriti che abitavano nei loro corpi.
Una risatina fredda e secca riempì la radura deserta. Mi si accapponò la pelle.
«Non devi avere paura di me» sillabò lo Spettro con il suo ghigno raccapricciante. «Non ti farò nulla, se sarai disposta a collaborare».
Il mio pensiero scivolò a Glenwing e Fäolin e per un attimo mi parve di poter precipitare nel vuoto di dolore che riempiva la loro memoria. Non dovevo pensarci. Non ancora. Non fino a che avrei dovuto tentare di tenere testa a quel mostro. Dopo ci sarebbe stato il tempo di strapparsi i capelli e rigarsi il viso di lacrime, forse.
«Non mi fai paura» ringhiai orgogliosa.
Sbuffò. «L’arroganza non ti sarà amica. Voglio solo sapere dove hai mandato quella pietra». Accennò un sorrisetto di chi la sa lunga. «E tu vuoi solo tornartene a casa. Dimmi quello che voglio sapere e io ti lascerò andare. Ora. Senza altri indugi. Potrai tornare in pace nel tuo regno. Hai la mia parola che non ti ostacolerò in nessun modo».
Detta così sembrava tutto così semplice. Forse credeva che fossi una stupida sprovveduta.
Beh, non lo ero.
Sapevo perfettamente fino a quanto potesse valere la parola di una creatura del male. E per essere precisi era zero. Non ero così folle da credergli, non così smarrita da mettergli tra le mani tutto ciò per cui avevo sempre combattuto. Dirgli ciò che voleva sapere significava condannare a morte il mio popolo e tutta l’organizzazione ribelle dei Varden, significava sputare in faccia al sacrificio di Fäolin e Glenwing. Loro avevano dato la vita per prolungare la mia, per permettermi di portare a termine la missione.
E se lo Spettro chiedeva con tale insistenza dove avessi mandato la pietra significava che non aveva la minima idea di dove potessi averla materializzata e che il mio incantesimo era riuscito alla perfezione, nonostante la foga del momento. Probabilmente in quel momento l’uovo era al sicuro nelle mani di Brom e l’unica cosa che mi rimaneva da fare era tenere il silenzio fino a che lo Spettro non mi avesse uccisa.
E a giudicare dall’espressione furente che gli deformò i lineamenti non appena alzai il mento, non mi avrebbe fatta attendere a lungo.
Sussultai quando la parte piatta della lama gelida del pugnale mi sfiorò il collo.
«Rilassati» sussurrò lo Spettro con voce suadente e pericolosa, che ebbe l’effetto di inquietarmi ancora di più. «Ti sei appena guadagnata un soggiorno a Gil’ead. Sarai mia ospite per..» interruppe la frase, schioccando la lingua contro i denti «..diciamo a tempo indeterminato» concluse maligno.
Mi fissò ancora, osservando ogni mia mossa, ogni mia espressione, probabilmente alla ricerca di una crepa nella maschera di granito che sapevo di poter impostare al mio volto. Nonostante tutto fui colta da un’incalzante inquietudine e mi affrettai a controllare che le mie barriere mentali fossero ben salde al loro posto.
«Qual è il tuo nome?» c’era una sorta di velata minaccia nella sua domanda.
Serrai le labbra, sfuggendo al suo sguardo cremisi.
Il suo fiato caldo sulla fronte mi annunciò che si era ulteriormente chinato su di me. La sua vicinanza mi mise a disagio in maniera indicibile, ma rimasi impassibile.
Accennò un sorriso. «Avremo modo di fare lunghe chiacchierate una volta giunti nella mia città. E ti assicuro che parlerai, Elfa. Oh se parlerai».
Tese una mano verso di me e io dovetti fare uno sforzo immane per non ritrarmi e rimanere immobile come una statua di sale. Le sue dita bianche mi sfiorarono una guancia, lasciando una scia fredda lungo la mia pelle già gelata, scivolando poi sul collo e accarezzando lievi il profilo del petto.
Fremetti violentemente, incapace di controllarmi.
«Io sono Durza» disse carezzevole.
Il suo tocco mi stava gelando le ossa, e non per la temperatura della sua pelle.
«Ricorda questo nome, avrai paura sentendolo pronunciare».
A quel punto mi ritrassi. Lo Spettro sorrise. «Slytha» mormorò.
Ed io caddi in un sonno profondo.


