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Game of Thrones 4×02: The Lion and the Rose, la recensione

Prosegue il gioco dei troni con il secondo episodio della quarta stagione di Game of Thrones (Il Trono di Spade in Italia), la serie televisiva fantasy creata da David Benioff e D.B. Weiss, trasposizione del ciclo di romanzi de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (A song of Ice and Fire) di George R.R. Martin.

Vi ricordo che la puntata, dal titolo “The Lion and the Rose“, andrà in onda doppiata in italiano venerdì 25 aprile su Sky Atlantic (canale 110 di Sky).

[su_note note_color=”#fff9a6″ radius=”6″ su-note-inner=”box-spoiler” ]Avvertiamo i lettori che la seguente recensione contiene spoiler sulla trama. Se non hai visto l’episodio o non vuoi rovinarti eventuali colpi di scena non continuare a leggere![/su_note]

Se nella scorsa stagione abbiamo dovuto aspettare ben nove puntate per essere invitati a nozze, questa volta il tempo è volato e, in men che non si dica, ci siamo ritrovati nel bel mezzo di un banchetto memorabile. Ho sentito che qualcuno si è lamentato di un secondo episodio così intenso: gli eventi epocali vanno preparati nel tempo. Io, invece, ho apprezzato molto questo nuovo gioco degli autori con la nostra emotività: perché aspettare il finale di stagione per regalarci emozioni forti?

Voto 10 al colpo di scena di un secondo appuntamento così sconvolgente. Ma andiamo con ordine: il primo suono che sentiamo, a fine sigla, è un latrare di cani. Il primo volto che scorgiamo quello folle e beffardo di Ramsay Snow.
Sta succedendo quel che ogni lettore avrebbe voluto vedere affinché il ritratto dello psicopatico bastardo fosse completo: ci viene mostrata la più macabra tra le sue abitudini. Il figlio illegittimo dell’algido Roose Bolton, infatti, è solito lasciare che le sue cagne sbranino ragazze innocenti, dopo sfibranti inseguimenti. Se una fanciulla dovesse rivelarsi particolarmente divertente, il buon Ramsey le concederà l’onore di dare il suo nome ad una delle bestie sanguinarie che l’hanno dilaniata.
La scena è spietata, anche se ci viene stranamente risparmiato il corpo smembrato della mal capitata, probabilmente perché i nostri occhi si posino su un’altra creatura non molto distante: un ormai strisciante e smunto Theon Greyjoy, testimone immobile di cotanta atrocità.

Il cambio di scena ci conduce ad Approdo del re: l’avevamo lasciata stanca e annoiata, la ritroviamo fervente di preparativi per il matrimonio del secolo, ma ancora fiaccata da una sorta di mollezza, di innaturale tranquillità. Quelli tra i fratelli Lannister più simili a fratelli veri, il monco e il nano, sono seduti a tavolino e chiacchierano amabilmente. Uno con i suoi problemi, l’altro con la sua ironia. Jaime vuole appendere la spada al chiodo, sicuro di non avere speranze come combattente mancino. Tyrion, allora, gli propone di allenarsi e di farlo con qualcuno che, se opportunamente ripagato, non si permetterebbe mai di andare in giro a spettegolare: Bronn, il suo “fidato mercenario”.
Seppur la modifica nella storia originale sia stata sicuramente influenzata dalla malattia di Wilko Johnson (Ilyn Payne nella serie), ritengo che la scelta di far allenare Jaime con Bronn, anziché con Ilyn Payne (come avviene nei libri), sia stata molto funzionale: per un luogo come la pagina scritta, dove trovano spazio i pensieri dei personaggi, aveva senso che lo Sterminatore di re duellasse con un muto. Molto bello leggere le frasi di scherno solo immaginate sulla bocca del temibile boia. Cosa ne sarebbe stato di tutto questo sullo schermo? Meglio il tagliente umorismo dello scanzonato neocavaliere delle Acque Nere.

