One-shot di tutti

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RE: One-shot di tutti

da NaRayquaza » 15 luglio 2012, 19:00

vorrei scusarmi con tutti xk ho sbagliato a postare, dovevo metterla nel topic di "Altro" ma io giuro ke nn sapevo della sua esistenza DDDDDDDDDD: sorry :cry: pensavo ci fosse questo x tutte le one-shot, scusate ancora :crybaby:
Ultima modifica di NaRayquaza il 15 luglio 2012, 20:20, modificato 1 volta in totale.
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RE: One-shot di tutti

da sennin-modo » 15 luglio 2012, 19:50

fa niente Quaza, sbagliare e umano ;) io l'avevo già letta e nn ti ho detto nulla, come vedi ho sbagliato anche io D:
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Re: One-shot di tutti

da Giorgia98 » 16 luglio 2012, 22:49

Nasuada97 ha scritto:
Spoiler:
NON PER NOI, NON PER LEI

-Murtagh, vieni, non essere scortese: mostrati alla nostra ospite.
Vorrei non avere orecchie per sentire il suo invito e gambe per muovermi, ma se non lo faccio io mi costringerà lui. Mi giro, e penso solo una cosa: Galbatorix, ti odio con tutto me stesso.
Mi espone a Nasuada come il più tremendo assassino di Alagaësia, e tutto ciò che posso fare è dire: -Vero, sire-, poi con una frase mi strappa il cuore dal petto: -Dopotutto è stato lui a convincermi che meritavi di unirti alla nuova generazione di miei discepoli.- Dopo questo, l'ho persa per sempre.
-Ti arrendi?
-Mai.- Quanto coraggio, amore mio. Ma riuscirai a resistergli a lungo?
-Così sia. Murtagh?
Non posso fare altrimenti! Ti prego, perdonami...

Murtagh, non dovresti bere quella roba.
Castigo, non ce la faccio più... Non sei la mia coscienza!
E invece sì!

Sono seduto appoggiato al muro della mia stanza, una fiaschetta semipiena di liquore accanto a me.
Chiudo il mio compagno di vita fuori dalla mente, ma faccio in tempo a sentire la sua delusione come un mugolio lontano. So che è dispiaciuto per me, ma non sono del morale giusto per pensare se sia giusto o sbagliato. Nulla può la ragione per alleviare il peso delle mie sciagure; forse neanche bere puiò farlo, ma mi aiuta a non pensarci troppo.
Dovrebbe. E invece sembra amplificare, far riecheggiare i miei pensieri negativi ancor più forte nella mia mente, come onde che s'infrangono violente, tornano indietro e urtano di nuovo sulle tempie. Mi gira la testa, sento un mare in burrasca che si agita dentro di me. Appoggio al testa al muro, afferro la fiaschetta -vedo confusamente la mia mano che trema mentre la tendo, le dita che si muovono a scatto-, la porto alle labbra e bevo un lungo sorso.
La vista è offuscata, la luce delle candele crea curiosi nastri di luce sullo sfondo aranciato, ma in realtà non li vedo: davanti a me solo la mia bellissima ragazza che urla di dolore sotto il tocco del tizzone ardente, la mie mani che manipolano l'asta arroventata, ma non sono io, è quel giuramento maledetto, quel nome che gli altri mi hanno inflitto, che lui conosce e ha legato a sé per sempre. È lui che mi guida su come e dove debba posare il tizzone su quella pelle di cioccolato, su quanto debba fare pressione, penso sempre che sia troppo, troppo per lei, ma lui pensa sempre che sia poco, che bisogni spingere di più, farla soffrire maggiormente. Il cuore mi s'infrange ad ogni suo urlo, e mi sento terribilmente male perché anche se non è colpa mia lei questo non lo sa, e potrebbe pensare che ci goda, che sia come il re... L'espressione sul suo bellissimo viso quando Galbatorix ha detto che l'ho voluta a Urû'baen... Non ho avuto neanche il coraggio di guardarla negli occhi, ma sentivo i suoi addosso a me che mi fissavano, inorriditi per ciò che ho fatto, che -secondo lei- sono diventato... Se solo sapesse che quello che vede non sono io, che in realtà l'ho salvata da morte certa, che dalla prima volta che l'ho vista sulla soglia della mia cella sono impazzito per lei, per il suo protamento regale, per il suo modo di parlare, sempre venato di qualche emozione, che sia allegria o tristezza, per i suoi occhi a mandorla che cerco sempre d'incrociare, pozzi di oscurità luminosa, per i suoi capelli corvini che scendono come una colata d'inchiostro sulle spalle e in cui mi piacerebbe tanto affondare le dita, per la sua pelle delicata che accarezzerei all'infinito con dita incerte, per le sue labbra carnose che vorrei far combaciare con le mie e penso non accadrà mai... E invece le uniche carezze che posso -devo- darle sono di dolore. Che paradosso, l'amo più della mia vita e sono costretto a odiarla più della morte.
A ogni suo urlo provo l'impulso di lanciare via l'asta rovente e stringerla forte a me, tranquillizzarla, sussurrarle parole dolci all'orecchio, baciarla dolcemente... Farla uscire dall'incubo... Farle capire che l'amo, che finché ci sarò io con lei non dovrà mai avere paura e non sarà mai sola, mai! Cerco di scacciare le immagini di disperazione che mi perseguitano, ma anche se vedo il pavimento della mia stanza illuminato dalla luce calda e dorata delle candele il pensiero che è incatenata laggiù, che soffre, e per causa mia, che vi rimarrà, diventerà schiava di Galbatorix, perderà la sua identità, oppure morirà... e io... la... perderò... per sempre... No, non lo permetterò! Dev'essere viva, dev'essere MIA! Non può finire così, non doveva! Non per noi, non per lei!Traggo un altro lungo sorso e affondo la testa tra le ginocchia. Senza che lo voglia il respiro inizia a uscire a rantoli dai polmoni, poi con esso le lacrime, roventi come il tizzone ardente con cui la ferisco. È lei la causa del mio pianto, come io lo sono del suo dolore; ci ustioniamo a vicenda, noi. Queste gocce del mio mare scendono lungo gli zigomi per poi attraversare le guance a tutta velocità, esitare sul mento e precipitare. Farò la stessa loro fine? Riuscirò a resistere ancora all'ironia della sorte, a quel paradosso che è la mia vita? Che si prenda gioco di me, se è necessario, ma mai di lei!
È così vicina, eppure così distante: anche se dovesse insultarmi, vorrei sentirla parlare, a costo di farmi prendere a schiaffi, toccarla, pur di prendermi occhiatacce, incrociare i suoi occhi, nonostante possa pensar male di me, essere nei suoi pensieri...
Ma se sono davvero disposto a ciò, non vale la pena di incontrarla e parlarle? Forse è l'alcol che mi annebbia il giudizio, mi fa pensare assurdità. Ma l'idea è troppo allettante per abbandonarla. Tanto, ormai, cos'ho da perdere? Almeno scoprirò se è arrabbiata con me per quello che ho fatto... E se lo è, potrei cercare di farle aprire gli occhi e guardare oltre le apparenze... Forse si tratta solo della mia disperata voglia di vederla, stare un po' da solo con lei, di sciocchezze, ma... Ora ho deciso: andrò nella sua cella. Non so cos'accadrà, non m'interessa. Il pensiero mi eccita, mi fa sorridere: un sorriso ebete, una pallida imitazione della sua meravigliosa espressione felice e intensa, ma è un sorriso per lei. Sorrido per te, amore. Non sie felice?
Ecco, ora sto davvero vaneggiando. Mi alzo, prendo la fiaschetta e bevo ancora. Non sento quasi più il sapore intenso del liquore; la borraccia è leggera, devo averla quasi svuotata. Ma stasera tutto è concesso.
Apro la porta e imbocco il corridoio che mi porterà alla sua cella. La luce delle torce sembra muoversi da sola e infiammare le pareti; il crepitio delle fiamme è amplificato alle mie orecchie. Barcollo, quasi non mi reggo sulle gambe malferme: mi appoggio al muro e proseguo. A volte mi sembra di stare per bruciarmi e mi scosto velocemetne dal muro imprecando. Avanzo con passi incerti; abbasso un attimo lo sguardo e vedo che le nocche della mano destra sono sbucciate e gocciola sangue. Chissà dove mi sono ferito. Proseguo finché non arrivo alla porta della cella: passo in mezzo a due guardie guardandole torve, e il mio sguardo è da loro ricambiato con ancor più odio, ma non proferiscono parola. Scendo le scale e a ogni gradino il cuore mi batte più veloce: sto per vederla.. Arrivo ai piedi della scalinata e apro la porta per poi richiuderla alle mie spalle.
Mi giro e la vedo: eccola, è lì, legata sulla lastra. Penso dormisse, ma il rumore che ho provocato al mio ingresso deve averla svegliata. Mi avvicino lentamente, ogni passo un'eternità, un battito di cuore, e finalmente vi giungo. Appoggio i pugni alla lastra e la divoro con gli occhi.
Nasuada, davanti a me. Il mio desiderio di sempre si è realizzato -quasi. È davvero bellissima, e le ferite non fanno che aumentare il suo fascino, anche se non vorrei mai vedergliele addosso. Non è cambiata per niente dall'ultima volta che l'ho vista, il giorno maledetto della battaglia del Farthen Dûr. Studio a lungo il suo viso, apprezzando ogni suo nobile tratto; Mi accorgo che mi sta guardando e incrocio i suoi occhi: sono vacui, vacillano, dev'essere stanca. Quanto vorrei darle quel po' di forza che mi rimane. Sto incrociando il suo sguardo... Di nuovo, dopo tanto tempo... Mi sembra un sogno... È passato tanto, ma non ti ho mai dimenticata, amore. In quella liquirizia fusa rivedo la ragazza che mi andava a trovare in una cella e con cui parlavo del più e del meno. Adesso i ruoli si sono invertiti.
Vorrei guardarla all'infinito, ma la testa mi pesa come un macigno e non riesco più a stare in piedi; vado verso una delle pareti, scivolo a terra e mi metto nella stessa posizione che avevo in camera. Siamo soli, io e lei. Non sembra arrabbiata, ma non posso dimenticare il suo sguardo d'accusa di prima... Volevo solo che non morisse.. Basta, deve saperlo! Ho deciso, glielo dirò: le dirò a mia storia, la decisione di Galbatorix, tutto. Sento il bisogno impellente di raccontarle la mia disperazione, voglio che sappia tutto di me, metterò la mia vita nelle sue mani. La amo, non sopporto che pensi male di me! Lei, lei sola, saprà cosa dirmi, come consolarmi, risollevarmi dal mio baratro... Deve capire...
Riprendo la fiaschetta e la vuoto velocemente. E inizio a parlare. Le racconto di Tornac e della fuga da Urû'baen. Parlo con voce piatta, ma le emozioni quando risveglio i ricordi si accumulano sempre di più, e prima o poi esploderò. Lei mi ascolta senza reazioni particolari, anche quando ho finito resta in silenzio. E se fosse ancora arrabbiata con me, credendo che l'ho portata qui per renderla schiava? È giunto il momento di dirglielo: - È colpa mia. Sono stato io a convincerlo che era meglio portarti qui. L'idea gli è piaciuta. Sapeva che in questo modo avrebbe attirato Eragon qui molto più in fretta. Era l'unica maniera per impedirgli di ucciderti... Mi dispiace... Mi dispiace.
-Avrei preferito morire.
-Lo so. Potrai mai perdonarmi?
Non mi risponde. Tenevo così tanto a questa risposta. Amore, non riesci proprio a capirmi? Ti prego, apri gli occhi! Almeno tu! Le emozioni spingono, e io non riesco più a trattenerle: le lacrime scavano una strada dal cuore agli occhi e riprendono a scendere copiose, e quello che nascondo, l'amarezza per il mio affetto da nessuno ricambiato, l'invidia per l'abbondante fortuna degli altri che non mi ha mai sfiorato, diventano voce e urla e strazio, e allora dico tutto, perché almeno lei capisca, sperando che almeno lei sia diversa! Le parlo delle persone a corte che sin da piccolo mi hanno odiato e sfruttato, della mia malsana invidia per Eragon, del dolore per la morte di mia madre, forse l'unica che mi voleva davvero bene, poi di Castigo. Le confido quello che non ho mai osato dire a nessuno, uno dei dolori più grandi della mia vita, le parlo del mio drago che soffre. È questo il ricordo che più mi fa male. -Poi Galbatorix entrò nella mia mente. Imparò tutto su di me, e mi impartì il mio vero nome. E adesso sono suo... per sempre.- Appoggio la testa al muro, finalmente svuotato, ma le lacrime continuano a scorrere a fiumi, i singhiozzi mi scuotono ancora.
Non voglio la sua compassione, voglio la sua comprensione. Avrà capito ora cosa sono e cosa sono diventato?
Rimango così finché sulle guance rimangono solo scie d'acqua secca e il respiro si è tranquillizzato. Non posso fare nient'altro; ora tocca a lei riflettere, vedere oltre. Solo una cosa posso ancora fare: mi alzo, mi avvicino a lei e le poggio una mano sulla spalla. Vorrei accarezzarle una guancia, è così vicina, ma non mi è concesso. Con poche parole pongo fine alla sua sofferenza, almeno per ora; poi mi scosto. È finita qui.
-Non posso perdonarti, ma capisco.
La sua voce mi fa sussultare e il cuore inizia a battermi forte. Capisci? Davvero pensi di capire, amore mio? Se davvero così fosse, capiresti anche che ti amo. E invece no; lo intuirei, se lo sapessi. Sento di aver fatto un passo avanti, anzi, è stata lei a farlo, ma può vedere ancora oltre.
Annuisco e la lascio sola, abbiamo entrambi da riflettere.