_____________________________________________________________________________________
Ehilà :D
Allora.. so che tutti, nessuno escluso, immaginate Durza come lo hanno rappresentato nel film. Purtroppo io ho avuto la sfortuna di averlo visto solo dopo diversi anni dalla lettura di “Eragon” e ormai mi ero creata un’immagine dello Spettro tutta mia, che sono molto restia ad abbandonare in favore di quella del film.
Nel caso potesse aiutarvi, Durza l’ho immaginato molto simile al principe Nuada nel film “Hellboy II- the golden army” (film fantastico che consiglio caldamente a chi non lo avesse visto). Film che peraltro prende qualche spunto dall’originale leggenda irlandese in cui il Principe Nuada perse una mano in battaglia e se ne fece fare una nuova, d’argento. Da qui poi il nome di Airgetlám, cioè braccio o mano d’argento (Gli Spunti di Paolini vengono fuori).
Dunque Durza sarebbe fisicamente identico al principe Nuada (alto, muscoloso, pallidissimo, viso affilato) tranne per gli occhi e il colore e la lunghezza dei capelli.
C’è un disegno magnifico su Deviantart, chiamato “Faces of Alagaesia” di Trouble Train. Ha disegnato i principali personaggi del ciclo dell’eredità e il mio Durza è identico a come l’ha fatto lei.
http://www.deviantart.com/art/Faces-of-Alagaesia-284982615
Grazie per l’attenzione! ;)
A presto!
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da smeraldina96 » 6 febbraio 2013, 16:17

magnifico cap. bravissima
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Asmar » 7 febbraio 2013, 21:34

Complimenti! :applauso:
Splendidi capitoli. Ottima la versione del capitolo "la cattura" da parte di Arya. La nostra cara ambasciatrice cavalca verso la rovina, col sorriso sulle labbra. E nelle prime righe ci hai regalato una versione quasi umana, della statua di marmo. Faoiln, il mitico Faolin è sempre pronto a sdrammatizzare...o almeno ci prova. Il compito più arduo è affidato a Glewing, il terzo incomodo, cupo e silenzioso. Forse lui si era accorto della trappola:
Glewing: Arya, il mio cavallo sta sbandando a destra e a sinistra da almeno dieci minuti, e il radar sul cruscotto rileva presenza di spettro nelle vicinanze.
Arya: zitto Glewing, sto guardando la splendida schiena di Faolin, così mi distrai.
Faolin: Dai fallo passare avanti, così si sta zitto
Glewing (cercando in tutti i modi di far calmare il cavallo): Va be', ma se ci succede qualcosa...
Arya: Ma quanti anni hai, cento o millecentocinquanta?
Glewing: Superata una certa soglia, non si dovrebbero fare certe domande! [smilie=nono.gif]
Faolin (sniffando l'aria):Non per intromettermi, ma mi sa che Glewing ha ragione, :ehehe:
Urgali: HAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!
Durza: [smilie=triniti.gif]

Un minuto di silenzio per la caduta del saggio Glewing, e del super Faolin... :cry:

Capitolo "Durza"... Ecco la faccia di Arya davanti allo spettro camuffato: :wacko: son drogata o son desta?
Nulla da ridire riguardo allo stile, splendido e scorrevole. Non vedo l'ora di sapere cosa succederà con l'arrivo a Gil'ead.
L'uomo è causa di se stesso.
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da smeraldina96 » 8 febbraio 2013, 11:32

anch'io non vedo l'ora, posta presto Lalli!!
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Lalli » 10 febbraio 2013, 10:40