Dopo questa parentesi quasi goliardica, facciamo ritorno alle atmosfere tetre di Forte Terrore, insieme al Lord protettore del Nord Roose Bolton. Osservare l’incontro tra padre e figlio significa misurare da una parte il dramma di quest’ultimo, dall’altra la sua sfrenata e ostinata follia. Il crudele ma assennato Lord è molto deluso dal trattamento riservato a un ostaggio prezioso come Theon e, in uno scambio di battute glaciale e diretto, marca le distanze tra se stesso e la sua creatura degenere. “L’uomo scuoiato è sul nostro stemma” si esibisce Ramsay con un certo orgoglio. “Quello è il mio stemma, non il tuo” lo delude amaramente il padre. Siamo quasi convinti che il “povero Ramsay” stia per reagire come qualsiasi figlio ripudiato: mettendosi in un angolino con il broncio. Invece ci regala uno sfoggio di pazzia che lascia basito persino Lord Bolton e lo convince a concedergli un’altra possibilità di provare a dar lustro alla Casa.
L’obiettivo è quello di dimostrare fino a che punto Theon Greyjoy sia divenuto un’umile larva al suo servizio. “Theon era nostro nemico. Reek, invece, non ci tradirà mai” promette con occhi spiritati. Per risultare più convincente, mette in scena un’irresistibile provocazione: si fa radere la barba proprio dal suo Reek (che fa rima con weak: debole). Mette una lametta in mano alla vittima delle sue torture e, con sicurezza, gli permette di avvicinarla al suo volto. Come se non bastasse, proprio mentre Theon si trova vicinissimo all’occasione di ucciderlo, gli rivela che Robb, il suo grande e unico amico, è morto per mano di suo padre. Il momento di esitazione di Theon serve a mostrarci il suo odio, il suo conflitto, la voglia di affondare la lama nella gola del suo perfido aguzzino.
Eppure non avviene niente di tutto ciò: Reek continua a svolgere il suo compito con zelo. Il terrore ha vinto.

Per poter giungere alle nozze reali, dobbiamo passare attraverso la vomitevole chiusa della storia d’amore tra Shae la prostituta e Tyrion il Folletto. Relazione amorosa che non aveva ragion d’essere, invenzione arbitraria degli autori perché il personaggio più amato dal pubblico avesse il suo momento romantico.
A mio parere, si tratta di un errore pericolosamente ritortosi contro di loro: Tyrion ne è venuto fuori come il patetico eroe di un romanzo rosa e Shae come una dolce e sensibile donna innamorata, sedotta e abbandonata.
Spero con tutto il cuore che non la rivedremo più: ho il timore che, se tornasse, le offese a come i personaggi sono stati pensati in origine si farebbero ancora più pesanti.

Ci toccano ancora due tappe fondamentali prima di sedere tra i commensali e brindare alla salute di re Joffrey e della regina Margaery: una a Capo Tempesta, l’altra Oltre la Barriera. Il fuoco e il ghiaccio, tanto per restare fedeli al filo conduttore dell’intera saga.
A bruciare per ricongiungersi al Dio Rosso sono alcuni cortigiani di re Stannis – tra cui suo cognato Lord Alester Florent – colpevoli di aver perseverato nell’adorare falsi dei. Trovo sempre incantevole la rappresentazione del fanatismo religioso in Game of Thrones. Meravigliosa la cecità di Lady Selyse nel dimenticare l’amore per suo fratello e nel gioire della sua morte. Ascolta le sue urla quasi con voluttà, completamente invasata dal sentimento religioso.

Molto più sobria, invece, appare la “donna rossa”, Melisandre di Asshai. La sua calma sembra essere lo specchio della sua sicurezza, della sua fede salda e convinta, e contribuisce ad offrirci il ritratto di una donna estremamente pericolosa, che sa quello che fa.

A Bran e la sua combriccola è affidato il momento fantasy della puntata: poiché le sue vicende si riducono a un noioso rincorrere un obiettivo che sembra inarrivabile, gli autori ci hanno regalato una “visione” di quel che sarà, un assaggio di quel che il piccolo Lord sta cercando.
Sospettavamo che il suo cammino lo portasse oltre la realtà tangibile e lo spezzone dedicato a lui ce ne dà la conferma.

È giunto finalmente il momento di indossare l’abito da cerimonia: siamo tutti invitati al già chiacchieratissimo “purple wedding”. Ad introdurlo c’era stata una preparatoria consegna dei doni, con tanto di umiliazione ai danni di un sempre delizioso zio Tyrion. Il suo regalo era stato un volume sulla storia dei re, che il caro nipotino aveva dapprima sorprendentemente apprezzato, per poi ridurlo a brandelli con la sua spada nuova di zecca.