Commentate e... pubblicate le voste storie! :)


E' bellissimo, per te Murtagh non ha segreti ahaha :D Nel senso, sei bravissima a descriverlo! E'.. E'.. meraviglioso, hai fatto un resoconto bellissimo di ciò che ti sei immaginata leggendo quelle pagine di Inheritance, ciò che credevi pensasse Murtagh.
Io da parte mia amo questo pezzo qua, non lo so perchè..
Vorrei guardarla all'infinito, ma la testa mi pesa come un macigno e non riesco più a stare in piedi; vado verso una delle pareti, scivolo a terra e mi metto nella stessa posizione che avevo in camera. Siamo soli, io e lei. Non sembra arrabbiata, ma non posso dimenticare il suo sguardo d'accusa di prima... Volevo solo che non morisse..

[smilie=cray.gif] Mi ha commosso solo il ''Volevo solo che non morisse'' sembra quasi un grido al cielo, ma sa dentro di se che lei avrebbe preferito morire.
Quando la deve colpire che dici:
È lui che mi guida su come e dove debba posare il tizzone su quella pelle di cioccolato, su quanto debba fare pressione, penso sempre che sia troppo, troppo per lei, ma lui pensa sempre che sia poco, che bisogni spingere di più, farla soffrire maggiormente. Il cuore mi s'infrange ad ogni suo urlo, e mi sento terribilmente male perché anche se non è colpa mia lei questo non lo sa..

La metafora ''su quella pelle di cioccolato'' è stupenda, potrebbe stare benissimo in una poesia ^^

E pensare che tu hai scritto questa One-Shot, come passatempo perchè non sapevi cosa fare, hai un talento :D : Murtagh e Nasuada sono due personaggi che potresti aver inventato te ahah sono convinta che conosci loro meglio di Paolini :P E pensare che io odio scrivere i capitoli su Murtagh perchè non mi viene mai nulla -_- Vabbé non tutti hanno questo talento :D
Io non so più che dirti a parte BRAVA BRAVA BRAVA :laugh: Ma vedrai che tra un pò ti verrò a noia ahah :P
Vedrò di scrivere una One-Shot di Arya quando ne avrò il tempo, io ambisco a farla come la tua :D ma anche meno bella già mi basta ;)
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Forte come la Magia

da Eraya » 16 luglio 2012, 23:04

FORTE COME LA MAGIA

“Fu un lampo. Si stava voltando a cercare la sua spada quando notò l'elfa rivolta verso di lui, le braccia a terra, esausta che lo fissava. Dietro di lei da un mucchio di cadaveri si stava alzando un Ra'Zac, era ferito al collo, e dalla sua manica colava una strana sostanza che poteva essere sangue, ma quando la vide alzò la lama, pronto a lanciarla.
Un attimo. Eragon realizzò tutto. Pensò a Saphira, che combatteva sopra la città, pensò a Nasuada, che aveva affidato a lui il comando dell'attacco, pensò a Murtagh, a Oromis, alla sua missione, Galbatorix, pensò ai Varden, agli elfi, ai nani a tutti coloro per cui combatteva.. ma vide lei, e si lanciò.
Non aveva armi, non aveva il tempo di pensare, le sue difese magiche erano esaurite da tempo, urlò, ma non riuscì a sentire la sua voce perché ogni singola fibra del suo essere era tesa e concentrata in quell'unico atto: di slancio si gettò sull'elfa, facendola voltare e usando il proprio corpo come scudo mentre la spingeva di lato. Non sentì nemmeno la lama penetrargli nel fianco, non sentì le urla, i versi della creatura nera e raccapricciante che gioiva per l'inatteso risultato del suo lancio, c'era il silenzio attorno a lui. Non vide nemmeno suo cugino Roran che piombato sul posto roteava il martello e lo calava con forza sulla testa del Ra'zac distratto, uccidendolo in una sola mossa.