5. Il viaggio
Una sensazione di gelo al viso mi costrinse ad aprire gli occhi. Vidi una figura indistinta china su di me.
«Fäolin» sussurrai.
Impiegai meno di un istante prima di comprendere il mio errore.
I lineamenti affilati dello Spettro presero contorno, ricordandomi in quale terribile guaio mi fossi cacciata.
Mi fissò annoiato. «Uno dei tuoi compari? Sono morti entrambi, Elfa» mi informò seccamente. «E le mie fiamme avranno bruciato i loro corpi».
Mi sedetti, lanciandogli un’occhiata di puro odio.
Stava nevicando, e i fiocchi ghiacciati lambivano la mia pelle, facendomi rabbrividire dal freddo.
«Alzati» ordinò, «voglio raggiungere Gil’ead prima che la neve ci blocchi il passo».
Raccolsi rapidamente le mie idee, ricordando in un lampo i fatti dell’imboscata e cacciando conseguentemente il dolore che mi legava a quei ricordi, per passare poi alla conversazione della sera precedente. Sbirciai lo Spettro da sotto le ciglia.
Sapevo chi era. Chi, tra ribelli non era a conoscenza dell’identità di Durza lo Spettro, luogotenente del re Galbatorix in persona, fautore di incredibili massacri e sofferenze, spietato ai limiti del possibile. E anche se per caso non lo si avesse mai sentito nominare era impossibile stare per più di un quarto di clessidra in compagnia di Ajihad senza che nominasse il suo famoso duello con Durza, dal quale era uscito non propriamente incolume, ma vivo. E già quello era un evento straordinario.
Con un’altra occhiata constatai che il fodero nero di una spada lunga e sottile pendeva dal fianco dello Spettro, seminascosto dal mantello nero, sotto il quale si intravedevano pantaloni neri, una giubba nera e stivali neri.
Durza aveva detto che mi avrebbe portata con sé a Gil’ead. Voleva forse consegnarmi al suo re? Se quello era il mio destino tanto valeva ammazzarmi subito ed evitare almeno che Galbatorix riuscisse a carpire da me informazioni che sarebbero state disastrose nelle mani sbagliate.
Ma forse lo Spettro aveva solo intenzione di torturarmi per qualche giorno, fino ad arrendersi all’evidenza che non avrei parlato e mi avrebbe poi spedita nelle ombre.
«Sappi che non amo ripetermi». Una voce ben più gelida della neve che cadeva mi riscosse.
Il mio rapitore era in piedi a pochi passi da me, e teneva per le redini un cavallo grigio nebbia, striato di nero.
Mi alzai, nonostante le mani legate, con una certa agilità.
«Sali» comandò con un ghigno.
Guardai l’immenso cavallo. Mi sarei dovuta letteralmente arrampicare su quell’animale gigantesco, e ovviamente non potevo neppure pensare lontanamente di farlo con le mani impegnate. E lui lo sapeva. Quella messa in scena aveva il solo scopo di umiliarmi.
«Dovrò aiutarti».
Le sue mani si strinsero sicure sulla mia vita, le sentii fredde attraverso i vestiti. Mi issò in sella con una facilità incredibile, quasi non fossi altro che una bambola di pezza.
Montò rapido dietro di me e strinse le redini, passando le braccia intorno al mio corpo.
La sua vicinanza e il fatto di non poterlo vedere in viso mi provocavano una certa inquietudine. Non si danno le spalle al nemico, mai. Ero rigida come un manico di scopa, e lui parve notarlo.
«Come avrai intuito, mi servi viva, Elfa» disse ridacchiando in maniera snervante. «Quindi non ti ucciderò nell’immediato futuro, e di questo puoi esserne certa».
Spronò il cavallo e l’animale partì al trotto, la mia spada e il mio arco che penzolavano dalle bisacce legate alla sella. Mi dispiacqui nuovamente di non riuscire ad usare la mia magia.
Mentre il paesaggio scorreva rapido di fianco a me, mi permisi di dedicare i miei pensieri a un modo alternativo per sfuggire a quella situazione, conscia che sarebbe stato difficile, ai limiti del possibile.
Ma non dovevo farmi prendere dal panico. Dovevo rimanere il più lucida e fredda possibile.
Ad Ellesméra ero stata per anni allieva di Oromis e Glaedr. Non che avessi ricevuto una vera e propria formazione da cavaliere -dato che il mio compito mi imponeva di viaggiare spesso e i cavalieri avevano segreti che nessuno al di fuori dell’ordine sapeva, la cosa non era possibile- ma i due si erano impegnati ad insegnarmi qualche trucchetto dietro insistenza di mia madre. Del resto ero la prima Elfa che si sarebbe avventurata fuori dalla foresta da anni. E con il re in circolazione non si era mai troppo sicuri. Se avevo imparato una cosa da loro, era che ogni situazione andava analizzata da ogni punto di vista per poter trovare una soluzione.
