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Game of Thrones 4×05: First of His Name, la recensione

È andato in onda domenica il nuovo episodio della quarta stagione di Game of Thrones (Il Trono di Spade in Italia), la serie televisiva fantasy creata da David Benioff e D.B. Weiss, trasposizione del ciclo di romanzi de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco (A song of Ice and Fire) di George R.R. Martin.

La domanda è: sono entrati gli autori nell’ottica dell’ “uno e uno” o è successo a me?
Avevo il sospetto che mi sarei trovata davanti ad un episodio di raccordo e così è stato. Mi era sorto qualche dubbio perché, nelle scorse stagioni, la puntata numero cinque è sempre stata la prima della scalata verso l’apice della tensione. Molte cose, invece, hanno ribaltato la stagione in corso e, tra queste, il percorso emotivo di noi spettatori. Dopo un primo episodio in sordina, un secondo esaltante, un terzo quasi irritante e un quarto dolcissimo, arriva “First of His Name” a lasciarci quasi indifferenti.

[su_note note_color=”#fff9a6″ radius=”6″ su-note-inner=”box-spoiler” ]Avvertiamo i lettori che la seguente recensione contiene spoiler sulla trama. Se non hai visto l’episodio o non vuoi rovinarti eventuali colpi di scena non continuare a leggere![/su_note]

La scena di apertura è epica eppure quasi ordinaria: assistiamo all’ennesima incoronazione, accogliamo l’ennesimo re. Una cerimonia tranquilla e serena, degna del giovane nuovo sovrano: Tommen Baratheon, primo del suo nome. Ed è di lui che si parla, tra donne, in un cantuccio, mentre gli uomini sbrigano le questioni “burocratiche”.

I passati eventi ci avevano preparati ad aspettarci una Margaery e una Cersei in conflitto, eterne nemiche. Ci sorprendiamo di trovarle quasi complici. È come se, per una volta, avessero bisogno di incontrarsi: in fondo hanno in comune l’essere donne, il dover subire, gestire e controllare uomini potenti e spesso irrazionali.
La regina reggente sembra essere particolarmente lucida e ben disposta a ciò che le prospetta il futuro, compreso l’indesiderato ma utile matrimonio con Ser Loras Tyrell. Probabilmente vediamo realizzato in lei il suo desiderio costante, che nei romanzi resta soltanto un’aspirazione: essere “degna figlia di cotanto padre”, l’unica Lannister davvero capace di agire per il bene del proprio casato.
Struggente il suo dramma di madre, che si manifesta prima nella dichiarazione di amore incondizionato nei confronti del figlio che ha perso – un folle sanguinario ma il suo primogenito, parte di sé – poi nel dialogo con Oberyn Martell. Persino il feroce principe dorniano pare sinceramente colpito dalle parole e dalla commozione della fiera leonessa che esprime la sua inconsolabile nostalgia per una figlia lontana e che crede perduta per sempre.
Una Cersei che si innalza come personaggio di spessore, che cattura la nostra simpatia e che ci commuove, molto più di quanto non avvenga nei romanzi. Probabilmente è tutta “colpa” di una trama troppo complessa perché lo spettatore possa tenerne a mente ogni particolare. Era necessario, per esempio, ribadire che Myrcella si trova a Dorne, donde l’idea di mettere in scena un dialogo improbabile come quello tra sua madre e la Vipera Rossa. Improbabile per il semplice fatto che vederli passeggiare insieme e parlare quasi teneramente è assurdo per chi ha ben saldi nella mente tanto i propositi di Oberyn quanto l’ostinata ostilità di Cersei.

Nei pressi di Approdo del re troviamo anche il nuovo duo comico della serie: Brienne e Pod. Anche a loro sono affidati pochi contenuti, solo forma: sappiamo che sono in cerca di Sansa ma non muovono molti passi verso di lei. Gli autori ci offrono uno schizzo del loro andare, perché prenda forma nelle nostre menti l’immagine dei due che cavalcano verso la Barriera, dove credono si trovi la ragazza. Una donna di nuovo scontrosa, che forse non pensa soltanto alla sua meta ma anche a quel che ha lasciato, e un bravo ragazzo: imbranato ma pieno di buona volontà.

Come è d’obbligo in Game of Thrones, sono completamente fuori strada: Sansa si trova a Nido dell’aquila, si è appena ricongiunta con l’amabile zia. E questo è il momento della puntata che ho preferito in assoluto. Per la piccola Stark l’iter è sempre lo stesso: un accenno di buone speranze e poi l’abisso più nero.
Nello sguardo della brava Sophie Turner ho colto, però, il sospetto: Sansa ha imparato la lezione. Non si fida del suo protettore ma non può evitare di confidare almeno nella sorella di sua madre, il primo parente che incontra dopo lunghe e sfibranti sofferenze. Non le va bene neanche questa volta: Lysa Tully, che ci era stata ritratta come folle già nella prima stagione, è addirittura più matta di quanto credessimo.
Invasata da un’ardente passione, obbliga il suo promesso a sposarla immediatamente, invade il castello con le sue urla ferine non appena può stringerlo tra le braccia e rivela la sua insania vomitando sulla povera nipote tutta la sua morbosa gelosia.
Il sorriso di Sansa si trasforma nelle ormai consuete lacrime e ancora una volta i suoi dolcetti al limone hanno il sapore del fiele. Neanche quel posto somiglia a una casa: tra le grinfie di un uomo senza scrupoli e di una psicopatica, le toccherà persino sposarne il figlio malaticcio e viziato. Ennesimo marito/mostro per lei.