Eragon notò solo una cosa: una piccola macchia di sangue era comparsa sulla cotta di maglia che indossava, appena sotto il cuore. In quell'attimo sentì le gambe cedere, il respiro rallentare e poi il dolore arrivò. Un ruggito lontano era testimone del suo rapporto con Saphira, che soffriva con lui mentre cercava di raggiungerlo alla massima velocità.
Cadde sulle ginocchia, mettendosi una mano sul fianco e ferito, e nel suo campo visivo ormai ristretto apparve lei, sul volto sconvolto le tracce del combattimento.
“Eragon..” disse Arya, “stai calmo, non è nulla, ti guarisco subito” ma il Cavaliere sentiva l'agitazione nel suo tono di voce mentre lo faceva distendere a terra.
“Kverst!” esclamò l’elfa, tagliando la cotta di maglia, poi strappò la sua tunica ed esaminò la ferita. Era molto profonda, vide, probabilmente la spada del Ra’Zac aveva qualche strano incantesimo e, notò, aveva leso il polmone e altri organi vitali. “Waise héll” pronunciò, non ottenendo alcun risultato. Il petto del Cavaliere sussultò forte mentre lui faticava a respirare, l’agitazione minacciava di sopraffarla. Gli elfi intanto si erano radunati intorno a loro, facendo quadrato e impedendo ogni eventuale incursione nemica.
“Arya..” disse Eragon con voce roca “la fortezza è distrutta, manda Blodhgarm a fermare Lady Lorana prima che scappi..”
“Non ci pensare adesso, abbiamo ancora tempo” lo interruppe lei, pur sapendo che il giovane aveva ragione
“..io non ne ho più di tempo”
“Eragon, non è vero” ripose lei con voce tremante, poi si preparò a fare un complicato incantesimo che guariva la carne ricostruendo i tessuti lacerati, ma notò sconcertata che non aveva alcun effetto : la ferita si rimarginava per riaprirsi un attimo dopo. Gli elfi e Saphira si unirono a lei ma nemmeno le loro forze congiunte riuscivano contro la maledizione di quella spada. Il Cavaliere, con un colpo di tosse, fece interrompere i loro sforzi
“Fermatevi, state solo sprecando energie…..lo sento che gli incantesimi non hanno alcun effetto. La ferita…è diversa dalle altre….” Disse piano, respirando a fatica.
Arya si alzò in piedi, chiamando Blodgarm “preparati all’arrivo di Saphira, falla atterrare qui, dobbiamo caricare Eragon in fretta e riportarlo al campo, avverti tutti gli stregoni dei Varden, contatta gli elfi e Angela la Venerabile, dobbiamo trovare una cura, dobbiamo!” concluse, disperata.

“Arya..” la chiamò il Cavaliere, con voce roca. Lei si avvicinò e si inginocchiò di fianco a lui, prendendogli la mano.
“Stai tranquillo, tra poco ti porteremo via di qui, troveremo un antidoto…” parlava veloce, terrorizzata
“Non c’è più tempo ormai, lo so…” la interruppe lui, poi tossì e guardandola negli occhi continuò “Arya, mi devi promettere una cosa, devi continuare tu la mia missione”
“Eragon” disse lei con voce spezzata
“Sei l’unica che può farlo, Saphira ti aiuterà. Lo devi fare per me, e per tutti loro” disse indicando con il mento la moltitudine di soldati che si erano riversati intorno a loro, creando un cerchio intorno ai due giovani.
Un ruggito di dolore sferzò l’aria mentre un enorme drago zaffiro usciva dalle nubi scendendo in picchiata verso di loro, poi spalancò le ali, atterrando a pochi metri dai due.
“Arya” continuò il Cavaliere “prenditi cura di lei, ti prego …è tutto ciò che ho, è la cosa più bella che mi sia mai capitata, aiutala a non perdere al testa, aiutala a vivere” le sue parole si persero nel mormorio straziante della dragonessa, che allungando il collo era ora a pochi centimetri dal giovane a terra.

I due si guardarono negli occhi per molto, intorno a loro il silenzio regnava incontrastato, un silenzio pesante e doloroso, mentre i compagni di mente e di cuore condividevano l’ultima sofferenza, scambiandosi pensieri nell’intimità di cui solo loro potevano godere.
Poi il Cavaliere strinse per un attimo la mano all’elfa accanto a lui, immobile e glaciale, e disse piano
“Arya, continuerai la mia missione?”
“Eragon..” rispose lei, e le lacrime fino al quel momento trattenute scesero sulle sue guance lisce “si, ma non devi dire così, tu guarirai, non puoi andartene, non puoi, tutti qui hanno bisogno di te, …io ho bisogno di te..”
“Arya” la interruppe ancora lui.. “adoro pronunciare il tuo nome…” fece un’ultima pausa, la guardò negli occhi, fissandola nel profondo della sua anima “..sei così bella..”
Il Cavaliere le strinse forte la mano, fino a quando lei sentì un forte calore invaderla e una scarica attraversarla; chiuse gli occhi per un istante e quando li riaprì vide che il giovane giaceva ad occhi chiusi.

“Eragon, no, Eragon, ti prego..” disse carezzandogli il volto, cercando disperatamente qualche segno di vita, invano. Saphira, che con lui condivideva la sua anima più profonda, alzò la testa al cielo, lanciando un ruggito di rabbia che fece tremare la terra e il cielo, mentre tutti i soldati cadevano in ginocchio disperati.

Le urla, il pianto, la disperazione, tutto si mescolava in quegli attimi dolorosi sotto la luce del tramonto. Un tramonto rosso come il sangue, quello versato in quella battaglia, e un cielo nero come la morte, che era piombata oscura e incontrastabile, vincendo anche lui, il l’ultimo Cavaliere libero.

Arya disperata pianse, il suo cuore sembrò perdere l’armatura che l’aveva ricoperto per anni mentre si abbandonava al dolore per la perdita di quello che aveva conosciuto come un ragazzino inesperto e che era diventato una delle persone più importanti della sua vita. Pianse per la sua perdita e per quella di molti, pianse per Saphira, per i Varden, per Alagaesia, e per lei, per quello che non era mai accaduto e che mai sarebbe successo ora.
Pianse per quel sorriso che non avrebbe più rivisto, per quel viso così familiare, per quella voce calda e forte, per quello sguardo incontrastabile.
Gli elfi si avvicinarono per alzare il corpo sugli elmi dei soldati, e riportarlo così in processione verso il campo, fu così costretta a lasciare quella mano che aveva stretto fino alla fine,e oltre.

Si accorse che la sua mano luccicava, e voltandola vide un segno inconfondibile: il Gedwey Ignasia era comparso sul suo palmo, e brillava fiocamente. Si accorse di colpo di percepire un’altra coscienza ai margini della sua mente, forte, immensa e pazza di dolore. Si voltò verso la dragonessa, che la guardò per un istante prima di seguire il suo cucciolo nell’ultimo viaggio, e improvvisamente capì. Il Cavaliere, prima di morire, le aveva trasmesso il suo legame con la dragonessa; aveva compiuto un incantesimo al di fuori di ogni logica o comprensione, mai compiuto né cercato: Arya, era diventata un Cavaliere dei Draghi. L’ultimo dono di Eragon era stato quello di lasciarle la sua eredità più grande, il suo bene più prezioso ed era riuscito solo grazie all’immenso amore che provava per lei. Il sentimento travolgente che li aveva uniti in quell’ultimo sguardo era più potente di ogni incantesimo mai praticato, forte come la magia stessa.