Sapevo che ad Osilon si aspettavano di vedere arrivare me e i miei compagni la sera stessa in cui eravamo caduti nell’imboscata. Quanto era passato da allora? Non lo sapevo, potevo essere rimasta incosciente per ore, come per giorni.
C’era una sottile, lontana possibilità che la guarnigione fissa della città decidesse di mandare qualcuno a cercarci, magari preoccupati per il nostro eccessivo ritardo. Se avessero trovato i resti dell’incendio e.. Deglutii. E i corpi di Fäolin e Glenwing, avrebbero capito che c’era qualcosa che non andava e, notando la mia assenza e quella della pietra, mi avrebbero cercata in lungo e in largo.
Dovevo trovare un modo per rallentare Durza.
La mano destra dello Spettro in questione si staccò dalle briglie, per insinuarsi tra i mie capelli e afferrare la punta del mio orecchio. Le sue dita erano gelate, avrei voluto suggerirgli dei guanti contro il freddo.
«Mi sembra corretto offrirti un’ultima possibilità» disse con voce alta e chiara, che sentii distintamente sopra lo scalpiccio degli zoccoli e il fruscio dell’aria che stavamo tagliando. «Decidi ora se ti senti più disposta a collaborare. La pietra per la tua vita, mi pare uno scambio equo».
Scrollai rabbiosamente il capo, togliendo la presa delle sue dita.
«No, non lo è» replicai ostentando calma.
Con un movimento brusco, lo Spettro mi artigliò la spalla. «Non prenderti gioco di me, piccola Elfa. Perché io non sto affatto scherzando».
Rimasi immobile e impassibile come una statua di granito. Ma in cuor mio pensai che Durza aveva l’aria di uno che non parla a vanvera.
«Sai a Gil’ead c’è una magnifica prigione, ti piacerà» sibilò lo Spettro. «E questa pelle di velluto..» sfiorò appena il mio collo con l’indice «..ha mai sentito che sensazione da un ferro rovente addosso?»
Serrai le labbra e mi scostai di lato, sfuggendo al fastidio del suo tocco. Mi sembrava che se mi avesse sfiorata per un altro istante, una parte di me sarebbe inesorabilmente marcita.
«Sei proprio una stupida» decretò, tornando a posare la mano sulle briglie.
Lo ignorai, cercando nuovamente di richiamare alla mente le parole nell’antica lingua, invano.
Bene. La magia era fuori gioco.
Rimanevo solo io.
Agii senza nemmeno riflettere troppo su dove mi avrebbero portato le mie azioni.
Sciolsi le membra e mi afflosciai sulla sella, cogliendo Durza di sorpresa, tanto che non poté impedirmi di scivolare sotto le sue braccia e cadere dal cavallo. Rotolai sul terreno reso fangoso dagli acquosi fiocchi di neve che ancora cadevano, rannicchiandomi su me stessa per evitare danni.
Gli zoccoli dell’animale rasparono nel terreno e il tonfo di un paio di stivali mi annunciò che lo Spettro mi avrebbe raggiunta in pochi istanti.
Chiusi gli occhi e mi concentrai, rilassando il respiro e le membra, fingendomi svenuta.
«Come sei ingenua, piccola Elfa» sussurrò Durza nel silenzio ovattato. «Con me ogni finzione è inutile. Non ti hanno mai insegnato le regole di un bravo guerriero? Quando la situazione è inesorabilmente fuori controllo, bisogna arrendersi».
I suoi passi frusciarono lenti e decisi nella mia direzione. Rimanere immobile mi costò uno sforzo che non credevo possibile.
«Anche adesso» continuò lui con la sua voce melliflua, «sento che hai paura».
Controllai le mie barriere mentali. Salde e intaccate al loro posto. Come riusciva a capire che la mia fosse solo finzione e addirittura ad intuire i miei sentimenti?
Il suono del suo respiro mi fece capire che era praticamente accanto a me.
Aprii gli occhi e mi alzai di scatto, assestandogli una gomitata alla tempia e rendendomi conto solo in quel momento di quanto incredibilmente alto fosse, anche per i canoni elfici.
Lo Spettro ringhiò qualcosa, ma non volevo restare lì ad informarmi se si fosse offeso o meno. Schizzai immediatamente in direzione del cavallo che Durza aveva abbandonato poco più avanti sul sentiero, scapolando con le braccia e portandomi le mani legate davanti a me.
Avevo appena allungato le mani verso la spada che pendeva dalla bisaccia legata alla sella, quando un braccio forte mi cinse la vita, spingendomi a terra.