Lady Lysa non è ricomparsa soltanto per dare l’ennesima delusione a Sansa ma per sconvolgere gli spettatori con importantissime rivelazioni. È stata lei ad avvelenare Jon Arryn, primo cavaliere di Robert quando tutto ha avuto inizio, lei a scrivere a Catelyn che sospettava dei Lannister.
I Lannister, finalmente scagionati. Ecco che Martin ribalta le nostre idee iniziali nonché gli schemi tradizionali del romanzo. I “cattivi”, quelli contro cui un ingenuo esercito di uomini del Nord si era mosso, non sono i veri cattivi. La famiglia Lannister è una famiglia come tutte le altre. Perseguono i propri interessi, uccidono senza pietà… ma solamente in guerra. Le cospirazioni spettano ad altri, a chi agisce nell’ombra, a chi era rimasto sullo sfondo e sta emergendo sempre più come il più pericoloso arrivista: Lord Petyr Baelish, detto Ditocorto, burattinaio di chi si sporca le mani.

Intanto il rapporto più riuscito della quarta stagione sembra incrinarsi: Arya e Sandor, che sembrava fossero diventati “quasi amici”, tornano ad odiarsi. La piccola Stark vendicativa non si è addolcita neppure dopo aver avuto modo di conoscere il vero Mastino: non lo ha cancellato dalla lista dei suoi “nomi dell’odio”.
Oltre a ferire i nostri sentimenti, perché speravamo che non fosse così cieca da perseverare nella voglia di ucciderlo, pare intristire anche il suo burbero dolce compagno di viaggio. Dopo uno dei loro soliti battibecchi, arriva addirittura a cercare di infilzarlo. Per tutta risposta, per fortuna, riceve un ceffone che le spacca il labbro e che suona tanto come un “Abbassa la cresta, ragazzina!

Oltre il Mare Stretto, nella Baia degli Schiavisti, la paladina della libertà Daenerys Targaryen fa finalmente i conti con la realtà, fastidioso ma indispensabile rovescio della medaglia dell’utopia. Le città che crede di aver liberato hanno ripristinato il commercio di schiavi e sono diventate delle tirannidi più crudeli di quelle che erano prima del suo arrivo. La madre dei draghi ha, però, la possibilità di svignarsela: c’è tutto un continente occidentale che aspetta solo di essere riconquistato.
Ma Daenerys non è sempre l’esaltata che sembra: in questa puntata si mostra finalmente umile e responsabile. Ha molto da imparare e vuole farlo dove ha fatto delle promesse. È una regina e farà la regina: governerà la sua città.

Ancora una volta l’episodio si conclude oltre la Barriera. Bran e i fratelli Reed vengono interrotti, mentre spoilerano tutte le mirabolanti evoluzioni e scoperte che attendono il piccolo Lord, da un branco di morti che camminano: prima il capo degli ammutinati, l’essere unto e volgare cui piace bere vino dai crani altrui, poi Locke l’infiltrato. Chiunque abbia letto i libri si rende conto che non possono durare a lungo perché sanno troppo, in particolare che Brandon Stark di Grande Inverno è vivo e vegeto.
Ed ecco che arriva Jon, il supereroe inconsapevole (ricordiamo che lui “non sa niente”), a fare piazza pulita.
Per la verità, se gli enormemente squallidi corvi ribelli vengono sbaragliati dai Guardiani della notte, a Locke tocca un destino ben più mostruoso.

Bran, deciso a salvarsi la pelle e a salvarla ai suoi amici, usa i suoi poteri di metamorfo e scivola nella pelle di Hodor, il gigante buono. Lasciandoci tutti a bocca aperta, la mente di Bran e le mani di Hodor staccano la testa del loro aggressore. Da lettrice non ho apprezzato particolarmente tutta questa violenza ai danni di Bran prima e da lui commessa dopo: il piccolo Stark, nei romanzi, è come avvolto da un alone di sacralità, resta sempre intatto e con le mani pulite e forse mi sarebbe piaciuto rivederlo così. Non posso non notare, però, che la scena è stata molto efficace e d’impatto. Probabilmente una resa più “onesta” delle sue vicende libresche sarebbe stata molto più noiosa.
Il mancato incontro tra due fratelli a un palmo di mano l’uno dall’altro potrà aver commosso migliaia di spettatori ma non me: solo uno Stark può rinunciare all’abbraccio di un fratello, con mezza famiglia morta o dispersa, per “fare carriera”.

Il mio giudizio sulla puntata non è negativo ma neppure positivo: questi episodi di raccordo hanno la loro utilità anche se sono convinta che, essendo gli eventi così tanti, una serie di momenti vuoti e puramente formali potrebbero essere tranquillamente evitati.

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