L’elfa guardò di nuovo il suo Gedwey Ignasia: era a forma di cuore.

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Re: Forte come la Magia

da saphira1999 » 17 luglio 2012, 10:15

Eraya ha scritto:FORTE COME LA MAGIA

“Fu un lampo. Si stava voltando a cercare la sua spada quando notò l'elfa rivolta verso di lui, le braccia a terra, esausta che lo fissava. Dietro di lei da un mucchio di cadaveri si stava alzando un Ra'Zac, era ferito al collo, e dalla sua manica colava una strana sostanza che poteva essere sangue, ma quando la vide alzò la lama, pronto a lanciarla.
Un attimo. Eragon realizzò tutto. Pensò a Saphira, che combatteva sopra la città, pensò a Nasuada, che aveva affidato a lui il comando dell'attacco, pensò a Murtagh, a Oromis, alla sua missione, Galbatorix, pensò ai Varden, agli elfi, ai nani a tutti coloro per cui combatteva.. ma vide lei, e si lanciò.
Non aveva armi, non aveva il tempo di pensare, le sue difese magiche erano esaurite da tempo, urlò, ma non riuscì a sentire la sua voce perché ogni singola fibra del suo essere era tesa e concentrata in quell'unico atto: di slancio si gettò sull'elfa, facendola voltare e usando il proprio corpo come scudo mentre la spingeva di lato. Non sentì nemmeno la lama penetrargli nel fianco, non sentì le urla, i versi della creatura nera e raccapricciante che gioiva per l'inatteso risultato del suo lancio, c'era il silenzio attorno a lui. Non vide nemmeno suo cugino Roran che piombato sul posto roteava il martello e lo calava con forza sulla testa del Ra'zac distratto, uccidendolo in una sola mossa.

Eragon notò solo una cosa: una piccola macchia di sangue era comparsa sulla cotta di maglia che indossava, appena sotto il cuore. In quell'attimo sentì le gambe cedere, il respiro rallentare e poi il dolore arrivò. Un ruggito lontano era testimone del suo rapporto con Saphira, che soffriva con lui mentre cercava di raggiungerlo alla massima velocità.
Cadde sulle ginocchia, mettendosi una mano sul fianco e ferito, e nel suo campo visivo ormai ristretto apparve lei, sul volto sconvolto le tracce del combattimento.
“Eragon..” disse Arya, “stai calmo, non è nulla, ti guarisco subito” ma il Cavaliere sentiva l'agitazione nel suo tono di voce mentre lo faceva distendere a terra.
“Kverst!” esclamò l’elfa, tagliando la cotta di maglia, poi strappò la sua tunica ed esaminò la ferita. Era molto profonda, vide, probabilmente la spada del Ra’Zac aveva qualche strano incantesimo e, notò, aveva leso il polmone e altri organi vitali. “Waise héll” pronunciò, non ottenendo alcun risultato. Il petto del Cavaliere sussultò forte mentre lui faticava a respirare, l’agitazione minacciava di sopraffarla. Gli elfi intanto si erano radunati intorno a loro, facendo quadrato e impedendo ogni eventuale incursione nemica.
“Arya..” disse Eragon con voce roca “la fortezza è distrutta, manda Blodhgarm a fermare Lady Lorana prima che scappi..”
“Non ci pensare adesso, abbiamo ancora tempo” lo interruppe lei, pur sapendo che il giovane aveva ragione
“..io non ne ho più di tempo”
“Eragon, non è vero” ripose lei con voce tremante, poi si preparò a fare un complicato incantesimo che guariva la carne ricostruendo i tessuti lacerati, ma notò sconcertata che non aveva alcun effetto : la ferita si rimarginava per riaprirsi un attimo dopo. Gli elfi e Saphira si unirono a lei ma nemmeno le loro forze congiunte riuscivano contro la maledizione di quella spada. Il Cavaliere, con un colpo di tosse, fece interrompere i loro sforzi
“Fermatevi, state solo sprecando energie…..lo sento che gli incantesimi non hanno alcun effetto. La ferita…è diversa dalle altre….” Disse piano, respirando a fatica.
Arya si alzò in piedi, chiamando Blodgarm “preparati all’arrivo di Saphira, falla atterrare qui, dobbiamo caricare Eragon in fretta e riportarlo al campo, avverti tutti gli stregoni dei Varden, contatta gli elfi e Angela la Venerabile, dobbiamo trovare una cura, dobbiamo!” concluse, disperata.

“Arya..” la chiamò il Cavaliere, con voce roca. Lei si avvicinò e si inginocchiò di fianco a lui, prendendogli la mano.
“Stai tranquillo, tra poco ti porteremo via di qui, troveremo un antidoto…” parlava veloce, terrorizzata
“Non c’è più tempo ormai, lo so…” la interruppe lui, poi tossì e guardandola negli occhi continuò “Arya, mi devi promettere una cosa, devi continuare tu la mia missione”
“Eragon” disse lei con voce spezzata
“Sei l’unica che può farlo, Saphira ti aiuterà. Lo devi fare per me, e per tutti loro” disse indicando con il mento la moltitudine di soldati che si erano riversati intorno a loro, creando un cerchio intorno ai due giovani.
Un ruggito di dolore sferzò l’aria mentre un enorme drago zaffiro usciva dalle nubi scendendo in picchiata verso di loro, poi spalancò le ali, atterrando a pochi metri dai due.
“Arya” continuò il Cavaliere “prenditi cura di lei, ti prego …è tutto ciò che ho, è la cosa più bella che mi sia mai capitata, aiutala a non perdere al testa, aiutala a vivere” le sue parole si persero nel mormorio straziante della dragonessa, che allungando il collo era ora a pochi centimetri dal giovane a terra.

I due si guardarono negli occhi per molto, intorno a loro il silenzio regnava incontrastato, un silenzio pesante e doloroso, mentre i compagni di mente e di cuore condividevano l’ultima sofferenza, scambiandosi pensieri nell’intimità di cui solo loro potevano godere.
Poi il Cavaliere strinse per un attimo la mano all’elfa accanto a lui, immobile e glaciale, e disse piano
“Arya, continuerai la mia missione?”
“Eragon..” rispose lei, e le lacrime fino al quel momento trattenute scesero sulle sue guance lisce “si, ma non devi dire così, tu guarirai, non puoi andartene, non puoi, tutti qui hanno bisogno di te, …io ho bisogno di te..”
“Arya” la interruppe ancora lui.. “adoro pronunciare il tuo nome…” fece un’ultima pausa, la guardò negli occhi, fissandola nel profondo della sua anima “..sei così bella..”
Il Cavaliere le strinse forte la mano, fino a quando lei sentì un forte calore invaderla e una scarica attraversarla; chiuse gli occhi per un istante e quando li riaprì vide che il giovane giaceva ad occhi chiusi.

“Eragon, no, Eragon, ti prego..” disse carezzandogli il volto, cercando disperatamente qualche segno di vita, invano. Saphira, che con lui condivideva la sua anima più profonda, alzò la testa al cielo, lanciando un ruggito di rabbia che fece tremare la terra e il cielo, mentre tutti i soldati cadevano in ginocchio disperati.

Le urla, il pianto, la disperazione, tutto si mescolava in quegli attimi dolorosi sotto la luce del tramonto. Un tramonto rosso come il sangue, quello versato in quella battaglia, e un cielo nero come la morte, che era piombata oscura e incontrastabile, vincendo anche lui, il l’ultimo Cavaliere libero.

Arya disperata pianse, il suo cuore sembrò perdere l’armatura che l’aveva ricoperto per anni mentre si abbandonava al dolore per la perdita di quello che aveva conosciuto come un ragazzino inesperto e che era diventato una delle persone più importanti della sua vita. Pianse per la sua perdita e per quella di molti, pianse per Saphira, per i Varden, per Alagaesia, e per lei, per quello che non era mai accaduto e che mai sarebbe successo ora.
Pianse per quel sorriso che non avrebbe più rivisto, per quel viso così familiare, per quella voce calda e forte, per quello sguardo incontrastabile.
Gli elfi si avvicinarono per alzare il corpo sugli elmi dei soldati, e riportarlo così in processione verso il campo, fu così costretta a lasciare quella mano che aveva stretto fino alla fine,e oltre.