Rotolai nel fango avvinghiata allo Spettro, dando e ricevendo pugni e calci in egual misura. Uno scricchiolio agghiacciante e un dolore sordo al viso mi annunciarono che probabilmente mi aveva slogato la mascella. Un istante dopo offrii la schiena al suolo gelido, le mani di Durza premute con forza sulle mie spalle, a tenermi ferma. Notai con una certa soddisfazione che gli sanguinava il naso. Era abbastanza umano da avere sangue nelle vene, almeno.
In un impeto di coraggio gli sputai in faccia.
Lo Spettro sollevò un sopracciglio. «Non provarci mai più». La sua voce risuonava di un sottile sibilo.
Alzai gli occhi sul suo viso e la sua espressione irata mi fece tremare. Ma più di tutto furono i suoi occhi a sconvolgermi. Così rossi, così profondamente intrisi di odio. Mi fecero desiderare di non essere mai nata, di poter morire. Subito. Di non dover passare un solo istante in più a fissarli.
Mi divincolai nell’inutile tentativo di liberarmi dalla sua presa.
Ero debole.
Ero impotente come una formica nelle mani di un bambino.
«Mi troveranno» ringhiai. «Ti taglieranno la strada Spettro. Portami pure a Gil’ead. Non ci arriveremo mai, altre guardie elfiche ti attendono su quella strada e non potrai coglierle con l’inganno come hai già fatto. Dovrai combattere. E sarai sconfitto».
Mentivo, mentivo spudoratamente. Speravo solo che mi avrebbe creduta e che per prudenza avrebbe deciso di aspettare nel bosco un altro giorno o due, giusto il tempo necessario alla vera guarnigione per arrivare.
Se la cosa lo impressionò o lo spaventò come avrei voluto facesse, non lo diede a vedere.
«Credo che sia la frase più lunga che un elfo abbia mai detto dalla nascita di Alagaësia» si limitò a dire, con palese sarcasmo.
Furiosa, tornai a divincolarmi con tutte le mie forze.
«Buona» sussurrò minacciosamente. «Stai buona».
Mi addormentò nuovamente.
La testa mi pulsava dolorosamente e, quando aprii gli occhi, vidi per un attimo tutto nero.
La mascella scricchiolò sinistramente quando aprii la bocca, ma non sembrava rotta. Si era trattato di un innocuo pestaggio.
«Vi facevo più temprati voi Elfi, e più intelligenti».
La voce dello Spettro vibrava d’ira. Mi alzai a sedere e lo vidi seduto a poche iarde di distanza da me, un fuocherello brillava alla sua sinistra.
Solo allora mi accorsi che non ci eravamo mossi. Non sapevo quanto tempo fosse passato da quando mi aveva addormentata, ma doveva trattarsi di ore dato che la luce stava rapidamente scemando nel tramonto.
Mi concessi un istante per lanciare un interiore grido di vittoria.
C’ero riuscita! Ero riuscita a rallentare la marcia. Dovevo solo sperare che i soccorsi in cui avevo riposto tutte le mie speranze arrivassero il prima possibile.
Lo Spettro corrugò la fronte, scrutandomi con intensità, al punto di farmi rabbrividire. Sembrava che mi stesse leggendo dentro. Istintivamente, rafforzai le barriere della mia mente.
«Come mai tanto trionfo Elfa?»
Rimasi sconvolta alla sua domanda, posta con aria quasi noncurante, quasi avesse domandato perché avevo messo un abito giallo invece di uno verde.
Ero convinta di essere rimasta impassibile, a quanto pare mi era sfuggita un’espressione.
Non può riuscire a leggermi la mente nonostante le mie difese, o a questo punto avrebbe già tra le mani tutte le informazioni che gli servono.
Rassicurata dal pensiero sciolsi la tensione dei muscoli.
Un sordo brontolio ruppe il silenzio della notte.
Era il mio stomaco. Non ricordavo quale fosse stata l’ultima volta che avevo mangiato.
Durza scoppiò in una risata stridula che mi fece quasi sobbalzare.
«Se non mi avessi rallentato a quest’ora saremmo già arrivati a Gil’ead» mi informò beffardo, «e tu avresti potuto mangiare qualcosa».
Non reagii in alcun modo.
«Comincio a chiedermi se tu non sia diventata muta».
Ancora non risposi.
«Vedrai che presto parlerai». Suonò molto come una minaccia.
Lo Spettro sussurrò alcune parole nell'antica lingua, che faticai a capire ma non riuscii a memorizzare, e subito dopo un evanescente cerchio di nebbia nera si avvolse intorno a noi.
«Prova a superarlo Elfa» mi lanciò uno sguardo di sfida, «e spererai di non essere mai nata».
Detto quello si avvolse in una coperta, me ne lanciò un’altra e si stese accanto al fuoco. Pochi minuti dopo il suo respiro era regolare. Dormiva.
Imprudente, molto imprudente. Con un ghigno che avrebbe fatto strappare i capelli ad ogni elfo ben educato che c’era alla corte di mia madre, strisciai lentamente verso di lui.
Mi aveva sottovalutata. Peccato, non si sarebbe più svegliato.