Al banchetto nuziale ci sono proprio tutti: persino i Sigur Ros a presentare una emozionante versione de “Le piogge di Castamere”. Joffrey, tanto per confermarsi un idiota, umilia pure loro, anche se la vittima del suo accanimento è un’altra… sempre la stessa, direi.
Tra gli invitati fuori luogo spicca la nostra Brienne di Tarth, che si rende protagonista di un dialogo discutibile con la sua rivale in amore: Cersei Lannister. Non c’è molto da fare per alleviare il disagio di trovarcela lì senza una precisa collocazione: sarebbe dovuta tornare dopo le nozze, ecco perché ha perso la sua fierezza e la sua dignità presentando omaggi tanto ai Lannister quanto ai Tyrell (avendo servito prima Renly poi Lady Catelyn, aveva seri motivi per serbare rancore nei confronti di entrambe le famiglie)!
Tuttavia ho apprezzato che Cersei le abbia spiattellato in faccia la sua cotta per Jaime: il rapporto tra i due, così, è stato riportato sul giusto binario. Non più un’amicizia fraterna, ma un legame carico di una tensione diversa.

Spostiamo finalmente l’attenzione sui freschi sposi: Margaery sembra la moglie perfetta, la migliore che qualunque madre avrebbe potuto augurarsi per il proprio figlio vanesio e malato di sadismo, checché ne dica l’orgogliosa e competitiva Cersei. La più bella rosa dei Tyrell sa sempre come mitigare il suo re, come distrarlo quando sta per fare una delle sue cavolate. Eppure, sarà l’entusiasmo per una festa in suo onore, ma questa volta Joffrey sembra inarrestabile.
La verità è che la fine che sta per piombargli addosso se la deve proprio meritare! Organizza uno spettacolo sulla Guerra dei cinque re interpretata da nani terribilmente offensivo per i tre quarti dei presenti.
Loras si allontana disgustato, Sansa trattiene a stento le lacrime e Tyrion deve gestire l’ennesima umiliazione. Quando viene interpellato, provoca il nipote con una risposta che lascia a bocca asciutta tutti i commensali.
L’ira di Joffrey è pronta ad esplodere, la sua unica arma a disposizione l’abuso di potere. Ed è dopo aver fatto dello zio il suo coppiere personale che il tutto si compie: il re inizia a tossire, ancora e ancora, finché la sua faccia si copre di viola e il sangue inizia a sgorgargli dal naso e dalla bocca. Soffoca, sotto lo sguardo attonito dell’intera corte, mentre sua madre si dispera e ruggisce di rabbia contro chi, non ci sono dubbi, ha commesso il crimine efferato. Tyrion Lannister, chi se no?
Io una risposta alternativa ce l’avrei e ho apprezzato gli impercettibili segnali che potevano condurre verso il reale esecutore del regicidio.

La popolazione dei fan ha esultato in maniera quasi indecorosa per l’atroce morte di questo re ragazzino.
Prima di vedere la puntata, credevo che a me sarebbe dispiaciuto, in fondo. Devo dire che così non è stato: Joffrey si è impegnato davvero tanto per non seminare in noi neanche un briciolo di affetto. Ora, però, farei un applauso, tutti insieme, da qualsiasi parte del mondo guardiamo la serie, ad un magistrale Jack Gleeson, che è stato un cattivo perfetto. Non era un cattivo semplice da interpretare, Joffrey Baratheon: per nulla affascinante nè oscuro o tormentato. Piuttosto era vuoto, tronfio, sadico, immaturo.
Sono sinceramente dispiaciuta del fatto che un attore così bravo abbia deciso di abbandonare le scene.

Il mio giudizio sulla puntata è assolutamente positivo: l’ho trovata curatissima nei particolari, capace nel complesso di rispettare le intenzioni dei romanzi e di recuperare alcuni errori commessi in passato.
Ancora una volta mi inchino alla colonna sonora di casa Lannister, The Rains of Castamere: bella ed efficace in ogni sua versione. Inviterei i personaggi ad amarsi e sposarsi più spesso: i matrimoni, evidentemente, sono il fiore all’occhiello della serie!

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