Si accorse che la sua mano luccicava, e voltandola vide un segno inconfondibile: il Gedwey Ignasia era comparso sul suo palmo, e brillava fiocamente. Si accorse di colpo di percepire un’altra coscienza ai margini della sua mente, forte, immensa e pazza di dolore. Si voltò verso la dragonessa, che la guardò per un istante prima di seguire il suo cucciolo nell’ultimo viaggio, e improvvisamente capì. Il Cavaliere, prima di morire, le aveva trasmesso il suo legame con la dragonessa; aveva compiuto un incantesimo al di fuori di ogni logica o comprensione, mai compiuto né cercato: Arya, era diventata un Cavaliere dei Draghi. L’ultimo dono di Eragon era stato quello di lasciarle la sua eredità più grande, il suo bene più prezioso ed era riuscito solo grazie all’immenso amore che provava per lei. Il sentimento travolgente che li aveva uniti in quell’ultimo sguardo era più potente di ogni incantesimo mai praticato, forte come la magia stessa.

L’elfa guardò di nuovo il suo Gedwey Ignasia: era a forma di cuore.



Mmm. Be', devo ammetterlo, non mi è mai interessata più di tanto la relazione tra Arya ed Eragon. All'inizio ero scettica, ma mi hai davvero coinvolto. Hai uno stile di scrittura fluido, coinvolgente. Mai pensato di scrivere una ff? Avresti parecchi fan secondo me.
La mia ff: 4 libro - sezione Ciclo dell'Eredità
Qualcosa è sempre stato creduto tre, ma in realtà è quattro...
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RE: One-shot di tutti

da Eraya » 17 luglio 2012, 14:10

Grazie ;)

Per quanto riguarda la fanfic ci sto lavorando, questo era appunto un test per vedere se vale la pena continuare oppure no ^^
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RE: One-shot di tutti

da redrum1456 » 5 ottobre 2012, 15:42

Ciao a tutti.

Posto una One-shot breve ma che spero vi piaccia. Mi è venuta in mente grazie a un commento di Alle22, quindi voglio dedicargliela, visto che l'idea me l'ha suggerita lei senza saperlo.

Allora, è ambientata nell'accampamento dei varden, poco prima de
Spoiler:
l'attacco a Dras-Leona
ma non ci sono anticipazioni di sorta sul quarto libro. In ogni caso ho messo lo spoiler.

Buona lettura, e correggete i miei errori!





QUELLA LUNGA NOTTE

La notte era alle porte.
Il tramonto stava lasciando spazio a quella luce grigia e fredda che precede l’oscurità; Eragon rabbrividì. Essere così vicino all’Helgrind, a Dras-Leona e - soprattutto - a Castigo e Murtagh lo rendeva nervoso.
Smettila di pensare a loro, lo rimbeccò Saphira. Rendi nervosa anche me.
Mmm…
Non possiamo fare nulla. Almeno, non ora.

Eragon stava passeggiando per l’accampamento. Lo turbava non avere Saphira accanto a sé, ma la dragonessa aveva deciso di andare a caccia in una piccola foresta a est delle oscure montagne che componevano l’Helgrind. Per ingannare il tempo aveva deciso di controllare le sentinelle che presidiavano i confini dell’accampamento.
Quando torni?
Prima dell’alba. Ho portato Glaedr con me.
Ma…
Castigo e Murtagh non ci attaccheranno questa notte
, sentenziò Saphira. Smettila di agitarti e vai a riposare.
Eragon pensò che in fondo la dragonessa aveva ragione; quella campagna si stava rivelando stremante a livello sia fisico che mentale. E Glaedr, con gli allenamenti quotidiani, non lo aiutava di certo.
«Blodhgarm» chiamò, e l’elfo impellicciato comparve tra due tende, alla sua destra.
«Argetlam?»
«Vado a dormire.» Eragon non si sentiva stanco, ma sapeva che qualche volta doveva fermarsi, o sarebbe scoppiato. «Saphira torna questa notte.»
«Certo, Argetlam.» L’elfo scomparve di nuovo. Il ragazzo non finiva mai di stupirsi della rapidità e della grazia degli elfi, nonostante avesse acquisito lui stesse molte di quelle abilità.
Percorse l’accampamento in fretta, salutando con un cenno del capo le guardie o i soldati. Sapeva che ogni cenno di scortesia sarebbe stato notato, e non importava che fosse un generale o uno stalliere: salutava sempre ogni soldato che incontrava.
Eragon alzò un lembo della tenda ed entrò.
Gli venne un colpo al cuore quando riconobbe una figura seduta sulla sua branda.
«Arya!» disse, sorpreso. «Cosa ci fai qui?» Si rese conto di essere stato scortese, e si affrettò ad aggiungere: «Non che non sia felice.» Non era mai accaduto che l’elfa entrasse nella sua tenda senza aspettarlo o senza il suo permesso.
«Buonasera, Eragon» rispose lei, impassibile. Il Cavaliere impazziva vedendola così, seduta tranquillamente sulla sua branda. Avrebbe desiderato raggiungerla, ma non voleva che lei pensasse subito ad un approccio.
«Hai sete?» chiese il ragazzo, impacciato. «Ho del vino se…»
«Lascia stare, sto bene così.»
Eragon prese l’otre e bevve una sorsata generosa. «Aiuta a dormire» si scusò, guardando Arya. Non voleva che lei pensasse fosse un beone.
«A volte aiuta anche me. Qualcosa ti turba?»
«Che ne diresti di… tutto questo?» chiese il ragazzo allargando le braccia. Bevve un’altra generosa sorsata e ripose l’otre, ma prima Arya lo fermò, tendendo un braccio: «Se non ti dispiace ho cambiato idea.»
Eragon le passò l’otre, poi ne approfittò e si sedette accanto a lei sulla branda. I pensieri gli si ammassavano nel cranio, non lasciandolo pensare lucidamente: poi pensò che forse era stato il vino a causare quell’effetto, e si pentì di aver bevuto.
Arya attinse altre due volte dalla fiasca, poi l’appoggiò a terra e si rilassò nuovamente contro il telo della tenda.
«Capisco che questa situazione ti turbi, ma non lasciare che prenda il controllo su di te. Troveremo il modo per entrare in città.»
«Altrimenti?»
«Eragon, abbiamo parlato molte volte di tutto questo, e non siamo mai giunti a una conclusione che sia soddisfacente. Tutto quel che posso dirti è che troveremo un modo. I maghi del Du Gata Wrang stanno lavorando giorno e notte proprio per questo, e se non sbaglio anche Jeod sta cercando vecchi tunnel o passaggi che portano in città.»
«Un impresa impossibile» ammise il ragazzo, abbattuto.
«Improbabile, non impossibile.»
Avere l’elfa così vicino lo faceva sentire stranamente combattuto. Se da una parte si sentiva a disagio, dall’altra trovava estremamente tranquillizzante averla accanto - quasi come stare con Saphira, nonostante il legame tra lui e Arya fosse lontano dall’essere così intimo; e sentirla impegnarsi così tanto nell’aiutarlo a tirarsi su di morale non poté che farlo sorridere.
«Perché sorridi?» chiese lei.
«No, niente… sto bene, ora.»
«Mi fa’ piacere.»
Arya gli prese la mano.
Eragon la fissò di scatto, esterrefatto. Non si aspettava quel comportamento da lei.
«Arya, ma cosa…»
«Shh…» L’elfa posò due dita sulle labbra di lui, avvicinandosi pericolosamente. «Non dire niente.»
Eragon continuava a fissarla. Immaginava di avere gli occhi fuori dalle orbite dalla sorpresa, un immagine sicuramente non piacevole; quindi tentò di rilassarsi senza riuscirci. «Arya, io…»
Lei si avvicinò ancora; infine lo baciò delicatamente sulle labbra. Eragon chiuse gli occhi, assaporando quel momento, senza chiedersi il perché di quel gesto. Passò lentamente una mano tra i capelli di lei, sentendoli fini e morbidi; annusò il suo profumo. Amò quel momento.
Dopo quel che gli parve un secolo - o un secondo - lei si staccò dolcemente.
«Arya, ma…»
«Shh…»
Rimaserò così, in silenzio, abbracciati.
«Lo aspettavo da molto tempo» mormorò lei.
«Ma… nella Du Weldenvarden…»
«Shh…»
Arya si staccò da lui, e si distese lentamente sulla branda. «Saphira?»
«A caccia.»
«Allora credi che potrei…?» Lasciò la frase in sospeso, ma lui capì.
«Potresti in ogni caso.»
Eragon sapeva che lei lo stava invitando. E lui avrebbe accettato quell’invito.