________________________________________________________________
Non siamo ancora arrivati a Gil’ead. Ma non potevo lasciare che Arya si facesse trascinare verso la fine senza nemmeno provare a ribellarsi :arms:

Smeraldina: Grazie per i commenti, sei sempre gentilissima :innamorato:

Asmar: AHAHAHAHAHAH :D Ti giuro mi sto segnando le cose che scrivi perché mi fanno morire dal ridere
Grazie mille anche a te ;)

Baci!
Ultima modifica di Lalli il 14 maggio 2015, 18:19, modificato 2 volte in totale.
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da smeraldina96 » 10 febbraio 2013, 12:05

wow, mi piace questa ff, alè ai combttimenti corpo a corpo, bravissima Arya, e b******o Durza, :D !!! mi è piaciuto tanto che hai fatto che lei è stata addestrata da Oromis, in effetti avevo un sospetto ma nei libri non è mai stato chiarito,quindi ti stimo ancora di più!!! ciao Lalli e posta presto...
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RE: Il nostro segreto. La storia mai conosciuta di Durza e A

da Aiedail98 » 11 febbraio 2013, 10:10

Eccomi qua! :O

Premetto: avrei voluto commentare molto prima, perchè questa FanFic merita davvero delle recensioni super :laugh: purtroppo però ho avuto poco tempo e quindi arrivo solo ora :sleep:

Conclusa la premessa... davvero complimenti! :O Mi piace tutto tutto e tutto di questi primi capitoli, sono proprio quello che ci vuole per l'inizio di una storia bellissima! :D
Tralasciando il fatto che scrivi benissimo, quello che mi è piaciuto più di tutto è il punto di vista di Arya :D non so come, ma sembra proprio riflessiva e un po' distaccata (per non dire fredda) come l'aveva descritta Paolini, per cui non sei assolutamente andata OOC, davvero complimenti! :applauso: :inchino:
Poi, se devo essere sincera, Faolin mi era sempre stato antipatico (forse perchè Arya non si concedeva a Eragon perchè era ancora innamorata di lui :P ) ma dopo aver letto questi capitoli ti giuro che ha fatto un salto di qualità e lo stimo un sacco ;) quando hai postato il capitolo sull'agguato e sulla sua morte stavo quasi per mettermi a piangere [smilie=cray.gif]

Insomma, che dire? :D Posta prestissimo, che non vedo l'ora di vedere cosa succederà tra Durza e Arya! :O

PS: mi sbaglio, o Arya ha intenzione di uccidere Durza nel sonno? [smilie=assassin.gif]
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