Eragon si svegliò di botto. Il sole filtrava tra i lembi della tenda scostati. Si guardò attorno ma non vide nessuno. Poi capì.
«Maledetto sogno!» ringhiò, furioso.
Fuori dalla tenda Saphira ridacchiò, divertita.
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RE: One-shot di tutti

da blackstar » 5 ottobre 2012, 18:01

Anche se io non sono una fan della coppia Eragon&Arya (nè di Arya stessa -_-) mi è piaciuta molto questa storia,e il finale mi ha fatto pure sorridere,bravo! ^_^
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RE: One-shot di tutti

da redrum1456 » 5 ottobre 2012, 18:08

e io non sono uno scrittore di "quel" genere..per quello il finale! Altrimenti sono negato!

comunque grazie! ;) ;)
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RE: One-shot di tutti

da oromiscanneto » 8 ottobre 2012, 23:45

[quote="redrum1456]correggete i miei errori![/quote]

Ma quali?! È scritto in maniera perfetta! Cioè, mi viene in mente solo Vrang invece di Wrang :sospettoso: non hai di certo bisogno di mie indicazioni grammaticali, scrivi molto bene (meglio di certo di quello che potrei dirti io e anche altri sul forum) e soprattutto in uno stile molto fluido e scorrevole ;) la storia si legge tutta d'un fiato :)
Non avevo pensato ad un epilogo del genere :laugh: Del tutto inaspettato, anche se niente di nuovo... Cioè, nom ci stavo pensando!
P.s. È vero che certi pezzi non ti piacciono molto da scrivere, ma vale anche per me :ehehe: bravissimo, carino... L'ambientazione è stata un'ispirazione casuale?
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RE: One-shot di tutti

da redrum1456 » 9 ottobre 2012, 21:12

oromiscanneto, è stato tutto casuale...come già detto è stata alle22 a farmi venire l'idea grazie a un commento...

L'ambientazione era ovviamente l'accampamento, dato che si svolgeva durante Inheritance, nel quale Eragon vive tra una battaglia e l'altra.

Comunque ti ringrazio molto!
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RE: One-shot di tutti

da Murtagh4e » 12 ottobre 2012, 21:55

ok... mi sono ritrovata a scrivere questa "cosa"... è ambientata all'inizio del secondo libro, durante la spedizione nelle gallerie del Farthen dur per stanare gli urgali.... ma non voglio anticiparvi di più... leggete se vi va... :)
Total Black.

Le gallerie buie del Farthen Dûr sembravano non finire più e le gambe non più giovani e forti come un tempo del capo dei Varden incominciavano a dolere. La scorta di soldati camminava in formazione creando una circonferenza intorno all’uomo dalla pelle d’ebano, rendendo i suoi passi incerti e brevi che andavano a sforzare le sue ginocchia, che emettevano impercettibili scricchiolii simili a veri e propri lamenti. I gemelli erano al capo della spedizione e aprivano la strada. Ancora più avanti di loro, a diverse iarde di distanza camminava sicuro il giovane figlio di Morzan, con i capelli castani che rilucevano i bagliori rossastri delle torce, rendendoli ramati. Un rumore di terra franata fece arrestare bruscamente il ragazzo, che mise la mano sul fodero della sua spada e strinse con maggiore forza l’arco di ottima fattura che teneva nella mano sinistra. Il figlio di Morzan si voltò di profilo e il capo dei Varden poté notare i suoi occhi castani guizzare da ogni parte, in cerca di movimenti sospetti. Gli Urgali potevano essere ovunque.
«Che aspetti, ragazzo? Dobbiamo tagliarti la gola prima che tu ti muova?» chiese acido uno dei due gemelli, puntando la spada alla schiena del giovane. Lui scosse la testa debolmente, dopo un paio di secondi, come se si fosse appena destato da un sogno. Si voltò verso gli uomini, mettendosi l’indice sulle labbra rosee. «Non è saggio parlare...» sussurrò. Ajihad annuì, facendogli cenno con la mano di continuare. Il ragazzo si sistemò la casacca di pelle nera con una mano, tornando al suo compito di bersaglio. Lo stomaco del capo dei Varden si strinse. Stavano usando poco più che un bambino come esca per gli Urgali. Il giovane poteva essere tranquillamente la sua Nasuada. Anche se quel giovane era il figlio di Morzan. Non era migliore del perfido re, in quel momento. Sacrificare una giovane vita per salvare la propria. Lui faceva parte dei buoni, non poteva permettersi uno scempio simile. Scostò i suoi uomini e si avvicinò al ragazzo. Gli mise una mano sulla spalla e gli fece cenno con il capo di arretrare. «No.» fu la risposta secca del figlio di Morzan. Ajihad sorrise: era proprio testardo come un mulo! «Fammi spazio. È un ordine.» concluse frettolosamente il capo dei Varden. Iniziò ad avanzare nel buio più pesto, finchè i suoi occhi non si abituarono all’oscurità totale che regnava nelle gallerie abbandonate da secoli. Il giovane lo seguiva con lo sguardo basso a pochi passi da lui. Un rumore, simile ad un ticchettio di un armatura li fece voltare di scatto, senza preoccuparsi di lasciare qualcuno a vegliare sulle loro spalle.

Il giovane Murtagh si guardò intorno allarmato. Era sicuramente una trappola. C’era qualcosa di strano, ma non capiva cosa. Fece un respiro profondo, cercando di far tornare la mente lucida. Sentiva la morte che gli soffiava pesantemente sul collo. Scosse la testa, cercando di abbandonare quella sensazione. Chiuse gli occhi per qualche attimo, giusto il tempo per capire. Ebbe un fremito, allarmato. Aprì gli occhi e la bocca, pronto ad urlare la verità, quando si accorse che era troppo tardi. I gemelli erano spariti. Si voltò verso il capo dei Varden e lo spinse di lato, giusto in tempo perché una spada non lo trafiggesse alla nuca, facendolo morire sul colpo. Prese una freccia dalla sua faretra e mirò al gigantesco Kull che torreggiava su di lui, roteando una pesante mazza chiodata. Scoccò la freccia, colpendo la bestia nell’occhio destro. Questa si accasciò a terra gemendo e Murtagh si voltò per aiutare i soldati dei Varden. Molti di loro erano a terra in un lago di sangue cremisi. Prese due frecce disponendole sull’arco in modo da ferire in due direzioni diverse. Scoccò più volte, ferendo molti Kull e alcuni Urgali, ma i giganteschi mostri sembravano non finire più. Lui ed un certo Jörmundur, capo della guardia dei Varden, erano una bella coppia. L’uomo copriva le spalle al figlio di Morzan con la spada e il giovane colpiva i nemici più lontani con il suo arco. In poco tempo li ferirono tutti e passarono a tagliare la gola a quelli ancora vivi.
«Occupati del tuo re, mentre io cerco quei traditori.» gli disse l’uomo, passando la lama del pugnale sulla pelle dell’ultimo Urgali. Murtagh scosse la testa.
«Io sono il re di me stesso e obbedisco solo a me. Occupatene tu, mentre io cerco vendetta.» rispose duro il ragazzo. L’uomo si alzò in piedi, mostrando tutta la sua statura. «Tu sei giovane. Hai tutta la vita davanti. Meglio se vado io...»
«Insisto.» ribatté il figlio di Morzan.
«Niente storie.» rispose l’uomo oltrepassandolo e sparendo nel buio.

La spalla del capo dei Varden sembrava andare a fuoco. Il giovane si abbassò sulle ginocchia, scrutandolo con i suoi occhi castani. Tese una mano, probabilmente per accertarsi della gravità della ferita. «Sto bene...» disse l’uomo dalla pelle d’ebano stringendo i denti mentre il ragazzo gli estraeva la spada dalla spalla. «E’ grave.» sussurrò il figlio di Morzan con lo sguardo vitreo.
«Non riuscirai a trascinarmi fino all’infermeria. Lasciami qui a morire in pace.»
«Non lo farò. C’è un’ultima speranza...» Lo sguardo ora timido del ragazzo incontrò quello del capo dei Varden. Sapeva usare la magia.
«No! Non farlo! Morirai...» disse l’uomo, prendendo il polso del giovane mentre si posava sul suo petto. Il ragazzo si divincolò dalla presa e sospirò.
«Devo farlo.» la sua voce era un sussurro.
«Per quale motivo? Tu non mi conosci.»
«Lo faccio per lei. Solo per lei.» rispose il giovane abbassando lo sguardo. Ajihad ebbe un tuffo al cuore. Il ragazzo che aveva di fronte non era come il padre. Era diverso. Gli posò una mano sulla spalla, facendogli alzare lo sguardo bruscamente.
«Non farlo.»
«Devo. Siete l’unica cosa che conta per lei. Non potrei sopportare di vederla triste per la vostra morte...»
«E’ molto più importante un giovane che un vecchio capo...»
Gli occhi del giovane s’imperlarono di lacrime. «Non m’importa degli altri. A me interessa soltanto lei.»
«Se davvero ti interessa solo di lei non farlo.»
Un rivoletto di sangue scese dalla bocca del capo dei Varden, che chiuse gli occhi.
«No...» sussurrò il giovane prendendogli la mano.
«Hai la mia benedizione, Murtagh.» sussurrò Ajihad, emettendo il suo ultimo respiro.
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Re: RE: One-shot di tutti

da murtaghtiamo » 14 ottobre 2012, 15:54

redrum1456 ha scritto:
QUELLA LUNGA NOTTE

La notte era alle porte.
Il tramonto stava lasciando spazio a quella luce grigia e fredda che precede l’oscurità; Eragon rabbrividì. Essere così vicino all’Helgrind, a Dras-Leona e - soprattutto - a Castigo e Murtagh lo rendeva nervoso.
Smettila di pensare a loro, lo rimbeccò Saphira. Rendi nervosa anche me.
Mmm…
Non possiamo fare nulla. Almeno, non ora.

Eragon stava passeggiando per l’accampamento. Lo turbava non avere Saphira accanto a sé, ma la dragonessa aveva deciso di andare a caccia in una piccola foresta a est delle oscure montagne che componevano l’Helgrind. Per ingannare il tempo aveva deciso di controllare le sentinelle che presidiavano i confini dell’accampamento.
Quando torni?
Prima dell’alba. Ho portato Glaedr con me.
Ma…
Castigo e Murtagh non ci attaccheranno questa notte
, sentenziò Saphira. Smettila di agitarti e vai a riposare.
Eragon pensò che in fondo la dragonessa aveva ragione; quella campagna si stava rivelando stremante a livello sia fisico che mentale. E Glaedr, con gli allenamenti quotidiani, non lo aiutava di certo.
«Blodhgarm» chiamò, e l’elfo impellicciato comparve tra due tende, alla sua destra.
«Argetlam?»
«Vado a dormire.» Eragon non si sentiva stanco, ma sapeva che qualche volta doveva fermarsi, o sarebbe scoppiato. «Saphira torna questa notte.»
«Certo, Argetlam.» L’elfo scomparve di nuovo. Il ragazzo non finiva mai di stupirsi della rapidità e della grazia degli elfi, nonostante avesse acquisito lui stesse molte di quelle abilità.
Percorse l’accampamento in fretta, salutando con un cenno del capo le guardie o i soldati. Sapeva che ogni cenno di scortesia sarebbe stato notato, e non importava che fosse un generale o uno stalliere: salutava sempre ogni soldato che incontrava.
Eragon alzò un lembo della tenda ed entrò.
Gli venne un colpo al cuore quando riconobbe una figura seduta sulla sua branda.
«Arya!» disse, sorpreso. «Cosa ci fai qui?» Si rese conto di essere stato scortese, e si affrettò ad aggiungere: «Non che non sia felice.» Non era mai accaduto che l’elfa entrasse nella sua tenda senza aspettarlo o senza il suo permesso.
«Buonasera, Eragon» rispose lei, impassibile. Il Cavaliere impazziva vedendola così, seduta tranquillamente sulla sua branda. Avrebbe desiderato raggiungerla, ma non voleva che lei pensasse subito ad un approccio.
«Hai sete?» chiese il ragazzo, impacciato. «Ho del vino se…»
«Lascia stare, sto bene così.»
Eragon prese l’otre e bevve una sorsata generosa. «Aiuta a dormire» si scusò, guardando Arya. Non voleva che lei pensasse fosse un beone.
«A volte aiuta anche me. Qualcosa ti turba?»
«Che ne diresti di… tutto questo?» chiese il ragazzo allargando le braccia. Bevve un’altra generosa sorsata e ripose l’otre, ma prima Arya lo fermò, tendendo un braccio: «Se non ti dispiace ho cambiato idea.»
Eragon le passò l’otre, poi ne approfittò e si sedette accanto a lei sulla branda. I pensieri gli si ammassavano nel cranio, non lasciandolo pensare lucidamente: poi pensò che forse era stato il vino a causare quell’effetto, e si pentì di aver bevuto.
Arya attinse altre due volte dalla fiasca, poi l’appoggiò a terra e si rilassò nuovamente contro il telo della tenda.
«Capisco che questa situazione ti turbi, ma non lasciare che prenda il controllo su di te. Troveremo il modo per entrare in città.»
«Altrimenti?»
«Eragon, abbiamo parlato molte volte di tutto questo, e non siamo mai giunti a una conclusione che sia soddisfacente. Tutto quel che posso dirti è che troveremo un modo. I maghi del Du Gata Wrang stanno lavorando giorno e notte proprio per questo, e se non sbaglio anche Jeod sta cercando vecchi tunnel o passaggi che portano in città.»
«Un impresa impossibile» ammise il ragazzo, abbattuto.
«Improbabile, non impossibile.»
Avere l’elfa così vicino lo faceva sentire stranamente combattuto. Se da una parte si sentiva a disagio, dall’altra trovava estremamente tranquillizzante averla accanto - quasi come stare con Saphira, nonostante il legame tra lui e Arya fosse lontano dall’essere così intimo; e sentirla impegnarsi così tanto nell’aiutarlo a tirarsi su di morale non poté che farlo sorridere.
«Perché sorridi?» chiese lei.
«No, niente… sto bene, ora.»
«Mi fa’ piacere.»
Arya gli prese la mano.
Eragon la fissò di scatto, esterrefatto. Non si aspettava quel comportamento da lei.
«Arya, ma cosa…»
«Shh…» L’elfa posò due dita sulle labbra di lui, avvicinandosi pericolosamente. «Non dire niente.»
Eragon continuava a fissarla. Immaginava di avere gli occhi fuori dalle orbite dalla sorpresa, un immagine sicuramente non piacevole; quindi tentò di rilassarsi senza riuscirci. «Arya, io…»
Lei si avvicinò ancora; infine lo baciò delicatamente sulle labbra. Eragon chiuse gli occhi, assaporando quel momento, senza chiedersi il perché di quel gesto. Passò lentamente una mano tra i capelli di lei, sentendoli fini e morbidi; annusò il suo profumo. Amò quel momento.
Dopo quel che gli parve un secolo - o un secondo - lei si staccò dolcemente.
«Arya, ma…»
«Shh…»
Rimaserò così, in silenzio, abbracciati.
«Lo aspettavo da molto tempo» mormorò lei.
«Ma… nella Du Weldenvarden…»
«Shh…»
Arya si staccò da lui, e si distese lentamente sulla branda. «Saphira?»
«A caccia.»
«Allora credi che potrei…?» Lasciò la frase in sospeso, ma lui capì.
«Potresti in ogni caso.»
Eragon sapeva che lei lo stava invitando. E lui avrebbe accettato quell’invito.

Eragon si svegliò di botto. Il sole filtrava tra i lembi della tenda scostati. Si guardò attorno ma non vide nessuno. Poi capì.
«Maledetto sogno!» ringhiò, furioso.
Fuori dalla tenda Saphira ridacchiò, divertita.


Wow complimenti, questa one-shot è scritta benissimo ed è davvero appassionante! :O Certo l'hai interrotta sul più bello ( :sospettoso: ) ma questa l'ha resa ancora più interessante! Il finale a sorpresa, con Saphira che si fa una bella risata è proprio divertente (e anche, lo ammetto, inaspettato). Complimenti! ^^
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Re: RE: One-shot di tutti

da redrum1456 » 14 ottobre 2012, 20:07

murtaghtiamo ha scritto:
Wow complimenti, questa one-shot è scritta benissimo ed è davvero appassionante! :o Certo l'hai interrotta sul più bello ( :sospettoso: ) ma questa l'ha resa ancora più interessante! Il finale a sorpresa, con Saphira che si fa una bella risata è proprio divertente (e anche, lo ammetto, inaspettato). Complimenti! ^^


grazie, gentilissima! ;)

l'avevo pensata apposta per quello!
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Re: RE: One-shot di tutti

da Alle22 » 14 ottobre 2012, 20:17

redrum1456 ha scritto:Ciao a tutti.

Posto una One-shot breve ma che spero vi piaccia. Mi è venuta in mente grazie a un commento di Alle22, quindi voglio dedicargliela, visto che l'idea me l'ha suggerita lei senza saperlo.

Allora, è ambientata nell'accampamento dei varden, poco prima de
Spoiler:
l'attacco a Dras-Leona
ma non ci sono anticipazioni di sorta sul quarto libro. In ogni caso ho messo lo spoiler.

Buona lettura, e correggete i miei errori!





QUELLA LUNGA NOTTE

La notte era alle porte.
Il tramonto stava lasciando spazio a quella luce grigia e fredda che precede l’oscurità; Eragon rabbrividì. Essere così vicino all’Helgrind, a Dras-Leona e - soprattutto - a Castigo e Murtagh lo rendeva nervoso.
Smettila di pensare a loro, lo rimbeccò Saphira. Rendi nervosa anche me.
Mmm…
Non possiamo fare nulla. Almeno, non ora.

Eragon stava passeggiando per l’accampamento. Lo turbava non avere Saphira accanto a sé, ma la dragonessa aveva deciso di andare a caccia in una piccola foresta a est delle oscure montagne che componevano l’Helgrind. Per ingannare il tempo aveva deciso di controllare le sentinelle che presidiavano i confini dell’accampamento.
Quando torni?
Prima dell’alba. Ho portato Glaedr con me.
Ma…
Castigo e Murtagh non ci attaccheranno questa notte
, sentenziò Saphira. Smettila di agitarti e vai a riposare.
Eragon pensò che in fondo la dragonessa aveva ragione; quella campagna si stava rivelando stremante a livello sia fisico che mentale. E Glaedr, con gli allenamenti quotidiani, non lo aiutava di certo.
«Blodhgarm» chiamò, e l’elfo impellicciato comparve tra due tende, alla sua destra.
«Argetlam?»
«Vado a dormire.» Eragon non si sentiva stanco, ma sapeva che qualche volta doveva fermarsi, o sarebbe scoppiato. «Saphira torna questa notte.»
«Certo, Argetlam.» L’elfo scomparve di nuovo. Il ragazzo non finiva mai di stupirsi della rapidità e della grazia degli elfi, nonostante avesse acquisito lui stesse molte di quelle abilità.
Percorse l’accampamento in fretta, salutando con un cenno del capo le guardie o i soldati. Sapeva che ogni cenno di scortesia sarebbe stato notato, e non importava che fosse un generale o uno stalliere: salutava sempre ogni soldato che incontrava.
Eragon alzò un lembo della tenda ed entrò.
Gli venne un colpo al cuore quando riconobbe una figura seduta sulla sua branda.
«Arya!» disse, sorpreso. «Cosa ci fai qui?» Si rese conto di essere stato scortese, e si affrettò ad aggiungere: «Non che non sia felice.» Non era mai accaduto che l’elfa entrasse nella sua tenda senza aspettarlo o senza il suo permesso.
«Buonasera, Eragon» rispose lei, impassibile. Il Cavaliere impazziva vedendola così, seduta tranquillamente sulla sua branda. Avrebbe desiderato raggiungerla, ma non voleva che lei pensasse subito ad un approccio.
«Hai sete?» chiese il ragazzo, impacciato. «Ho del vino se…»
«Lascia stare, sto bene così.»
Eragon prese l’otre e bevve una sorsata generosa. «Aiuta a dormire» si scusò, guardando Arya. Non voleva che lei pensasse fosse un beone.
«A volte aiuta anche me. Qualcosa ti turba?»
«Che ne diresti di… tutto questo?» chiese il ragazzo allargando le braccia. Bevve un’altra generosa sorsata e ripose l’otre, ma prima Arya lo fermò, tendendo un braccio: «Se non ti dispiace ho cambiato idea.»
Eragon le passò l’otre, poi ne approfittò e si sedette accanto a lei sulla branda. I pensieri gli si ammassavano nel cranio, non lasciandolo pensare lucidamente: poi pensò che forse era stato il vino a causare quell’effetto, e si pentì di aver bevuto.
Arya attinse altre due volte dalla fiasca, poi l’appoggiò a terra e si rilassò nuovamente contro il telo della tenda.
«Capisco che questa situazione ti turbi, ma non lasciare che prenda il controllo su di te. Troveremo il modo per entrare in città.»
«Altrimenti?»
«Eragon, abbiamo parlato molte volte di tutto questo, e non siamo mai giunti a una conclusione che sia soddisfacente. Tutto quel che posso dirti è che troveremo un modo. I maghi del Du Gata Wrang stanno lavorando giorno e notte proprio per questo, e se non sbaglio anche Jeod sta cercando vecchi tunnel o passaggi che portano in città.»
«Un impresa impossibile» ammise il ragazzo, abbattuto.
«Improbabile, non impossibile.»
Avere l’elfa così vicino lo faceva sentire stranamente combattuto. Se da una parte si sentiva a disagio, dall’altra trovava estremamente tranquillizzante averla accanto - quasi come stare con Saphira, nonostante il legame tra lui e Arya fosse lontano dall’essere così intimo; e sentirla impegnarsi così tanto nell’aiutarlo a tirarsi su di morale non poté che farlo sorridere.
«Perché sorridi?» chiese lei.
«No, niente… sto bene, ora.»
«Mi fa’ piacere.»
Arya gli prese la mano.
Eragon la fissò di scatto, esterrefatto. Non si aspettava quel comportamento da lei.
«Arya, ma cosa…»
«Shh…» L’elfa posò due dita sulle labbra di lui, avvicinandosi pericolosamente. «Non dire niente.»
Eragon continuava a fissarla. Immaginava di avere gli occhi fuori dalle orbite dalla sorpresa, un immagine sicuramente non piacevole; quindi tentò di rilassarsi senza riuscirci. «Arya, io…»
Lei si avvicinò ancora; infine lo baciò delicatamente sulle labbra. Eragon chiuse gli occhi, assaporando quel momento, senza chiedersi il perché di quel gesto. Passò lentamente una mano tra i capelli di lei, sentendoli fini e morbidi; annusò il suo profumo. Amò quel momento.
Dopo quel che gli parve un secolo - o un secondo - lei si staccò dolcemente.
«Arya, ma…»
«Shh…»
Rimaserò così, in silenzio, abbracciati.
«Lo aspettavo da molto tempo» mormorò lei.
«Ma… nella Du Weldenvarden…»
«Shh…»
Arya si staccò da lui, e si distese lentamente sulla branda. «Saphira?»
«A caccia.»
«Allora credi che potrei…?» Lasciò la frase in sospeso, ma lui capì.
«Potresti in ogni caso.»
Eragon sapeva che lei lo stava invitando. E lui avrebbe accettato quell’invito.

Eragon si svegliò di botto. Il sole filtrava tra i lembi della tenda scostati. Si guardò attorno ma non vide nessuno. Poi capì.
«Maledetto sogno!» ringhiò, furioso.
Fuori dalla tenda Saphira ridacchiò, divertita.

Troppo bello! Bellissimo! Che forte era tutto un sogno! E poi Saphira che ridacchia è troppo simpatica!
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